FONDAZIONI PER UN MONDO CHE CAMBIA - Meeting di Rimini

FONDAZIONI PER UN MONDO CHE CAMBIA

Partecipano: Phillip Blond, Direttore di ResPublica; Alberto Gambescia, Coordinatore Fondazione Mezzogiorno Europa. Introduce Dario Chiesa, Responsabile Dipartimento Relazioni Internazionali della Fondazione per la Sussidiarietà.

 

DARIO CHIESA:
Buonasera, e grazie di essere intervenuti al sesto e ultimo incontro dei workshop che, come Fondazione per la Sussidiarietà di Milano, abbiamo proposto al Meeting. Ci sembrava interessante mettere a confronto, seppure a distanza, una serie di realtà con cui la nostra Fondazione collabora a diversi livelli, sottolineando il ruolo che le Fondazioni possono svolgere nel mondo che cambia così rapidamente. Abbiamo individuato due aree particolari, in cui le Fondazioni possono essere particolarmente attive e produttive per tutta la società: il welfare e l’educazione. Non voglio trarre le conclusioni dei precedenti incontri, essendo questo l’ultimo, ma ci siamo resi conto che ci sono alcune difficoltà che non avevamo previsto, per esempio, il linguaggio. Abbiamo intitolato questi incontri: Fondazioni per un mondo che cambia, ma il termine Fondazione, nel mondo anglosassone, non è così chiaro. Abbiamo avuto qualche problema nella traduzione, perché loro preferiscono parlare di Think Tanks, ma per noi Think Tanks risuona un po’ astratto, intellettualistico.
Il primo risultato che, come Fondazione, portiamo a casa, è che dobbiamo fare un’opera di chiarificazione del linguaggio: dietro quest’opera di chiarificazione, vi è un problema consistente, e cioè che non è più possibile, come Fondazione, considerare il lavoro culturale come un qualche cosa di elitario, staccato dalla realtà. Questo è l’altro elemento che cercavamo di non seguire, nella nostra attività, ma abbiamo visto che anche le altre Fondazioni sono di fronte al problema di cercare di produrre cultura, intesa non come un esercizio intellettuale ma come un modo di giudicare la realtà. Per cui, è importante avere luoghi che producono cultura.
Altro elemento venuto fuori nelle discussioni finora fatte: si può distribuire il prodotto? Qui c’è un paradosso. È emerso, in alcuni incontri, che tutta la tecnologia moderna, se rende molto facile la distribuzione della produzione culturale delle Fondazioni, crea però una ridondanza di informazioni tale, per cui è difficile poi scegliere che cosa veramente sia valido. Questa prima serie di incontri è stata interessante, proprio perché ha fatto emergere nuovi problemi, come sempre, quando ci si confronta sulle cose in modo concreto. E può essere lo spunto per un prossimo anno di nuovi incontri, magari in forme diverse. Questa sera avremo Alberto Gambescia, Coordinatore della Fondazione Mezzogiorno Europa, e poi il dottor Phillip Blond, fino a qualche tempo fa, Professore all’Università di Cumbria, e adesso direttore del Think Tank ResPublica di Londra. Si presenteranno poi loro insieme alle loro Fondazioni. Alberto, se vuoi iniziare, grazie.

