ESSERE ITALIANI. Ciclo a cura di Luciano Violante POPOLO, LIBERTÀ, DEMOCRAZIA - Meeting di Rimini

ESSERE ITALIANI. Ciclo a cura di Luciano Violante POPOLO, LIBERTÀ, DEMOCRAZIA

ESSERE ITALIANI. Ciclo a cura di Luciano Violante POPOLO, LIBERTÀ, DEMOCRAZIA

Partecipano: Andrea Simoncini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze; Luciano Violante, Presidente Emerito della Camera dei Deputati. Introduce Davide Perillo, Direttore di Tracce.

 

Ore: 15.00 Arena della Storia A5
ESSERE ITALIANI. Ciclo a cura di Luciano Violante
POPOLO, LIBERTÀ, DEMOCRAZIA

Partecipano: Andrea Simoncini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze; Luciano Violante, Presidente Emerito della Camera dei Deputati. Introduce Davide Perillo, Direttore di Tracce.

DAVIDE PERILLO
Buon pomeriggio, benvenuti a questo che è il secondo incontro di un ciclo iniziato ieri che si chiama Essere Italiani, proseguirà nei prossimi giorni con l’intervento di personaggi come Gabriele Lavia, Brunello Cucinelli, ed è appunto un percorso che vogliamo svolgere in questi giorni qui al Meeting. E lo vogliamo svolgere affrontando un tema che è una domanda, una domanda che facciamo a noi stessi: che cosa vuol dire, che cosa significa essere italiani, cosa ci lega, cosa ci tiene insieme? Cosa significa esserlo oggi, che i fatti quotidiani, direi, rendono questa domanda sempre più attuale, urgente. Credo sia attuale come tutte le domande che ci sollecitano a interrogarci su noi stessi, sulla nostra identità. Però probabilmente questa lo è un po’ di più, perché la realtà alla quale siamo di fronte è una realtà confusa, una realtà in cui tante cose che davamo per scontate si stanno offuscando e tra queste cose ci sono proprio legami e rapporti, assetti istituzionali addirittura, che ci hanno accompagnato nel corso di decenni e che adesso è come se fossero coperti da una coltre di confusione. In questa confusione il rischio, quasi senza accorgercene, giorno per giorno, è che questi legami che ci tengono assieme si sfilaccino, si sfibrino fino a rompersi, fino a ritrovarsi – quasi senza rendercene conto ripeto – divisi, separati, soli o addirittura nemici. Allora riprendere il filo di cosa significhi essere italiano oggi in questo Meeting ha questo scopo. E oggi lo facciamo con questo incontro che ha come titolo tre parole chiave, che sono “Popolo, Libertà e Democrazia”. Qui si parla di politica e lo facciamo con due ospiti che conosciamo da tempo qui al Meeting: con Luciano Violante che è presidente emerito della Camera, già magistrato, giurista di fama, amico di lungo corso del Meeting, ma anche il curatore di questo ciclo di incontri, è infatti la persona che ha avuto l’idea di portare questo tema all’interno del grande tema del Meeting. E l’altro amico è Andrea Simoncini, docente di diritto costituzionale a Firenze, con cui appunto dicevo parleremo di politica e di istituzioni. E io vorrei farlo partendo da una domanda che parte dalla prima di queste parole chiave, di questo lessico da ricostruire, di cui riprendere conoscenza: proprio la parola “popolo”. Abbiamo visto già nel primo incontro di ieri che essere italiani pone una questione sull’identità, su chi siamo. La parola “popolo” è una parola molto legata evidentemente al tema dell’identità: e forse per questo è anche tra le più confuse in questo momento, tra quelle che vengono più bistrattate. Allora vorrei iniziare con questa domanda ai nostri ospiti: che cosa ci rende oggi popolo e che cosa è richiesto al popolo nel gestire, nel godere, nell’esercitare quella che è una delle sue prerogative in una democrazia civile, cioè la sovranità? Di che cosa parliamo oggi quando parliamo di popolo, di popolo italiano, he cosa vuol dire che la sovranità appartiene al popolo? Presidente Violante.

LUCIANO VIOLANTE
Di popolo ci possono essere dei concetti di carattere più costituzionale, e qui forse può essere Andrea più adatto per spiegare questo concetto, e uno di carattere più politico. Allora: il popolo non è la gente, il popolo è il complesso di cittadini che si sente appartenere ad una nazione. Nel momento in cui si esprime come appartenente ad una nazione, quel complesso di persone è popolo. Perché distinguo tra l’aspetto politico e l’aspetto costituzionale: perché per esempio noi siamo stati popolo, cioè persone – pur nelle loro diversità – unite da un sentire comune, per lo meno in tre grandi momenti della storia del nostro Paese. L’epoca delle ricostruzioni dopo la seconda guerra mondiale: noi, in pochi anni siamo diventati una delle grandi potenze economiche del mondo. Guardate che appena dieci anni dopo la fine della guerra, la lira ha ricevuto un riconoscimento prestigioso internazionale per la capacità di reggere all’inflazione. Lo siamo stati ai tempi del terrorismo, in particolare dopo l’assassinio di Aldo Moro, quando, indipendentemente dalle collocazioni politiche, siamo stati uniti contro il terrorismo. Lo siamo stati dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, le due stragi, grandi stragi di mafia, quando il popolo italiano, gli italiani si son sentiti uniti insieme contro quell’organizzazione. Ecco, quindi siamo stati popolo in quei momenti. E popolo si è quando ci si sente uniti da un sentire comune. La Costituzione dice che «la sovranità, come diceva il direttore un attimo fa, appartiene al popolo». Ma non dice solo questo, dice «che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Cioè, il popolo non è un sovrano indistinto e capriccioso: esercita la sua sovranità come prescrive la Costituzione. Questo non è un fatto secondario, perché nella vulgata quotidiana, specie negli ultimi tempi, sentiamo spesso richiamare il popolo: il popolo ha detto, il popolo lì… Oggi c’è chi si assume la rappresentanza morale del popolo, un po’ all’insaputa del popolo. Dice: «I rappresentanti siamo noi, sono io, siamo noi e quello che noi facciamo lo facciamo perché il popolo lo vuole». Finisco ricordando la polemica che c’è stata quando si è formato questo governo, il governo attuale. Voi ricordate che ad un certo punto il Presidente della Repubblica ha posto un po’ un limite alla possibilità che una personalità assumesse la guida del ministero dell’Economia per le sue posizioni notoriamente antieuropee, che avrebbero danneggiato la collocazione dell’Italia, e allora ci fu qualcuno che disse che però il popolo… che il Presidente andava contro la volontà del popolo. È chiaro che il popolo, la gran parte del popolo non sapeva neanche chi fosse il professor Savona, quindi non era questo. Ma quelle forze si ponevano come interpreti morali del popolo. Questo è il meccanismo. Cioè: io dico che rappresento il popolo e quindi ciò che io voglio lo vuole il popolo, e ciò che si contrappone a me si contrappone al popolo: era questo il cortocircuito che si era creato. Così voi ricorderete la minaccia che fecero i due vicepresidenti del Consiglio, in questa occasione, di attivare una sorta di impeachment nei confronti del Presidente della Repubblica, che era andato contro la volontà del popolo. E quindi la necessità di fissare questo concetto, come lei ci ha invitato, è molto importante, perché noi dobbiamo capire bene che cosa in base alla Costituzione il popolo può fare oppure non può fare. Perché guardate, – ed è l’ultima cosa che dico – nessun diritto è assoluto in democrazia. Ogni diritto trova un limite, trova un contemperamento in altri diritti. Diritti assoluti non ce ne sono. E chi sostiene un diritto assoluto è perché sostiene una posizione autoritaria. Un diritto assoluto è un diritto che nega gli altri, e quindi si pone in termini autoritari nei confronti del mondo. Bisogna stare molto attenti quando qualcuno pone un diritto o un potere come assoluto, senza equilibrio con altri poteri. Nella specie, per fortuna poi quella richiesta è rientrata in un giorno, era una sciocchezza evidentemente, però ci deve preoccupare il fatto che nei confronti del Capo dello Stato, che poneva il problema di rispetto della Costituzione, a quel punto il popolo viene usato contro la Costituzione. E questo credo che sia un fatto che va discusso per trovare un giusto equilibrio tra i diritti e i poteri di chi rappresenta il popolo, o ritiene di rappresentarlo, e gli equilibri costituzionali che garantiscono la Democrazia.

