CAMBIAMENTO D'EPOCA: LA CRISI COME PASSAGGIO. Ciclo a cura di Luciano Violante ECONOMIE E CAMBIAMENTO D’EPOCA - Meeting di Rimini
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CAMBIAMENTO D’EPOCA: LA CRISI COME PASSAGGIO. Ciclo a cura di Luciano Violante ECONOMIE E CAMBIAMENTO D’EPOCA

Cambiamento d'epoca: la crisi come passaggio. Ciclo a cura di Luciano Violante ECONOMIE E CAMBIAMENTO D’EPOCA

Interviene Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Buonasera, benvenuti a questo terzo incontro del ciclo sul “Cambiamento d’epoca: la crisi come passaggio”, questo ciclo voluto dal Presidente Violante, che si è composto di tre incontri: il primo del Presidente Violante stesso su cambiamenti istituzionali generali, il secondo del prof. Livi Bacci sulla demografia e oggi sul tema “Economia e cambiamento d’epoca”. Cambiamento d’epoca, per chi non avesse seguito questo filo rosso, l’idea è questa: siamo in un momento di passaggio. Questa parola, che ha usato anche Papa Francesco, dice che non possiamo guardare solo giorno per giorno quello che cambia anno per anno. Siamo in un momento di passaggio radicale della società. Il Presidente Violante parlava della fine delle ideologie, della fine di un’immagine di Stato, di rapporto tra il cittadino e lo Stato che è durato 200-300 anni. Livi Bacci, partendo dal tema della popolazione, metteva in luce questa grandissima migrazione, non la prima, nel corso della storia, ma certamente una migrazione rilevante a livello mondiale che modifica la vita generale. Innanzitutto una migrazione in un cambiamento di popolazione: si parlava di 3 miliardi, poi 6 poi 10 miliardi di popolazione. Secondo: con grandissimi spostamenti tra i diversi Continenti. Evidentemente questo è anche un cambiamento d’epoca per quel che riguarda l’economia, basti pensare al tema della crisi finanziaria, della globalizzazione che l’ha preceduta, e poi dei cambiamenti tecnologici. Non siamo più di fronte al breve periodo, siamo di fronte a un lungo periodo, che diventa breve in pochissimi istanti, l’obsolescenza che ha tempi sempre più brevi, Paesi che quando io ero piccolo, erano considerati terzo mondo e oggi sono tra le più importanti economie del mondo. Cosa vuol dire questo cambiamento d’epoca, cosa ci chiede, che cambiamenti di posizione comporta? Si può andare avanti a guardare la vita e la politica solo nel quadro di una Legislatura o forse bisogna cominciare a guardare in un altro modo, con un’altra ottica?
Allora, qui oggi abbiamo un grandissimo interlocutore, Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, che per il ruolo che ha ci può raccontare di questi cambiamenti, perché è un grande studioso. Del resto la Banca d’Italia è il punto più interessante, lo scrigno culturale che noi abbiamo in Italia per questo pensiero strutturale, che non si ferma al breve periodo. Per cui lo ringraziamo innanzitutto per la sua presenza. Ci farà una lezione e poi ci sarà una domanda per completare la serata. Grazie Governatore, a lei la parola.