ALBERTO GAMBESCIA:
Grazie Dario. Prima di iniziare il mio intervento, volevo innanzitutto ringraziare la Fondazione per la Sussidiarietà e il Meeting per l’opportunità che date a Mezzogiorno Europa di poter essere qui per enucleare le nostre attività, tra le più vecchie che ci sono in Italia. Nata nel 1999, è sostanzialmente una tra le due, tre Fondazioni con più anzianità di servizio in Italia. Secondo il canovaccio che ci siamo dati, vorrei partire, come ci ha insegnato la scuola universitaria, dal generale, per arrivare al particolare: quindi, lasciare sul fondo le attività della Fondazione, che poi vi spiegherò, inquadrandola però nella dinamica nazionale, che non è affatto semplice né condivisa. Sono più di dieci anni che esistono le Fondazioni, ma in realtà, nel panorama nazionale, non hanno ancora una loro identificazione precisa: ed è quello che dobbiamo fare con i nostri lavori, con le occasioni come questa, per dare al Paese, al sistema delle Fondazioni in Italia, una definizione precisa di ciò che esse sono e fanno. Il tema, allora, è che bisognerà cercare di capire come nascono le Fondazioni in Italia.
È opinione condivisa e comune tra gli studiosi e gli scienziati della politica, ritenere che le Fondazioni siano nate molto tempo fa, con un ruolo un po’ improprio, che era quello di supplire all’attività dei partiti, così come noi li abbiamo conosciuti ante 1989: partiti strutturati, non solo territorialmente ma anche a livello centrale, dal momento che i partiti politici erano produttori importanti di principi e concetti, erano una punta avanzata della società, civile o non civile, che in qualche modo determinava anche le dinamiche sociali. Per molti, quindi, le Fondazioni sono state il punto dove insediare, incardinare i lavori che i partiti, dal 1989 in poi, non sono più stati in grado di elaborare. Questo accadde soprattutto in Italia, dove i partiti politici, non per un problema ma per una definizione culturale ben specifica, organizzati in maniera stabile con grosse strutture di rappresentanza, hanno determinato anche l’ipertrofismo all’interno delle loro organizzazioni: è stato forse il motivo per cui le Fondazioni hanno assunto sempre maggiore visibilità e maggiori opportunità.
Evidentemente, i partiti politici, con la loro struttura, non sono più riusciti ad essere davvero la polena della cultura politica e sociale nel Paese. Questa visione della storia è sicuramente vera, ma è da mettere in contrapposizione con l’approccio assolutamente innovativo che hanno l’Inghilterra e il mondo anglosassone rispetto a questi fenomeni politici: loro ritengono che questi fenomeni rappresentino una grandissima realtà di dinamismo politico. Questo per noi è assolutamente inconcepibile. E’ un’impostazione ormai condivisa nella società culturale italiana, ma non è una lettura soddisfacente, perché le Fondazioni hanno conquistato con le loro forze uno spazio. Ma è pur vero che i partiti politici, non dal 1989, cioè non dalla caduta del Muro, ma ben prima, dalla fine degli anni ’70, hanno cominciato a non essere più il punto avanzato del rinnovamento, del riformismo in questo Paese. La caduta della funzione culturale dei partiti è precedente, e quindi non si può dire che le Fondazioni siano dei sostituti dei partiti politici, e sbaglieremmo fortissimamente se pensassimo che le Fondazioni debbano assolvere a questo ruolo, perché pensare di sostituirsi in questo è una meta assolutamente stupida e fuori dalla portata delle Fondazioni, fuori dalla loro organizzazione. Prova ne sia, il fatto che le Fondazioni in Italia hanno un numero ristretto di dipendenti, così come di collaboratori, hanno budget più ridotti rispetto a quelli di un partito politico.
Le Fondazioni non hanno svolto un ruolo di supplenza: l’hanno certamente fatto e lo stanno continuando a fare, ma svolgono un ruolo che va oltre la questione della crisi dei partiti, supera il sistema della rappresentanza e della crisi della rappresentanza, supera anche il problema delle comunità territoriali che le Fondazioni, per definizione, devono by-passare ponendosi in maniera assolutamente centrale. La mia Fondazione, come le altre, si pone il problema dell’atomizzazione e della separazione delle comunità, che per noi diventa un momento centrale. Questo è il core business di Mezzogiorno Europa, questo è il ragionamento che ci fa incardinare le nostre argomentazioni da qui in avanti. Da una parte, la peculiarità del sistema italiano, anche rispetto a quello anglosassone, dall’altra, gli eventi storici che hanno determinato questo, tanto da segnare un sistema che a me, per comodità di analisi, piace suddividere in due grandi filoni.
Da una parte, ci sono le Fondazioni che fanno riferimento a precisi percorsi culturali e politici, dai quali partire per ampliarli, sia in termini culturali che di proposta politica. Sono servite, servono e serviranno, non solo per fare una politica spoliticata, ma per superare la struttura dei partiti che, in qualche modo, castra un po’ il dibattito. Servono – ne vediamo quotidianamente esempi, anche con la Fondazione per la Sussidiarietà, con l’Intergruppo, con i lavori che facciamo quotidianamente su Roma – per superare le specificità di ogni singola Fondazione, per cercare un punto di contatto con mondi diversi, con Fondazioni di estrazione culturale diversa, perché si possa creare quel substrato minimo di discussione civile. Dall’altra, ci sono le Fondazioni che invece hanno nel proprio nome il proprio obiettivo, nel proprio nome la propria mission, la propria stella polare. E’ il caso di Mezzogiorno Europa, che ha nel suo nome anche il proprio scopo: si potrebbe dire lo stesso anche della Fondazione per la Sussidiarietà, che nel nome porta lo scopo per cui è nata e per cui lavora quotidianamente.