DAVIDE PERILLO
Andrea…

ANDREA SIMONCINI
Sono grato al presidente Violante, a Luciano, per aver richiamato questa vicenda recente in cui a un certo punto, in un tornante della nostra storia contemporanea, si è voluto usare, si è usato il popolo contro la Costituzione. Quel giorno lì, quella sera lì, in cui è successa quella cosa, io assieme a un qualche altro collega abbiamo detto, anche pubblicamente, che a nostro avviso si può benissimo in un sistema come il nostro, si può benissimo criticare chiunque, si può e si ha il diritto di sostenere nell’ambito del rispetto delle regole di fondo, qualsiasi orientamento politico. Ma il fatto che il Presidente della Repubblica avesse fatto o non avesse fatto qualcosa che una certa forza politica voleva, e dire che questo era contro la Costituzione ed era contro il popolo, ci sembrava una distorsione. Io vorrei partire da questa osservazione perché, secondo me, gran parte della risposta alla tua domanda, mi pare che nelle parole di Luciano Violante ci sia già. Provo a fare qualche annotazione. È vero, è bellissimo questo ciclo perché mai come in questo momento c’è bisogno di riprendere il lessico fondamentale delle parole della politica. Cioè, la definizione di alcune parole sta sfuggendo. La parola popolo è forse la più ambigua in assoluto che oggi sia usata. Certo, non è il primo momento in cui qualcuno si è alzato e ha detto: «Io rappresento il popolo». Nella nostra storia ne abbiamo tanti di momenti in cui questo è successo. Quindi non è tanto la novità, una circostanza inedita, ma è l’occasione per fissare alcune cose, alcuni dati rispetto ai quali le parole “popolo”, o la parola “libertà”, o la parola “democrazia”… sono nate come descrizioni. Queste parole sono nate per descrivere fatti: è importante capire qual è il fatto. Allora, se mi consentite, io volevo partire per chiarire questa idea di popolo, cos’è un popolo, da una bella definizione di un grande pensatore che è Elias Canetti – è stato anche un Premio Nobel della letteratura – che parte dalla definizione di che cosa non è un popolo. Lui fa una differenza. Ha scritto un libro che si chiama Massa e potere in cui fa questa differenza, secondo me molto bella, tra la massa e il popolo. Scusate, leggo tre righe. Dice Canetti: «Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo». E poi, in maniera apparentemente non coerente, dice: «Solo nella massa l’uomo può essere liberato dal timore di essere toccato. Essa è una situazione in cui tale timore si capovolge nel suo opposto. Dal momento in cui ci abbandoniamo alla massa non temiamo di essere toccati». La massa è quella condizione per cui tutti mi sono vicino, ma perché tutti mi sono indifferenti. È una condizione in cui posso prescindere dagli altri. Ecco: il popolo nasce sull’opposto di questo. Il popolo nasce da una relazione, cioè dal fatto che non perché la pensiamo allo stesso modo, ma per un dato di fatto – e questo è il secondo punto che vorrei dire – storico, perché i popoli si danno nella storia. Io sono un po’ colpito da questo fatto: negli ultimi tempi, diciamo così, per letture personali e anche per l’educazione che seguo, molti mi hanno fatto leggere la storia del popolo di Dio, del popolo d’Israele – ora, so che il salto potrebbe sembrare un po’ acrobatico, però… – È interessante perché non c’è un popolo senza un fatto nella storia. Come dicevi: l’Italia sicuramente nasce in una circostanza. Per il popolo italiano – ricordiamoci che noi non abbiamo una tradizione di popolo unitario – l’unitarietà, l’unità nasce dentro una circostanza storica. E questa circostanza storica è una circostanza che in qualche modo rende inevitabile il legame, il riconoscimento dell’altro, il contrario della massa. La massa è la circostanza in cui io posso vivere prescindendo dagli altri. Se noi pensiamo al nostro ‘48, se noi pensiamo a quello che ci ha messo insieme, è stata la circostanza, è stato il riconoscimento di una circostanza sicuramente eccezionale per cui – pensate alla distanza che c’era tra un De Gasperi e un Togliatti, ma anche un Vittorio Emanuele Orlando e, chi posso dire, un fiorentino Sullo – hanno scommesso sul fatto che nel futuro, nel loro futuro, non sarebbe stato possibile costruire un futuro senza essere insieme, senza continuare a riconoscersi. Allora per questo è molto vero quello che diceva, che ricordava in fondo Luciano, che non esiste popolo senza un limite. Proprio perché storicamente determinato, proprio perché nasce da una relazione e non da aggregazione, non da una affabulazione, ma nasce dal riconoscimento della necessità di condividere un pezzo di strada. Se abbiamo solo una macchina e dobbiamo fare tanti chilometri, per capire che dobbiamo coordinarci e metterci d’accordo sugli orari, salire sulla stessa macchina, fare un pezzo di strada insieme, in quel tratto di strada non menarci, non dobbiamo per forza avere le stesse idee, la stessa origine, la stessa radice, basta la ragione per capire che il coordinamento è il modo con cui si superano le difficoltà. Allora quello che voglio dire è che il popolo nasce in sé limitato. L’idea che l’appello al popolo voglia dire superare qualsiasi legge, superare qualsiasi limite, è una concezione assolutamente astorica. Perché l’espressione della nostra costituzione «la sovranità appartiene al popolo e che la esercita nei limiti previsti nella costituzione» è esattamente il riconoscimento di questo dato di fatto: il popolo non è un’astrazione che consente a qualcuno di fare tutto. Il popolo è un dato, lo riconosci, come è successo nella storia dei grandi popoli. Per questo, secondo me oggi, una delle grandi sfide, e questo mi pare sia il senso di questo ciclo di incontri, è tornare a porci la domanda: «ma oggi, adesso, l’Italia di oggi, cosa la rende popolo?» Perché non è scontato, non è una cosa che possiamo prenderla per acquisita. Io dico sempre scherzando: essendo stati esclusi dal campionato mondiale di calcio, ho capito che se fossimo entrati nella fase finale avremmo avuto uno spunto per sentirci italiani, che è quello dell’inno nazionale. Non avendo avuto neanche quello, proprio quest’anno c’è mancato questo punto di riferimento, e quello è un punto di riferimento molto esterno, molto esteriore. Però ecco la domanda, e penso che si possa proseguire: oggi, rispetto alla condizione che viviamo, cosa può innescare questa relazione?

