ARMENIA CULLA DELLA CRISTIANITÀ - Meeting di Rimini

ARMENIA CULLA DELLA CRISTIANITÀ

Armenia culla della Cristianità

Armenia culla della cristianità

Partecipano: Antonia Arslan, Scrittrice; Caroline Cox di Queensbury, Fondatrice e Amministratore Delegato di Humanitarian Aid Relief Trust (HART); Sarkis Ghazaryan, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica di Armenia in Italia; Joseph Oughourlian, Amministratore Delegato di Amber Capital Investment Management; Graziella Vigo, Giornalista e Fotografa. Introduce Robi Ronza, Giornalista e Scrittore.

 

ARMENIA CULLA DELLA CRISTIANITÀ
Ore: 17.00 Sala D3
Partecipano: Antonia Arslan, Scrittrice; Caroline Cox di Queensbury, Fondatrice e Amministratore Delegato di Humanitarian Aid Relief Trust (HART); Sarkis Ghazaryan, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica di Armenia in Italia; Joseph Oughourlian, Amministratore Delegato di Amber Capital Investment Management; Graziella Vigo, Giornalista e Fotografa. Introduce Robi Ronza, Giornalista e Scrittore.

ROBI RONZA:
Benvenuti a questo che, dopo l’evento inaugurale, è il primo significativo appuntamento culturale del Meeting di Rimini 2013. Qualcuno potrebbe domandarsi perché mettere a tema l’Armenia, un caso così particolare che non è sulle prime pagine dei giornali né adesso, né negli ultimi mesi, né negli ultimi anni. Innanzitutto perché noi partiamo dal presupposto che è importante occuparsi delle cose importanti anche se non sono alla ribalta. E poi per una ragione specifica strettamente legata al tema di quest’anno, “Emergenza uomo”. Tutta la storia del popolo armeno è la storia di una piccola Nazione che, dopo aver fatto un grande incontro, l’incontro con il Cristianesimo, ha iniziato una vicenda estremamente difficile, perché la condizione geopolitica in cui si trovava ha messo costantemente alla prova la sua identità e, in condizioni anche difficilissime sulla base delle sue energie, delle energie di questi uomini e di queste donne, questa nazione, che ci si domanda come sia potuto sopravvivere, in effetti è sopravvissuta e oggi vive un momento di nuova fioritura. Per questo molto volentieri abbiamo deciso di ospitare la mostra “Armenia culla della Cristianità”, culla della Cristianità perché la conversione dell’Armenia è antichissima. Una mostra di straordinario interesse perché, come vi verrà poi spiegato, tocca tre punti della presenza armena: l’attuale Repubblica dell’Armenia, il Nagorno Karabakh, il grande centro culturale dei frati Mechitaristi di San Lazzaro degli Armeni nella laguna di Venezia. Sono tre luoghi importanti dell’Armenia, in particolare il rarissimamente fotografato Nagorno Karabakh mostra anche un interesse diciamo specifico per questo. Vi presento i nostri ospiti di questo pomeriggio, partendo dalla mia sinistra: innanzitutto Graziella Vigo, che è la fotografa e autrice delle foto della mostra che vi invito a visitare; il signor Joseph Oughourlian, che rappresenta qui, in questa sede, la diaspora armena. Voi sapete che c’è un’Armenia fuori dai confini dell’Armenia, degli attuali confini dell’Armenia, che è più numerosa ancora dell’Armenia dentro i suoi confini attuali. Di qui il fenomeno della diaspora, che nasce da una drammatica condizione ma che poi diventa una ricchezza di questo popolo. Alla mia sinistra Caroline Cox di Queensbury. Caroline è Vicepresidente della Camera dei Lord d’Inghilterra, è una appassionata e stimatrice della cultura armena e del Nagorno Karabakh. Io credevo che soltanto pochi avventurosi giornalisti fossero arrivati fino al Nagorno Karabakh, Lady Caroline ci è stata moltissime volte e poi ce lo dirà. Alla mia destra l’Ambasciatore Sarkis Ghazaryan, Ambasciatore dell’Armenia in Italia, è un ex allievo della scuola del Convento di San Lazzaro degli Armeni, infatti parla italiano meglio di me. Al suo fianco Antonia Arslan, armena d’Italia e autrice del capolavoro La masseria delle allodole e di altre opere. Io le dicevo, quando ci siamo incontrati verso mezzogiorno, che le sono molto grato per quello che lei ha fatto, perché la tragica vicenda del genocidio degli Armeni è stata scoperta dalla mia generazione attraverso il libro I cinquanta giorni del Mussa Dagh. Ma poi questa attenzione sul genocidio armeno è un po’ svanita ed è La masseria delle allodole che l’ha risvegliata sia in Italia che in molti altri Paesi in cui è stato tradotto. Siccome la causa degli Armeni è una causa di libertà e la libertà è un bene indivisibile, difendere la libertà armena significa difendere anche la nostra. Do la parola ad Antonia Arslan. Tutti i nostri autori parleranno brevemente ma intensamente e penso che questo pomeriggio sarà di particolare interesse. Dottoressa Arslan le do la parola. Mi scuso. Avevamo stabilito che iniziasse la curatrice della mostra che ci deve leggere una lettera dell’Abate del Convento dei Mechitaristi di Venezia. Graziella Vigo, prego.