Date le premesse che ho fatto, rispetto alle Fondazioni, rispetto a quel minimo di background che siamo chiamati a costruire per una convivenza di valori condivisi tra le Fondazioni, è importante in questo momento sottolineare l’attività di Mezzogiorno Europa. Mezzogiorno Europa nasce nel 1999 per volontà del suo fondatore, Giorgio Napolitano, attualmente Presidente della Repubblica, con un’idea che atteneva fortissimamente al legame con il territorio, per le argomentazioni che prima ho accennato brevemente e che poi sono in qualche modo esplose all’interno del dibattito della Fondazione. Questa cosa che per primo ha avvertito il fondatore, è la nostra stella polare, quella che ci guida costantemente, perché riteniamo che il Mezzogiorno – ed è il motivo per cui, nati a Napoli, adesso abbiamo una sede romana -, Napoli, il Mezzogiorno d’Italia rappresenti la cartina tornasole, sia l’emblema delle contraddizioni di questo Paese che aspira all’Europa, ma che pensa di poter andare avanti lasciando indietro pezzi del Paese, nella inquietudine di coloro che vivono sotto Roma, che purtroppo è diventata fine a se stessa. Questa stessa inquietudine, però, è diventata l’alimento dei nostri lavori, perlomeno di coloro che attivamente si spendono tutti i giorni nelle nostre attività. È un’insofferenza che invece, per la gran parte dei cittadini del Mezzogiorno, purtroppo non ha e continua a non avere nessun punto di sfogo, un’insofferenza figlia della storia del Mezzogiorno, un’insofferenza culturale, evidentemente, ma anche civica.
Questo ci fa riassumere tre punti sui quali dobbiamo necessariamente farci forza. Non possiamo più pretendere che il Paese rimanga così sfilacciato, ma dobbiamo impegnarci perché ci sia una base condivisa di valori, attorno ai quali ritrovarci. Il rischio vero, reale, è che ci sia una secessione non esplosa, non palese, magari solo disegnata, ma che nei fatti sia una realtà. Noi dobbiamo fare in modo che questa insofferenza culturale e civica ritorni nella società civile diffusa, perché il processo culturale che dobbiamo avviare, che stiamo cercando di avviare, è un processo culturale che deve vedere ricompresso l’intero territorio, l’intera popolazione. Non possiamo più pensare che non nasca nulla dal territorio, ma che scenda dal Governo centrale. È importante che si possa ripristinare quel minimo di condivisione dei valori che rimettano a sistema quel nesso che è stato completamente reciso, per i motivi che ho detto prima, tra la classe dirigente e il progetto politico sociale.
E’ un nesso che noi ci sentiamo di dovere in qualche modo contribuire a ripristinare, discutendo ovviamente con le altre Fondazioni, cercando di ricreare le Fondazioni pre-politiche, non politiche, le cui scelte politiche spettano ad altri, spettano ai partiti, che riteniamo ancora essere l’unica forma possibile di rappresentanza. Dobbiamo ricreare le condizioni pre-politiche, perché ci sia un dibattito che possa svolgersi su basi condivise: universalità dei diritti, unità dello Stato nazionale, aggancio saldo, vero, all’Europa, al suo territorio e alle sue dinamiche. Senza questi principi condivisi, non andiamo da nessuna parte: il territorio del Sud rimarrà devastato, in termini sia culturali che economici. Abbiamo un territorio che, come dicono tutti gli economisti, è l’unica possibilità di scarto da una crescita assolutamente residuale, rispetto ad una crescita assolutamente importante in termini numerici, che potrebbe teoricamente far crescere il Paese al ritmo del 2, 3% l’anno, se solo si svolgessero delle politiche inerenti il territorio del Sud con un’attenzione diversa.
Questo può essere fatto esclusivamente a condizione che tutti, dal nord al sud, abbiano la percezione e la convinzione che su valori condivisi non si debba transigere: non possiamo continuare a pensare che forze politiche di un tipo o di un altro possano tirare la fune da una parte o dall’altra per convenienze di parte, perché in gioco non c’è il futuro di un partito o di una posizione politica, ma la realtà di un Paese, un Paese in termini unitari.
Io sono molto contento di essere qui, anche perché posso confrontarmi con esperienze, come quella inglese, che per noi che studiamo queste materie sono sempre fonte di grandissimo interesse e anche un po’ di invidia. Devo dire che forse un punto di contatto che ci potrebbe far crescere insieme è chiedersi se in fondo la nostra ricerca, come Fondazione Mezzogiorno Europa, come territorio in un Paese unico, sia la ricerca di valori condivisi, al fine di sviluppare le politiche che ogni partito e ogni coalizione determini, sia quella di cercare i valori che ci fanno stare insieme. Questo è lo stesso sforzo che noi troviamo nei lavori di Phillip Blond, quando sostiene di essere, un po’ “red” e un po’ “tory”: egli dice che il problema è stare bene attenti al fatto che il paese ha una rappresentanza che è varia, e che deve essere tenuta insieme. Questo è quello che ci preme e ci fa alzare ogni mattina per i lavori della Fondazione. Questa è l’identificazione di quello che noi chiamiamo Stato. Questo è il punto centrale dei nostri lavori e dei lavori delle altre Fondazioni. Questo è il momento di capire che cosa ci fa stare insieme e che cosa determina la presenza di un governo all’interno di un Paese, sia in termini di rappresentanza, che in termini di politiche attive. Noi diamo le basi per quelle condizioni che ci facciano recuperare da una parte il rapporto con la società politica, dall’altra il rapporto con i partiti e la loro rappresentanza, e la rappresentanza che ovviamente loro devono sempre aver presente, che rimane l’unico punto e il doveroso punto di contatto. Infine, il rapporto con le istituzioni, che ci faccia consolidare la legittimità della politica e della dimensione civile. Grazie.