DAVIDE PERILLO
La domanda pone la necessità di una risposta, quindi non è che puoi tirarti indietro. Hai posto la domanda, mi sembra una domanda interessante per tutti, però devi iniziare a rispondere tu.

ANDREA SIMONCINI
Dicesi autogol, rimanendo nella metafora calcistica. Questa secondo me è la grande sfida, oggi noi ci troviamo di fronte a mille idee, a mille proposte, a mille tentativi, ma dobbiamo riconoscere un grande fallimento nel costruire legami. Ieri, popolo in realtà voleva dire una serie di aggregazioni. Voleva dire partiti, sindacati, associazioni.

DAVIDE PERILLO
I famosi corpi intermedi.

ANDREA SIMONCINI
I famosi corpi intermedi, il popolo non era una nozione astratta, era l’impegno, la coesione, lo sforzo comune di costruzione. Per esempio, una delle cose che io sento in questo momento come forte, secondo me, è un po’ la crisi di questi corpi intermedi. La teoria, una certa teoria del popolo e della Costituzione è nata dando per presupposto che esistesse una società civile in grado di rivendicare i suoi diritti, in grado di contrapporsi alle ingiustizie, in grado, di fronte ad un bisogno, di dire, prima di chiedere allo stato «cosa tu fai?», di dire «no, voglio farlo io». C’è un problema che riguarda me e la mia situazione. La prima domanda è: «Cosa posso fare io? Che responsabilità evoca in me?». Pensiamo ognuno di noi al piccolo, a ciò in cui vive. Bisogna ammettere che sessant’anni di esperienza, anche dello stato, repubblicana hanno invece sviluppato molto di più questa sorta di pretesa da qualcun altro. Io penso che il fattore aggregante, il fattore che possa ridare coesione o innescare la coesione sia tornare a vedere esempi, testimonianze, luoghi. Il tentativo di questo ciclo “essere italiani” mi pare che sia proprio questo, abbiamo qui l’ideatore. Noi dobbiamo ricominciare a mettere di fronte a tutti degli esempi, dei pezzi, guardando i quali è possibile ricominciare a sentire una responsabilità comune. Altrimenti torniamo nel solito errore, cercare il colpevole e scaricare su questo il fallimento. Non so Luciano, come la vedi?

LUCIANO VIOLANTE
Chi rappresenta il popolo? Quando un partito di destra, sinistra, centro, comunque sia, si presenta come rappresentante del popolo, dobbiamo essere preoccupati. Perché è il parlamento che rappresenta il popolo, non è il partito. Non è un pezzo che rappresenta il popolo, il popolo è rappresentato dal parlamento, lì c’è il deposito della sovranità popolare e lo dico perché, non so se avete fatto caso, le sentenze dei giudici sono espresse in nome del popolo italiano. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che quella decisione è stata assunta applicando una legge che è fatta dal parlamento che rappresenta il popolo. Il circuito quindi non è popolo – partito, il circuito è popolo – parlamento. Questo è un fatto di una certa importanza, perché recentemente, come avete visto, qualcuno ha detto che primo o dopo il parlamento sarà inutile. Dietro cosa c’è? C’è l’idea che non è il parlamento, il complesso delle forze che rappresenta il popolo ma è una sola forza che si arroga questa rappresentanza. Il secondo punto è questo: come si rappresenta il popolo? Lo si può rappresentare attraverso il conflitto o attraverso la mediazione. Io apro un conflitto e dico che io sto dalla parte del popolo e chi non è d’accordo con me è contro il popolo. E quindi il popolo sarebbe non il complesso delle persone, ma sarebbe quella parte delle persone che si riconosce in me che sollevo il conflitto. Gli altri sono esclusi dal popolo. Questo è un meccanismo che abbiamo visto abbastanza frequentemente durante il nazismo in Germania, in alcuni momenti del fascismo in Italia, in alcuni momenti dello stalinismo, anzi quasi tutto il regime stalinista in Unione Sovietica. Chi non si riconosceva in quel tipo di meccanismo politico non faceva parte del popolo, anzi era nemico del popolo. E quindi bisogna stare molto attenti: solo quando il popolo è rappresentato attraverso la mediazione tra le esigenze diverse a domande diverse, quella è una rappresentanza democratica. Quando il popolo viene rappresentato attraverso un conflitto che io apro in nome del popolo contro un altro, in quel momento io spacco l’unità della nazione, divido, creo il nemico, e scivolo verso una ideologia autoritaria. E questo è un dato sul quale dobbiamo essere particolarmente attenti. Ripeto, il popolo non è una parte dei cittadini, è il complesso dei cittadini. E quel complesso di cittadini può avere opinioni diverse, collocazioni diverse che trovano una loro rappresentanza unitaria nel momento in cui in parlamento si discute, ci si confronta tra persone che hanno idee diverse. E questa è la ricchezza della democrazia, trovare un luogo di rappresentanza nel quale ciascuno sta non perché è il tutto ma perché è una parte di quel tutto e attraverso la mediazione con l’altro si raggiungono soluzioni che rispondono alle esigenze complessive. Questo credo che sia il meccanismo per quale non pensiamo che sia un partito a rappresentare un popolo ma il parlamento nel suo complesso, il parlamento, per le forze che sono in parlamento e che lo rappresentano quando mediano tra le esigenze diverse; quando invece aprono un conflitto, più conflitti, non intendono rappresentare il popolo ma intendono arrogarsi una rappresentanza che non c’è.