IGNAZIO VISCO:
Grazie mille, grazie dell’invito, ringrazio il Presidente Guarnieri, il professor Vittadini, il professor Violante che mi ha stimolato ad accettare questo invito, che riguarda un tema molto importante: se viviamo un’epoca di cambiamenti o se in realtà stiamo passando per un cambiamento d’epoca.
Il mondo è cambiato radicalmente negli ultimi 25 anni: la globalizzazione, lo straordinario aumento degli scambi di beni e servizi, che è stato conseguente all’apertura dei mercati, il progresso tecnologico con l’affermazione di nuove tecnologie (non solo dell’informazione e delle comunicazioni ma i nuovi materiali), la digitalizzazione, la rivoluzione digitale in atto, hanno avuto effetti straordinari anche per la nostra vita di tutti i giorni come tutti noi sappiamo. Il fatto che io usi l’iPad è una cosa banale, però è chiaramente un’esemplificazione.
Tutto questo è avvenuto in un contesto di continuo aumento della popolazione mondiale, come è stato ricordato dal professor Vittadini, ne ha parlato il professor Livi Bacci qualche giorno fa. Questa è passata da 5 miliardi e qualcosa nel 1990 a 7 miliardi e mezzo oggi. Soltanto 300 anni fa era meno di 800 milioni, 1 miliardo e mezzo all’inizio del 900, circa 3 miliardi 50 anni fa, 5 miliardi e qualcosa 25 anni fa e adesso la popolazione mondiale è di 10 miliardi. Questo è avvenuto in concomitanza con l’aumento del benessere, che è sicuramente aumentato, anzi, è aumentato moltissimo. In Europa, inoltre, abbiamo avuto cambiamenti molto rilevanti negli ultimi 25 anni, il più chiaro di tutti è questa nuova unione economica e monetaria, una moneta unica, una politica monetaria unica.
Sono cambiamenti che hanno degli effetti anche per l’organizzazione dell’economia, per la capacità delle imprese di competere e questi cambiamenti non sempre hanno luogo in modo lineare. In realtà, ancora oggi scontiamo gli effetti della crisi finanziaria scoppiata in America nel 2007 e della crisi dei debiti sovrani, più vicini a noi, nell’era dell’euro, nel 2010-2012. Ci sono lasciti molto gravi di queste crisi. Non parlerò specificamente della crisi profonda nella quale l’Italia si è trovata negli ultimi 10 anni, ne ho parlato alla fine di maggio nelle mie considerazioni finali, nelle quali ho cercato di far in qualche modo passare una mia visione, secondo la quale questa è stata la crisi più grave della storia di questo Paese, la più grave, la più profonda, molto più grave della grande depressione. Questo ha avuto effetti sulle finanze pubbliche, sulle banche, quello che noi vediamo e leggiamo nei giornali, in realtà, deriva da questa crisi gravissima, una crisi che poi ha portato disoccupazione, ha portato la chiusura di molte imprese, dalla quale stiamo uscendo con difficoltà, anche se stiamo uscendo, perché c’è una ripresa, una ripresa congiunturale, che in qualche modo si incontra con le riforme che stanno procedendo (non sono da considerare terminate, in realtà c’è ancora molto da fare).
Devo anche dire che questa crisi ha colpito la nostra economia in un momento in cui ancora essa stava recuperando ritardi straordinari nell’adeguarsi ai cambiamenti di cui ho parlato prima (alla globalizzazione, alla demografia nuova, alla innovazione tecnologica su scala mondiale, alla digitalizzazione). Sono cambiamenti di tipo economico, sociale, demografico, tecnologico, ma anche politico, sui quali noi tutti (le imprese, i sindacati, la politica, le banche) siamo stati lenti ad adeguarci, per tanti motivi che non sto ad approfondire. Il fatto, però, che vi sia un ritardo nell’adeguarsi a questi cambiamenti, spiega abbastanza della profondità della crisi che ha avuto luogo. Una crisi che è stata di natura finanziaria e che ha portato anche a riaccendere la discussione sul ruolo della finanza, una forza buona come dicono alcuni, necessaria per far procedere lo sviluppo; una forza o un’attività moralmente dubbia, come altri la definiscono. Dirò alcune cose anche su questo. Però prima partirei con la globalizzazione.
Il termine globalizzazione si riferisce a una crescente unificazione dei mercati mondiali. Questa è stata determinata soprattutto con la fine della guerra fredda. Molti di voi sono giovani, forse non hanno vissuto gli anni della guerra fredda. Noi, la mia generazione non pensava che sarebbe crollato il sistema socialista dell’Europa dell’Est, il sistema di pianificazione, in un modo così drammatico e così repentino, ma è indubbio che dopo c’è stato un dividendo della pace. Questo dividendo della pace sostanzialmente ci si aspettava che avrebbe avuto effetti molto benefici per tutti: per noi occidentali, quelli che stavano dalla parte buona, come si dice, che avrebbero avuto la possibilità di dialogare, di commerciare, di scambiare con economie che si aprivano (prima erano chiuse, erano autarchiche), che si aprivano al resto del mondo. Ci sono stati in effetti nuovi protagonisti: le economie emergenti, quello che era il terzo mondo, che, come diceva Vittadini, è diventato in realtà il nostro mondo. La Cina, l’India, il Brasile, la Russia, il Sud Africa, tutti hanno beneficiato di questa straordinaria unificazione dei mercati, gli scambi commerciali sono aumentati in modo straordinario, le persone hanno cominciato a spostarsi in modo notevole. Non è la prima volta, perché chiaramente anche alla fine dell’800 c’erano stati grandi migrazioni, dopo la seconda guerra mondiale anche e in passato (l’uomo è un essere mobile), ma il punto importante è che c’è stata questa libertà di andare e di andare dove c’erano incentivi per fare cose nuove. La globalizzazione ha portato con sé formidabili pressioni competitive da parte di produttori localizzati in Paesi emergenti di grandissime dimensioni, come la Cina e l’India, ma anche in altri Paesi che appartengono alla stessa organizzazione dei Paesi industrializzati, l’OCSE (pensate alla Corea del Sud). Gli effetti sono stati importanti. A titolo d’esempio: in un settore cruciale per l’economia italiana come il settore tessile delle calzature, della pelletteria e così via, noi abbiamo avuto in 20 anni un aumento della quota della Cina, che è aumentata di 25 punti percentuali ed è arrivata a circa il 40% della produzione mondiale. Contemporaneamente la produzione delle imprese italiane è caduta di quasi il 35-36% in questi 20 anni, molto di più di quanto non sia caduta l’intera industria manifatturiera che ha risentito della crisi e che in questi anni ha perso circa il 16% del totale. Globalizzazione e progresso tecnologico sono forze che si alimentano a vicenda. Le nuove tecnologie sono essenziali per organizzare e gestire la frammentazione della produzione in un contesto così ampio come è il mondo. L’abilità di partecipare a quelle che si chiamano le catene globali del valore cruciale, così come quello di spacchettare sostanzialmente i compiti produttivi e l’assemblaggio dei beni che si commerciano con una delocalizzazione, comporta sostanzialmente sfruttare al massimo questi costi bassissimi, ormai, dei trasporti e delle comunicazioni. La globalizzazione spesso è identificata come la ragione dell’accresciuta importanza delle economie emergenti e queste, in effetti, hanno contribuito alla crescita mondiale con una percentuale che negli ultimi 20 anni è stata circa il 70% (era il 30% negli anni ’70). Quindi il 70% della crescita del mondo dipende da queste economie emergenti. Dalla figura si può notare che, a partire dal 1990, il peso dei Paesi a reddito medio-basso sul PIL mondiale è cresciuto moltissimo e si è ridotto il peso delle economie avanzate (Stati Uniti, area dell’euro, Giappone). L’aumento è molto evidente se si usano queste parità di potere d’acquisto, che è un modo di mettere sullo stesso piano economie che hanno diversi gradi di sviluppo. Ma, anche se si usassero i cambi correnti, la figura non sarebbe molto diversa, non sarebbe più salita la quota del PIL mondiale attribuita ai Paesi a reddito medio e basso al 54%, sarebbe salita al 46% (quindi, sempre qualcosa di particolarmente alto partendo da livelli molto bassi). Sottostante a questo risultato vi è l’aumento straordinario dello scambio di beni e servizi, delle esportazioni mondiali. Vi sono aumenti straordinari della percentuale di prodotto che è esportata, siamo all’incirca adesso al 30% di ciò che viene prodotto che viene esportato nel mondo. E sono stati straordinariamente elevati gli investimenti diretti esteri: da 10 miliardi di dollari del 1970, adesso i flussi degli investimenti, che si dirigono in altri Paesi, sono oltre 2 mila miliardi. Sono arrivati a 3 mila miliardi circa poco prima della crisi finanziaria. Stiamo parlando da 10 a 2 mila 200 miliardi di oggi, questo per avere la dimensione dei flussi annui di investimenti all’estero da parte di singoli Paesi.
Una globalizzazione, un progresso tecnologico che stanno alla base del miglioramento straordinario degli standard di vita. Standard di vita, di cui l’intero mondo ha beneficiato negli ultimi 25 anni. Il PIL pro capite, in termini reali, è aumentato del 70% tra il 1990 e il 2016 e questo è un aumento sicuramente di tutto il mondo, ma di cui ha beneficiato anche il comparto dei Paesi a reddito più basso.
E il risultato più importante è certamente la riduzione della povertà. L’obiettivo di dimezzare la percentuale di persone in condizioni di povertà estrema, cioè con un reddito inferiore a 1,9 dollari, come misurato adesso dalla Banca mondiale, è stato conseguito con 5 anni d’anticipo, nel 2010, rispetto ai tempi previsti dal millennium development goals, concordati 15 anni fa nel 2000 nell’ambito delle Nazioni Unite. Le stime recenti danno che, per la prima volta, la povertà è scesa sotto il 10% della popolazione, cioè i poveri estremi sono meno del 10%. E sono circa 700 milioni di persone, il 9,6%, appunto, della popolazione globale. L’obiettivo è di chiudere questo capitolo per il 2030, ma va ricordato che 1,2 miliardi di persone circa sono uscite da condizioni di estrema povertà (si dice 1,1 tra il ’90 e il 2015, ad oggi sono 1,2), ma vi sono anche oltre 2 miliardi di persone in più oggi rispetto al 1990 nel mondo. Quei 2 miliardi non sono entrati nella povertà estrema, quindi abbiamo 3 miliardi su 5 miliardi di partenza che non sono più poveri estremi o non son poveri estremi. È un risultato straordinario. Ovviamente a questo va aggiunto il miglioramento delle condizioni di vita, la speranza di vita che si è alzata, la mortalità infantile, che si è dimezzata e oggi è pari a 43 per mille di bambini sui 60 circa di vent’anni fa. Progressi ovviamente che si erano registrati anche in Europa e in Italia dal dopo guerra. Pensate all’analfabetismo che era estremamente alto in Italia (soltanto nel 1951 oltre 5 milioni – 6 milioni di persone, il 13% della popolazione sopra i sedici anni era analfabeta totale) e adesso è l’1% della popolazione (sempre grande, sempre sono varie centinaia, migliaia di persone). Quello che è più grave adesso da noi, (e questo è un inciso), è l’analfabetismo di ritorno, il problema del cosiddetto alfabetismo o analfabetismo funzionale, the illitteracy, i problemi di incapacità di fare calcolo (e su questo dirò qualcosa alla fine).
Gli effetti della globalizzazione così come quelli del progresso tecnico non sono sempre positivi per tutti. Molti dei nostri Paesi avanzati si chiedono se riusciranno a mantenere i propri posti di lavoro, posti che sono minacciati, si dice, da robot (e anche di questo parlerò tra poco). Ci si chiede inoltre se e in che misura la finanza, le grandi banche internazionali, giochino un ruolo fondamentale nel determinare la globalizzazione, il progresso tecnico stesso. E poi sembra che sempre più si stia aprendo una forbice tra chi è molto ricco e tra chi è molto povero, ovvero tra chi guadagna molto e chi poco o niente, anche se non è povero estremo, come quelli di cui ho parlato prima.
Critiche spesso veementi sono state avanzate e alcuni hanno detto di aver visto l’affermarsi di un mondo nel quale domina un nuovo impero, che discende dall’azione congiunta di globalizzazione, tecnologia e finanza.
La domanda è se sono critiche giustificate e da questa domanda (e spesso quella associata che riguarda i grandi flussi migratori) sembrerebbe che poco di buono sia venuto dalla globalizzazione, dalla tecnologia, dalla finanza, ma ho ricordato poco fa gli enormi progressi, innanzitutto nei termini della povertà, derivanti dall’apertura degli scambi commerciali e finanziari. Tuttavia, è vero che gli effetti della globalizzazione e del progresso tecnico non sono ugualmente distribuiti in tutta la popolazione.
Il progresso tecnologico è il più potente fattore di cambiamento nella storia e sta rivoluzionando le nostre abitudini quotidiane, gli stili di vita, i sistemi economici stessi e forse la società nel suo complesso (in questo senso siamo veramente a un passaggio). Dopo la prima età delle macchine, dalla seconda metà del Settecento in poi (che ha visto l’introduzione di tecnologie di un uso generale quali il motore a vapore, la macchina a vapore, il motore a scoppio, l’elettrificazione ecc.), oggi viviamo nella seconda epoca delle macchine, definita dalla rivoluzione digitale, dall’impatto epocale di innovazione nella tecnologia dell’informazione e della comunicazione. In parte anche questo è il risultato della fine della guerra fredda, quando si è reso disponibile, diciamo, tutto insieme, uno stock di innovazioni, che era stato prodotto nell’ambito della difesa dello spazio, dell’attività spaziali. Improvvisamente, tutti questi materiali, questi servizi, queste capacità di disporre di nuove tecnologie sono state rese disponibili per usi civili. Esempi ce ne sono tantissimi: internet ha cambiato tutte le comunicazioni nel 1991, la telefonia mobile ha abbattuto drasticamente i costi. Oggi questa sostituisce il telefono con i fili, la macchina fotografica, i registratori, i localizzatori ecc.. Il tipico smartphone di oggi ha una potenza di calcolo tre milioni di volte superiore a quella del primo mini computer commercializzato nel 1965, tre milioni di volte superiore. Quell’iPhone 4, con un costo 225 volte inferiore (un iPhone 4 – non quello ultimo, quello del 2010 – costava 600 dollari, adesso si trova su Ebay a meno di 100) ha la stessa potenza di calcolo del più veloce dei super computer che nel 1975 costava cinque milioni di dollari. Un odierno smartphone, quello di destra nella slide, l’iPhone 7 è lungo 13 cm., pesa 138 grammi, ha una potenza di calcolo pari a 18.000 volte la potenza del super computer IBM, quello di sinistra, 7030 Stretch del 1961, che era lungo dieci metri, pesava diciotto tonnellate e costava otto milioni di dollari, diecimila volte in più dell’iPhone. Il primo satellite commerciale per le comunicazioni fu messo in orbita dagli Stati Uniti nel 1965, oggi ce ne sono quattrocento, ogni anno ce ne è qualche decina che va.
Le tecnologie delle comunicazioni sono tecnologie a cui si deve l’impatto più dirompente sulle nostre abitudini di tutti i giorni: internet è una rivoluzione ancora in corso sia per la società, sia per il sistema economico. Ormai viviamo in una società, in una economia digitale, un passaggio che riguarda non solo i più giovani, riguarda tutti ed è avvenuto in meno di una generazione. La cosa interessante è che circa quindici anni fa, nel 2000, io mi trovavo a Parigi e scrivemmo un piccolo libretto che si chiamava La nuova economia oltre l’euforia. Molti dicevano “vabbè, questa è stata una fiammata, adesso si esaurisce” e invece sembrava essere già allora visibile una serie di implicazioni, quali quelle legate alla possibilità di commerciare elettronicamente tra imprese, tra imprese e persone, tra persone e persone. Questa è diventata la realtà. Ormai è così. Prima di tutto nell’Unione Europea la percentuale di famiglie con l’accesso a internet è aumentata dal 49 all’ 85% in dieci anni, dal 2006 al 2016 e dal 40 all’80% in Italia (che pure stava indietro), con punte di 100% in Olanda, in Lussemburgo, vicini a questo, in Francia e in Germania. La crescita del commercio elettronico è esponenziale. Nell’Unione Europea la percentuale di individui che ha acquistato beni o servizi online negli ultimi tre mesi è aumentata del 20% nel 2006, dal 20% al 46% nel 2016 e in Italia, anche se minore, è in forte crescita del circa 10-30%. Ma l’Italia primeggia nella diffusione della telefonia mobile: gli abbonamenti per cento abitanti sono aumentati da 0,5 nel 1990 a oltre 140 nel 2015 (da 0,2 a 98 nel mondo, da 2,1 a 118 negli Stati Uniti). Quindi vuol dire che vari di noi hanno più di un abbonamento. Siamo indietro nell’utilizzo degli strumenti digitali nelle imprese, forse nelle scuole, nelle università, ma siamo avantissimo nell’uso di sms, messaggini, Twitter, ecc..
