FONDAZIONI PER UN MONDO CHE CAMBIA - Meeting di Rimini
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FONDAZIONI PER UN MONDO CHE CAMBIA

Fondazioni per un mondo che cambia

Partecipano: Ian Linden, Director of Faiths Act, Tony Blair Faith Foundation; Andrea Peruzy, Segretario Generale Fondazione Italianieuropei. Introduce Dario Chiesa, Responsabile Dipartimento Relazioni Internazionali della Fondazione per la Sussidiarietà.

 

DARIO CHIESA:
Buonasera, grazie di essere intervenuti. Questo è il secondo intervento della serie di incontri che abbiamo chiamato Workshop, laboratori, proprio perché vogliono essere un inizio di lavoro e non una presentazione formale. Presentazione di che cosa? Di alcune Fondazioni. L’idea ci è venuta considerando che al Meeting partecipano diverse esponenti del mondo accademico ma anche molti esponenti di Fondazioni. La nostra, promotrice insieme al Meeting, la Fondazione per la Sussidiarietà diretta dal professor Giorgio Vittadini, ha una serie di relazioni con diverse Fondazioni, italiane e internazionali. Abbiamo ritenuto opportuno fare questa serie di incontri con alcune Fondazioni presenti al Meeting, con cui collaboriamo, per affrontare un problema che secondo noi può diventare veramente importante. Il titolo, come avete visto, è Fondazioni per un mondo che cambia. Credo sia sotto gli occhi di tutti che questo nostro mondo stia cambiando, forse anche più velocemente di quanto molti di noi preferirebbero. In questi cambiamenti, le Fondazioni possono giocare un ruolo importante, purché abbandonino questa astrattezza che finora, almeno nel nostro mondo, forse nel mondo anglosassone un po’ meno, ha caratterizzato il concetto di Fondazione: creazione di cultura elitaria, spesso con scarsi risvolti operativi per la società.
La nostra Fondazione, che abbiamo presentato ieri sera, ma credo anche le Fondazioni che parteciperanno a questa settimana di incontri, considerano invece le Fondazioni come luogo di produzione di cultura e di incontro perché questa cultura diventi azione nella società. Abbiamo anche messo un sottotitolo, indicando due aree che, per noi Fondazione per la Sussidiarietà, sono particolarmente importanti per l’applicazione di questo principio: welfare ed educazione. Prima, Ian Linden mi chiedeva cosa intendiamo per welfare qui in Italia. Gli abbiamo detto che noi usiamo la parola inglese, forse perché questo concetto, da un certo punto di vista, non è italiano. Ma se guardiamo alla storia del nostro Paese, a come durante i secoli, a partire dai cosiddetti secoli bui, in realtà vi sia stata tutta un’opera, essenzialmente a cura della Chiesa, di aiuto, e quindi di inizio degli interventi che adesso definiamo di welfare, allora si capisce perché, almeno noi della Fondazione per la Sussidiarietà, pensiamo che welfare ed educazione non siano solamente un compito dello Stato moderno, ma siano un compito della società, secondo gli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa. Non solo, perché il concetto di sussidiarietà oramai si sta diffondendo: il welfare comincia a diventare un modo di concepire lo Stato o, meglio, la società, piuttosto che non una serie di interventi istituzionali da parte dello Stato.
Per quanto riguarda l’educazione, è per noi un elemento fondamentale di ogni società. Credo che su questo, pochi siano in disaccordo, per cui il problema non è l’importanza dell’educazione ma cosa noi intendiamo per educazione. Pensiamo che l’educazione non sia, ancora una volta, un compito esclusivo dello Stato, ma essenzialmente della società, a partire dalla famiglia. E’ un problema che abbiamo particolarmente qui in Italia, per esempio nel mondo anglosassone è molto meno sentito. Espressioni molto diffuse, per esempio, negli Stati Uniti, come la Home Schooling, la scuola a casa, per noi sono abbastanza inconcepibili. O cito la confusione che facciamo in genere tra le Public Schools inglesi, che non sono statali, mentre per noi la scuola pubblica è la scuola di Stato. Bene, chiuderei qui, alla fine vi comunicherò gli altri incontri che sono in Programma. Darei inizialmente la parola a Ian Linden, Responsabile del Director of Faiths Act della Tony Blair Foundation di Londra. Il secondo intervento sarà di Andrea Peruzy, Segretario Generale della Fondazione Italianieuropei.