DAVIDE PERILLO
Presidente, una conseguenza di quello che sta dicendo è che si parla, si comincia a parlare, anzi si parla in maniera molto esplicita adesso, di democrazia diretta, che ha un suo fascino, efficientistico se vogliamo. Una democrazia per sorteggio, un po’ meno, però si parla anche di quella. Insomma circola l’idea che si possa saltare il parlamento o una forma istituzionale come quella a cui siamo abituati, perché funziona meglio, perché finalmente questo attribuisce il potere e la sovranità al popolo. Quest’idea mi sembra che metta in discussione proprio l’idea stessa che diceva lei adesso, cioè che la mediazione è necessaria, quindi un luogo dove si incontrino rappresentanze politiche è indispensabile, poi può avere una forma piuttosto che un’altra. Però un parlamento ci deve essere, o sbaglio?

LUCIANO VIOLANTE
La democrazia diretta integra quella rappresentativa, poi c’è Andrea che può essere molto più bravo di me a spiegare queste cose. Il referendum per esempio è una forma di democrazia diretta che integra la democrazia rappresentativa fatta dal parlamento. Quindi in democrazia le cose stanno insieme, quello che non funziona è dire tutto democrazia diretta e niente più democrazia rappresentativa. Il meccanismo non è mai funzionato in nessun posto. Perché o può funzionare in piccolissimi comuni di cinquecento, mille persone, dove il sindaco può consultare volta per volta i cittadini per sapere dove vogliono mettere il lampione, dove vogliono fare la strada, dove mettere il deposito dei rifiuti e così via, ma un grande paese di sessanta, settanta, ottanta milioni di abitanti, non si governa con la democrazia diretta. Ci sono però istituti di democrazia diretta molto importanti, per esempio nella riforma che è stata bocciata dal voto popolare del 4 dicembre scorso era previsto il referendum propositivo, la possibilità che i cittadini scegliessero il contenuto di una legge, non soltanto la cancellazione di una legge. Quindi la democrazia diretta se è intesa come una forma di democrazia è sbagliata, come integrazione della democrazia rappresentativa è assolutamente giusta e anzi, in alcuni momenti, credo che sia necessaria. Adesso il regolamento della camera lo prescrive, fra un po’ anche il regolamento del senato, che le proposte di iniziativa popolare devono essere esaminate dal parlamento in un certo tempo stabilito. Questa è una forma in cui si dà un peso particolare alla volontà dei cittadini. E questo è un fatto importante e positivo, quindi a mio avviso è corretta un’integrazione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Dare tutto alla democrazia diretta invece è una sciocchezza, a volte un imbroglio.

ANDREA SIMONCINI
Sempre tornando alle analogie testamentarie, è dai tempi della scelta tra Barabba e Gesù che la democrazia diretta non ci azzecca. E non è mia questa analogia, anche i giuristi molto in gamba e molto importanti l’hanno sempre usata. Il limite massimo che ha la democrazia diretta è quello di pronunciarsi puntualmente, di potersi pronunciare con un sì o un no e quindi di dover dissezionare la questione, alla fine per forza semplificandola. E come giustamente diceva Luciano, alcune cose le possiamo semplificare ed è giusto ma la realtà normalmente è complessa. Chi ti dice che tutto è risolvibile solo con un sì o un no sta mentendo, sta cercando consensi. Perché perdere tempo a discutere, perché perder tempo a capire chi ha ragione, chi ha torto? È così, sì-no. Attenzione non voglio essere frainteso, c’ è stata una abitudine della politica di discutere senza mai decidere, di discutere senza mai arrivare ad una decisione, che può aver giustificato questa domanda. Qui tra l’altro abbiamo Luciano Violante che sicuramente ha rappresentato, dal punto di vista istituzionale, il momento più importante quando il parlamento, essendo lui presidente della camera, ha cercato di dare una svolta sulla capacità decisionale. Questi sono pezzi della storia, è bello citarli con l’autore, queste son parti della storia del nostro paese: negli anni ottanta c’è stata una grandissima riforma fatta sotto la presidenza Violante, che aveva proprio quest’idea, che il parlamento tornasse ad essere un luogo dove si possono prendere decisioni, in tempi ragionevoli, perché il modo migliore per uccidere il parlamento è farlo essere un luogo dove si discute sempre e non si decide mai. Però è verissimo quello che diceva Violante prima, perché quello è il luogo della rappresentanza, perché è il parlamento il luogo in cui posso affrontare un tema complesso. Stabilire qual è la ricetta per far ripartire un paese che è in difficoltà economica, chi ti dice che si risolve con un sì o un no, sta mentendo. Ribadisco, c’è un’enfasi sulla democrazia diretta che sembra molto interessante, democrazia diretta vuol dire che sono io che posso esprimermi direttamente. Esiste però una scienza, che è la scienza dell’architettura delle scelte, una scienza americana: quando entrate in un supermarket voi sapete dove vengono localizzati sugli espositori i beni in vendita? È il frutto di una scienza. Non è che quel tè te lo mettono a quell’altezza lì e quell’altro da un’altra parte, così, a caso; si paga per farlo stare lì, perché l’architettura delle decisioni è influenzata moltissimo da come ti vengono poste le domande, da come ti vengono dette. È facilissimo che oggi nel mondo del computer la default option, l’opzione che hai in automatico, quella che ti viene proposta dal sistema come automatica, ha l’ottanta per cento delle scelte a priori. Se devi fare quell’altra che ti costringe a dire, ad argomentare, spiegare, fai molto prima con una scelta in automatico. Cosa significa democrazia? C’è un modo di dire democrazia che vuol dire si decide a maggioranza, la maggioranza decide. Ma se ci riflettete, questa non è una visione piena, soprattutto costituzionale. Questa è semplicemente una procedura: se ci sono dieci persone, dobbiamo prendere una decisione, è più ragionevole quella che prendono in sei piuttosto che quella che decidono in quattro. Ma fino a che punto? Sta scritto da qualche parte che quei sei hanno per forza ragione? C’è un altro modo di fondare la democrazia più interessante e che secondo me l’accenno all’idea della rappresentanza evoca. La democrazia nasca dal fatto che ognuno di noi ha una pari dignità e perciò ha lo stesso diritto di partecipare alla decisione che lo riguardi. Non so se mi spiego, l’origine della democrazia può essere un processo di calcolo, di decisione, oppure l’origine può essere il riconoscere che ognuno di noi ha un eguale diritto a partecipare a una decisione che lo riguardi. Allora se è così, la democrazia è per forza quella mediazione di cui si parlava prima. Perché il mio obiettivo non sarà arrivare al 51 per cento e decidere ma arrivare al consenso più ampio possibile, io cercherò di tenere dentro più persone possibili. La democrazia esiste non perché la maggioranza ha diritto di governare ma perché la minoranza riconosce, ha deciso di riconoscere come sue, regole che altrimenti non accetterebbe. E perché una minoranza sia disposta ad accettare questo, evidentemente occorre che la dignità di tutti sia considerata.