Vi sono ostacoli ancora nelle operazioni online, ancora vi sono difficoltà nel commerciare tra Paesi: nel 2015 solo il 15% delle persone effettuava acquisti online da un altro Stato membro e le imprese a tutt’oggi non riescono a trarre pieno vantaggio dalle opportunità di crescita offerte da internet. Nel 2015 solo il 7% delle piccole-medie imprese vendeva all’estero. Ma è proprio perché questi numeri sono ancora così piccoli che ci si può aspettare un aumento straordinario ancora nel futuro.
E il completamento del mercato unico digitale è una delle dieci priorità della Commissione Europea che si basa su tre pilastri: migliorare l’accesso a beni o servizi digitali in tutta l’Europa (sia per i consumatori, che per le imprese), creare un contesto favorevole e parità di condizioni affinché le reti digitali, servizi innovativi, possano svilupparsi (la banda larga, per intenderci e diffusa per tutti), e massimizzare il potenziale di crescita dell’economia digitale. Questo è l’obiettivo in Europa.
Poi ci sono molti altri campi nei quali noi abbiamo avuto un progresso straordinario. Pensate al trasporto aereo: molto rapidamente, è visibile quello della velocità, sicurezza, minori costi (nonostante tutte le critiche che si fanno adesso). Tra il 1970 e oggi, il numero di passeggeri che viaggiano in aereo è aumentato nel mondo da trecento milioni a circa quattro miliardi e in Italia da sette a ventinove milioni, con un massimo, prima della crisi finanziaria, di trentotto. Quindi, un cambiamento epocale è indubbio. Questo non è avvenuto senza costi. Vi sono costi sia della globalizzazione, sia del progresso tecnologico. Uno dei denominatori più importanti nella globalizzazione del progresso tecnologico, nelle dinamiche demografiche e migratorie è l’impatto sul mercato del lavoro, specialmente nei Paesi avanzati. Stime recenti indicano che il 10% della riduzione dell’occupazione nel settore manifatturiero negli Stati Uniti tra il 1999 e il 2011 (queste sono le stime), è stato pari a circa 600.000 posti di lavoro (il 10%, appunto della riduzione dell’occupazione), ed è dovuto all’effetto diretto della competizione con la Cina. L’effetto indiretto, attraverso le interconnessioni tra settori, l’equilibrio generale, porta a oltre due milioni di posti di lavoro in meno negli Stati Uniti. Anche in Italia (questi sono studi che abbiamo fatto noi), tra il ’95 e il 2007, l’aumento della quota di importazioni provenienti dalla Cina e da altri Paesi con basso costo del lavoro, si riflette in una perdita netta di 120.000 posti di lavoro nel settore manifatturiero. Tenete conto che noi siamo un grande Paese manifatturiero con la Germania e il Giappone e adesso Cina e Corea, ma chiaramente questo settore tende a ridursi mano a mano che l’automazione è presente e mano a mano che la economia crea lavori nel settore dei servizi. Siamo adesso intorno al 17% della occupazione del settore manifatturiero, pensare che si possa tornare al 20% è pura utopia. Ma il punto importante è che da noi già si è avuto questo effetto di caduta proprio per il rapporto diretto con la Cina e se si va a considerare tutto l’indotto, chiaramente questo è anche molto più alto. Come osservato, nel comparto tessile di abbigliamento l’effetto è stato dirompente.
La relazione tra cambiamento tecnologico e occupazione, invece, è un punto difficile da analizzare, sicuramente è un punto molto discusso nell’analisi economica. Un grande economista di inizio Ottocento, David Ricardo, scrisse un capitolo della sua opera fondamentale, che si chiamava Sulle macchine e quello che sosteneva è che, in una visione pessimistica, la scoperta e l’uso delle nuove macchine sarebbe potuta essere assai dannosa per i lavoratori e per l’occupazione (da lì nasce poi il luddismo, senza scomodare Ludd, Marx, ecc., in realtà l’opposizione all’introduzione delle macchine è una cosa che è andata di pari passo con lo sviluppo delle tecnologie). Ma è una relazione non lineare e neanche scontata. Tra gli economisti probabilmente prevale la posizione di John Maynard Keynes, grande economista degli anni ’30, che nel pieno della grande depressione scriveva: “Siamo affetti da una nuova malattia, di cui forse non tutti sanno ancora il nome, ma che sarà di grande importanza negli anni futuri: la disoccupazione tecnologica. Significa disoccupazione causata dalla scoperta di nuovi modi di risparmiare sull’utilizzo del fattore lavoro, a una velocità superiore rispetto a quella con la quale si riescono a trovare nuove forme di impiego, ma si tratta di una fase temporale di aggiustamento”. E in realtà non c’è stata quella disoccupazione tecnologica.
Trent’anni dopo un suo allievo, anche premio Nobel, si chiama James Meade, si chiedeva preoccupato: “Cosa faremo quando il prodotto per ora lavorata sarà estremamente elevato, per la tecnologia che si sviluppa, ma la quasi totalità del prodotto andrà a pochi proprietari di impresa, i proprietari delle macchine, mentre la massa dei lavoratori sarà, in termini relativi se non assoluti, in condizioni peggiori di prima?”
Ora, storicamente il progresso tecnologico ha creato vincitori e vinti, non c’è dubbio. Nel lungo periodo ha sempre però generato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti. Pensiamo all’agricoltura: all’inizio del Novecento negli Stati Uniti il 36% degli occupati stava in agricoltura. Il 2% già negli anni Sessanta e adesso. In Italia si è passati dal 63% al 4%. Ma tutti hanno trovato lavoro, quelli che sono scesi dall’agricoltura, anzi, nel frattempo la lavorazione è molto aumentata e si è trovato lavoro per tutti, anche per coloro che si affacciavano nuovamente nel mercato del lavoro. Ora il progresso che ha indotto questi ammortamenti consentendo di espandere la produzione agricola ha reso possibile e stimolato nuove attività. Alcune di queste attività neanche sono immaginabili. Ora abbiamo studi recenti, uno di questi è molto interessante ed è uno studio di due ricercatori di Oxford, che dicono che quasi il 50% dei posti di lavoro di oggi, negli Stati Uniti, è a rischio di essere automatizzato nei prossimi dieci, vent’anni. Studi analoghi sono stati condotti per l’Europa, vari di questi studi hanno prodotto risultati simili, ma recentemente ci sono stati anche ridimensionamenti di queste stime, ne cito uno per tutti: un lavoro dell’OCSE nel quale si dice: “Sì è vero, ma è il 10% il rischio di scomparire totalmente”. Il problema è che c’è un altro 30%, che in realtà non scompare, ma resta, purché chi compie quei lavori cambi profondamente le proprie capacità di lavoro, il modo di lavorare, usando tecnologie, usando conoscenze, applicando competenze diverse.
Ora, c’è anche da dire però che il tasso di disoccupazione proprio negli Stati Uniti, Paese che più ha avuto questo cambiamento legato alla globalizzazione delle tecnologie, adesso è al 4,5%, il più basso livello degli ultimi trenta-quaranta anni. Quindi, di fatto, non c’è stato questo tremendo impatto sulla disoccupazione. D’altra parte, la partecipazione al mercato del lavoro, cioè quante persone cercano lavoro e lo trovano, è drasticamente caduta dopo la finanziaria (quindi c’è ancora un verdetto aperto, che sostanzialmente sta dietro questo tentennamento da parte della politica monetaria negli Stati Uniti a ritornare a essere restrittiva, per paura delle pressioni inflazionistiche legate alla disoccupazione che è così scesa).
Poi c’è anche, come ho detto, l’ampliamento della disuguaglianza tra i costi della globalizzazione. Disuguaglianza per la quale le preoccupazioni sono tornate a essere simili a quelle di Meade negli anni ’60. Non c’è dubbio che non si può ignorare l’effetto di questi grandi cambiamenti. Bisogna compensare coloro che sono più danneggiati, cosa che non è stata fatta. E non essendo stata fatta, si capisce anche questa forte opposizione che viene a essere messa avanti da forze politiche, da cittadini, contro il cambiamento tecnologico, contro la globalizzazione, contro l’apertura, contro i movimenti della popolazione.
Indubbiamente le cifre della disuguaglianza globale riferiti alla ricchezza sono impressionanti: nel 2010 (questi sono dati di giornale, ma sono abbastanza evidenti), c’erano 388 miliardari nel mondo, che detenevano la stessa ricchezza di tre miliardi e seicento milioni di individui più poveri. Nel 2015 questo numero era sceso a 62 miliardari. Lo scorso anno otto: otto miliardari hanno la stessa ricchezza di tre miliardi e mezzo di persone. Questo è chiaramente un effetto di disuguaglianza, che lascia pensare.
E non consola il fatto che negli ultimi due decenni la disuguaglianza di reddito a livello globale sia diminuita grazie al fatto che sono cresciuti fortemente i Paesi emergenti in via di sviluppo (Cina, India e così via). Questo calo di disuguaglianza tra Paesi è stato accompagnato infatti da un aumento molto forte della disuguaglianza di reddito e di ricchezza all’interno della maggior parte dei Paesi. Per esempio a fronte del 10% della popolazione degli Stati Uniti con un reddito medio quasi nove volte più alto del restante 90%, abbiamo che il famoso 1% di quella popolazione ha un reddito medio quaranta volte maggiore del 90% e lo 0,1%, i superstar o dello sport o delle nuove tecnologie o delle grandi banche, ha un reddito medio di circa duecento volte più alto. Il problema della disuguaglianza esiste e all’aumento della disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi ha certamente contribuito il cambiamento tecnologico. Questo ha determinato un forte aumento del differenziale del salario tra occupazioni qualificate e quelle meno qualificate, e ha consentito di sostituire con l’automazione gli occupati con compiti più standardizzati. Oltre alla globalizzazione tecnologica le dinamiche del mercato del lavoro, più in generale quelle del sistema economico e della società nel suo complesso, sono e saranno influenzate da fattori demografici, non c’è niente da fare. Aumento della popolazione mondiale, invecchiamento nei Paesi avanzati, domanda quindi di nuove forze lavoro, di immigrazione, ma anche offerta di emigrazione dai Paesi per motivi economici oltre che per quelli che conosciamo bene dei conflitti. Di questo ha già parlato a lungo Livi Bacci, io non voglio intervenire ulteriormente, se non per ricordare che alla fine è un problema di come viene governato il processo. Vi è bisogno di avere forza lavoro in una economia che ha coloro che lavorano che sono sempre di meno, perché la popolazione diventa sempre più anziana. Contemporaneamente il problema è cosa faranno, come saranno impiegati, come saranno integrati e come si farà ad assorbire, alla luce proprio di quei cambiamenti tecnologici che tendono a ridurre un certo numero di occupazioni standardizzabili di routine, persone che non hanno skills sufficientemente combacianti con ciò che è necessario nel sistema. Si può anche ricordare, però, che c’è molta retorica per quel che riguarda la migrazione, a parte l’Italia che ha un problema umanitario enorme, ha un problema enorme come porta di accesso, ma poi alla fine in Italia c’è molta meno immigrazione che resta di quanto per esempio sia quella che viene assorbita da altri grandi Paesi europei, la Germania per esempio. Se uno va a vedere, dei 140 milioni di migranti che nel 2015 vivevano nei Paesi sviluppati, il 60 % proveniva da Paesi in via di sviluppo, il che vuol dire che il 40 % veniva dagli stessi Paesi sviluppati: quindi c’è molta mobilità di lavoro all’interno degli stessi Paesi sviluppati e in Europa oltre la metà dei migranti proveniva dalla stessa regione, cioè sempre dall’Europa.
Più in generale, passiamo a un’altra area, che è quella finanziaria, per parlare dei problemi che abbiamo con questa globalizzazione. Il progresso tecnologico, gli straordinari progressi degli ultimi 25-50 anni non sono avvenuti senza incidenti di percorso. In primis i ricorrenti episodi di crisi economica e finanziaria di cui ho parlato prima. La crisi finanziaria del 2007 degli Stati Uniti, che poi si è sviluppata nel 2008-2009 e la crisi del Mediterraneo nel 2009-2010 con lasciti non indifferenti. Io avevo una slide che manca, evidentemente non è arrivata, però volevo parlare dell’aspetto legato alla finanza. Da un lato c’è stata un’esplosione straordinaria delle risorse finanziarie raccolte dal settore privato, e dall’altro un aumento di strumenti importanti in certe situazioni ma usati al di là della loro importanza, ad esempio gli strumenti derivati. Un’assicurazione sulla vita è uno strumento derivato: non parliamo di derivati senza andare a capire bene di che si parla, però un derivato è sicuramente un contratto che consente di assicurare un’impresa contro i movimenti del cambio, se l’impresa esporta. Se io esporto negli Stati Uniti e cambia il rapporto dollaro Europa, ho un contratto che mi assicura e mi assicura con qualcun altro che vuole essere rassicurato in senso inverso, quello che esporta in Europa, per esempio. La stessa cosa vale per il petrolio e così via. Molti di questi prodotti sono stati poi in realtà trasformati in serie di strumenti finanziari strutturati, opachi, che sono stati uno dei componenti fondamentali della crisi finanziaria. Ora, i costi di questa crisi hanno accresciuto lo scetticismo nei confronti dell’Euro-finanza, ma non si tratta di uno scetticismo nuovo: la finanza è stata a lungo considerata un’attività moralmente dubbia. Amartya K. Sen fece una lezione alla Banca di Italia nel 1991 e si chiedeva come è possibile che un’attività tanto utile sia stata giudicata così dubbia sotto il profilo etico. Gesù caccia i mercanti, in realtà i banchieri dal tempio. Solone cancella i debiti e proibisce molte forme di credito e Aristotele definisce l’interesse come una innaturale e ingiustificata riproduzione di denaro in denaro. Sullo sfondo di questa striscia strutturale in realtà l’atteggiamento di tutti noi dipende dalla condizioni finanziarie di un dato momento. E’ un pendolo. Fino agli anni 70 del ’900 i fallimenti del mercato richiedevano la presenza e l’azione di un regolatore. Successivamente con i fallimenti dello Stato, l’inflazione, la stagflazione e così via, l’enfasi si è spostata sui fallimenti dello Stato, quindi con maggior liberalizzazione e deregolamentazione. Dagli anni ’90 il processo finanziario è cresciuto tanto utilizzando anche le nuove tecnologie, la velocità di comunicazione. La possibilità di creare rapidamente strumenti particolari ha determinato una crisi che ha prodotto una migliore regolamentazione, tuttora in atto: adesso si parla di andare in direzione inversa. Allora, la percezione negativa delle banche e della finanza che continuerà ad essere importante nel futuro, non deve portare a una reazione eccessiva e priva di discernimento. Ancora Amartya K. Sen ricordava che la finanza svolge un ruolo importante per la prosperità, il benessere delle nazioni e in realtà serve a molte cose: a trasferire le risorse nel tempo: risparmiamo oggi per consumare domani; nello spazio: ciò che si risparmia da una parte si può investire dall’altra. Il problema è: bisogna ridurre i rischi a cui ci possono esporre comportamenti poco corretti. Si dice e si fa molto per l’educazione finanziaria: bisogna capire la differenza tra rendimento, rischio e così via, ma non bisogna illudersi troppo che questo sia sufficiente a ridurre la speculazione, anche di coloro che sono piuttosto bene educati. Ora occorre sicuramente una regolamentazione e un’efficace vigilanza e quando non è sufficiente, occorre che la giustizia operi con rapidità e rigore.