IAN LINDEN:
Grazie, Dario. Congratulazioni per l’ottima idea di andare a considerare ciò che noi definiamo società civile per l’interazione con il lavoro delle Fondazioni. Ero qui lo scorso anno, assieme a Tony Blair, e quest’anno è una bellissima sensazione essere tornato, un bel follow up, un bel riscontro che ci consente di andare a spiegare il lavoro di una importante opera di Tony Blair, appunto, la Tony Blair Foundation, nell’ambito della quale io lavoro, occupandomi di politiche. Credo che la Fondazione sia giunta alla conclusione che la grossa questione per il XXI Secolo sia molto semplice: chi è il mio vicino. Questa domanda è rilevante, sia perché noi viviamo all’interno di una società globalizzata, sia perché viviamo all’interno di una società civile sempre più caratterizzata dalla contestazione, più che dalla cooperazione. E’ un mondo che riunisce le fedi, le mette faccia a faccia, una di fronte all’altra, e queste fedi hanno un motivo giustificato per porre appunto questa domanda: chi è il mio vicino? Non è soltanto una domanda cristiana, quella legata alla compassione, all’ospitalità, che è comune alla maggior parte delle fedi nel mondo. È una domanda molto importante, perché i prerequisiti di questa domanda, che potrebbero non essere affrontati o non essere compresi dalla società, non ci consentono poi di vivere in maniera armoniosa.
Noi riteniamo che l’educazione e ciò che definiamo l’azione sociale per il bene comune, il welfare, indipendentemente dal termine che volete utilizzare, siano fattori che confluiscono. E necessitano di una migliore comprensione nei confronti delle altre religioni. Se comprendo ciò in cui tu credi, possiamo lavorare insieme per il bene comune, anche se in realtà la tua religione è diversa dalla mia o sbagliata. Questa in realtà è la domanda dell’altro che trova una risposta, per cui si giunge, nello stesso luogo, alla stessa conclusione. Se si lavora insieme in amicizia, per il bene comune, si sviluppa amicizia: è questo il cuore della questione. Ovviamente, la logica è più legata al cuore che all’intelletto, e anche questo potrebbe essere l’inizio di una discussione riguardo a quelle che sono le nostre differenze. Ciò che invece abbiamo in comune è questo tentativo di comprenderci.
Noi abbiamo dei Programma, uno legato appunto all’azione sociale, l’altro a ciò che noi definiamo in generale istruzione, che in realtà fa riferimento alle scuole e all’istruzione superiore, universitaria. Io mi sono occupato di questo Programma per i primi due anni, è stata un’esperienza veramente affascinante. Abbiamo sviluppato una sorta di Programma di fellowship, multi religioso, che comprendeva persone giovani, fra i 20 e 27 anni, che venivano dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dal Canada. Volevamo condurre una sorta di progetto pilota, quindi abbiamo scelto persone provenienti da questi Paesi perché erano tutti anglofoni. Probabilmente l’anno prossimo recluteremo anche persone dall’India, perché è molto importante avere persone che vengono anche da altre fedi religiose e che non hanno necessariamente gli stessi problemi dell’Africa o di altri luoghi e di altre fedi.
Il Faiths Act Programme ha cercato di mobilitare le varie comunità religiose riguardo al raggiungimento degli obiettivi del Millennio. Abbiamo cercato di creare una sorta di gruppo di giovani d’avanguardia, che consentisse ad ebrei e musulmani, nell’ambito delle loro rispettive comunità, di eliminare, per esempio, la malaria, così come agli Indù, e ai Sikh, in collaborazione con i cattolici dell’Irlanda del Nord, relativamente all’assistenza all’infanzia. Abbiamo appreso moltissimo, in questo periodo del progetto pilota. Si sono sviluppate attività di amicizia – fortunatamente non ci sono state storie d’amore, probabilmente i genitori non sarebbero stati molto contenti – e siamo stati in grado di far sì che i giovani potessero scambiarsi convinzioni profonde.
Il secondo Programma di cui vorrei parlarvi è il Face to Faith Programme, un programma internazionale veramente molto interessante per gli studenti della scuola secondaria, che mira a costruire la cittadinanza globale, a sviluppare l’alfabetizzazione religiosa e a favorire il rispetto e la comprensione reciproca fra gli studenti di diverse culture religiose. Si basa sull’apprendimento inter pares, per così dire: uno strumento che consente agli studenti di apprendere gli uni dagli altri, dando loro l’opportunità di avere discussioni e dibattiti che vadano al di là dei confini nazionali religiosi, tramite la tecnologia della videoconferenza. Questi che vedete sulla slide sono i 13 Paesi in cui abbiamo operato. Negli ultimi giorni, ho ricevuto un’e-mail dal Ministro dell’Istruzione del Pakistan, che ha espresso la sua gratitudine per il fatto che gli studenti del suo Paese partecipassero a questo Programma. Negli Stati Uniti c’è battaglia perché la Costituzione ha una posizione particolare riguardo all’insegnamento della religione nelle scuole. Però credo che riusciremo a ridefinire la situazione a settembre prossimo.
Il Programma dà agli studenti la possibilità di dire la loro riguardo a ciò che avviene nel mondo e di esprimere un’opinione riguardo a questioni di globale importanza. Dà loro la possibilità di comprendere come funzionino le culture e le religioni del mondo e anche di trovare soluzioni ai problemi. Face to Faith è un programma basato sull’educazione, quindi non ha a che fare con la promozione di una qualche religione in particolare, ma è volto a incoraggiare gli studenti ad apprendere di più sulle religioni. Non tende ad attrarli all’interno di una cultura religiosa ma, ovviamente, neppure ad escluderli dalla religione nella quale la loro famiglia, la loro cultura li hanno posti. Un Programma unico nel suo genere, per i giovani, perché si occupa di tutta una serie di sfaccettature dell’esistenza umana che spesso vengono ignorate perché sono aspetti tendenzialmente controversi.
In tutto il mondo, i sistemi di istruzione cercano di adeguarsi al fatto che il mondo è globalizzato, e quindi ci sono cambiamenti dal ritmo estremamente veloce: è assolutamente impossibile prevedere come sarà la realtà del futuro.
In passato, si riteneva che questo programma alcune zone in particolare. Molte persone ci chiedono: se parlate dell’educazione alla cittadinanza globale, perché parlate di religione? Ovviamente, non c’è una risposta. Probabilmente, la risposta a questa domanda potremmo vederla, in questa diapositiva che rappresenta il globo terrestre. Potremmo ridefinire i confini sulla base delle informazioni che abbiamo raccolto con la seguente domanda: “Qual è l’importanza della religione nelle tua vita quotidiana?”. Se associassimo alle risposte i dati sulla dimensione della popolazione, avremmo un’altra immagine: l’Asia meridionale, l’India, il Pakistan avrebbero dimensioni molto più grandi. La fede religiosa è molto forte soprattutto in quei Paesi le cui economie crescono più velocemente, il che ovviamente implica che la fede non sia semplicemente un concetto relativo al mondo contemporaneo ma anche al mondo che abiteremo in futuro.
Il Programma Face to Faith vuole migliorare l’alfabetizzazione religiosa degli studenti: c’è spazio per tutti, per il credo religioso e anche per l’assenza di credo religioso. Il Programma cerca di dare agli studenti la possibilità di apprendere tante religioni, attraverso tutta una serie di risorse e, in maniera particolarmente significativa, attraverso il confronto con i loro compagni. Le discussioni hanno luogo all’interno di una classe: questo è significativo e spesso comporta che la discussione sia impegnativa e di qualità elevata. Gli studenti vengono incoraggiati a pensare a tutta una serie di questioni e, ovviamente, a trarre poi autonomamente le loro conclusioni.