DAVIDE PERILLO
La questione che stai ponendo, Andrea, mi fa fare al presidente Violante una domanda che però è doppia, perché lei, presidente, dice spesso negli ultimi tempi che la democrazia non ci è capitata per infusione divina e non si mantiene autonomamente, va curata: una democrazia senza memoria, senza consapevolezza non è possibile, e credo che sia parte della riflessione che stava introducendo Andrea. Allora la domanda che le faccio è una, ma ha due aspetti: come si cura la democrazia? Perché immagino ci sia un aspetto di assetto istituzionale, di regole che vanno riformulate, di tecniche che vanno elaborate, proprio per riportare il potere decisionale là dove deve essere. Non può esistere un luogo democratico che discute e basta e in Italia questo l’abbiamo visto a lungo. Però non c’è solo una questione di tecniche e di aspetti istituzionali, probabilmente c’è anche altro; allora come si cura l’orto della democrazia? Perché è una delle parole che diamo più per scontate, a cui siamo forse più abituati e non ci rendiamo conto che rischiamo di vedercela sfilare sotto il naso.

LUCIANO VIOLANTE
Io spero che chi due anni fa era qui non sia tra di voi, perché vi racconto una cosa che ho già raccontato, ma per far capire. Mi scuso con quelli che l’hanno già sentita. Il mio primo giorno di lavoro parlamentare, nel lontano 1970, avevo seduto vicino a me un sindacalista pugliese che era alto più o meno il doppio di me e grosso il doppio di me. Ogni volta che parlava o un democristiano o un deputato del Movimento Sociale, questo sbraitava e gli urlava contro; io cercavo di trattenerlo, ma era solo manifestazione di buona volontà, perché era il doppio di me, come potevo trattenerlo? E questo più volte, il primo e anche il secondo giorno; il terzo giorno il segretario Gaula, che sarebbe il deputato che dirigeva i lavori in aula, del gruppo comunista di cui facevo parte, si avvicina e dice: «Guarda, qui stiamo per parlare con quelli che non la pensano come noi, e allora quando finisce la seduta, tu vai da quei due che hai offeso e gli offri un caffè e la chiudete lì». Questa per me fu la prima lezione di democrazia parlamentare: «Qui stiamo per parlare con quelli che non la pensano come noi». Questa è la democrazia: riconoscere che chi non la pensa come te ha lo stesso valore tuo e la stessa capacità di rappresentanza che hai tu, e quindi bisogna parlare con quelli che la pensano diversamente da te; la democrazia nasce di là, dal fatto che chi la pensa diversamente o dalla maggioranza o dalla minoranza da te è legittimato come te a discutere e intervenire: questo è il nocciolo della democrazia; e là dove si nega rappresentanza a una parte presente in parlamento, lì non c’è più democrazia, lì c’è un punto di crisi della democrazia. Ora, io credo che, andando avanti rapidamente su questo concetto, come il direttore diceva un attimo fa, la democrazia non è una pianta che nasce così: dovunque si è affermata, la democrazia non si è affermata pacificamente, si è affermata con guerre, con scontri, con lutti, con prigionie, con torture, perché affermare la democrazia vuol dire togliere potere ad alcuni e distribuirlo sul popolo, e questo chiaramente chi ha il potere non lo vuole e reagisce duramente. Pensate cos’è stato abbattere il regime nazista, abbattere il regime stalinista, abbattere il regime fascista in Italia, quello di Pinochet in Cile o di Videla in Argentina; che cos’è stato? Quanto è costato? Quindi stiamo attenti, perché la democrazia non nasce spontaneamente e non esiste in natura: le tribù primitive non sono organizzate in modo democratico. Scusate l’esempio, ma i branchi di lupi o di orsi non sono organizzati democraticamente, c’è un capo, un capo che guida, c’è il maschio alfa tra i lupi, c’è la femmina tra gli elefanti, c’è un soggetto, un capo che guida. Questa è l’organizzazione principale. Poi c’è la voglia di libertà e l’intelligenza che lentamente costruisce la democrazia, gli strumenti che consentono a tutti i cittadini di sentirsi uguali, perché ugualmente rappresentati. La democrazia va curata: pensate che oggi il sessanta per cento della popolazione mondiale non vive in democrazia e negli ultimi dieci anni sono diminuite le democrazie invece che aumentate. Il processo è troppo lungo per spiegare com’è accaduto. Allora, come curare la democrazia? Innanzitutto curarla con l’etica. Ci sono due tipi di etica in democrazia: l’etica della persuasione e l’etica della imposizione; parte integrante della democrazia è l’etica della persuasione, cioè discuto per cercare di persuadere l’altro, e naturalmente devo essere disposto a farmi persuadere, tanto che quando ci hanno insegnato come si fa un discorso parlamentare, ci hanno detto che il primo aspetto del discorso parlamentare è cogliere in quello che ha detto l’avversario il punto positivo, e partire da lì, dicendo: «Io riconosco che il collega Pinco Pallino, di un partito opposto al mio, ha detto una cosa giusta su questo punto. Io sono in disaccordo sul resto, ma su questo sono d’accordo». Perché in democrazia nessuno è detentore di tutta la verità e nessuno è detentore di tutta la menzogna, diciamo così, o di ciò che non è verità; ciascuno può avere un margine di verità, ciascuno può avere un margine di errore, e quindi è democrazia riconoscere questo, perciò dico l’etica della persuasione, andare incontro all’argomento dell’altro, perché se ciascuno è un valore, ciascuno esprime qualcosa di positivo; bisogna stare attenti a coglierlo. Io credo che questi siano aspetti altamente positivi. Naturalmente sulla traccia di quello che ci siamo detti finora, come fa il cittadino a pesare nello svolgimento della democrazia, indipendentemente dal momento del voto? Oggi, grazie alla rete, grazie a Internet e così via, il cittadino ha la possibilità di far conoscere il proprio parere, la sua opinione, però stiamo attenti che il cittadino dev’essere anche informato, ed è compito delle forze politiche informare il cittadino su come stanno le cose, perché il principio di uguaglianza non vuol dire che la mia ignoranza equivale alla tua conoscenza, o che la tua conoscenza equivale alla mia ignoranza; il principio di uguaglianza vuol dire che ciascuno deve cercare di avere il massimo di conoscenze possibile su questo tipo di problema e poi esprime una opinione. Lo dico perché spesso sui social si trovano espressioni di tipo emotivo-irrazionale, di insulto e così via, ma non approfondimento. Invece io credo che sia molto importante cercare di informare al massimo i cittadini, perché i cittadini possano esprimere un parere consapevole. Mi è capitato durante l’elezione della scorsa legislatura, quando bisognava eleggere il presidente della Repubblica, che mi si è avvicinato – io non ero più parlamentare – un giovane parlamentare, a cui era stato proposto di votare una certa personalità “X” come presidente della Repubblica, e mi ha detto: «Come faccio a votarla? Guarda, ho ricevuto venticinque messaggi di chi mi dice che non devo votare quello lì». Dico: «Guarda che gli italiani sono sessanta milioni: cosa sono venticinque messaggi su sessanta milioni? E chi ti ha votato saranno 20mila, 30mila, 50mila persone: cosa sono venticinque su 20mila? Sta attento, perché molto spesso c’è il condizionamento di questo tipo di cose, e anche il politico deve stare un po’ attento quando riceve questi messaggi a calibrare la sua rappresentanza complessiva, tanto che la Costituzione dice che ciascun parlamentare rappresenta la nazione senza vincolo di mandato, la nazione, cioè il complesso dei cittadini». Qui c’è anche un problema di preparazione politica da parte dei parlamentari e dei rappresentanti, però io credo che la democrazia vada curata, nessuno si deve sentire rappresentante di tutto il popolo, nessuno deve sentirsi nella ragione se non ha discusso prima con gli altri e deve essere consapevole che la sua posizione può avere dei limiti, poi il resto sono regole, ma la democrazia è un insieme di comportamenti, non è un insieme di regole, è un insieme di comportamenti, è questo insieme di comportamenti che rende la democrazia forte, e quando questo insieme di comportamenti è aggressivo, porta disprezzo nei confronti dell’altro, disprezzo nei confronti delle regole. Lì non c’è più democrazia, lì c’è un momento di debolezza della democrazia; quando i comportamenti sono rispettosi delle regole, dell’esecuzione delle opinioni dell’altro, lì io credo che ci sia un punto di forza della democrazia.