La crisi ha fatto emergere rischi determinati dalla combinazione tra integrazione e deregolamentazione dei mercati finanziari. Vorrei solo citare due ulteriori cose. Si parla adesso tanto della necessità di distinguere tra banche commerciali e banche di investimento, ma c’è anche un’intera area che va regolamentata e che è la cosiddetta area dello shadow banking: un’attività in cui ci sono finanziamenti, prestiti, investimenti che possono avere esternalità negative nei settori istituzionali, fondi e così via, i quali non sono né regolamentati in alcuni Paesi né uniformemente regolati. E vi è poi un grande cambiamento in atto che sfrutta proprio il cambiamento tecnologico. È straordinariamente aumentata la massa di informazioni disponibili, vi sono i big data, i fintech, sono possibilità straordinarie di utilizzare nuove tecnologie digitali applicandole alla finanza. Queste imprese sono nuove, stanno crescendo, creando prodotti, processi, modelli di attività innovativi, ancora non sono così diffusi ma saranno diffusi in modo straordinario. Il credito sarà erogato in modo quasi automatico sulla base di scores, ci sarà un aumento di rischi di cyber security: la cyber security è un problema già adesso, sarà un problema ancora più grande in futuro quando la digitalizzazione sarà molto spinta e questo vuol dire investimenti in quella direzione, vorrà dire essere pronti e lavorare.
La domanda che ci si pone è se sostanzialmente, nella seconda età delle macchine, i robot distruggeranno i nostri lavori. E vi è certamente un duplice problema: di occupazione e di reddito e un problema di equità. Ora, se la rivoluzione tecnologica porterà un’estesa risoluzione, anche transitoria, delle opportunità di lavoro e dei redditi di lavoro, chi comprerà i beni e i servizi prodotti con tecniche sempre più automatizzate? E, allo stesso tempo, sarà socialmente sostenibile che i frutti del progresso tecnologico vadano a beneficio di pochi?
Ora, il 31 maggio, nelle considerazioni finali che si tengono ogni anno in Banca d’Italia, ho provato a dire alcune cose sul lavoro. Non voglio citarmi: vorrei solo ricordare che la questione del lavoro è centrale, va al di là dell’economia, riguarda l’integrazione sociale, riguarda l’identità delle persone e sul piano economico non è soltanto un problema congiunturale. Il potenziale di crescita di un’economia dipende dalla stessa quantità e qualità della forza lavoro e dalla capacità del sistema produttivo di dare impiego adeguato a chi lo cerca. Le tendenze demografiche e tecnologiche giocano un ruolo importante che si accentuerà negli anni a venire. Ora la sostituzione di lavoro con macchine è un fenomeno macroscopico ormai, eppure non è ancora un fenomeno che ha avuto un impatto notevole sulla produttività del lavoro. Questo consente a molti economisti dire, con Keynes, che in fondo si può essere abbastanza ottimistici. La disoccupazione tecnologica viene considerata una manifestazione temporanea di aggiustamento causata dalla scoperta di nuovi modi di risparmiare, cito Keynes, sull’utilizzo del fattore lavoro a una velocità superiore rispetto a quella con la quale si riescono a trovare nuove forme di impiego, ma poi si aggiusta. Il problema è quanto è lungo questo processo di transizione? Guardando al passato, il processo tecnologico nel lungo periodo ha sempre generato posti di lavoro maggiori di quanti ne abbia distrutti e anche abbastanza in fretta. Le automobili hanno dato impiego ai conducenti di calesse; oggi il rapido avanzamento di tecnologie digitali sta segmentando profondamente la forza lavoro: da un lato un’élite altamente qualificata – il 10 % negli Stati Uniti lavora al fianco delle nuove tecnologie e percepisce redditi elevati; dall’altro, il restante della popolazione fa fatica a sbarcare il lunario. Ora, in parte ciò è derivato dalle tecniche di produzione, dalla necessità di avere contributi di lavoro qualificati e che hanno rimpiazzato quelli meno qualificati, ma poi in realtà quello che è successo è che sostanzialmente sono stati spazzati via tutti i lavori standardizzabili. Quello che abbiamo è una polarizzazione tra lavori astratti altamente innovativi e che chiaramente per ora sono appannaggio di poche persone, relativamente poche e molti lavori che sono lavori non standardizzabili – la cura delle persone, il giardinaggio e così via, tanto per dirne alcuni – i quali però sono ancora disponibili come lavori manuali a basso reddito, col rischio che il reddito scenda ancora di più, perché coloro che sono espulsi dalla parte di mezzo, quelli che fanno lavori di backoffice nelle banche e quelli che fanno lavori standardizzati di routine nelle fabbriche e così via, andranno a competere con questa parte di popolazione e tenderanno da un lato a non essere tutti occupati e dall’altro a far scendere i salari. Quindi c’è un problema di fondo. Comunque il progresso tecnologico rende possibile e stimola nuove attività, alcune di queste neanche immaginabili. Gli agricoltori dell’inizio secolo scorso, adesso probabilmente hanno dei nipoti che sono esperti di computer, che lavorano alle nuove tecnologie, sono inseriti in mestieri che hanno a che fare con la tecnologia dell’informazione. Lavori inimmaginabili 100 anni fa ed è molto difficile riuscire a capire cosa sarà il mondo nel quale vivremo e lavoreremo nei prossimi 30-40 anni. Ma sono innovazioni che interagiscono e si alimentano a vicenda con la possibilità di avere bruschi cambiamenti economici: accelerazioni, con progressi nell’intelligenza artificiale, con capacità di apprendimento delle macchine, con l’internet delle cose che non sappiamo dove va a finire, con i big data, i nuovi materiali, con tutte l’insieme di attività che chiaramente costituiscono un mondo nel quale dovremo vivere in modo diverso da come viviamo oggi. Per concludere, cosa implica tutto ciò? Se è impossibile prevedere il futuro, è certo che occorre cambiare prospettiva e comprendere che è prioritario da un lato rafforzare la capacità della nostra economia di agganciare l’innovazione e il progresso tecnologico, che sono fattori fondamentali della crescita e del benessere e dall’altro far sì che tutti possano parteciparvi e goderne i frutti. E vi sono alcune questioni fondamentali: io ne ho quattro in mente. Di fronte alla minaccia per i livelli di occupazione la strada non può essere quella luddista, quella di frenare il progresso tecnologico tout court. La risposta richiede di agire su più fronti: rafforzare il tasso di innovazione, qui è venuto Calenda, credo ve ne abbia parlato, è fondamentale: noi abbiamo affrontato il cambiamento della globalizzazione tecnologica con molto ritardo. Era chiaro già negli anni ’90 che andava fatto: le imprese non hanno investito, hanno utilizzato la flessibilità del mercato del lavoro abbassando i salari, sostituendo coloro che andavano in pensione con giovani part time, con una serie di forme flessibili, riducendo i costi del lavoro, ma non facendo gli investimenti per incorporare le innovazioni necessarie per produrre in modo diverso e con servizi diversi. E questo va fatto. Bisogna rendere più celere e meno costosa l’uscita dal mercato delle aziende senza più potenziale di crescita. Non c’è problema a fallire, il problema è restare senza poter sopravvivere. Favorire lo sviluppo di nuove attività in settori anche tradizionali: si pensi ad esempio a impieghi nella riqualificazione dei territorio, nell’ammodernamento urbanistico, nella valorizzazione del patrimonio naturale e artistico dell’Italia.
Dico queste cose perché sono vari anni che io le ripeto in occasione di queste considerazioni finali, ed è un po’ strano che sia il Governatore della Banca d’Italia che dice queste cose, però ogni anno scopriamo improvvisamente che c’è l’abusivismo, che c’è l’ambiente che non funziona, che ci sono i borghi che si degradano e così via. Sono questioni sulle quali si può intervenire e che possono dare lavoro, molto lavoro, non poco lavoro, anche lavoro tradizionale. L’efficacia di qualunque sforzo di rinnovamento e di rilancio sarà però limitata se contemporaneamente non ci sarà un profondo miglioramento del contesto in cui operano le imprese. L’elenco delle aree in cui sono necessari interventi è lungo e tra i più urgenti ci sono certamente quelli legati alla tutela della legalità e dell’efficienza dei servizi pubblici. Un secondo grande argomento riguarda l’organizzazione dei tempi di lavoro: rispetto a qualche decennio fa è diminuito il tempo che complessivamente viene dedicato al lavoro. Sono aumentati gli anni di istruzioni, si entra più tardi nel mondo del lavoro, gli orari si sono mediamente ridotti, anche con la diffusione del part time e si è estesa la durata della vita media e quindi gli anni che le persone trascorrono come pensionati, anche se questo sarà meno vero in futuro con l’indicizzazione delle età di pensionamento e della speranza di vita. Sotto la spinta delle innovazioni tecnologiche è probabile che sarà forte la tendenza a ridurre l’input di lavoro richiesto per produrre la quantità sempre maggiore di beni e servizi. Sarà quindi necessario trovare meccanismi di allocazione nei tempi di lavoro tali per cui tutti possano partecipare al processo produttivo. Periodi di formazione si dovranno alternare a quelli di lavoro per tenere il passo al progresso tecnico. La terza questione riguarda la distribuzione delle risorse nel loro complesso. E’ certo che vi è un duplice problema di domanda e di equità. Da un lato se l’evoluzione tecnologica porterà una estesa riduzione, anche se transitoria delle opportunità di lavoro e dei redditi di lavoro pro capite, la domanda è: chi comprerà i beni e i servizi che saranno prodotti con tecniche produttive sempre più automatizzate? Dall’altro sarà socialmente sostenibile che i frutti del progresso vadano a beneficio di pochi? Se ciò si realizzerà non v’è dubbio che ci sarà una forte pressione a rivedere l’intero sistema della ridistribuzione pubblica: è bene cominciare a pensarci subito. Non è un problema che si può affrontare solamente a livello di singole nazioni, è un problema veramente di dimensioni, per lo meno europee. Infine, è altrettanto necessario, a fronte del progresso tecnologico e della prospettiva di una vita lavorativa tendenzialmente più lunga, che chi lavora affianchi al bagaglio di conoscenze tradizionali e standardizzate, quelle che si imparano a scuola, sempre fondamentali, umanistiche, scientifiche, la storia, la matematica, la storia dell’arte, le scienze, un nuovo set di competenze che possa essere messo in campo per far fronte a situazioni inedite. In passato le competenze erano quelle lì a sinistra: Carlo Magno aveva il capitale umano migliore di tutti, era forte, era alto due metri e portava tutti in battaglia, non sapeva né leggere né scrivere. Dopodiché, leggere e scrivere sono diventate competenze necessarie per poter progredire. Adesso le competenze sono di altro tipo e sono competenze che vanno messe in campo per far fronte a situazioni inedite, come l’esercizio del pensiero critico, la creatività, l’attitudine alla risoluzione dei problemi, la disponibilità positiva nei confronti dell’innovazione, la capacità di comunicare in modo efficace, l’apertura alla collaborazione e al lavoro di gruppo. Non sono competenze nuove, ma è una novità il ruolo decisivo che esse vanno assumendo nella moderna organizzazione del lavoro, più in generale quali determinanti della crescita economica. Un sistema di istruzione che sia in grado di fornire tali competenze al maggior numero di studenti, costituisce quindi un’importante sfida per il nostro Paese e poi un impegno non solo pubblico, ma anche privato e delle famiglie a investire in conoscenza e in formazione nel corso di tutta la vita. Su questo, è inutile dirlo, siamo molto indietro in Italia. Ma disporre delle competenze per il XXI secolo è uno dei presupposti per affrontare al meglio l’incertezza su quali saranno, diciamo, i lavori, le occupazioni disponibili nel futuro e generare la necessaria innovazione. Non possiamo prevedere il futuro, però bisogna attrezzarsi per poterlo vivere. Per poterlo vivere bisogna conoscere. Inventare il lavoro, creare il lavoro è l’essenza dell’imprenditorialità. C’è un film recente che si chiama “Facebook”, molti di voi l’avranno visto. Ad un certo punto due gemelli protestano con il rettore di Harward, che poi è Larry Summers, dicendogli: “Insomma qualcuno ci ha rubato l’idea” (l’idea di Facebook, Zuckerberg). E questi protestano, protestano. Alla fine qualcosa ottengono perché, brevi manu, un po’ di soldi, qualche centinaio di milioni lo ottengono. Ma la cosa interessante è la frase che dice Summers: “Beh, oggi ad Harward gli studenti credono che inventare un lavoro sia meglio che trovare un lavoro”. Questo è interessante. E’ proprio l’attitudine che è diversa. Il mondo cambia globalmente e questo cambiamento richiede anche una diversa disposizione al lavoro. Ora la globalizzazione come la rivoluzione digitale sono opportunità. Ne vanno colte le potenzialità governandone i rischi e l’impatto straordinario, anche negativi, attraverso politiche appropriate. Questo vuol dire non opporsi al libero scambio, non incentivare il protezionismo come qualcuno di questi tempi sta in qualche modo proponendo, magari soltanto sul piano retorico. E’ importante richiamarlo oggi, ma è importante anche ricordare che la gestione della globalizzazione e del tecnologico richiede più attenzione verso coloro che sono più lenti ad adattarsi e che rischiano di rimanere indietro. Un punto troppo a lungo trascurato sia a livello nazionale, sia nei dibattiti che noi abbiamo nell’ambito del G7, nell’ambito del G20, per non dire nell’Unione Europea. Davanti alla distruzione di vecchi posti di lavoro, alla creazione di posti di lavoro nuovi tocca, credo allo Stato, il compito di offrire una rete di protezione per chi perde il lavoro, facilitare l’inserimento, la formazione, la mobilità e garantire soprattutto un’istruzione di qualità e al passo con i tempi. Ai giovani tocca il compito al tempo stesso più impegnativo e stimolante: studiare e investire in conoscenza per acquisire il capitale umano necessario, oggi, per sfruttare le opportunità create e dare il proprio contributo alla posizione del mondo migliore. La frase con cui chiuderei è questa: «An investment in knowledge pays the best interest», scriveva ormai quasi tre secoli fa nel suo almanacco molto famoso Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, scienziato, politico, editore: il rendimento dell’investimento in conoscenza è più alto di quello di ogni altro investimento; è la radice del progresso umano e sociale, la condizione per lo sviluppo economico e oggi probabilmente ancor più che in passato. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
È interessante che questi enormi sconvolgimenti mettano al centro, alla fine, la cosa più umana, più personale, meno scontata: l’investimento in conoscenza. Da questo punto di vista, la domanda di Luca Farè, che è uno studente dell’ultimo anno di Economics in Cattolica, ha a che fare con questo tema della conoscenza, del conoscere per fare, per agire, per cambiare.