DARIO CHIESA:
Direi che Gambescia ha già dato un considerevole assist a Phillip Blond.

PHILLIP BLOND:
Cosa sono le Think Tank, cosa sono le Fondazioni? Perché sono importanti le Think Tank? Esse hanno avuto un ruolo molto importante all’interno delle università, sono i veicoli politici più efficaci che io conosca, perché si occupano del metodo politico più efficace che io conosca. Qual è questo metodo? Formare un concetto per la intuizione che hanno tutti gli esseri umani, quindi un concetto per l’intuizione che ti porta avanti. Se questo tipo di concetto non è in grado di essere accelerato, se si riesce a formare questo tipo di concetto, in realtà si è in grado di muovere milioni di persone. Per me, quindi, come intellettuale, l’importante è formare questo concetto in grado di formare l’intuizione e il modo di pensare che hanno le persone. Questo è il ruolo primario di una Think Tank. Qual è la cosa interessante della formazione del concetto? Ci sono due modalità di formare i concetti: la prima è l’aspetto top down, quindi dall’alto, una modalità molto poco pragmatica; l’altra è quella che parte dal basso, più pragmatica. Si parte dal basso e si decide che cosa fare. Il segnale trasformativo moderno è quello concettuale, la pratica si è diffusa in tutto il mondo, ma in realtà i concetti sono più veloci perché sono più mobili, sono in grado di mobilizzare, di mobilitare milioni di persone. Chi forma i concetti? Gli intellettuali, i giornali. Quando si formano i concetti, quindi, i soggetti che formano i concetti, quindi le Think Tank o le Fondazioni nel loro lavoro, hanno un effetto importantissimo. Con una Think Tank non si può fare solo lavoro concettuale, perché spesso le persone sono annoiate dai concetti, anche se in realtà se ne allontanano ma sono attratte da essi. Il tipo di lavoro che noi facciamo all’interno della Think Tank è che bisogna alleare e combinare l’aspetto pratico con quello concettuale, unire l’aspetto materiale con quello astratto; quando questi due aspetti si uniscono allora avviene una delle cose più potenti che si possano verificare nel mondo. Sono contendo che il nostro nuovo primo ministro in Gran Bretagna abbia lanciato le Think Tank, gli sono grato per questo. L’ha fatto semplicemente perché gli piacciono i concetti, gli piacciono le idee, altrimenti non l’avrebbe fatto, perché avrebbe pensato che si sarebbe trattato di qualcosa di trasformativo. Se si è in grado di alleare le idee con delle nuove pratiche e queste pratiche riempiono i concetti e i concetti sono all’interno delle pratiche, allora la Think Tank è in grado di cambiare tutto. Quindi, in tutta franchezza, l’aspetto più radicale – in realtà ce ne sono due di aspetti radicali – che abbiamo portato avanti, è affermare che l’intero settore pubblico, l’intera organizzazione dovrebbe essere puntualizzata. Quindi, se uno ritiene che ci debbano essere varie opportunità in società, se si odia la dipendenza dallo Stato, se si ritiene necessario avere l’equità nella distribuzione della ricchezza, allora non necessariamente ci deve essere un conservatore, perché si è interessati alla conservazione delle relazioni umane. Ogni politica radicale deve essere conservatrice, perché una politica conservatrice tende a conservare e nel conservare si vanno a mantenere le lezioni del passato, e le si rende utili per il futuro. Questa idea della modulizzazione è sempre stata tipica della sinistra ed è stata poi la destra ad appropriarsene, seppur con visioni diverse, e nel momento in cui l’ha adottata è cambiato tutto. Si sono avuti degli effetti particolari da parte di entrambi i partiti: entrambi i partiti hanno più o meno le stesse idee. Si ha questo tipo di sistema se, come è stato detto, si va oltre l’opposizione; ecco perché questo tipo di lavoro è sempre concettuale. La maggior parte dell’opposizione in realtà ha delle forze, perché è come se ci fosse una sorta di privazione del bene comune. Se si riesce, quindi, ad essere più universali – e questo è secondo me il compito intellettuale delle Think Tank – allora si riesce anche ad essere più pragmatici, perché si tende a trasmettere questo tipo concetto a un numero sempre maggiore di persone. Nell’essere sia pratici che concettuali non solo si muovono più persone ma si danno alle persone delle opzioni pratiche. Nel far questo c’è un tipo di formazione ragguardevole: una Think Tank o una Fondazione, se riesce a fare questo, è in grado di fare veramente tanto, e questo per lunghissimo tempo. In questo senso credo che le Think Tank siano profondamente politiche. Vi faccio un esempio del tipo di lavoro che noi portiamo avanti. Buona parte delle mie convinzioni si basano sul concetto della grande società che rappresenta la politica del partito conservatore, e questo concetto è nato grazie a tante conversazioni che ho avuto qui a Rimini con i rappresentanti di Comunione e Liberazione. Ci confrontavamo sugli aspetti del comportamento del mercato e in alcuni casi io ero disgustato da quelle che erano le opzioni politiche; l’idea è stata quella di creare le condizioni e sostenere che quello di cui si ha bisogno è una società di libera associazione di gruppi autonomi, di cittadini che si riuniscono per gestire il mercato. In questo modo si va contro tutti gli interessi consolidati, si fa qualcosa che è a favore dei poveri, a proposito dei redditi, si combatte in qualche modo i monopoli. È molto importante concepire il capitalismo sotto questo punto di vista, perché in realtà non viene più inteso come capitalismo secondo certi pregiudizi passati, ma è una