DAVIDE PERILLO
Faccio la stessa domanda anche a te, pregandoti di rispondere brevemente, in maniera che guadagniamo un po’ di tempo per permettere anche al pubblico di fare qualche domanda, anzi, se qualcuno ne ha, può iniziare a prepararsi in maniera tale che lasciamo un po’ di spazio dopo. Non abbiamo mai usato la terza parola di questo titolo, la parola libertà, che era evidentemente sottotraccia di tutto il discorso, perché tutto quello che abbiamo detto non è altro che difendere e affermare la libertà. L’ultima osservazione che faceva il presidente mi fa chiederti una cosa: se è una questione anche di consapevolezza, diventa una grande questione educativa. Curare la democrazia pone il grande problema che pose don Giussani con una frase che colpì tanti di noi, mi ricordo, il giorno dopo la strage di Nassiriya: «Se ci fosse una educazione di popolo, le cose andrebbero molto meglio». Non è questo il problema che è ancora più urgente o parte del problema che stiamo ponendo oggi?

ANDREA SIMONCINI
Io partirei da un’osservazione che ha fatto prima Luciano Violante, che secondo me è proprio decisiva: un sistema democratico, diceva lui, può funzionare per un’etica dell’imposizione o per un’etica della persuasione. Il sistema democratico può funzionare perché, una volta raggiunta la maggioranza, qualunque essa sia, si impone agli altri, oppure perché, partendo dal presupposto che tutti hanno diritto di partecipare a quella decisione, si cerchi la soluzione più persuasiva. Ma più persuasiva cosa vuol dire? Capace di muovere più anime, più ragioni, più cervelli, (quell’esempio che hai fatto del primo giorno è bellissimo). Il parlamento è il luogo in cui ci si abitua a riconoscersi anche se non la si pensa allo stesso modo. Allora qual è il punto? Occorre un soggetto in grado di usare adeguatamente la sua ragione per essere persuaso di qualcosa che casomai non era esattamente quello che pensava prima. Perché ci sia democrazia è decisivo poter cambiare idea, è decisivo che si abbia il coraggio di cambiare idea, e si ha il coraggio di cambiare idea solo se si è educati ad un uso della propria ragione aperto, libero, tale cioè da affermare ciò che è vero anche più di quello che avevi in mente prima, anche più dell’ordine di partito, anche più dello schieramento. Su questo la storia ci aiuta tanto. Per i cattolici non era poi così scontata la scelta della democrazia, la storia ci dice che la stessa chiesa cattolica non era così favorevole, fu decisivo un personaggio che era un prete, un pretino siciliano, don Luigi Sturzo, che subito dopo un periodo in cui i cattolici erano fuori dalla politica, proprio perché non si riconoscevano nelle istituzioni, (in quanto le istituzioni avevano avuto un certo tipo di atteggiamento che forse non si accordava con la chiesa, ecc.) ad un certo punto lui accetta la sfida della democrazia, dice: «No, rimettiamoci in gioco». Qual è il presupposto che dice chiaramente nel suo Manifesto originale? «Perché noi siamo così convinti della persuasività delle proposte che abbiamo che non sentiamo la democrazia come un rischio, sentiamo la democrazia come un’occasione perché altri capiscano quello che a noi appare evidente, e d’altronde, se qualcosa sarà evidente che noi non abbiam pensato, nulla ci fermerà dall’accettare questa cosa come evidente». Cioè non bisogna aver paura di usare apertamente la ragione, di usarla liberamente; oggi il vero problema sono decisioni irriflesse, senza ragionamento. Per questo è vero il cappello che tu facevi: senza una educazione, cioè senza una introduzione al rapporto con la realtà all’altezza della ragione, senza una educazione così, è difficilissimo raggiungere la democrazia. Ha perfettamente ragione Luciano Violante dicendo che non è una questione acquisita per sempre, lo dicono i numeri: nella maggior parte del mondo, vigono sistemi non democratici, e le nostre democrazie sicuramente sono a rischio. Qual è il punto di partenza? Il punto di partenza è tornare a usare la ragione in tutta la sua ampiezza, capace cioè di riconoscere ciò che è vero anche al di là dello schieramento o del pregiudizio. Questa cosa è un progetto sociale complesso, però penso che da qui cominci il lavoro, che questo sia il lavoro che spetta a tutti, non solo alle istituzioni.