LUCA FARÈ:
Buonasera Governatore. Mi chiamo Luca e studio Economia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Questi cinque anni di studio hanno generato in me una grande passione per questa disciplina, tanto che lo studio dell’economia mi ha spalancato interessi anche su altri campi e discipline. La mia domanda nasce proprio da questo: mi accorgo che il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando (e che costituisce anche il tema di questo incontro) non risparmia nessuno, nemmeno l’Università in cui studio e la stessa economia. Ho l’impressione che le varie sfaccettature che compongono questa disciplina (la macroeconomia, la statistica, la microeconomia, l’economia monetaria…) stiano diventando come piccoli mondi tra i quali è difficile comprendere il nesso. Questo vale anche nel rapporto con le altre discipline. Quasi che tutti questi strumenti preziosi che anni di studio e ricerca ci hanno lasciato vengano ora usati nel tentativo di giustificare e dimostrare la perfezione di questa scienza, invece che essere messi al servizio del bene comune. Credo che per la responsabilità che le è affidata e per la missione della Banca di cui è Presidente possa aiutarmi a comprendere meglio questo fenomeno. Il suo è un compito di servizio al bene comune privilegiato, per cui sono curioso di sapere da lei in che modo la tecnica e l’intelligenza che l’economia richiedono possano tornare a favorire un apertura e un attenzione a tutti gli aspetti che interessano la vita nostra e della società in cui viviamo. Grazie.