GRAZIELLA VIGO:
Padre Abate Elia dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni di Venezia oggi non ha potuto essere qui a causa della grande festa della Madonna Assunta, però ci ha mandato la sua voce e io ve la leggo con molto piacere: «“Ecco quant’è buono e quant’è piacevole che i fratelli vivano insieme”. Il noto versetto del Salmo ci ricorda della bontà dell’incontro con le persone. Però è stato Dio per primo a incontrare l’uomo in molti modi e incarnandosi nel suo figlio ha dato prova della sua assoluta fedeltà. L’uomo non ha capito il valore e l’importanza di questo gesto e ha risposto con uno scontro frontale, culminato per il Dio incarnato con la morte e la morte di croce. Eppure Dio non si stanca mai di quest’opposizione scontrosa dell’uomo e continua a volerlo incontrare, a cercarlo, a camminare con lui aspettando il momento propizio per rivelarsi e abbracciare la sua creatura. E questa amorosa testardaggine divina, che investe con fiducia là dove nessuno si prenderebbe la responsabilità per investire, continuerà fino alla fine dei tempi. Il Meeting di Rimini per me si può riassumere in questa volontà di incontrare il proprio simile, non avendo paura dello scontro, perché solo perseverando nel bene si può vincere il male. Il mio augurio è che questo incontro di uomini di buona volontà possa maturare ancora di anno in anno per contribuire a far lievitare tutta la società umana che anela alla verità e che ha continuamente bisogno dell’Immenso per essere colmata. Il catalogo della mostra “Armenia culla della Cristianità”, realizzata con amore da Graziella Vigo e Joseph Oughourlian, ai quali va il mio grazie fraterno, vuol testimoniare all’uomo di oggi che la bellezza della natura, riportata in queste pagine, e la sobria bellezza dell’opera dell’uomo, che con quella dialoga se sa accoglierla come opera di Dio, sono eredità non solo per il nostro popolo armeno ma per tutta l’umanità. Il Meeting di Rimini sia per tanto anch’esso luogo di esperienza e di memoria, dove tutti e ciascuno possano rispecchiarsi e riconoscersi come uomini e come cristiani, ispirati ai valori semplici dell’amicizia, del rispetto, dell’apprezzamento della verità che, come ci suggerisce la Scrittura, ci rende liberi. La memoria non deve morire mai, essa insegna, costruisce, edifica, suscita esperienza, esperienza d’incontro».

ROBI RONZA:
Grazie. Il Convento dei Mechitaristi armeni di San Lazzaro a Venezia è il pilastro dell’identità culturale armena e, al riparo di Venezia, ha potuto conservare tanti documenti che in Armenia non hanno potuto sopravvivere alle invasioni e alle distruzioni, quindi per gli Armeni, Venezia è una delle capitali, si può dire. Credo di non sbagliarmi dicendo così. L’Abate non poteva essere con noi perché questi sono i giorni della festa dell’Assunta, che è una festa maggiore e non poteva allontanarsi dal convento. Do la parola, e spero di non sbagliarmi, alla professoressa Arslan.