Perché le fedi dovrebbero essere escluse da questo processo intellettuale? L’argomento che gli studenti potrebbero essere convertiti dalle idee è abbastanza debole come argomentazione, perché ovviamente gli studenti studiano storia, a scuola, vengono a sapere dell’Olocausto: ma il fatto che siano esposti a queste idee, che comprendano il background, lo scenario che è stato alla base dell’antisemitismo europeo, non li rende certamente antisemiti, né insinua in loro istinti al genocidio. In effetti, l’esperienza ci dice che gli studenti vengono fuori da questo processo ancora più rafforzati nelle posizioni che avevano all’inizio, e che hanno la necessità di approfondire ulteriormente la loro comprensione dei fenomeni. Ovviamente, questo fa anche sì che le persone siano più convinte nell’articolare la propria fede. Infatti, una delle metodologie che utilizziamo nei nostri programmi li aiuta a relazionarsi con gli altri gruppi e ad esporre gli aspetti importanti della loro religione. E’ una espressione che in inglese suona come Speak Fighting, ed è una sorta di vaccinazione contro l’estremismo. Uno dei motivi, infatti, per cui i giovani diventano estremisti religiosi, è perché la prima volta che incontrano la religione lo fanno in forma fondamentalista, estrema. Una forma che in realtà non tollera la messa in discussione, il dissenso, quindi che insegna con parole che picchiano all’interno delle loro teste ed escono ancora più rafforzate dalle bocche. Questo approccio viene sostenuto da quel genere di istruzione che in realtà evita discussioni sulla religione, una educazione che privilegia la prospettiva religiosa rispetto alla religione, e suggerisce che la religione, di per sé, sia monolitica, fondamentalista e razionalista.
Gli studenti il cui primo incontro con la religione è basato sul dialogo, sul rispetto all’interno della classe, ad esempio, si trovano in una posizione diversa. Sono abituati a porre domande, conoscono alcuni dei concetti che vengono discussi e, cosa ancora più importante, sanno che ci sono differenze all’interno di ciascuna fede religiosa. La conseguenza è che un’interpretazione esclusiva non viene contemplata. L’incontro chiave con i nostri studenti avviene tramite una videoconferenza moderata: ci sono schermi attraverso cui gli studenti si guardano reciprocamente e una persona che modera la discussione. Gli studenti incontrano direttamente l’altro, apprendono da lui e insieme insegnano qualcosa in merito alle proprie convinzioni culturali. Questo consente loro di andare oltre gli stereotipi che vengono presentati dagli altri mezzi di comunicazione, di incontrare direttamente gli altri giovani, apprendere dalle loro culture e dai loro punti di vista, consolidare rapporti basati sulla comprensione reciproca.
Sebbene ogni videoconferenza in realtà duri circa un’ora, gli studenti sono in grado di continuare le discussioni tramite una comunità online. E’ una cosa molto interessante vedere che spesso sono gli stessi genitori che seguono l’esempio dei figli e cominciano a comunicare gli uni con gli altri. Questo tipo di comunità online dà agli studenti e agli insegnanti, innanzitutto, la possibilità di avere un sito di networking sociale e globale, e di avere l’opportunità di proseguire poi discussioni che sono emerse durante i momenti comuni. Oltre a questo, c’è l’opportunità di condividere esperienze attraverso i blog, video condivisi, o semplicemente di parlarsi con l’e-mail o l’instant messaging.
Ovviamente, la sicurezza di queste discussioni online è importante: c’è un sistema sicuro, tutto il traffico viene monitorato, e l’utilizzo di comportamenti e di linguaggi non appropriati comporta l’esclusione, la sospensione della persona dal sistema e la comunicazione immediata all’insegnante. Il ruolo degli insegnanti è vitale: con loro, il nostro Programma mira a sviluppare un sistema globale, soprattutto dove il sistema dell’istruzione è secolare o, affidandosi eccessivamente alle pedagogie didattiche, in realtà scoraggia lo sviluppo del dialogo. Il Programma offre tutta una serie di strumenti didattici che consentono agli studenti di prepararsi alle videoconferenze e che gli insegnanti sono poi liberi di adattare per ottimizzarne l’efficacia all’interno dei vari certi contesti culturali. Un punto molto importante per noi è che il dialogo basato sul rispetto sia un’attività appresa e insegnata in ogni classe.
Ecco perché abbiamo previsto un progetto progressivo di insegnamento per gli insegnanti, che offre loro una serie di materiali da utilizzare come strumenti efficaci dal punto di vista pedagogico, per migliorare l’apprendimento cooperativo e favorire la costruzione del dialogo. Dopo un modulo introduttivo, che si concentra sulle abilità necessarie per realizzare un dialogo efficace, ci sono altri moduli che si incentrano su questioni globali, come ad esempio la ricchezza o l’ambiente. Questi macrotemi vengo approcciati attraverso la lente della fede. Gli studenti hanno la possibilità di relazionarsi a questi temi, grazie a un’azione che li incoraggia a coinvolgersi in attività concrete all’interno delle proprie comunità, dove affrontare queste questioni e trarre ispirazione dai risultati. Ci sono studenti di una scuola di Long Island, negli Stati Uniti, che sono stati incoraggiati da una videoconferenza incentrata sulla scuola nei territori palestinesi e hanno organizzato una giornata di lavaggio delle auto per raccogliere fondi per acquistare un computer per queste scuole. E’ una dinamica importante: spesso e volentieri si ha la possibilità di coinvolgere i genitori. Nel caso specifico, c’erano genitori dei territori palestinesi che avevano la possibilità di confrontarsi con quelli americani.
E’ un Programma nuovo, ciò nonostante abbiamo avuto il riscontro di un grande coinvolgimento da parte degli insegnanti. I professori con cui abbiamo lavorato amano i nostri approcci e questo ha fatto sì che il loro intervento all’interno delle classi fosse molto efficace e che Face to Faith si sviluppasse in questo spirito. La nostra intenzione è coinvolgere molte altre scuole nei Paesi che lavorano con noi e al tempo stesso ampliare il numero dei Paesi coinvolti. Sappiamo che la fede religiosa spesso può essere utilizzata per causare problemi nel mondo, ma auspichiamo di avere sempre più esempi di una fede religiosa che riunisce i mondi o i Paesi. Ci auguriamo che Face to Faith sia un passo in avanti verso questo obiettivo.
C’è un altro Programma universitario, lo racconto in breve. Finora abbiamo cercato di creare una sorta di modello, una struttura di base per un corso universitario sulla fede e la globalizzazione, perché pensiamo che la globalizzazione sia la forza più significativa, la più efficace sulla fede. Le comunità religiose sono di per sé forze significative, quando si tratti di influenzare in maniera rilevante gli impatti della globalizzazione. Al momento, noi abbiamo moltissime Università che lavorano con noi. Abbiamo cominciato con Yale, negli Stati Uniti, poi Mc Gill, in Canada, Durham nel Regno Unito, Monterey in Messico, che ci apre la strada al mondo dell’America Latina. Ci sono anche altre università, per esempio, Pechino: troviamo che questo sia un modo interessante per avviare il corso. I corsi stessi sono molto diversi: se il corso di Yale è interessato agli aspetti pubblici, quello di Singapore fa maggiormente riferimento alla realtà asiatica. Quello di Durham, invece, è ancora diverso dagli altri.
Alla base di tutto, c’è una generazione di studenti che si interessano all’azione sociale. Noi puntiamo su una sorta di campagna globale che coinvolga tutti coloro che lavorano al Programma per il raggiungimento degli obiettivi del Millennio. Riteniamo che gran parte di questi obiettivi non possano essere raggiunti completamente: dal punto di vista dei temi legati all’assistenza sanitaria, questo è un aspetto tragico. Ci sono persone in preda alla disperazione per le condizioni di povertà nel mondo: ma noi ci occupiamo di raggiungere l’obiettivo del secolo, almeno relativamente alla tubercolosi e alla malaria perché sono malattie prevenibili, che probabilmente causeranno più morti di un femore rotto. E’ un obiettivo che si può raggiungere e che potrebbe rappresentare un grosso passo in avanti: è importante che anche in Italia, per esempio, si sappia di più sulla malaria e sulla storia della diffusione di questa malattia. Mussolini fece delle bonifiche a questo riguardo. La prima guerra biologica è stata quella delle truppe naziste, che cercarono di riportare la malaria nelle pianure pontine: anche l’avanzamento delle truppe alleate, dunque, avrebbe avuto degli effetti sulla malaria. La malaria è qualcosa con cui l’Italia non ha mai avuto a che fare, voi avete avuto un record straordinario nello sradicarla: per noi, questo è un obiettivo politico. Grazie.

ANDREA PERUZY:
Buonasera. Innanzitutto, ringrazio sentitamente il Meeting per avermi invitato nuovamente. Sono venuto un paio di anni fa, rimango sempre molto colpito, dalla capacità organizzativa, dalla professionalità, dalla passione, dalla dedizione. E siccome poi mi capita di conoscere qualcuno, soprattutto nella Fondazione per la Sussidiarietà, queste stesse qualità le ritrovo anche negli incontri vis a vis: e allora il Meeting è un po’ la dimostrazione plastica, forte, di tutte queste caratteristiche. Quando sono stato chiamato, il tema era la Fondazione Italianieuropei. Vi confesso che faccio una certa fatica a parlare della Fondazione, forse perché non sono un ottimo uomo di marketing, ma anche perché il progetto della Fondazione, che ha 12 anni, coincide con un periodo, una parte importante della mia vita lavorativa, e ho sempre fatto una certa fatica a parlare di me, pur dovendo mettere a tema una esperienza comunque esaltante. Anzi, devo dire assolutamente esaltante. Quindi, quando il mio angelo custode mi ha chiamato, credo una quindicina di volte, per chiedermi se avevo preparato una presentazione in power point, gli ho detto: no, non l’ho preparata, faccio fatica a mandare in power point parte della mia vita. Insomma, mi scuserete se parlo a braccio, in modo confuso.
La Fondazione Italianieuropei è un centro di cultura politica, un centro di ricerca dove si discutono, si promuovono, si confezionano e si cercano di vendere idee. E’ nato 12 anni fa con una precisa collocazione nel centrosinistra, da un gruppo di personalità: ricordo Carlo Azelio Ciampi, Giorgio Napoletano, i due attuali Presidenti, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Le nostre attività sono incentrate principalmente sull’agenda politica nazionale e internazionale, principalmente europea. Abbiamo un sito una piccola società editrice che pubblica un bimestrale. La confezione e la diffusione dei nostri prodotti avviene attraverso il sito, il bimestrale, gli strumenti tradizionali che usano un po’ tutti i centri di ricerca ed editoria. In questo non c’è nulla di particolarmente nuovo, innovativo o straordinario. In 12 anni ci siamo occupati di tantissime cose, al punto che – stavo pensando – è arrivato il momento di fare una sorta di summa, una raccolta dei temi salienti dell’agenda politica e delle cose che abbiamo detto: giuste, sbagliate, riprese, non riprese.
Quando il progetto della Fondazione fu pensato, strutturato, era veramente un elemento nuovo, nella sinistra e nel centrosinistra: esistevano, ed esistono tuttora, prestigiosi istituti di ricerca, centri storici. Non esisteva un centro di elaborazione politica, dichiaratamente di area ma indipendente dal partito o dai partiti. La Fondazione si finanzia attraverso i contributi delle aziende e dei privati, non attraverso il contributo del partito o dei partiti. E’ molto faticoso, però siamo abbastanza orgogliosi di questa nostra piccola, faticosa indipendenza. Se dovessi definire gli ingredienti, negli anni della nostra storia, penso che direi una giusta distanza, né troppo lontano né troppo vicino dai partiti, dai centri di potere: la dico così, male. Non troppo distanti, perché sono loro i fruitori delle nostre idee; non troppo vicini, per poter essere in grado di dire, più o meno liberamente, quello che pensiamo.
Credo che un altro requisito sia la capacità di accogliere e dialogare con persone, centri, istituzioni di idee diverse dalle nostre. Abbiamo strutturato negli anni una serie di collaborazioni molto forti di cui una, bella, intensa e importante, con la Fondazione per la Sussidiarietà. E collaboriamo un po’ con tutti, o buona parte, i think tank e i centri di ricerca italiani, europei ed internazionali. Non sto a farvi l’elenco, perché è lungo. Un altro requisito è la varietà delle fonti di finanziamento: è importante non dipendere da una sola, ma avere un discreto spettro di persone che possono fare donazioni, finanziare programmi pluriennali di ricerca o singoli eventi. E la quarta caratteristica, il quarto ingrediente, è una struttura, un’organizzazione permanente, un gruppo di persone che lavorino più o meno full time, con passione e dedizione, al progetto. Quando è nata la Fondazione, esistevano pochi altri centri: oggi, come spesso accade in Italia, c’è una proliferazione, quasi ogni leader politico si disegna la sua struttura. Credo che un elemento distintivo sia ancora oggi la capacità di avere una struttura, con persone che ci lavorano, è un segno di serietà professionale.
Venendo qui ho incontrato un amico, Maurizio Lupi, appassionato di maratona: lo ero anche io. Per stare in un centro di ricerca bisogna essere maratoneti, non è una gara di 100 metri, bisogna essere capaci di stare sull’agenda politica di un Paese complesso come l’Italia. Ecco un’altra caratteristica: la tempestività, il timing, bisogna avere un orizzonte di ricerca non troppo breve né troppo lungo: e questo in Italia, credetemi, è complicato, molto complicato.
Con una semplificazione, potrei dire che 12 anni fa il modello era di ispirazione anglosassone. I think tank negli Stati Uniti, in parte anche in Gran Bretagna, hanno origini, storie tali – difficile paragonarsi a loro – capaci di attrarre finanziamenti. Lì c’è mecenatismo, c’è un sistema fiscale di sgravi completamente diverso. Tuttavia, la Fondazione, molto vagamente, si ispirò a quel modello, se non altro per non seguire il modello tradizionale degli Istituti di Cultura e Storici del centrosinistra di allora. In questi anni ci siamo impegnati in una serie di iniziative, di programmi.
Oggi siamo sollecitati a parlare di welfare e di education. Una delle cose più recenti di cui stiamo trattando è proprio un approfondimento sui temi del lavoro, con gli amici dell’Intergruppo coordinato dalla Fondazione per la Sussidiarietà. L’Intergruppo è un gruppo di Parlamentari di diverse sensibilità politiche – credo siano arrivati a circa 300 – il cui lavoro è coordinato e raccolto dalla Fondazione per la Sussidiarietà. Ha avuto il merito di mettere insieme altre Fondazioni, altri centri di ricerca, varie esperienze politiche, di centrosinistra, di centrodestra, cattoliche, e insieme svolgiamo un lavoro di raccordo. E’ un’esperienza molto significativa, perché cerca di rappresentare una particolarità dei rapporti tra le Fondazioni, i centri di ricerca e la politica, che è molto ben presente negli Stati Uniti.
Quello che manca oggi nel nostro sistema, è ciò che gli americani chiamano Delivery: un centro può discutere, elaborare, strutturare, confezionare ricerche, programmi, con varie forme editoriali, ma credo che una delle soddisfazioni possa essere trasmetterle a chi poi deve legiferare. E il Delivery significa proprio la consegna, il portare queste cose a destinazione: questo nesso è in Italia un po’ più faticoso che negli Stati Uniti, proprio per la natura del sistema politico che là è molto più snello, rapido, fluente, anche trasparente. Da noi è un po’ più complesso, un po’ più complicato, è affidato a volte a contingenze. Cito un caso che ci riguarda: noi abbiamo contribuito alla formazione di parte del Programma Elettorale del centrosinistra e del Partito Democratico, in particolar modo sui temi della salute. E siamo riusciti in qualche modo a incidere, sotto forma di Proposte di Legge, perché colui che ci rappresentava, il Direttore della nostra ricerca, era in quel momento anche il Presidente della Commissione Sanità, quindi il nesso era quasi naturale.
Noi ci siamo occupati di varie cose. Naturalmente, oggi siamo qui a focalizzare la nostra attenzione su welfare e su education. Su questi temi abbiamo scritto vari documenti, tonnellate di documenti. Non vi sto a tediare. Vorrei accennare brevemente alcuni temi relativi a welfare ed education. Per quanto concerne il welfare, vorrei soffermarmi un momento sul lavoro, perché mai come nel contesto della globalizzazione il lavoro è stato fortemente penalizzato da uno sviluppo distorto, negli ultimi 10, 15 anni, uno sviluppo che ha premiato la rendita finanziaria, l’accumulo del capitale, la speculazione. D’accordo che un eccesso di protezionismo nei mercati è assolutamente da moderare, se non da rifuggire, però la loro necessaria apertura, credo debba essere accompagnata da un’espansione dei diritti sociali e da un deciso sostegno alle politiche del lavoro, anche attraverso misure fiscali adeguate. Non dobbiamo avere paura del termine eguaglianza, non dobbiamo avere paura se è un termine desueto: quelli che vengono dalla nostra storia devono avere ancora meno paura, perché rievoca spettri di stampo sovietico. Di fronte alle diseguaglianze intollerabili che si sono prodotte in questi ultimi 10, 15 anni, in Italia come nelle economie avanzate, si impone una riflessione su questo tema, sul tema dell’eguaglianza, che vada un po’ oltre l’eguaglianza come invocazione delle pari opportunità.
Bisognerebbe esigere invece l’impegno a favore di una redistribuzione più equa della ricchezza; si potrebbe provare ad immaginare un’eguaglianza non più semplicemente come quel sistema tradizionale di diritti e tutele che abbiamo sperimentato finora, ma anche come un insieme di garanzie pubbliche, unito ad un allargamento delle libertà effettivamente esercitate, ivi inclusa, per prima, la libertà individuale. Mi è capitato di avere un’accesa polemica con alcuni esponenti del Partito Democratico proprio sul tema del modello sociale europeo. Io ritenevo e ritengo che il modello europeo sia stato uno dei pilastri delle socialdemocrazie: non sto dicendo che è stato creato univocamente dalle socialdemocrazie, il contributo al modello sociale europeo della dottrina cattolica è molto significativo e importante. Però il modello sociale europeo è stato uno dei pilastri delle socialdemocrazie e ora non lo è più. Ecco, occorre ripensare questo modello: credo che sia l’emblema della difficoltà in cui si trova oggi la socialdemocrazia europea e la nostra: è un tema nel quale si è esaurita la missione politica della socialdemocrazia. Oggi, il modello sociale europeo è di tutti, non più solo del centrosinistra. Ma questa è una conquista. Di modello sociale europeo parlano centrosinistra, sinistra, centrodestra, destra sociale, cattolici democratici. Occorre però certamente ripensare, potenziare quel sistema di welfare, senza ovviamente incidere troppo sulla spesa pubblica.
Accanto a questo, un altro tema che mi piace toccare, di cui ci siamo occupati, è il tema dell’immigrazione. Un signore, che forse qualcuno di voi conosce, un giorno mi ha colpito: parlo del Cardinale Scola. In una lezione, che ho avuto il piacere di ascoltare, disse che non si può fare nulla contro l’immigrazione, che è un dato ineludibile, strutturale del nostro secolo. Ci sono questi flussi che nessuno può fermare: si possono regolare, si devono regolare, ma non li puoi fermare. Ecco, trovo che sia l’approccio più bello al tema dell’immigrazione, come dato strutturale del nostro secolo. Per fare fronte a tutto questo, è sicuramente necessario recuperare i valori e i principi di solidarietà, di uguaglianza. Occorre lavorare sull’efficienza economica, occorre coniugare efficienza economica, giustizia sociale e libertà individuale. Ma nello stesso tempo, bisogna avere il coraggio di portare avanti altri concetti.
E arriviamo alla valorizzazione di una crescita basata su conoscenza, innovazione, ricerca scientifica e cultura. Per seguire l’obiettivo contenuto nei documenti che fanno la strategia di Lisbona, è necessario questo grande cambiamento di paradigmi, in particolare modo per gli aspetti legati al potenziamento del sistema educativo, che è uno strumento necessario a creare quel capitale umano, vero valore aggiunto se si vuole fronteggiare la sfida che questa grande crisi ci impone. In questo, il ruolo delle Fondazioni come organizzatori del pensiero, produttori del pensiero – penso ai centri studi dei partiti, ai centri studi delle associazioni, ai centri studi delle istituzioni pubbliche – è molto significativo. Ringrazio.

DARIO CHIESA:
Passiamo quindi alle domande. Any questions? No? Allora ne pongo una io. Abbiamo parlato di centri culturali. Vorrei chiedervi che concetto avete di cultura, perché credo che anche questa possa essere una battaglia concettuale: cosa intendiamo per cultura? E non solo, come dicevo all’inizio, una cultura astratta, fine a se stessa ma una cultura che può essere delivered alla società, come dicevi tu, Andrea. Ma che cos’è cultura?

IAN LINDEN:
Una delle realtà più strane delle organizzazioni internazionali, in particolare delle Nazioni Unite, è che non si è autorizzati a utilizzare la parola religione, e in realtà non esiste sostituto linguistico. La battaglia all’interno di queste organizzazioni non è così forte perché, appunto, non ci sono discussioni relative alle organizzazioni religiose nell’ambito della sanità. Anche nel Commonwealth britannico è molto, molto difficile, parlare di religione, per cui siamo di fronte a un fenomeno molto strano, dove la cultura deve in pratica avere a che fare con tutto, anche la religione, senza nominarla. In alcuni casi, anche a livello governativo, si parla di religione ma non si può utilizzare il termine, per una questione di sensibilità. Ho spesso riflettuto su questa idea delle Fondazioni: credo che la cosa interessante, relativamente alle organizzazioni interreligiose, sia che è impossibile per i Governi occuparsi di questo tipo di dialogo e di discussioni, in particolare quando ci sono precedenti storici, ad esempio l’India, con questo elevato livello di uccisioni che ovviamente dimostra come spesso e volentieri si sia stati irresponsabili nel modo di gestire certe situazioni.
Buona parte della costruzione dello Stato secolare è avvenuta sulla base della paura nei confronti della religione. Il secolarismo indiano, per esempio, è l’aspetto più interessante, perché per lo meno ha dimostrato di sapere quali valori debbano essere promossi sotto le varie categorie della religione. E’ una domanda molto importante. Credo che la cultura sia ciò che si fa da quando ci si alza alla mattina fino a quando non si va a letto la sera. A volte, quello che si fa tra la mattina e la sera è cultura: le persone lo fanno diversamente, però, per le grandi organizzazioni internazionali, questo significa, spesso e volentieri, religione.

ANDREA PERUZY:
La questione che poni è ambiziosa, definire che cosa sia la cultura, o meglio, definirla per un centro di ricerca e per quello che un centro di ricerca come il nostro cerca di fare. Ma certamente è basato, come diceva prima il prof. Linden, sull’organizzazione di un set of values, e sulla capacità di essere abbastanza flessibili da discuterlo, ridiscuterlo, aggiornarlo, criticarlo. E anche di confrontarsi con persone che hanno set of values diversi, quindi, capacità di ascolto, di dialogo, di discussione, di confronto, anche franco, anche aspro. Non essere nostalgici, ma avere anche un ancoraggio nel passato o in ciò che di buono c’è nel passato, avere la capacità di essere presenti nell’attualità e riuscire anche a mettere sul tappeto delle proposte, nel caso nostro, che siano in grado di farci un po‘ sognare. Ecco, credo che questa possa essere la nostra attività, la cultura.

IAN LINDEN:
La cosa interessante è che le persone di fede, nelle varie religioni spesso possono avere lo stesso set of values, la stessa serie di valori: però, in realtà, esprimono la cultura in maniere molto, molto diverse. Per esempio, il concetto del digiuno, che si riflette nel Ramadan, nella religione islamica; o il fatto di avere le stesse connotazioni anche all’interno della cristianità, qualcosa che ha a che fare con l’auto purificazione o con la compassione nei confronti del povero o col desiderio di creare un ordine sociale equo. Sono tutti aspetti che si ritrovano un po’ ovunque, nonostante il presupposto sia che le diverse religioni abbiano diversi valori. Per esempio, nella fede ebraica, che forse è la più semplice, si riescono a vedere gli elementi in comune. Mentre in altre fedi, come l’induismo. O in ambiti diversi come la comunità Sikh, è più difficile vedere elementi in comune. Nella mia breve presentazione ho cercato di far vedere che buona parte di ciò che potrebbe essere definito compassione e ospitalità, si ritrova in tutti i più grandi credo religiosi del mondo: valori e simboli comuni a tutti.

DARIO CHIESA:
Facciamo come alle aste: domanda e 1, domanda e 2. Ecco.

DOMANDA:
Io esprimo alcune considerazioni e chiedo a voi di commentarle. Ho un po’ di timore a pensare le Fondazioni come il dolcetto che viene dato per tranquillizzare, come una realtà cui viene delegato qualcosa quando questa cosa dovrebbero farla tutti, in particolare chi ha il compito di amministrare, di orientare, di dare indirizzi alla vita civile e sociale. Questo timore aumenta se penso alle Fondazioni come ad una copertura: ci sono le banche che sono a scopo di lucro, e allora aprono lo Sportello Etico. Poi lo sappiamo che alcune banche sono tanto etiche che finanziano le guerre. Quello che vedo di bello, di significativo per una società civile, nelle Fondazioni, è che devono essere una spina nel fianco, devono essere come il Grillo Parlante di Pinocchio, una coscienza critica. Sogno una società in cui non ci sono Fondazioni, perché è la società stessa che vive questo. Però sono considerazioni, mi piacerebbe sentire un vostro commento. Grazie.

ANDREA PERUZY:
Una notazione, le Fondazioni di cultura politica sono una cosa diversa dalle Fondazioni bancarie, cominciamo a chiarirci su questo tema. La domanda potremmo girarla – credo venga domani – a Cesare Geronzi, io non sono in grado di rispondere sul tema delle Fondazioni bancarie, anche se non nascondo che mi piacerebbe, perché le Fondazioni bancarie hanno molti soldi che potrebbero finanziare molti programmi interessanti. Ma non mi occupo di questo. Sono d’accordo sul ruolo di Grillo Parlante o, per semplificare, di coscienza critica. Per farlo – ho provato a dirlo prima, male – bisogna essere indipendenti, cosa non sempre facile. Indipendenti finanziariamente, indipendenti culturalmente. E’ possibile esserlo se si ha una struttura motivata e forte, una varietà di fonti di finanziamento, e la varietà stessa dovrebbe in qualche modo aiutare una sorta di indipendenza e di spirito critico. È ovvio che, quando non dipendi da una o due fonti, ma da una varietà, tu possa più liberamente esprimere delle idee. L’indipendenza si conquista, si conquista con il tempo, si conquista con l’applicazione, con il lavoro, con la forza delle proprie idee, con la forza anche di portarle avanti.
Quindi, sì, sono d’accordo sul ruolo di coscienza critica. Questo suo intervento mi dà anche l’opportunità di specificare che, almeno personalmente, non ho mai pensato che le Fondazioni di cultura politica – perché di questo stiamo parlando – debbano sostituire i partiti politici: sono un’altra cosa, non è il loro mestiere e credo che non debba neanche essere la loro ambizione. Devono poter agire in raccordo, è il concetto del delivery, non sempre così lineare e fluido. Ma devono essere un’altra cosa, e penso che ci sia ancora spazio in questo Paese.
Quindi, non sono d’accordo con il suo auspicio di vedere un mondo senza Fondazioni, se non altro perché resterei senza lavoro. Penso che ci sia ancora spazio, sono ottimista sulla possibilità di instaurare un circolo virtuoso tra i serbatoi di idee – i think tank, la traduzione volgarmente letterale è questa, serbatoi di pensiero – e la trasmissione di questo pensiero critico. Sono d’accordo sul fatto che questa coscienza critica vada tradotta in atti da chi poi, effettivamente, deve portare avanti queste idee e farle diventare Disegni di Leggi, Leggi, iniziative.

IAN LINDEN:
Le Fondazioni non sono comunità cristiane, non sono Solidarnosc, non sono sindacarti, come per esempio nel regime comunista. Quello che fa una Fondazione è il contrario. Non sono totalmente di distaccate dal Governo, e questo è il loro aspetto interessante, hanno una rispettabilità e si relazionano con il Governo, con l’autorità. Qualche volta riescono a fare cose radicali, che sarebbero rifiutate se la Fondazione che le sta facendo non fosse autorevole. Nel caso della Fondazione per la quale lavoro, non è un aspetto di secondaria importanza il fatto che l’abbia fondata Tony Blair, perché Tony Blair ha una rispettabilità, è un personaggio noto, e questo ci ha permesso di fare cose veramente importantissime, per esempio instaurare questo dialogo fra le varie scuole che si trovano in Paesi lontani tra loro.
Il fatto di avere una credibilità, una rispettabilità, fa la differenza tra il dire sì o no ai progetti che presentiamo. Non voglio essere costretto in una nicchia, solo come “serbatoio di pensiero”. Perché quello che le Fondazioni fanno potrebbe diventare qualcosa che poi i Governi stessi adottano. Chiaramente, negli Stati Uniti il Governo non farà mai una legge per cui viene insegnata la religione cattolica nelle scuole, questo non succederà mai. Però possiamo riuscire a cambiare un po’ le cose.

DARIO CHIESA:
Mi rifaccio alla discussione precedente sul concetto di cultura. Credo che una Fondazione culturale – senza togliere nulla alla ricerca, che potrebbe anche essere neutrale, in realtà non lo è perché fa delle scelte -, parta comunque da un concetto di cultura e cioè da un disegno, da un progetto più o meno definito su cosa debba essere la società, nella sua globalità e quindi anche nella sua parte politica, nella sua parte statuale. In questo senso, è senz’altro giusto quanto lei dice, don Claudio, sulla spina nel fianco o sul Grillo Parlante: sono due aspetti diversi. Può essere il Grillo Parlante, che dice cosa bisognerebbe fare, e la spina nel fianco che dice: “stai facendo qualcosa di sbagliato”.
Quanto al discorso sulla dipendenza, che hanno fatto prima Andrea e Ian, credo non sia possibile ipotizzare una società senza Fondazioni, perché il ruolo delle Fondazioni dovrebbe essere proprio quello di produrre cultura, e necessità di cultura, vi sarà sempre, perché il mondo non è statico e non riusciremo mai a giungere ad un modello perfetto in cui non ci sia più bisogno di produrre e distribuire cultura, nel senso di un approccio alla realtà che non sia solamente operativo. Una cultura intesa come un giudizio sulla realtà, come diceva prima Ian: dalla mattina alla sera, da quando ci si alza a quando si va a letto, continuiamo, consciamente o inconsciamente, ad esprimere giudizi su ciò che ci accade e su come noi reagiamo alla realtà
È un concetto ideale ma può essere messo in pratica: se questo è il concetto di cultura, ci sarà sempre bisogno di luoghi, non solo le Fondazioni, probabilmente, in cui tutto questo viene tenuto attivo – il Grillo Parlante – o ricondotto nella giusta misura – la spina nel fianco -, quando la umana fallibilità degli individui e delle organizzazioni comunitarie e statali lo richiedano. Non so se con questo abbiamo dato una risposta ai suoi dubbi. Se non ci sono altri interventi, grazie ancora e ai prossimi incontri.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2010

Ora

19:00

Edizione

2010

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria
Focus