IGNAZIO VISCO:
Grazie. A una domanda molto complessa bisogna rispondere in modo molto umile. Da un lato, è chiaro, è vero: c’è una tendenza alla specializzazione e a volte anche a una specializzazione che porta a fare interrogare alcune persone di grande importanza – la Regina di Inghilterra disse: «Ma voi che fate gli economisti, perché non avete previsto la crisi finanziaria? Insomma, che ci state a fare?». Effettivamente le complessità del mondo sono assai profonde e tutto ciò che lei ha citato riguarda strumenti per cercare di affrontarle. Questi strumenti vanno messi insieme: la storia (fondamentale), la conoscenza della società, la capacità di applicare in modo formale le proprie idee (su come interagiscano le imprese, chi lavora, le tecnologie), l’utilizzo di dati (delle informazioni, che sono sempre di più, ma sono anche sempre più difficili da organizzare: possono essere organizzate in modo automatico, meccanico, ma possono e devono essere organizzate, capite e viste dal ricercatore con l’attenzione necessaria per evitare il meccanicismo, che non porta da nessuna parte), la capacità di usare lo strumento statistico. Sono strumenti che vanno messi insieme. Ovviamente per ciascuno di questi è necessario che ci sia qualcuno che li studi in profondità e vada a considerare più in dettaglio possibile i modelli con i quali può interpretare certi particolari fenomeni e mettere insieme, associare insieme certe variabili. Avere tutto il quadro nel suo complesso davanti a noi è un’impresa molto complicata (è utile averlo) ed è anche difficile l’interazione con chi deve prendere decisioni. Quindi ci sono due risposte che darei. Da un lato è molto importante che ci siano gli studiosi di Economia matematica, gli studiosi di Statistica, gli studiosi di Macroeconomia, di Equilibrio economico generale, di Economia del benessere, e ne posso dare molte di queste specializzazioni, perché in questo modo si va in profondità nella definizione degli strumenti e nella disponibilità egli strumenti da mettere poi insieme per le decisioni, per interpretare come evolve la società. Dall’altro, bisogna fare molta attenzione a non confondere i modelli – che sono il prodotto di questi strumenti – con la realtà: in fondo un modello è un’approssimazione del mondo reale ed è un’approssimazione (per coloro che hanno dimestichezza con la matematica) necessariamente lineare. Il mondo, però, cambia in modo non lineare, cambia a volte in modo sicuramente non deterministico, ma neanche in modo facilmente prevedibile: cambia in modo casuale. Quindi, bisogna essere pronti ad adattare il modello al mondo anziché pensare che il fatto che le cose vadano diversamente da come dice il modello voglia dire che il mondo è sbagliato, e quindi prima o poi ritornerà nella direzione del modello. Questo è un problema filosofico, bisogna avere questa attitudine. Bisogna, però, anche essere umili, perché non è detto che noi riusciamo a capire tutto, bisogna andare a utilizzare tutti i dati che abbiamo. Mettere insieme è un processo molto faticoso. In fondo, io credo che l’economista sia non tanto uno scienziato come un fisico, quanto un artigiano che in una bottega particolare di volta in volta usa gli strumenti materiali e le sue conoscenze per riuscire a produrre quel prodotto che è più utile per tutti. E’ un processo molto laborioso e molto difficile.