sorta di monopolismo. Il capitalismo definito di per sé non è il capitalismo, è una modalità di economia che serve al bene comune; l’obbiettivo dello scambio economico non è l’astrazione, ma è il benessere materiale della società umana. Vorrei focalizzarmi sul processo secondo il quale sia la destra che la sinistra sono mosse dagli stessi concetti: si parte dall’idea che lo Stato sbagli, perché in realtà porta il potere via dalle persone, si modella sempre su dei principi borghesi liberali che in realtà rendono collettive le persone quando non sono collettive. Cosa succederebbe se le persone, i cittadini comuni catturassero lo Stato? Io sono cresciuto in una zona molto povera dell’Inghilterra, a Liverpool, che ha una tradizione liberale datata, e i pensieri di sinistra sono venuti da quella zona; l’idea è che le persone potessero prendere possesso di quella zona. L’idea, insomma, di una economia basata sulla distribuzione. Questa potrebbe essere applicate anche al settore privato: penso ai cittadini comuni. Il prevenire il monopolio, va a favore del monopolio. Come si crea, quindi, un mercato che effettivamente non privilegi il monopolio ma distribuisca in equità, in giustizia, i beni? Si ritorna a ciò che loro opponevano all’inizio, quindi in realtà quello che si voleva non è stato poi fatto e il concetto è quello di un mondo in cui c’è maggiore ricchezza, più denaro. Perché non è stato distribuito? Che cosa produce il neoliberalismo? Il potere è concentrato, le persone vengono impoverite e tutto ciò ha portato delle conseguenze negative. Questo non è stato però compreso da molte persone. La cosa più interessante, che io ho riscontrato, è che in realtà soprattutto l’estrema destra, quella più razzista in Inghilterra, è stata presa molto seriamente in quel tipo di approccio che è improntato al capitalismo. Lo stesso può accadere per l’estrema sinistra: se le si chiede perché c’è lo Stato, afferma che esso esiste perché deve distribuire equità sociali, deve proteggere i popoli; se si dimostra ai partiti di sinistra che magari spesso e volentieri questo non avviene, probabilmente smetterebbero di farlo. Quindi concettualmente si va a spostare sia la destra che la sinistra da quelle che sono le loro convinzioni ideologiche principali, e questo in un concetto di produzione di risultati. Ovviamente, dopo questo tipo di lavoro, bisogna produrre qualcosa di nuovo, quindi ci sono gruppi di cittadini che vanno a raccogliere questo tipo di idee e sono occupati a distribuire i beni, far sì che questi concetti della grande società possano essere distribuiti. Se si crede in questo concetto della grande società, si ha il reale potere economico, perché va a disturbare tutto, la destra e la sinistra. Il lavoro che facciamo è quello di cambiare i termini della questione, passando dall’America alla Francia, l’opera è la stessa. Perché questo? Perché tutte le nozioni che stiamo utilizzando hanno i loro limiti, e se questo è vero, allora si può tornare alle origini della metodologia utilizzata. Trovare le basi di questi principi e connettere a questi principi qualcosa d’altro: questo è sempre un concetto. Quel concetto ovviamente richiede sempre una pratica ed ecco come si riesce a distribuire la politica in tutto il mondo.
Dove succede ciò che accade in Comunione e Liberazione? In quale altro posto voi vedete così tanti giovani che lavorano insieme uniti nella costruzione di un capitale sociale che può rappresentare un capitale reale? Quello che dobbiamo prendere noi da voi è questa concettualizzazione dal basso verso l’alto; probabilmente ciò che noi possiamo offrire è la trasmissione di questi concetti in tutto il mondo. Quindi l’istruzione è il welfare, quindi questi sono gli altri temi di cui Dario voleva parlare.
La politica del futuro ha due poli, uno orizzontale e uno verticale. Quello orizzontale è quello dell’uguaglianza, basato sul principio che tutti devono essere uguali. Alla fine però se ci fosse solo quello orizzontale, si avrebbe un qualcosa di totalitario, ci sarebbe una sorta di uniformità. Ecco perché chi vuole il benessere della buona società opta anche per l’approccio gerarchico, in cui si ha un valore al di sopra dell’altro. Anche il valore della uguaglianza, in realtà, richiede che questa uguaglianza debba essere articolata. In questo senso, la traiettoria della politica basata sulla gerarchia, quindi l’articolazione di un qualcosa che deve essere al di sopra o al di sotto di un qualcosa, si accoppia alla democratizzazione, che è al livello orizzontale. Questo è ciò che fa ResPublica.
Per me questo è stato un anno importantissimo: siamo passati da un organizzazione fondata dalla presenza di un’unica persona a un’organizzazione che ne ha venti. Abbiamo duecentocinquanta milioni di sterline disponibili, e probabilmente una persona che guadagnava questo tipo di salario ogni anno verrà a lavorare per noi, un importante manager, per esempio. Questo ci consente di costruire una rete, di costruire la società civile, di creare il bene comune. A breve ci trasferiremo nella nostra nuova sede a Westminster, e credo che rappresenteremo come una giunzione e una combinazione unica in grado di fornire un nuovo tipo di rete, che consenta di condividere i concetti a livello internazionale per trasferirli poi a livello locale. Alla fine è importante riscoprire quell’universo che ci unisce: solamente scoprendo quest’universo che ci unisce, noi potremo capire quelle differenze che ci sostengono. In questo tempo credo che noi facciamo il lavoro per il quale siamo stati costituiti. Grazie.