ANTONIA ARSLAN:
Prima di tutto ringrazio per l’invito, sono felice di essere qui di nuovo. L’anno scorso abbiamo presentato Il libro di Mush, la mia storia di donne armene che salvano un libro prezioso ed è un libro che a tutt’oggi è una delle perle della biblioteca della città di Yerevan in Armenia che si chiama Matenadaran. Ma oggi io sono felice di essere qui a vedere insieme a voi questa mostra di fotografie, che con quell’immediatezza che dà un’immagine fotografica, ci dà l’idea di queste tre parti dell’Armenia: l’Armenia vera e propria, il Nagorno Karabakh, che è una delle culle del popolo armeno, un territorio che è stato conteso, dato all’Azerbaijan e che adesso è indipendente, e infine quel piccolo gioiello di grandissima cultura armena, che abbiamo noi in Italia, e che è l’Isola di San Lazzaro nella Laguna di Venezia. Sono fiera di aver contribuito al catalogo con la riproduzione di una poesia di Daniel Varujan, questo grande e straordinario poeta, morto a 31 anni, nei primi momenti del genocidio che ha sradicato il popolo armeno dalla sua terra e dalla sua realtà più antica. E giusto per dare alcuni piccoli flash, mi è venuto in mente, pensando a Varujan, di cui poi concluderò leggendovi non la poesia riprodotta sul catalogo ma il brano di un’altra poesia straordinaria, intensissima, mi è venuto in mente un episodio che qualche anno fa mi ha colpito profondamente, ne ho anche scritto in un articolo. Il monastero di Khor Virap, che è a sud della capitale Yerevan, in Armenia, è il monastero dove il Santo che ha convertito gli Armeni nel 301 d.C., essendo come sapete l’Armenia la prima nazione convertita al Cristianesimo, venne tenuto per 13 anni, secondo quello che dice la leggenda, in un pozzo, Khor Virap appunto, che significa fossa profonda, dal Re che non voleva convertirsi e che poi successivamente lo fece. Ma non voglio parlare di lui ma di quello che mi colpì quella volta che visitai questo monastero sulla collina, dal quale si vede il confine dell’Armenia con la Turchia, distante 20 Km e dal quale si vede stagliarsi il monte sacro degli Armeni, l’Ararat, coperto di neve, l’Ararat dalle due cime, che venne portato via agli Armeni con il trattato di Kars nel 1924. In questo avamposto, in questo monastero di Khor Virap ci sono delle pareti coperte da piccole croci e sono, amici miei, le croci dei sopravvissuti al genocidio del 1915. Quei pochi sparsi resti di un popolo che fu così grande, le incidevano sulla pietra come memoria, come auspicio, come ricordo, come speranza di ritrovare qualcuno della loro famiglia disperso nel vasto mondo, che tornasse all’antica patria, a quel pezzetto rimasto e vedesse quello che aveva scritto un cugino, un parente, un amico. Io rimasi molto impressionata da queste colonne, da questo muro fiorito di croci, le croci del ricordo. E’ l’esempio più emozionante, uno degli esempi più emozionanti di come il popolo armeno fosse così attaccato, legato a questa patria perduta che non rivedrà mai più. La grande tragedia degli Armeni non è stato solo il genocidio, è stata anche l’impossibilità del ritorno, quella che si è poi concretizzata negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale. Nel 1915 è la tragedia di sangue, nel 1915-16. I pochi sopravvissuti, quelli che alla fine della loro tragedia, nascosti come topi negli anfratti da un amico turco, nascosti perché facevano un mestiere indispensabile, sopravissuti in qualche modo, speravano di lasciare alle loro spalle la privazione della patria. Non è stato così. Negli anni terribili, pieni di piccole tragedie ma definitivi, successivi alla Prima Guerra Mondiale, gli Armeni sono stati cacciati di nuovo e per sempre. Questa particolare caratteristica della loro tragedia è qualcosa che in questi ultimi anni riemerge con forza. In qualche modo la loro identità nazionale è stata forgiata appunto in rapporto alla fede che si sono scelti quella volta. Tante cose potremmo dire su questo, altri parleranno dopo di me, ma io voglio solo, per concludere, leggervi due piccoli gruppi di versi sempre di Varujan, questo grandissimo poeta che è morto a 31 anni e che ci ha lasciato non canti di angoscia o di dolore irreprensibile o di vendetta, ma il canto del pane, il canto della sua terra. C’è una poesia che si chiama “Croce di spighe sull’altare della vergine” e ci dà un’immagine di Maria, della Madonna che è così intensa ma anche così originale, è così familiare, è così umana che riflette proprio il legame così intenso dell’armeno con la sua terra: “Madre, benedici questa croce di spighe e dona ai miei campi un’estate d’oro e una primavera di perle. Più i miei granai saranno colmi, più le fiaccole daranno luce al tuo altare. Fa’, ti prego, che come nei giorni antichi, quando di campo in campo verrai a passeggiare, le spighe non sfiorino i tuoi piedi ma solo papaveri frementi come il nostro cuore”. Questa è la fine della poesia “Croce di Spighe”. Le spighe, la croce, tutto si lega in questa specie di rinnovamento della fede attraverso il legame primitivo, primordiale, possente con la terra. E l’altra con cui concludo è forse la più bella poesia di Varujan in assoluto, si chiama “Notte sull’aia”. Certo, lui era stato educato in Italia, a Venezia, conosceva anche la poesia italiana, e un italiano qui sente l’eco di un’antica lettura di Leopardi, però rielaborata, reinterpretata alla luce di un popolo che sta per essere scacciato per sempre dalla sua terra. Non vi leggo tutta la poesia, spero che ve la leggerete da soli perché è veramente straordinaria, vi leggo solo due strofe.
“Notte sull’aia”. Il contadino, il poeta dorme all’aperto sotto le stelle. “Nel profumo del serpillo, disteso in cima a un covone, io lascio che ogni raggio tocchi il mio cuore, e m’inebrio del vino della grande botte dell’Infinito, dove un passo sconosciuto schiaccia le stelle cadenti. È squisito per il mio spirito tuffarsi nell’onda luminosa di azzurro, naufragare se è necessario nei fuochi celesti; raggiungere nuove stelle, l’antica patria perduta, da dove la mia anima, caduta, piange ancora la nostalgia del cielo”. Grazie

ROBI RONZA:
Prego, la parola a Lady Caroline Cox.

CAROLINE COX:
Buonasera, mille grazie. E adesso mi perdonerete se passo all’inglese, se parlo in inglese, perché il mio italiano sarebbe per voi insostenibile, sarebbe una sofferenza. E’ un grande privilegio per me essere qui a questo stupendo Meeting di Rimini ed è un grande piacere poter partecipare a questo primissimo incontro dedicato alla spiritualità armena. Io non sono armena come avrete notato però, grazie alla mia organizzazione umanitaria, ho avuto il privilegio di recarmi in Armenia 79 volte e nell’Armenia e nel Nagorno Karabakh. È un privilegio enorme per me visitare gli Armeni e l’Armenia ed io ho imparato ad amare e rispettare gli Armeni, soprattutto per la loro fede, che è riuscita a sopravvivere per 1700 anni nonostante tutte le persecuzioni. Questa sera io vi racconterò tre brevi storie. Come prima storia, vi volevo raccontare con qualche dettaglio in più come il Cristianesimo è giunto in Armenia, e poi dopo vi racconterò altre due cose che riguardano la straordinaria fede e i miracoli che si verificano nel Nagorno Karabakh. Prima di tutto avrete sentito parlare di Hovra, la chiesa costruita laddove il Cristianesimo è giunto in Armenia. Seguitemi in questo viaggio in quel luogo. Il luogo è uno scantinato profondo 10m sotto terra ed è stato Gregorio a voler portare la buona novella del Vangelo in Armenia. Però il Re era un pagano e non voleva saperne di Cristianesimo, per cui aveva condannato Gregorio alla pena di morte e ad una sentenza davvero terribile, ad un’esecuzione terribile. All’epoca, in fondo a quella cantina, c’erano tantissimi serpenti e scorpioni, però, come per miracolo, Gregorio riuscì a sopravvivere, non venne ucciso dai morsi di scorpioni e serpenti, e la sorella del Re aveva preso quasi in simpatia Gregorio. Stando sul fondo di quella cantina e guardando verso l’alto si riusciva vedere, diciamo fino ai due terzi della via d’uscita, una fessura nella parete molto spessa della cantina del sotterraneo e ogni sera la sorella del Re metteva in quella fessura pane e acqua per Gregorio. Gregorio è riuscito a sopravvivere in quelle terribili condizioni per 13 lunghissimi anni, sepolto laggiù. Talvolta, penso che lui si sarà sentito un po’ come Santa Teresa d’Avila. Si dice che una volta Santa Teresa d’Avila abbia detto a nostro Signore, con una certa rabbia per la verità: “Dio, non stupisce che tu abbia così pochi amici stando al modo con cui ci tratti”. Credo che la chiesa perseguitata abbia questa sensazione molto spesso. Però, dopo 13 lunghissimi anni sottoterra, il Re purtroppo si ammalò a morte, chiese ai suoi saggi se qualcuno lo avesse potuto salvare e gli dissero che proprio quell’uomo che stava in fondo al sotterraneo lo avrebbe potuto salvare. Gregorio venne portato su, riuscì a guarire il Re, il Re divenne un Cristiano e dichiarò l’Armenia la prima nazione Cristiana nel mondo, nel 301 d.C.. E i nostri fratelli e sorelle Armeni hanno mantenuto questa fede nei secoli dei secoli. E trovo che sia per noi strepitoso festeggiare questa nascita del Cristianesimo. Grazie.

ROBI RONZA:
Mi ha sorpreso che la baronessa Cox mi avesse detto che sarebbe stata breve ma non immaginavo che riuscisse ad essere così breve. Grazie lady Caroline, ed ora la parola, interverrà successivamente Antonia Arslan, ed ora la parola a Joseph Oughourlian che ci parla dell’esperienza della diaspora e del termine della diaspora.

JOSEPH OUGHOURLIAN:
Grazie dottor Ronza. Io vi parlerò un po’ della diaspora che alla fine oggi è la realtà armena perché è stimato che nel mondo ci sono 12 milioni di Armeni e forse di questi dodici 9 milioni sono nella diaspora in tutti i Paesi dell’ovest ma anche dell’est. I Paesi più importanti per la diaspora sono Russia, Stati Uniti ma anche la Francia e ovviamente, qua in Italia c’è una comunità e c’è quest’isola di San Lazzaro che è testimonianza dell’alleanza tra il popolo italiano e il popolo armeno, di cui si parla già dai tempi dei romani. Allora, io sono figlio della diaspora e come tutti i figli della diaspora abbiamo vissuto una tragedia. Abbiamo appena parlato di questo momento molto importante per la cultura armena che è stato il momento fondatore della Chiesa armena e dello Stato armeno. C’è un altro momento, molto più tragico, che di sicuro è il genocidio che accadde nel 1915 in Turchia, nell’impero Ottomano. C’erano tre milioni di Armeni che vivevano in pace in Turchia e oggi ce ne sono 40.000 – 30.000 secondo le stime. Di questi tre milioni che c’erano nel 1915, un milione e 500.000 è stato ucciso. Il resto è andato nel resto del mondo ed è diventato questi 9 milioni che sono proprio testimonianza di questo martirio. La parola martirio vuol dire in greco testimonianza, e questi Armeni hanno avuto in tanti casi la possibilità di scegliere, i turchi gli hanno dato la possibilità di scegliere di convertirsi all’Islam e abbandonare la loro religione, o di sparire. Nel quasi cento per cento dei casi gli Ameni hanno deciso di stare con la loro religione, stare con i loro principi. Quindi è un momento assolutamente cruciale. Non si capisce la storia degli Armeni, neanche la cultura armena e la relazione profonda che c’è con la cristianità, se uno non capisce questo momento tragico della storia armena. Io tante volte mi confronto con amici italiani, francesi o altri, sulla cristianità, sul cattolicesimo, sulla Chiesa. Per loro è molto difficili capire che per noi l’attaccamento alla Chiesa, l’attaccamento alla religione cristiana è una questione di identità. Non è un lusso, non è una scelta: posso scegliere, posso dire sì, sono cristiano, credo, vado alla messa, non vado alla messa. E’ una questione molto più profonda. Questi nostri genitori avevano fatto una scelta molto profonda e quindi noi, i figli, abbiamo ereditato questa scelta che fa parte della nostra cultura. Quindi c’è proprio un legame che, di nuovo, va al di là delle scelte filosofiche, religiose. E’ una cosa identitaria all’interno della diaspora. C’è un altro aspetto molto importante della diaspora e della sua relazione con il Cristianesimo. Dopo la tragedia, tutte queste comunità armene si sono ritrovate dappertutto nel mondo e lì l’unico fattore che avevano in comune, l’Istituzione che li metteva tutti insieme, dove si trovavano tutte le domeniche, era la Chiesa. Hanno formato dei partiti politici, ma alla fine questi partiti politici sono rimasti molto marginali e, devo dire, non hanno portato del gran bene alla nostra comunità negli ultimi cento anni. Hanno formato anche delle grandi organizzazioni caritative, che hanno avuto tanto successo in tanti Paesi, che hanno creato scuole, ma alla fine il legame che abbiamo tutti noi Armeni della diaspora – siamo talmente pochi nelle città dove siamo, nei Paesi dove siamo -, il punto di riferimento è la Chiesa. Io sono cattolico, ma per me la Chiesa Apostolica Armena è un punto di riferimento assolutamente essenziale. E quindi, di nuovo, il paradosso che uno può essere cattolico, protestante, non parlare una parola di armeno, ma si ritrova a casa nella Chiesa armena apostolica della sua città. Quindi, questo è assolutamente essenziale per capire il legame profondo che unisce la religione, il Cristianesimo con la cultura armena. Poi, venti anni fa è successo un altro piccolo terremoto, questa volta positivo – non accade tante volte nella nostra storia che ci siano degli eventi positivi, ma questa volta è accaduto – è nato, rinato, uno Stato armeno. E questo fatto è molto importante. Nel 1992, rinasce l’Armenia dalle rovine dell’Impero sovietico e quindi la diaspora sta proprio ricreando una relazione con un Paese di cui si era dimenticata, che sembrava molto lontano. Tanti di noi in diaspora non parlano l’armeno, non sono rimasti in contatto con la gente in Armenia e quindi c’è tutto un legame da creare che è molto importante come prossima sfida per le nostre comunità.

ROBI RONZA:
Grazie. Conviene precisare, per coloro che non conoscono già bene la materia. La Chiesa Apostolica Armena è una Chiesa separata da Roma. Poi c’è anche una minoranza cattolica armena, tra gli Armeni. Ma è interessante quello che ha detto Joseph Oughourlian: il punto di riferimento generale è la Chiesa Apostolica anche per gli Armeni che sono cattolici, oppure che sono protestanti. Ora la parola all’Ambasciatore d’Armenia in Italia, Sarkis Ghazaryan. Segnalo che è presente in sala, e lo saluto, l’Ambasciatore d’Armenia presso la Santa Sede; ed è anche presente il Primo Ministro del Nagorno Karabakh. Penso non sia comune; forse è la prima volta che viene in Italia il Ministro del Nagorno Karabakh. Quindi lo salutiamo. E’ lungo il cammino che ha fatto per venire fino a qua. E’ un cammino che richiede, mi pare, otto ore di strada abbastanza impegnativa per andare da Step’anakert a Yerevan e poi il viaggio da Yerevan, via aerea, fino in Italia. La parola all’Ambasciatore, il quale è presente come uomo di cultura ma anche come ambasciatore. Noi lo abbiamo qui in tutte e due le vesti.

SARKIS GHAZARYAN:
Grazie. La ringrazio molto. Ringrazio anche, naturalmente, l’organizzazione, la Fondazione del Meeting. E’ davvero un privilegio, oggi, essere qua presente, è davvero commovente essere di fronte a un pubblico così numeroso, così coinvolto. Ed è altrettanto commovente parlare della Repubblica d’Armenia. E’ quello che mi è stato chiesto. L’idea della Repubblica d’Armenia non è scontata. E’ stata un’utopia per ben ottocento anni. Ed io, per non fare torto naturalmente alla tradizione del pensiero occidentale, quello della sintesi, intanto sarò sintetico. In dieci minuti cercherò di esprimere l’idea. Ma ho pensato anche ad una frase sintetica per definire quello che vi racconterò nei prossimi dieci minuti. Ed è la seguente: Armenia, la quarta svolta. La storia di una emergenza uomo perpetua, di resilienza continua e di un riscatto senza precedenti, prorompente. Perché la quarta svolta? Nella storia armena le tre svolte fondamentali di cui si è parlato poc’anzi si succedono nel giro di 160 anni, fra il 301 e il 451. Nel 301 c’è la conversione, la scelta netta, la conversione al Cristianesimo. In quel periodo il Cristianesimo era l’ideologia più avanzata, più innovativa, se vogliamo, rispetto al passato. Nel 405 l’invenzione di un alfabeto. Un alfabeto autonomo che rendeva l’espressione, il raccontare se stessi, assolutamente indipendente e autonomo. E nel 451 la decisione, lo scisma, cioè la creazione di una Chiesa nazionale. Queste tre scelte hanno determinato il nostro passato, il presente, e determineranno il nostro futuro. La quarta svolta avviene fra la fine le 1980 e gli inizi degli anni Novanta. La quarta svolta è quell’audacia con cui un gruppo di dissidenti – in realtà tutto il popolo insieme – credette nell’utopia della libertà, che trasforma l’utopia della libertà dall’Unione Sovietica in azione concreta. Gli Armeni la fanno per primi nell’Unione sovietica. E’ una indipendenza cercata e conquistata. Non è un’indipendenza, come è successo in molti altri casi, in cui ci si è trovati in qualche modo staccati dall’URSS. Ma è stato un processo anche questo, iniziato 160 anni prima. Il Risorgimento: Mazzini, Garibaldi, l’Isola di San Lazzaro, i monaci armeni di San Lazzaro che in quel periodo, a partire dalla seconda metà dell’800, cominciano intensivamente a tradurre il pensiero, cioè a determinare il pensiero del Risorgimento, a determinare una svolta culturale nella realtà armena. Nel caso italiano il Risorgimento porta al trionfo dell’idea del Risorgimento, all’unità d’Italia. Nel caso armeno porta direttamente al genocidio del 1915, per poi riemergere alla fine degli anni ’80 del ’900 e trionfare. Noi abbiamo creduto un’utopia per 160 anni. Alla fine siamo riusciti. E’ una storia di riscatto, questa. Naturalmente la realizzazione di un’utopia ne crea un’altra. La nostra nuova utopia è quella della Repubblica d’Armenia come laboratorio tra storia antichissima, identità ancestrale e la modernità. Noi abbiamo, oggi, e stiamo fattivamente esercitando questo nostro privilegio di poter fondare uno stato moderno che basa le proprie radici su quei valori che condividiamo in Europa. E lo stiamo facendo senza dubbio nel miglior modo che possiamo. Ci troviamo in un ambiente geopolitico a dir poco complesso. E’ un dato di fatto, senza giudizi di merito, che i nostri vicini sono la Georgia, l’Iran, la Turchia, l’Arzebaijan. Ma allo stesso tempo sappiamo che la democrazia, la via che abbiamo scelto noi, la democrazia, i diritti civili, la libertà di espressione sono semplicemente l’eccezione ma non la regola nella regione in cui ci troviamo. E anche qua noi abbiamo fatto una scelta netta. Quest’anno l’Armenia ha cominciato la presidenza di turno del Consiglio d’Europa e noi Armeni, siccome per più di mille anni siamo stati oggetto di vessazioni, di razzismo e xenofobia, abbiamo scelto come tema principale della nostra Presidenza di turno, quello della lotta al razzismo e alla xenofobia. Sappiamo che abbiamo un messaggio da dare all’Europa, sappiamo che possiamo contribuire probabilmente meglio di altri, essendo più coscienti del problema. Certo è che il nostro è un cammino verso le istituzioni, è un cammino di ritorno verso le istituzioni e la civiltà europee, inteso nel senso più largo., Abbiamo contribuito affinché il locus a cui siamo appartenuti diventasse ciò che è oggi. E lo facciamo senza escludere nessuna possibilità, nessun dialogo. Noi stiamo cercando di trasformare i contrasti in sinergie, di trasformare i conflitti in pluralismo. Il nostro cammino verso l’Europa non crea ciò che si osserva nel resto dell’Europa orientale, non crea contrasto con la Federazione Russa. Noi abbiamo un approccio inclusivo, un approccio in cui tutti saranno vincitori. Siamo riusciti a trasformare gli ultimi vent’anni della nostra esperienza statale, statuale, in una storia di successo. All’inizio degli anni Novanta è stata imposta una guerra su di noi ed erano gli anni in cui i Balcani stavano bruciando. Erano anni in cui l’Occidente aveva occhi solo per i Balcani. E siamo riusciti, miracolosamente, a vincere la guerra. In realtà, il concetto della vittoria militare nel nostro caso non si applica in termini classici: siamo riusciti a sopravvivere. Gli incubi del Novecento si erano imposti un’altra volta su di noi e noi ce l’abbiamo fatta. Ecco perché questa è la storia di una resilienza perpetua. E oggi stiamo facendo il meglio perché la situazione post conflittuale, perché il negoziato con il nostro vicino Azerbaijan, governato da un sistema dittatoriale, non si trasformi in una situazione prebellica, preconflittuale. E siamo qui allineati con la comunità internazionale perché ciò non accada. Infine vorrei davvero spendere due parole sul bilaterale, sul mio lavoro quotidiano, il bilaterale Italia-Armenia. E anche qui sarò estremamente breve. Vi è una coincidenza di interessi e una condivisione valoriale che non è nuova. Risale almeno alle Repubbliche Marinare, quando i commercianti armeni operavano in un regime di libero scambio con Venezia, Genova ed Amalfi. Stiamo cercando di tornare al passato per rilanciare il nostro futuro e con l’Unione Europea stiamo negoziando; ormai è prossima la firma di un accordo di libero scambio. Ma quando parliamo dell’Italia, naturalmente è ovvio parlare del limes romano, che arrivava in Armenia, di Bisanzio, che aveva la sua colonia qua vicino, a Pentapoli. Pentapoli per due secoli è stata governata da esarchi armeni. Ravenna.

ROBI RONZA:
Pentapoli è Ravenna. Un ultimo possedimento bizantino in Italia, la Pentapoli, di cui era capitale Ravenna. Io apprendo in questo momento che è stata governata per due secoli da governatori armeni.

SARKIS GHAZARYAN:
Conquistata da Narsete che era un generale armeno

ROBI RONZA:
Narsete era armeno? Ce l’han sempre spacciato per bizantino.

SARKIS GHAZARYAN:
Bisanzio includeva… Ma soprattutto una storia – almeno quella del Novecento – di contributi degli Armeni all’Italia come la conosciamo. Alla resistenza, alla lotta contro il fascismo e il nazismo, alla lotta partigiana. Un contributo alla società civile italiana. Io ho il mandato di trasformare questo in un nuovo inizio e sono sicuro che nel mio cammino, lo si vede già ora, ho come alleate le istituzioni italiane. Noi stiamo creando una nuova utopia. Grazie.

ROBI RONZA:
Grazie Ghazaryan. L’ambasciatore Ghazaryan è un ex allievo del Collegio di San Lazzaro. Parla un italiano perfetto. Ho detto, guardate che parla italiano meglio di me ed è stato confermato. La parola adesso a Lady Caroline che torna a parlarci del Nagorno Karabakh.

CAROLINE COX:
Scusate, il mio italiano non è altrettanto perfetto. Comunque volevo raccontarvi due storie per raccontare la fede viva degli Armeni nel Nagorno Karabakh e alcuni dei miracoli che li hanno aiutati a sopravvivere. Quel piccolo paese del Karabakh era stato dato da Stalin all’Azerbaijan negli anni Venti e all’inizio degli anni Novanta l’Azerbaijan voleva eliminare radicalmente tutti gli Armeni dal Karabakh. Hanno dato quindi inizio ad una distruzione militare di tutto gli Armeni nel Karabakh. Gli Armeni però non volevano andarsene da lì. Avevano già perso nel genocidio tutta l’Armenia occidentale, per cui hanno opposto resistenza. 152.000 Armeni contro milioni di Azerbaijani, fortissimi. Come un Davide contro Golia, veramente. Io ho avuto il privilegio di andare molte volte a vedere di prima mano quella guerra. Seguitemi in questo viaggio. Vi racconto una cosa. Nel nord del Karabakh c’è una bellissima chiesa del XIII secolo, intitolata a San Giovanni Battista. Nella esibizione fotografica di Graziella ci sono delle foto proprio di quella chiesa. L’Azerbaijan voleva a tutti i costi distruggere quella chiesa. Per più volte i bombardieri volavano e sparavano proprio contro quella chiesa. Le bombe cadevano proprio dritte contro la chiesa, però prima che colpissero la chiesa, una sorta di forza divina deviava, faceva cambiare traiettoria alle bombe. Io ho sorvolato quella chiesa in elicottero un sacco di volte durante il conflitto bellico. Tutti gli edifici monastici del circondario erano stati rasi al suolo. A solo una decina di metri dalla chiesa, tutto raso al suolo. L’unica bomba che è riuscita a superare, a farcela in quell’attacco terribile, l’unica bomba caduta su quella chiesa non è mai esplosa. E’ esplosa semplicemente nel muro del monastero, con pochi danni. La chiesa è ancora lì, in piedi, gloriosamente in piedi e questo per rendere grazie alla gloria di Dio. E noi crediamo che essa sia un simbolo per dimostrare che Dio ha già protetto e continuerà a proteggere gli Armeni in quel Paese santo che è il Karabakh.
Poi un’altra storia che riguarda l’Arcivescovo del Karabakh. Nella capitale del Karabakh, durante la guerra, c’erano almeno 400 bombe al giorno che cadevano su quella piccola città, per darvi un’idea. L’Arcivescovo è rimasto accanto a queste persone, durante questo calvario, per tutto il tempo. Io ho visitato quella piccola città nel giorno in cui la sua casa è stata direttamente colpita da una bomba. In inverno, nel Karabakh, è freddissimo, fa anche meno venti. L’unico punto dove uno trova un po’ di calore è sotto le coperte. Però quando le bombe hanno cominciato a cadere anche alle sette di mattina, era – come potete immaginare – buio, freddissimo, pieno inverno. L’Arcivescovo si alzava sempre per pregare a quell’ora. E’ un uomo la cui vita è stata letteralmente salvata dalla preghiera.
Quella particolare mattina sono cominciati i bombardamenti, il Vescovo si è alzato per andare a pregare, ovviamente nel buio, nel freddo di una gelida mattina invernale. Un minuto dopo una bomba è caduta dritta dritta sulla sua casa. Nel letto, dove a quell’ora sarebbe dovuto starsene a dormire, è caduto un pezzo enorme di cemento, che ovviamente lo avrebbe schiacciato. Quindi lui è stato salvato dall’andare a pregare. Io quel pomeriggio ho fatto visita al Vescovo, ovviamente nelle rovine di quella che era casa sua. C’era ancora fumo che esalava dalle rovine della casa. Ho chiesto al Vescovo se aveva un messaggio che voleva inviare al mondo. E lui mi ha detto: “Certo che ce l’ho un messaggio per il mondo”. E adesso finirò la mia breve presentazione leggendovi questo breve messaggio dell’Arcivescovo del Nagorno Karabakh, perché è, secondo me, una testimonianza di fede e dello spirito armeno ed è un messaggio di sconfinato amore. Queste sono le parole che il Vescovo mi disse nella sua casa che era ancora in fiamme: “La nostra Nazione ha ricominciato a trovare la propria fede e sta pregando nelle chiese, nelle cantine e nei campi di battaglia. La nostra Nazione sta difendendo la propria vita e la vita di tutti i propri cari”. E questa forse è poi la sfida che lui rivolge a tutti noi quando dice che “non sono solo i cattivi e i criminali a fare peccato, non sono solo loro, bensì anche tutti coloro che stanno a guardare, quelli che vedono e quelli che sanno e che non condannano o non cercano di evitare il male e il crimine. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. E’ questo il suo straordinario messaggio di amore. “Noi non odiamo. Noi crediamo in Dio. Se vogliamo la vittoria di Dio, dobbiamo amare, anche se ci sono forze diaboliche che entrano in gioco, e non solo in questo conflitto, ma anche in tante altre parti del mondo, dobbiamo comunque avere amore. Ricordate, dobbiamo sempre amare”. Questo è il messaggio straordinario che ci viene dalla spiritualità armena, che ci tenevo tantissimo a condividere con voi, visto che, lo ripeto, ho avuto questo straordinario privilegio di essere stata spesso con i fratelli e sorelle dell’Armenia, 79 volte, come ho già detto; visto che loro portano avanti questo messaggio di fede a tutti i costi, per tutti noi. Vi ringrazio.

ROBI RONZA:
Tutti han già parlato. Qualcuno dirà ancora qualcosa? Lady Caroline ha parlato in particolare del Karabakh. Io chiedo a Graziella Vigo, l’autrice della mostra, in occasione di questa tavola rotonda di riprendere la parola – prima ha letto il messaggio dell’abate di San Lazzaro – per parlare in prima persona sul Karabakh, sull’Armenia, su San Lazzaro, sulla sua mostra. Poi darò la parola ad Antonia Arslan per un intervento conclusivo. Termineremo entro le sei e un quarto. Io penso che la straordinarietà delle testimonianze di questa sera giustifichi un quarto d’ora in più rispetto al nostro programma. E l’attenzione di tutto questo vasto pubblico è la conferma che la cosa interessa davvero. Graziella Vigo.

GRAZIELLA VIGO:
Io sono una giornalista che fa la fotografa da 30 anni. Sono abituata a raccontare per immagini. Ho viaggiato tanto per il mondo in tutti i continenti, viaggi di lavoro-conoscenza. Sempre con la macchina fotografica in mano, una grande curiosità e la capacità intatta di meravigliarsi. La realtà, l’Armenia. L’Armenia è stato un colpo al cuore per me. Per non dire del Karabakh. Un viaggio nella storia, nel tempo, un viaggio dell’anima nel silenzio delle montagne, tra gente semplice, generosa, gentile, dall’ospitalità leggendaria, la generosità di chi non ha niente, ma ha il cuore. Non si può non restare colpiti da questi luoghi, dove tutte queste genti, da millenni, si sono trovate a condividere il dolore e la fede; l’amore di Dio e una larga, naturale, profonda consapevolezza del sacro. In questo Paese la natura e l’uomo si trovano in un rapporto di equilibrio davvero speciale, in un contatto quasi ravvicinato con il Dio creatore; infatti qui il cielo, immenso sopra le creste delle montagne, sembra così vicino alla terra, come se potesse toccarla. E’ proprio per questo che la gente del luogo crede che le suppliche delle preghiere e il suono delle campane arrivino più velocemente e direttamente a Dio. Così il vento porta lontano l’eco della storia del Karabakh, roccaforte naturale di una fede e di un popolo. Qui la natura è ancora intatta, perché i contadini lasciano riposare la terra da un anno all’altro. Il sapore della frutta è indimenticabile. In quale Paese oggi si lascia riposare la terra? Ero a Stepanakert, la capitale, il primo settembre, non posso dimenticare la bellezza degli occhi dei bambini, tutti vestiti a nuovo, per il loro giorno più importante dell’anno: il primo giorno di scuola. La fede e la cultura: due valori che nel nostro mondo si incontrano sempre più di rado. Tutti sappiamo il dolore che ha attraversato la storia dell’Armenia nei secoli, di un popolo tante volte invaso e massacrato. Qualche volta sconfitto, ma mai vinto. Un popolo speciale, che oggi vive il suo diritto alla speranza. Grazie.

ROBI RONZA:
Grazie a Graziella Vigo. Ci ha detto in pochissime parole tantissime cose, avrebbe avuto molte altre cose da dirci ma ce le ha dette con le immagini. I fotogiornalisti scrivono con le immagini. La cosa migliore per sentire la parte di discorso che non abbiamo potuto ascoltare questa stasera è andare a veder la mostra. E adesso per concludere questo incontro, direi che non c’è meglio di un intervento di Antonia Arslan.

ANTONIA ARSLAN:
Grazie. Io dirò solo poche, pochissime cose. Non voglio né riprendere né commentare. Avete sentito, amici miei, quello che ha detto l’ambasciatore, che con tale precisione ha puntualizzato l’itinerario del Risorgimento armeno, così lungo rispetto al nostro e tutto il discorso della nuova realtà di Stato di una Armenia indipendente, che fa del popolo armeno, alla fine, un popolo che ha una sua riscossa, una sua realtà e un rinnovato coraggio. Su questo si è soffermato sia l’ambasciatore che Joseph Oughourlian che ha parlato, come avete visto, anche della diaspora, per il popolo armeno una realtà importante, perché gli Armeni in diaspora, come uso dire io, sempre in giro per il vasto mondo, sono non migliaia ma milioni. Avete sentito le storie meravigliose che ci ha raccontato la baronessa Cox, con una precisione e un calore bellissimi, riprese poi dal discorso del Vescovo armeno, tranquillo e fidente in Dio e nell’amore, nella sua casa in fiamme; come pure queste immagini di luci, quasi riprendendo le sue fotografie, con cui ha concluso Graziella Vigo. Cosa vi devo dire? Andate a vedere la mostra, godetevela, riflettete su queste splendide fotografie. Ma concluderei con un piccolo ricordo che in questo momento, ad ogni persona che ha sangue armeno nelle vene, ma anche a tutti gli amici che non hanno sangue armeno ma che hanno amore per gli Armeni, sta nel cuore, e cioè il destino che rischia di ripetersi ancora una volta contro gli Armeni, delle minoranze cristiane in Medio Oriente. Nell’attuale, tragica situazione della Siria, gli Armeni erano 70.000 forse 100.000 – le cifre variano – ma erano una minoranza, una comunità colta, coltivata e forte. Io stessa fino a qualche anno fa avevo cugini ad Aleppo, a Damasco e in Libano. Queste comunità stanno venendo spazzate via dall’infuriare di una terribile guerra fratricida. Ecco, un pensiero anche per loro, sperando che questi Armeni, queste minoranze, non abbiano il destino di distruzione o di sradicamento che tante altre, prima di loro, hanno avuto. Grazie.

ROBI RONZA:
Grazie. Mi unisco al vostro applauso. Vi auguro buona continuazione, buon Meeting.