GIORGIO VITTADINI:
Le faccio un’ultima domanda, non tecnica ma umana, sintetica. Lei ci ha fatto vedere un mondo che cambia così completamente: che atteggiamento umano rispetto a questo mondo che cambia, rispetto a questa crisi? Innanzitutto noi italiani, e, se posso dire, lei che ha una posizione di così importante rilievo, di fronte a questo cambiamento che porta anche a questa crisi, che atteggiamento ha: paura?

IGNAZIO VISCO:
Io ho scritto un libretto poco tempo fa. La frase finale di copertina è: «Cogliere le opportunità, non temere solo i rischi del cambiamento». Io credo che noi come società siamo una società conservatrice ormai: un po’ perché siamo per la maggior parte vecchi (io ho quasi settant’anni, effettivamente a me non piace tanto di andare a rischiare ancora; eppure bisogna farlo, bisogna mettersi in gioco), dall’altro perché noi viviamo in una società che cambia sempre (negli ultimi decenni è cambiata a un tasso velocissimo). Io penso che ci fermeremo e a questo punto bisogna però avere da un lato la curiosità di andare a capire cosa c’è di nuovo (bisogna essere curiosi, i giovani devono essere curiosi, devono essere in grado di mettere insieme cose diverse) e cercare di capire, dall’altro bisogna avere un atteggiamento umile, un atteggiamento anche di rispetto nei confronti della società e degli altri senza urla, senza slogan. Adesso c’è Twitter, ma dietro Twitter ci sono moltissime cose che sono più in profondità, che solo se noi andiamo ad approfondirle, a vederle, a fonderle riusciamo a capire come se ne esce. Ecco, molto della difficoltà che facciamo a uscirne è proprio questa tendenza a fermarci alla superficialità. In fondo tutti possono essere allenatori di calcio, Commissari della Nazionale di calcio: ci scegliamo i nostri undici giocatori preferiti e poi diciamo «ma perché quello non li ha messi in campo?». Non è la stessa cosa quando si gestisce la politica economica. Questa è una cosa molto importante: prima di fare qualcosa e anche di esprimere un’opinione, bisogna approfondirla. Col cambiamento credo che questo sia l’unico atteggiamento da avere.