DARIO CHIESA:
Abbiamo tempo per qualche domanda. C’è già una domanda.

DOMANDA:
É stato menzionato Chesterton insieme ad un altro autore, per quanto riguarda la situazione contemporanea. Io mi chiedo: come si può affrontare questa situazione con quello che è successo nel mondo? Chesterton e un altro autore avevano previsto questa specie di proprietà monopolistica, il trasferimento di massa di denaro nelle tasche di poche persone, che ha contribuito a rendere le problematiche ancora più complesse. Come si può rispondere a questo?

PHILLIP BLOND:
Penso ci siano tanti fattori. Prima di tutto dobbiamo vedere l’alleanza nascosta tra collettivisti, neoliberisti e gli individualisti, perché lo Stato, nei sistemi passati, ha reso possibile la concentrazione della ricchezza nel settore privato, dal 50% del PIL negli anni ’70 a cinque volte tanto adesso, nel Regno Unito. Si può distruggere questa specie di circolo vizioso distruggendo il ruolo centrale svolto dal capitale. Un esempio: lo Stato nell’attività di investimento delle banche. Se io nella città di Londra ottengo l’8% investendo in un certo titolo, guadagno solo il 3%; se si spezza questo legame si riesce a rompere una specie di forza perpetua, si riesce a distruggere la monopolizzazione del capitale e questo poi dopo si propaga a tutto il resto del Paese. Si può far sì che si facciano investimenti più adeguati: si parla per esempio di concorrenza tra le banche. Bisogna cambiare il modello di concorrenza, ma questo non si riesce a fare finché continuiamo a permettere le fusioni, in modo che i gruppi bancari diventino sempre più grandi. In questo caso, però, la concorrenza non fa altro che aumentare le leggi sul monopolio. Bisogna poi cercare di andare contro questo centralismo, per esempio, fornendo dei servizi per gli imprenditori che partano dal basso, in modo che non debbano per forza rivolgersi alle banche e bisognerebbe arrivare a una mutualizzazione della piccola proprietà, come di una squadra di calcio, in modo che ci siano tanti piccoli azionisti che possano decidere. Oppure far diventare proprietà dei cittadini anche altre attività. Quindi avere delle linee di finanziamento che siano pubbliche. La mutualizzazione è già stata teorizzata, e la società diventa sicuramente più interessante, diventa più radicale! Questo si può fare con delle azioni anche semplici, è quello che sta cominciando a succedere, anche se chiaramente ci vorrà tempo. Però ci sono le condizioni per vincere, quando non hai niente da perdere chiaramente è più facile. Abbiamo tanto da imparare da Comunione e Liberazione in Gran Bretagna. Nell’incredibile energia e creatività di questo Meeting, di quello che organizzano, vediamo la forza e l’energia della società civile. In quale misura dipende dalla fede? Dipende dalla libertà religiosa e da istituzioni solide e forti? È una domanda interessante. In Gran Bretagna e a Londra le persone con le quali parlo hanno un odio verso la religione, anche se l’anticattolicesimo, che è abbastanza palpabile nel Regno Unito, è però solo una dimostrazione contro il Papa. Il raduno di trenta persone viene così amplificato dai mass media che alla fine sembra che sia la maggioranza della gente che è contro il Pontefice. Ci sono persone che sono molto più attive politicamente di quanto non lo sia io in certe aree, ma se si procede con deduzioni politiche alla fine si perde. Quello che funziona è quando si comincia a lavorare a partire da quello che è la gente per spiegare loro perché credi in quello che credi. Devi spiegare, questo è un lavoro abbastanza difficile da svolgere, ma necessario. Io ho trascorso dieci anni ad insegnare la stessa lezione sempre: se non credi in niente, non puoi credere in qualche cosa. Se non credi in Dio, vuol dire che non hai nemmeno un sistema a cui credere, non hai dei punti di riferimento, non esiste il pragmatismo, non esiste niente. E quello che poi dopo si fa – questo l’ho imparato dalle persone che sono qui in questa sala – è avere un comportamento che porta alla trasformazione. Non si può forzare la testa di qualcuno e convincerlo ad essere come noi. Non si può, bisogna far capire alle persone che le possiamo aiutare a prosperare, e fargli capire che magari hanno bisogno di qualcosa; non si possono forzare le idee dentro la testa delle persone. Questo è quello che cerco di fare, magari non ci riesco sempre, però cerco di farlo.

DOMANDA:
Sono rappresentante di un istituto degli Usa, vorrei chiedere un paio di cose. Negli USA quello che è stato fatto negli ultimi quarant’anni è cercare di strutturare l’uso del capitale, per esempio per assicurare a tutte le persone la proprietà di una casa, e si è visto se ha avuto successo. È chiaro che negli ultimi due anni sono successe un paio di cose. Sono state incoraggiate le banche a prestare a chiunque perché si voleva raggiungere una percentuale di proprietari di case, c’è stato un boom nell’edilizia, di acquisto di immobili, ma l’aspetto importante è che queste organizzazioni, negli ultimi dieci anni, sono state sostenute dal Governo Federale. Il Governo Federale ha negato di aver dato dei sussidi e praticamente si sono creati due monopoli, perché queste due organizzazioni gestivano l’85% di tutte le attività commerciali inerenti il discorso edilizio. Abbiamo visto le conseguenze catastrofiche di questo atteggiamento. Poi si cercato di iniziare a suddividere il capitale in una maniera più armonica, per avere una società dove le disuguaglianze potessero essere appianate. Chiaramente qualche volta ci sono delle conseguenze che non si volevano.
Volevo chiederle se ci può parlare di un evento specifico in cui le idee della persona che ho citato prima sono state effettivamente messe in pratica senza l’intervento del potere pubblico.