DAVIDE PERILLO
Abbiamo un quarto d’ora per domande. Chi vuole…Avvicinatevi in maniera da poter usare il microfono.

DOMANDA
Volevo fare questa domanda, cioè: da una parte mi sembra che ci sia un corto circuito tra la politica e democrazia in questo momento. Lo dico perché sembra quasi che la politica da una parte continui a ricercare il consenso della gente, del popolo, diventando però incapace di prendere decisioni. Faccio un esempio: sembra quasi che chi governa in questo momento debba rimettere continuamente in discussione tutto quello che magari chi ha governato precedentemente ha deciso o posto in essere, come se mancasse la condivisione dell’interesse del popolo. Io vengo dalla Liguria, perciò in questo momento siamo un po’ choccati per quello che è accaduto, ma è come se bastasse che il comitato civico o chiunque decida di mettere in discussione la costruzione di una strada alternativa per poter permettere il flusso di traffico di merci e di persone, perché qualunque politico in quel momento rimandi sempre la decisione in modo indefinito. Vale questo per la Liguria che è spaccata in due. Non si è mai fatta la gronda perché evidentemente bastava un comitato civico o chiunque per bloccare qualunque tipo di intervento, vale per la TAV, per la Pedemontana, per il terzo valico, per qualunque cosa. Mi impressiona il fatto che da una parte la politica abbia come bisogno continuamente che i cittadini si esprimano, però poi siamo di fronte ad un impasse, ad un blocco, per cui è diventato difficile prendere delle decisioni nell’interesse di un popolo, e soprattutto chi governa in un certo momento storico si sente come in dovere di contraddire e di mettere in discussione tutto quello che lo ha preceduto, mancando evidentemente una continuità che ci rende anche ridicoli di fronte ai paesi del resto dell’Europa. Proviamo a pensare per esempio ad un progetto come la TAV: c’è un paese che fa la sua parte e arriviamo noi e diciamo: ci stiamo ripensando. Questo evidentemente ci rende impresentabili da questo punto di vista. Mi sembrava che la politica in questo momento avesse bisogno di un salto di qualità, non so come dire. Perché la politica non riesce a decidere in questo momento?

DAVIDE PERILLO
La poniamo prima al presidente.

LUCIANO VIOLANTE
Prima, forse ricorderete, ho detto che si può rappresentare anche attraverso il conflitto. Le cose che diceva il signore sono di questo tipo: io cosa faccio, c’è un problema? non individuo la soluzione, individuo il nemico! E apro un conflitto contro il nemico. A quel punto la soluzione passa in secondo piano, perché attraverso l’individuazione del nemico ho trovato il responsabile del problema. Questo per un certo periodo può bastare come rappresentanza. Io ho trovato che Tizio è il responsabile, quelli di prima sono responsabili, però non trovo la soluzione al problema; nei casi che lei ha citato ci sono due questioni: uno è la responsabilità, l’altro è la soluzione del problema. Sono situazioni diverse. Però se io non affronto la seconda questione, la soluzione del problema, e affronto solo il tema della responsabilità, mi pongo come rappresentante attraverso il conflitto. Non so se è chiaro quello dico. Sollevo il conflitto e sto da una parte del conflitto; ora più frequentemente, non tutta la politica ma una parte della politica, preferisce sollevare il conflitto piuttosto che trovare la soluzione, e questo è un elemento di debolezza. Guardate che è molto più facile indicare un nemico piuttosto che indicare la soluzione, perché scateno tutti quanti i sentimenti contro quel soggetto o quei soggetti e poi della soluzione se ne parlerà in un certo momento. Ma questo modo di fare politica è un modo che lascia il tempo che trova, perché tra settimane o tra mesi si porrà il problema: la soluzione qual è? È chiaro che se tu hai sollevato continuamente conflitti, la soluzione non l’hai trovata. Lei poneva anche un’altra questione, che chi viene dopo vuole rifare tutto quello che è stato fatto prima. Non so se qui ci sono degli insegnanti ma il problema della scuola è un problema che si è svolto negli ultimi decenni sulla base di questa traccia. Ogni ministro ha voluto fare la sua riforma contro la riforma di quello precedente e così via, per cui la scuola è stata come una barca in tempesta, perché ogni volta arrivava una folata che la spostava da qualche parte perché era cambiata la riforma che si voleva fare. Ciascuna forza politica che arriva al governo deve stare attenta a dire: ora cambio tutto. Non è così, bisogna cambiare quello che va cambiato, però io credo che quello che lei segnalava avviene perché ciascuna forza politica intende delegittimare quando va al governo quelli che ci stavano prima. Guardate è capitato con tutti, sia ben chiaro, e questo credo che sia un errore. È un errore la delegittimazione di quello che è stato fatto prima, bisogna vedere caso per caso, magari è giusto e quindi va conservato. Stiamo attenti ad assumere la rappresentanza dei problemi attraverso la sollevazione dei conflitti cioè indicando il nemico. Questo è un modo che solleva il conflitto, alimenta la partecipazione ma non risolve i problemi.

DOMANDA
Sono in larghissima parte d’accordo con quello che avete detto, però c’è un problema secondo me importante che è quello del trust. Mi spiego. Una classe politica che giustamente solleva, faccio un esempio proprio terra terra, il problema delle pensioni e ci dice che non possiamo andare avanti così, che le pensioni devono passare da trentacinque anni a quarant’anni, perché la situazione economica è quella che è; quando poi uno scopre che dopo tre anni di una legislatura, questa persona prende molto più di me che ho lavorato trent’anni, è chiaro che la gente perde il suo trust. Quando scopre che tu in parlamento rappresenti un lobby per cui mi dici una cosa e domani ne fai un’altra, tutte queste cose qua negli anni hanno posto un problema di trust. De Gasperi quando era là nessuno metteva in dubbio che aveva una sua opinione, oppure il partito comunista, io potevo non essere d’accordo ma il dialogo si poneva su una base di trust. Se io ho il dubbio che tu mi dici una cosa e ne fai un’altra, casca tutto.

ANDREA SIMONCINI
Il problema volgiamolo in questo modo. Hai rappresentato sicuramente una parte importante del dibattito pubblico che c’è negli ultimi anni e sarebbe sbagliato sicuramente fare come se non ci fosse questo problema; però consentimi di affrontarlo così: cosa costruisce, hai usato una parola inglese, la fiducia tra chi ti rappresenta e chi è rappresentato? Perché la risposta che prima ha dato Luciano sulla domanda precedente, cioè c’è una politica che si fonda sul conflitto e c’è una politica che si fonda sulla costruzione, potremmo dire così, costruisce a sua volta, determina due modi di concepire la fiducia completamente diversi. La fiducia nel caso del conflitto è, come dire, scoprire l’ingiustizia e reagire additandola, dicendo questo non è giusto, non può essere così, aumentando il tasso del conflitto, dicendo che tutto questo non va bene; tu puoi costruire il legame di fiducia sul fatto che tu riecheggi e amplifichi questo senso di insoddisfazione ma anche di ingiustizia reale. Qual è il problema però? Come fai a costruire, su cosa costruiamo, su cosa ricostruisci la fiducia? Il legame di fiducia, di fede, presuppone qualcosa che vada oltre l’individuazione del nemico, qualcosa capace di andare oltre l’individuazione del problema. Oggi abbiamo una platea di persone capaci di denunciare il problema che è amplissima. Dov’è che vedo una scarsità che fa veramente paura? In chi oggi è in grado di proporre una soluzione che si faccia carico di tutto, cioè che si faccia carico del problema che c’è ma anche di una sua possibile soluzione. Io vengo dalla Toscana, da Firenze. Firenze è una grande città. Qual è il più grande problema delle grandi città, delle metropoli? È il problema idrico, perché la tendenza ad agglomerarsi è molto più grande della capacità di approvvigionare d’acqua le persone. Firenze avrebbe avuto ogni estate sostanzialmente un grosso problema di assenza di acqua sulla parte finale delle strade, mettendo insieme l’assorbimento sia per gli scopi urbani che per l’agricoltura. Negli anni Settanta, Ottanta, la Regione Toscana, presidente Vannino Chiti, amico e dello stesso partito di Luciano Violante, in un mondo che era totalmente diverso da quello di adesso, cioè un mondo in cui c’erano i partiti politici davvero, in quel caso c’era il Pci per essere espliciti, ed era il partito che poi aveva anche la gran parte dei consigli comunali, fu in grado di fare una scelta, quella della diga di Bilancino, di fare un nuovo lago sommergendo parte di città, cioè un piccolo borgo, una scelta che è stata decisiva per la Firenze di oggi. Questo è avvenuto perché ci fu una classe politica che a un certo punto prese una decisione, sicuramente impopolare, perché andate a chiedere a quelli che vivevano lì e che si sono visti allagati. Oggi sarebbe impensabile una decisione del genere. Oggi sarebbe del tutto impossibile: l’dea dei comitati, l’idea di questo frazionamento, l’idea di questo conflitto rende qualsiasi politica infrastrutturale, cioè una politica che serve non il bene di qualcuno ma il bene di tutti, difficilissima. Allora la mia domanda è: cosa costruisce la capacità di trust, cosa ricostruisce questo legame? Secondo me non solo la capacità di denunciare ciò che non c’è, ma la capacità di proporre qualcosa di realistico, cioè qualcosa di costruibile, di percorribile. Ma è molto più complicato capire qual è la soluzione del problema delea pensioni che denunciare quello che obiettivamente non va.

LUCIANO VIOLANTE
Son d’accordo con quello che diceva Andrea prima. Volevo dire che è accaduto in questi ultimi tempi che nei confronti di difficoltà in cui si trovano una parte rilevante degli italiani, alcune forze politiche forse non hanno proposto soluzioni ma hanno esasperato la situazione facendo crescere il rancore. Il rancore, cioè dicendo i nemici sono quelli là e contro quelli bisogna… non indicando soluzioni ma indicando i nemici ancora una volta. Allora il caso che lei ha detto è giustissimo; ci fosse qualcuno che per tre anni o tre giorni o tre anni di vita parlamentare prendesse una pensione come quella di chi lavora per trent’anni magari di più, sarebbe profondamente iniquo, ma così non è per fortuna. Su questa questione sono state dette molte cose sbagliate e inesatte; i vitalizi sono stati aboliti setto/otto anni fa, anzi dieci anni fa, credo. L’unica cosa che voglio dire: informiamoci bene; fra le varie posizioni non prendiamo quella che ci soddisfa di più indipendentemente dalla sua coincidenza con la verità. Guardiamo qual è la verità e poi facciamoci un’opinione e poi combattiamo per quella. Molto spesso ci vengono fornite analisi che non corrispondono alla verità ma corrispondono ad un sentimento che noi abbiamo dentro; a volte quel sentimento non corrisponde alla verità; allora il mio unico invito è questo: guardiamo bene come stanno le cose, perché fa parte della lotta politica questa, esasperare il conflitto, presentare una bugia come se fosse la verità e ripeterla tante di quelle volte che poi diventa verità. Goebbels, che era il grande propagandista di Hitler, diceva che non importa se una cosa sia vera o non vera, l’importante è che sia ripetuta migliaia di volte, perché se è ripetuta migliaia di volte finisce con l’essere vera. Ecco, noi dobbiamo evitare di cadere in questa trappola.

DAVIDE PERILLO
Ringrazio tantissimo i nostri ospiti anzi il padrone di casa, Luciano Violante, ringrazio Andrea Simoncini, perché molto semplicemente abbiamo fatto un piccolo passo del lavoro che aspetta ognuno di noi, cioè di comprendere la realtà così com’è. Tra le tante cose interessantissime e profonde che abbiamo senti oggi, sentirsi dire che l’abc, la prima regola fondamentale del discorso politico è andare a pescare il punto di verità nel discorso dell’altro e valorizzarlo, è una sfida per tutti, ma indica un metodo per tutti, nel nostro piccolo è quello che cerchiamo di seguire e sviluppare qui al Meeting. Grazie.

Data

20 Agosto 2018

Ora

15:00

Edizione

2018

Luogo

Arena della Storia A5
Categoria