GIORGIO VITTADINI:
Io penso che quest’ultimo punto sia il punto sintetico con cui guardare a questo incontro. due aspetti: uno “conoscere”. Noi abbiamo, in un’ora una lezione, appreso in termini globali quello che capita. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che c’è dietro tanto lavoro innanzitutto, tanto lavoro umile, tanto lavoro analitico, tanto lavoro oscuro. Perché acquisire la conoscenza chiede questa oscurità, questa apparente inutilità. Ieri parlavo con i ragazzi che stanno qui ai Parcheggi e poi anche con quelli che battono le notizie anche degli incontri minori e la domanda era «ma a cosa serve?»: a cosa serve tenere un parcheggio? A cosa serve comunicare incontri che magari non legge nessuno? Ma da questo lavoro oscuro nasce l’analisi che il governatore ci ha mostrato, perché per arrivare alla sintesi non superficiale di Twitter, bisogna avere tante informazioni, raccoglierle, guardarle, passarci del tempo. Non crediate che sia più facile adesso perché sono tante le informazioni. Io faccio lo statistico di professione: una volta avevi un campione con pochi dati, adesso ne hai tanti. Ma come fai a scegliere tra miliardi di dati quelli che servono? Devi passare del tempo, vagliare, capire, avere degli strumenti. Quindi la prima cosa che traiamo è questo amore al lavoro, anche quello che sembra inutile, perché questo lavoro che sembra inutile costruisce il primo strumento della conoscenza. Il secondo punto è la capacità di sintesi. Abbiamo sentito in questi giorni, per esempio, da una persona che sembrava non c’entrasse con queste cose, come l’ex-ministro dell’Istruzione Berlinguer, che diceva «io metterei ovunque nelle nostre scuole la musica e l’arte». Perché? Cosa c’entrano la musica e l’arte? La musica e l’arte, il gusto artistico ti fa capire, dopo tanto lavoro analitico, cosa scegliere: devi avere un gusto artistico per ordinare queste slide sintetiche in cui tu capisci che cosa serve. Devi avere un tocco come quello, perché l’artista coglie quei punti che nella realtà colpiscono: quella parola, quel colpo di pennello (abbiamo qui un Andy Warhol originale), quel tocco musicale (abbiamo sentito la prima sera Madama Butterfly dall’orchestra cinese). Quei punti sintetici, quel gusto della bellezza generano la capacità di sintesi. La terza cosa è un’altra questione, che mi sembra che dalle parole del Governatore vengano fuori: la pazienza, il tempo. Prima dell’incontro, ci diceva che c’è bisogno di una politica che non sia solo limitata a una Legislatura, per costruire cose che vanno oltre il tempo. Ci vuole pazienza per il cambiamento d’epoca, bisogna fare come facevano i nostri contadini quando pulivano i fiumi o quando mettevano a posto quegli aspetti della natura che non erano intimamente e immediatamente produttivi: costruivano per quelli che venivano dopo (pulire un fiume, un torrente voleva dire impedire un’inondazione domani; piantare un albero, lo capiamo adesso, in collina, voleva dire impedire la frana dopo). Noi dobbiamo costruire oggi per il futuro, per i nostri figli, per i nostri nipoti. Avere la pazienza di accettare anche la crisi come opportunità, ma senza pretendere che il risultato sia subito. Per avere un’Italia che è stata al vertice produttivo, abbiamo avuto tanta gente che è emigrata, tanta gente che ha fatto sacrifici, tanta gente che si è levata il pane di bocca. Noi dobbiamo fare la stessa cosa. Avere questo gusto per la costruzione in un tempo lungo. A me sembra che queste tre cose ci permettano di apprezzare questo lavoro, di impararlo, e di costruire non solo per il domani e il dopodomani, ma di essere oggi i fattori di questo cambiamento d’epoca. Alla fine di questo ciclo noi vorremmo essere qualcuno che viene ricordato come possiamo ricordare i monaci di 1.400 anni fa: non solo dal punto di vista religioso, ma anche dal punto di vista produttivo – quelli che hanno inventato le marcite, la rotazione delle colture. Quando hanno insegnato ad allevare, sembrava un lavoro inutile, duravano quarant’anni in posti dimenticati da Dio e dagli uomini, ma se noi abbiamo fatto un cambiamento d’epoca positivo dopo la barbarie è per questo. Noi siamo, vorremmo essere, laici e religiosi, ma soprattutto laici qui, i loro epigoni, quelli che con questo lavoro analitico, con questa capacità di sintesi artistica e con questa pazienza costruiscono un futuro migliore. Questo l’auspicio e il lavoro per domani. Grazie.

Data

24 Agosto 2017

Ora

19:00

Edizione

2017

Luogo

Sala Neri
Categoria
Incontri