PHILLIP BLOND:
Risponderò prima alla seconda domanda, facendo riferimento agli USA, prendendo ad esempio Walmart e il suo ruolo come internet provider. Nelle scuole di Chicago si è pensato che il monopolio fosse nei benefit pubblici. Il monopolio però non può essere a beneficio di tutta la comunità: se c’è un’economia di scala massiccia, ci sono dei beni che hanno lo stesso prezzo, che però tende ad essere più basso. L’ideologia del libero mercato, nella quale credo io, è diventata essenzialmente una specie di ideologia premonopolistica. In un certo modo penso che i sostenitori del libero mercato hanno dimenticato che non ci può essere un monopolio privato senza l’intervento del potere pubblico, quindi del potere statale. In questo senso c’è una specie di macchia nera, un punto scuro, e mi colpisce perché dire che c’è un monopolio solo se c’è lo Stato forse è sbagliato. Questi sono i competitor nel mercato da 10 a 1, e quest’ideologia tipica della scuola di Chicago è stata adottata da molte persone. C’è una tradizione liberale che emerge dal lavoro di alcuni intellettuali europei, perché i partecipanti al libero mercato siano più pluralistici. Quello che io sostengo adesso è che abbiamo un paradosso, perché la regolamentazione in questo caso è un monopolio. Quindi anche i cosiddetti liberali in Europa sono a favore del monopolio: dicono di essere monopolizzati dalla scuola di Chicago ma alla fine sostengono le stesse tesi. Bisogna uscire da questo monopolio e dobbiamo ripensare il nostro concetto di mercato e ripensare cosa vuol dire avere un mercato libero.
Per rispondere alla prima domanda, guardiamo a cos’è successo. Secondo me il disastro provocato dalla crisi finanziaria, dovuto all’impossibilità di pagare i mutui da parte di tanti americani, è collegata al fatto che si voleva creare una sorta di insicurezza in modo che ci fosse sempre più domanda di sicurezza. Ci sono borse a livello locale, dobbiamo fare in modo che non ci sia solo un mezzo, solo un veicolo disponibile per la gente comune perché in questo modo le persone sono costrette a partecipare alle cosiddette bolle speculative. I primi casi di impossibilità a pagare i mutui subprime non facevano riferimento a queste due organizzazioni delle quali ha parlato lei prima, erano di un’altra organizzazione ancora. Sono stati questi i primi casi di problemi con i subprime. L’aspetto interessante di tutta questa vicenda è che tutta l’economia è crollata, perché abbiamo fatto in modo che le persone fossero vittimizzate, cioè abbiamo pensato che le persone che soffrono di più della situazione economica fossero gli afroamericani, che potevano essere resi delle vittime. Abbiamo creato una specie di sistema capitalizzato, abbiamo creato un sistema a rischio. Pensiamo alla stessa circostanza con le malattie: non potremmo dire che l’AIDS non è un problema perché colpisce soltanto i gay. Può diventare un problema per tutti! Freddy market e Funny may hanno scaricato i mutui, le ipoteche, non hanno fatto altro che trasferire, passare le ipoteche da un aspetto all’altro. Quello che è interessante di tutta questa vicenda è che gli investimenti sono stati fatti tutti nelle comunità povere. Per quanto riguarda questo erano stati fatti degli studi: c’erano sedici volte più possibilità che questi mutui venissero concessi ma tre volte meno la possibilità che ci fosse un default. Non dobbiamo creare un monopolio o una bolla speculativa, dobbiamo ritornare a quello che c’era nel medioevo, cioè vari livelli, varie fasi di proprietà. Dobbiamo ricreare una pluralità di forme di proprietà, perché così creiamo quelli che io ho chiamato i firewall, cioè le barriere all’interno del sistema. Se c’è solo un sistema di capitali tutto diventa molto più difficile, mentre invece nel Medioevo, per esempio, c’erano vari sistemi di capitali. Se si costituiscono varie forme di beni, di proprietà, allora si riesce in qualche modo ad evitare che si possano ripetere crisi come quella che c’è stata adesso.

DOMANDA:
Vorrei commentare brevemente l’aspetto che fa riferimento a quello che ha detto Phillip finora. Sarebbe ingenuo vedere questa sorta di estensione della proprietà come quella che noi abbiamo visto negli ultimi anni, come una sorta di generosità neoliberista. Perché in realtà ciò che è accaduto ha avuto a che fare con una caratterizzazione della società in America e in Gran Bretagna; è stato tutto connesso alla speculazione e inoltre ha creato una sorta di bolla non controllata, con cui la grossa finanza ha giocato. E ovviamente il crollo economico in parte è anche stato dovuto ai problemi nel mercato immobiliare. Poi ci sono state anche altre bolle. Quindi in qualche modo anche il ruolo dello Stato va tenuto in considerazione, perché ovviamente certe cose non dovevano essere consentite. Le speculazioni ingiustificate rappresentano un aspetto importante della questione, però per sostenere quello che Phillip ha detto, credo che abbiamo bisogno di una rimutualizzazione del mercato immobiliare, perché le persone hanno bisogno di diverse forme di proprietà. Phillip inoltre parlava di diversi livelli di proprietà nel Medioevo: noi possiamo ripensare l’intera questione, l’intero aspetto delle ipoteche come una proprietà graduale. Se si concede un’ipoteca, si trasferisce una parte di rischio, ed è quello che una società edile dovrebbe fare. Investire in quella determinata famiglia o in quella determinata casa. Tutti i soggetti sono proprietari e se si fa il tutto su base sistematica, il sistema funziona e anche gli interessi che si pagano sulla ipotetica non vanno concepiti come un ripagamento, come una restituzione del debito, ma come una sorta di riacquisizione graduale di azione all’interno della stessa società costruttrice. In quel caso si contribuisce a costruire l’autointeresse della società edile e l’autointeresse della famiglia: una sorta di interazione reciproca, dove appunto tutti partecipano. Così si ha una relazione.

PHILLIP BLOND:
L’ho detto nell’ambito della presentazione che ho fatto prima: l’economia del XXI secolo sarà un’economia mutualizzata, reciproca, basata sulle relazioni, sui modi in cui le relazioni possono essere a costo più basso. Quindi se per esempio si pensa ai costi delle transazioni è come se ci fosse un sospetto. Per esempio, i contratti del servizio pubblico. Questi hanno dei prezzi: i materiali, il sistema degli appalti. Questo sistema degli appalti in alcuni casi è così estremo che molte piccole medie imprese non riescono a partecipare. L’unico modo per avere un’economia di beneficio reciproco è ristabilire la reputazione reciproca, la fiducia, cercare di allontanarsi da un tipo di sistema contrattuale, che fa sì che riescano ad essere commercializzabili quegli aspetti che in realtà sono di beneficio reciproco. Per esempio la corruzione: qual è il costo economico della corruzione? Enorme! È un qualcosa che fa sì che la società sia primitiva, è un qualcosa che distrugge. Prendiamo per esempio l’Ucraina: sono ben istruiti, e questo in tutti i paesi, ma c’è un tasso, un livello di corruzione che è eccezionale. Come si riesce a risolvere quel problema? Quello che noi vogliamo fare è cercare di prendere tutti i giovani, tutte le persone, portarle magari in Occidente e inculcargli quel tipo di istruzione che potrebbe aiutarli a sradicare la corruzione. Anche da un punto di vista un po’ più semplice, si vede che il costo di non avere la mutualità è troppo elevato e i grandi disastri economici del XX secolo fanno sì che il mercato sia schiacciato. L’economia delle relazioni è quello su cui dovremmo puntare, allora in quel caso si avrebbe un mercato realmente libero.

DARIO CHIESA:
In Italia abbiamo circa l’80% di proprietà delle case e questo senza avere creato grossissime bolle immobiliari, almeno rispetto agli altri paesi. Qualche tempo fa ci eravamo preoccupati perché i giornali dicevano che la Spagna aveva superato l’Italia. Dopo qualche mese la Spagna si è trovata in una grossa bolla immobiliare, mentre noi bene o male ce la stiamo cavando. Credo che la differenza stia in parte in quanto stavamo dicendo prima, e cioè che da noi la casa è un bene di uso, si compra una casa per abitarci. La parte infatti che sta rischiando è chi ha investito nella casa come se fosse una security, una equity qualsiasi. Così il valore d’uso non c’è. È questa la base della bolla dei subprime, perché sono stati considerati degli investimenti puramente finanziari ed a un certo punto sono scoppiati. Chi ha dei problemi con il mutuo, qui da noi, abita dentro la casa. È come se pagasse un affitto, magari un po’ esoso, per un bene che comunque utilizza. Credo che questo sia abbastanza significativo di come si possano affrontare i problemi dell’economia e della finanza, al di là dell’economia reale. Questo della casa credo sia un buon esempio.

DOMANDA:
Vorrei chiederti di commentare un po’ di più il ruolo delle banche. Perché una delle cose che ho sentito fa riferimento a queste grosse relazioni. Anche se ci fossero più banche, in qualche maniera sarebbero interrelate fra di loro. E allora se ci fosse una banca che va giù, si porterebbe dietro tutte le altre. Come si fa a fare in modo che le banche non siano così dipendenti l’una dalle altre, riuscendo a finanziare le varie attività? C’è un altro commento che vorrei fare: mi sembra che uno dei grossi problemi del nostro sistema era che le persone vendevano dei problemi quando in realtà non sapevano neanche cosa stavano vendendo. Questa è una grossa responsabilità. Alla fine la cosa importante è quella di investire sull’istruzione delle persone.

PHILLIP BLOND:
Credo che sia una domanda molto interessante per cui non riesco a darti una risposta così diretta. Ci sono due cose che non si possono fare: non si può avere un monopolio da parte di una banca, delle banche, in cui c’è, per esempio, una quantità di denaro che è come se si autoalimentasse, però non si può tornare ai vecchi giorni quando non c’era affatto capitale, non c’erano banche e quindi non c’era attività creditizia. Quindi il capitale funziona e trasforma il mondo solo se è concentrato, perché così si può far leva, lo si può scambiare con dei beni, con del capitale. Quindi bisogna concentrare il capitale. Ma come lo si fa non avendo un monopolio? Ed è qui che la questione si fa interessante. Noi lavoriamo per esempio con la borsa di Londra esattamente su questo aspetto: c’è un modo attraverso il quale la Borsa riesce a conteggiare il capitale e le banche catturano essenzialmente questo tipo di capitale e poi lo distribuiscono con dei crediti, con dei mutui. C’è un modo per bypassare le banche e creare una sorta di soluzione di rete da questa concentrazione di capitale, attraverso una sorta di valvole a senso unico, cosicché le persone possano accedere alla quantità di credito di cui hanno bisogno, alla concentrazione di cui hanno bisogno, senza andare a creare questo rischio asistemico, e credo che ci sia un modo per farlo. A volte questo è il problema: non vogliamo tornare ai giorni in cui non si riusciva affatto ad avere dei crediti, dei finanziamenti, in cui soltanto i ricchi potevano fare qualcosa. Questo è il tipo di meccanismo sofisticato nel quale dobbiamo essere coinvolti.

DARIO CHIESA:
Direi che il dibattito di stasera ha aumentato il numero delle aree che sarebbe interessante continuare ad esplorare. Un buon auspicio per il prossimo anno di riprendere questa avventura. Un punto interessante lo aveva sollevato il dottor Gambescia, quello sugli aspetti territoriali che sono, per noi in Italia, un grosso problema, ma anche per l’Inghilterra che ha avuto dei grossi problemi. Questi sono stati risolti in parte attraverso meccanismi di tipo finanziario o puramente economico. L’attuale crisi mi sembra che stia dimostrando che tutti questi meccanismi solamente finanziari ed economici non siano sufficienti. Questo porta un po’ il discorso, nel nostro linguaggio, a riporre al centro, come dice la dottrina sociale della Chiesa, la persona. Ma la persona è la sua unità. Questa unità della persona non c’è solamente nel ricevente o nel soggetto-oggetto della ricerca dei Think Thank, delle Fondazioni, ma è anche una ricerca di unità del ricercatore stesso, di chi opera all’interno dei Think Thank. Avete usato il termine pre-politico. Ma pre-politico è la persona, esattamente. È la persona nella sua unità, nella sua integrità in tutti i suoi – per rimanere nel tema di questo Meeting – desideri, con un cuore che li persegue. Questa non è una risposta sentimentale, ma la radice di tutto il lavoro che una Fondazione culturale, un Think Thank o comunque lo si voglia chiamare, deve avere come suo metodo di lavoro e, quindi, come esito finale, un servizio reale alla società. Con questo ringrazio tutti quanti, tutti i relatori e tutti gli intervenuti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2010

Ora

19:00

Edizione

2010

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria