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L’EPIDEMIA SILENZIOSA. UNA VITA PIENA DI SENSO PER INVECCHIARE BENE

Incontri Sala Neri
Partecipano: Michela Barichella, Professoressa alla Scuola di Specializzazione in Scienza dell’Alimentazione dell’Università degli Studi di Milano, Presidente Brain and Malnutrition Association Onlus; Roberto Bernabei, Presidente dell’Associazione Italia Longeva; Emilia De Biasi, Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato; Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria. Introduce Gemma Migliaro, Presidente dell’Associazione Medicina e Persona.

Trascrizione dell'evento

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Trascrizione dell'evento

GEMMA MIGLIARO:
Buonasera a tutti. Grazie di essere così numerosi a questo incontro. Questo incontro è nato proprio da un incontro con il professor Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, che l’anno scorso in occasione della sua visita al Meeting, incontrando l’Associazione Medicina e Persona che io rappresento, disse «Dobbiamo fare qualcosa insieme»: ecco questo evento è il risultato di quel «Dobbiamo fare qualcosa insieme». In realtà, il titolo del Meeting era molto importante per chi si occupa di Psicogeriatria come lui, e anche per gli altri relatori che poi vi presenterò, perché noi medici ci rendiamo conto che il dato che riscontriamo di più nella nostra professione è l’aumento delle persone anziane. Nel titolo potrebbe esserci una contraddizione, perché si parla di «epidemia» e poi per giunta «silenziosa», e quindi sembrerebbe che si faccia riferimento all’insorgere di una malattia – perché un’epidemia è quando uno si ammala. Una malattia che è silenziosa, non parla, non comunica, non dà le ragioni della sua presenza: la vecchiaia, però, è un po’ percepita così, come una cosa che tutti vorremmo evitare, che ci spaventa quasi come una malattia. È chiaro che quando Goethe ha scritto il titolo del Faust, questa frase che è stata estrapolata, non aveva assolutamente in mente il cambiamento d’epoca a cui andiamo incontro, nel senso che non aveva in mente l’incremento del numero percentuale della popolazione anziana sulla popolazione attiva. Per darvi due numeri: in Italia i soggetti con età maggiore a 65 anni (che è la definizione di “anziano”) rappresentano il 20% circa della popolazione residente e si stima che raggiungeranno il 33% nel 2051. Aumenteranno anche quelli che vengono chiamati “grandi anziani” (che sono quelli che hanno un’età maggiore o uguale a 85 anni), passando dall’attuale 2,3% della popolazione al 7,8%. Questa è la prima considerazione, la seconda considerazione da cui siamo partiti è che la realtà sociale italiana, e anche sanitaria, evidenzia una generale e anche diffusa, inadeguata percezione riguardo a che cosa significhi la vecchiaia, i cambiamenti che essa porta e in che cosa consiste questo lungo periodo della vita che tutti noi prima o poi affronteremo se avremo salute. Anche le strutture sanitarie del nostro Paese sono abbastanza in affanno, per gestire un’assistenza, sia per accompagnare gli anziani in buona salute sia per prendersi in carico quelli gravati da numerose co-morbilità. La seconda parte del titolo dice «una vita piena di senso». Ecco, oltre a questi dati che potremmo definire “tecnici”, esiste un problema di riconoscimento della dignità della persona anziana. Inoltre, ed è una cosa che a me sta molto a cuore, esiste la necessità di una preparazione alla vecchiaia: non soltanto adottando stili di vita corretti, di cui i relatori oggi ci parleranno, ma anche soprattutto, approfondendo e coltivando un significato della vita e del tempo stesso. Quindi, in ultimo e brevissimamente vi dico che il terzo motivo per cui abbiamo fatto questo evento è che ci siamo resi conto che gli anziani richiedono una intensa attività di assistenza, che comporta in chi li assiste un’importante dispendio energetico, emotivo e anche economico. E poi ci sono gli anziani affetti da malattie degenerative gravi, non ultimo l’Alzheimer. Quindi, la relazione di cura con queste persone rappresenta una sfida veramente molto importante per quelli che si trovano il carico di affrontarla: una sfida non soltanto economica e strutturale, ma anche emotiva e affettiva. Detto questo, che mi pare, spero, abbia chiarito un po’ le ragioni di questo nostro incontro, vi presento i nostri relatori: sono relatori che ringrazio anzitutto per essere con noi e anche per l’importanza e le qualifiche che essi hanno. Allora, a partire da sinistra: la professoressa Michela Barichella, che è presidente della Brain and Malnutrition Association Onlus; il professor Marco Trabucchi, che è presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria; la senatrice Emilia De Biasi, che è presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato; infine, il professor Roberto Bernabei, geriatra, che è presidente dell’Associazione Italia Longeva. Fate un applauso ai nostri relatori, che sono venuti fin qua. Grazie. Allora, io ho finito e do quindi la parola al professor Bernabei, che ci farà un quadro generale del problema.

ROBERTO BERNABEI:
Allora, tanto per cominciare, siccome faccio anche l’accademico e allora gli accademici, sapete, sono pignoli: non siamo al 20% di ultra-sessantacinquenni, ma siamo ormai al 23% veleggiando grandiosamente verso il 25%, cioè un italiano di quattro ha più di sessantacinque anni. Questo datarello è un dato clamoroso, tanto che ci fa il Paese più vecchio del mondo insieme col Giappone: perché non solo abbiamo un’aspettativa di vita larga, lunga (gli italiani vivono a lungo perché, in qualche modo, se lo sono guadagnato o se lo sono meritato), ma poi siccome non facciamo figli (abbiamo l’altro record di denatalità, 1,3 per donna) questa forbice crea il Paese più vecchio del mondo insieme appunto al Giappone. Ma ancor di più questo aggregato di persone, che è l’Italia intorno agli anni 2000, perché i demografi ci dicono che questo gruppo di uomini e donne per la prima volta nella storia dell’umanità si è trovato ad avere più ultra-sessantacinquenni che ragazzi sotto i vent’anni. Questo vuol dire un mucchio di cose. Intanto, vuol dire che la famiglia media, diciamo da Grosseto in su tutto il Nord Italia è così composta: un figlio, un babbo e una mamma, quattro nonni e due bisnonni. E già oggi due donne su quattro muoiono dopo i novant’anni, e già oggi sette delle dieci città europee con il maggior numero di ultra-settantenni sono italiane. Ragazzi, questo vuol dire che non ci sono “muscoli”: prima di tutto il resto, vuol dire che forse anche uno dei motivi per cui – a parte i referendum, l’articolo V e tutte le cose su cui si discute tutti i giorni –, uno dei motivi per cui facciamo fatica a uscire dalla crisi e dalla recessione forse è anche perché abbiamo meno forze, meno vitalità. Questa è una cosa che interessa tutti: non solo i politici o gli esperti, ma tutti voi. Perché è il pane quotidiano di cui ci dovremmo tutti quanti nutrire e chiedere «Beh, vediamo di far qualcosa». Perché su questo, la partita è una partita che si rischia che giochino altri, invece deve essere giocata. Allora, una prima domanda potrebbe essere: ma cos’è che ci fa così longevi? E perché questa longevità? Sapete, oggi in Italia ci sono qualche cosa come ventimila centenari; agli inizi del secolo scorso erano quaranta. Quindi, vedete come sia esplosa la lunghezza della vita. Perché questo? La risposta – lo dico per chi non è cultore della materia e magari ha curiosità da questa chiacchierata di uscire con qualche informazione in più –, vi posso solo dire quello che succede in quelle che sono le blue zones: ci sono cinque posti al mondo dove si è visto che c’è un eccesso di longevità (si è visto statisticamente, non solo empiricamente), la maggior parte delle quali sono isole (perché Icaria è in Grecia, Okinawa è in Giappone, Loma Linda è una penisola della bassa California, Nicoya è in Costa Rica e l’Ogliastra è in Sardegna) e si è visto che hanno alcune caratteristiche comuni. Intanto, mangiano prevalentemente frutta, verdura e cereali – così do una palla anche alla professoressa che poi dopo ci racconterà qualche segreto su cosa mangiare o cosa non mangiare, o cos’è che ci aiuta per essere longevi –, quindi intanto c’è una dieta che è specifica? Sono tutti posti scoscesi, per cui tocca far durar fatica, attività fisica non banale (non guardar le vetrine), ma appunto arrampicarsi per andare da un posto all’altro; e poi – e qui è un posto dove so che magari queste cose hanno anche fertilità, raccolgono – ci sono due parole magiche in inglese, che sono «social inclusion» e «family first» (inclusione sociale e famiglia), a dire come poi nel mix dell’invecchiamento e della longevità la storia personale, i rapporti sono decisivi, perché giocano un ruolo decisivo nel darti un motivo per campare a lungo. La situazione è che abbiamo questa longevità, abbiamo ormai settantenni che fanno ormai esattamente quello che fanno i quarantenni, perché questa è la normalità; perché di fatto fino ai settant’anni la prevalenza di disabilità, che è la vera croce (il problema non è invecchiare, è invecchiare disabili, di testa o di fisico o di tutti e due), fino ai settant’anni è sotto il 10%, cioè il 90% degli italiani campano bene. Provocatoriamente, se volete, dico che allora il pensionamento prima dei settant’anni è un nonsense biologico; poi su tutto il resto possiamo discuterne quanto ci pare, ma intanto c’è questo fatto. Perché questi sono i numeri che vediamo. Dopo i settantacinque anni, invece, il mondo cambia. Dopo i settantacinque anni la disabilità, la non auto-sufficienza esplode ed esplode con una caratteristica anche questa originale: non hai l’ipertensione, o il cancro della prostata, o il diabete, o la cardiopatia ischemica, in genere ce le hai tutte e quattro insieme. La normalità, cioè, si chiama «multi-morbilità», nel senso che ognuno di noi che raggiunge quell’età è un’insalata mista di tre, quattro, cinque patologie diverse, che creano un unicum. Quando, invece, ancora, se voi andate a scuola di Medicina domani mattina, si studia l’ipertensione, poi si studia la cardiopatia ischemica, poi si studia il diabete, poi si studia il cancro della prostata, eccetera, cioè ognuno separato l’uno dall’altro: è un paziente questo che non esiste più. O meglio, certo che esiste ancora ma è un paziente, come direbbero ad esempio gli americani, «a piece of cake»: un paziente formidabile, delizioso, che ha una mono-patologia, ha bisogno di tre o quattro stent, te li metto al volo a Catanzaro o a Bolzano senza battere ciglio. Su questo la sanità italiana è straordinaria. Perché nonostante tutto, nonostante i Loreto Mare dell’altro giorno, di fatto è una sanità che produce risultati. Ma dov’è che si inceppa? Non solo quella italiana, quella di tutto il mondo. E’ l’altra faccia della medaglia. Si inceppa su quello che arriva, che alle cinque di pomeriggio ha avuto un giramento di capo, la pressione si è un po’ mossa, ma insieme a quello ha anche, appunto, una bronchite cronica, diabete, non si capisce se le medicine le ha prese troppe o troppo poche… insomma, che fa? Va al pronto soccorso. Da lì lo scenario diventa spesso complicato e inquietante. Perché? Perché questa «multi-morbilità» deve essere strutturata in un altro modo. Qui si passa alla seconda parte, che è la sfida che tutti i sistemi sanitari al mondo, che siano privatistici o universalistici, debbono affrontare. Questo malato ha bisogno di un mondo diverso, dove il medico di medicina generale e l’ospedale non sono più i baluardi difensivi, gestori di questa situazione. Hai bisogno di un’altra logica. Hai bisogno di sviluppare nel territorio delle soluzioni diverse: l’assistenza domiciliare e quant’altro. Si comincia su quello, questi sono i paradossi del nostro meraviglioso paese! Sapete che, siccome è tutto regione, per esempio l’assistenza domiciliare viaggia tra il 4,8% degli ultrasessantacinquenni dell’Emilia Romagna e lo 0,7% degli ultrasessantacinquenni del Lazio! Non della solita Calabria che viene sempre citata come posto complicato. Questo non è pensabile, è ingiusto. Per dirvi come si sviluppano delle tematiche che devono essere riaffrontate e ricostruite. Su questo si gioca una partita decisiva. Per questo citavo all’inizio il titolo quinto per dire che qua prima o poi bisognerà sederci intorno ad un tavolo e stabilire cosa deve essere riorganizzato e ristrutturato a fronte. Ma sapete anche un problema di tutto il mondo? Voi, chi qui dentro ha più di sessantacinque anni, se si piglia una pillola per qualsiasi cosa, la cosa più probabile è che questa pillola sia stata testata su una popolazione di cui lui non è rappresentato, perché il fatto di avere un mucchio di patologie insieme, un mucchio di malattie, fa sì che quella pillola (perché è troppo complicato studiarle in uno che abbia cinque patologie insieme e quindi debba assumere sette o otto farmaci, che è la normalità), quella pillola è stata testata su una persona che ha solo quella malattia, normalmente ha meno di sessantacinque anni e quindi è altro. Questo è un problema di tutto il sistema, perché sarebbe, intanto molto difficile metodologicamente, molto costoso, però è la sfida che tutta l’industria nel mondo della scienza sta affrontando perché se no non si va da nessuna parte. Finisco, dicendo che credo che da questo punto di vista pensate e mettetevi in testa il prototipo della malattia di Alzheimer, perché la malattia di Alzheimer, che è lo spauracchio, vedo, oggi in questo paese. Insomma sfiora ottocentomila o un milione di persone, quindi un mucchio di famiglie. La malattia di Alzheimer è il paradigma di quella parola che usiamo: la fragilità. La fragilità di un malato di Alzheimer è quella che tutti immediatamente capiamo perché è una persona che vive come un neonato: se non ha qualcuno che lo accudisce da mani a sera muore. Se istituzionalizzato muore molto prima che se rimane in famiglia. Ma, la fragilità del malato di Alzheimer non deve essere la fragilità di questo paese. Allora la mia scommessa, quello per cui cerchiamo di far qualcosa, è che questo paese riparta da delle concretezze che ci evocano i malati di Alzheimer e che ci permettano, partendo da lì, di ridisegnare questo servizio sanitario nazionale che tanto ha comunque dato.

GEMMA MIGLIARO:
Ringrazio il professor Bernabei, anche per la vivacità e la ricchezza con cui ci ha tenuto desti, giustappunto. Siccome ha dato un assist alla dottoressa Barichella, che è un’esperta di nutrizione particolarmente dei pazienti con il morbo di Parkinson di cui si occupa, le chiediamo di illustrarci argomenti inerenti alla nutrizione nell’anziano.

MICHELA BARICHELLA:
Grazie. Grazie per la parola. Buongiorno a tutti. Io cercherò in questi dieci minuti di dare qualche indicazione su come l’alimentazione può avere un ruolo importante, io direi, più che nella cura delle malattie nella prevenzione. Oggi, sappiamo, come diceva il professor Trabucchi, oggi viviamo tanto. Siamo tra i paesi più longevi al mondo e quindi l’obiettivo è quello, penso, della medicina, non di prolungare tanto gli anni della nostra vita, ma soprattutto di ridurre quella che è la cosiddetta disanibilità, cioè ridurre quegli ultimi anni, che si stimano in circa dieci anni, che possono compromettere il nostro stato di salute. Qui sicuramente il ruolo della alimentazione può essere determinante, perché su una genetica che noi ereditiamo nostri genitori e su cui quindi non possiamo intervenire e modificare, i fattori invece ambientali modificabili sono sicuramente qualcosa che dipende da noi. Come si fa a non pensare che i fattori ambientali, quelli che ci determinano dal primo anno, dal primo momento che noi viviamo, fino all’ultimo, non siano quelli: sicuramente l’aria che noi respiriamo e l’alimentazione? Quindi il ruolo della nutrizione è fondamentale. Oggi quasi tutti gli studi scientifici ci danno delle indicazione precise: mangiare in un certo modo migliora lo stato di salute. Prima si parlava di Alzheimer, la malattia cronica neurodegenerativa con la prevalenza maggiore al mondo. È dimostrato scientificamente che chi segue una dieta equilibrata mediterranea, quella tipica dei nostri paesi, che noi rappresentiamo con la cosiddetta piramide alimentare: quindi quella che noi traduciamo negli alimenti della nostra cultura (la frutta, la verdura, l’olio d’oliva, il pesce), ha una azione di prevenzione per le malattie neurodegenerative. Come dicevano prima nella mia presentazione, io mi occupo di malattia di Parkinson, che è la seconda malattia cronica neurodegenerativa dopo l’Alzheimer. Anche in questo caso studi più recenti, fra l’altro studi italiani, hanno dimostrato che mangiare in modo equilibrato e mediterraneo riduce la probabilità di sviluppare queste patologie. Ma oggi che cosa sappiamo? Mangiare cosiddetto mediterraneo, quindi con quello che noi normalmente abbiamo, dovremmo avere, sulla nostra tavola, dovrebbe essere facile. Invece in realtà anche nel nostro paese gli studi, e precisamente degli studi di sorveglianza (abbiamo uno studio tutto italiano, si chiama “Studio passi d’argento”, che prende in considerazione le abitudini nutrizionali di tutta la popolazione, in particolare la popolazione sopra i sessantacinque anni), ci dicono che quelle abitudini che dovremmo conoscere tutti e che probabilmente conosciamo, non sono così facili da rispettare. Oggi la nostra popolazione che sa per esempio che dobbiamo mangiare le famose cinque porzioni al giorno tra frutta e verdura, ma questo studio di sorveglianza ci dice che una piccola percentuale di popolazione riesce. Si stima non più del 20%. E solo il 50% della nostra popolazione riesce ad andare alle tre porzioni. Quindi semplici cose che sappiamo tutti sono difficili da applicare. Poi quale è il difficile della alimentazione? Che purtroppo non è una cosa che noi facciamo un giorno, un mese, un anno... È una cosa che dobbiamo fare per tanto tempo affinché questo possa determinare uno stato di salute migliore. Allora che cosa possiamo fare? Sicuramente quello di aggiornarci, di farci seguire. Parlo come medico nutrizionista, lavoro in un ospedale milanese pubblico e tutti i giorni mi trovo con persone: mi arrivano i familiari, i caregiver, e mi trovo persone davanti a me che sono malnutrite, che non hanno un adeguato stato nutrizionale. Quindi l’obiettivo qual è, soprattutto nel mio campo, quello di cercare di combattere la malnutrizione. Oggi combattere la malnutrizione si può. Innanzitutto definiamo la malnutrizione: quando abbiamo uno stato di salute non adeguato e soprattutto quando non abbiamo un adeguato apporto sia calorico ma soprattutto di macronutrienti (prevalentemente nell’anziano sono importanti le proteine). Noi dobbiamo soddisfare i nostri fabbisogni calorici e proteici nella giusta quantità. Combattere la malnutrizione sicuramente è fattibile. Gli anglosassoni definiscono la malnutrizione causata prevalentemente da nove situazioni, loro usano nove parole in inglese che hanno la caratteristica di essere identificate con le nove D, perché iniziano tutte con la D. Abbiamo la depressione, pensate ad una persona, magari anziana che smette di mangiare. Spesso questo coincide con una attività lavorativa più bassa, ma anche con un lutto. Quindi la depressione spesso può portare a non soddisfare i propri fabbisogni energetici. Con la D abbiamo la demenza, lo stato cognitivo. Una patologia grave, spesso le persone dimenticano le cose più banali come bere e alimentarsi, smettono di mangiare. Se in quel caso non c’è una persona, un caregiver, che dice che cosa deve mangiare e quante volte, il paziente va incontro alla malnutrizione.
Abbiamo tanti altri motivi per riconoscere la malnutrizione. Spesso le persone anziane cominciano a tossire, la cosiddetta disfalgia. E’ un termine che definisce una difficoltà del cibo di progredire dalla bocca allo stomaco. Normalmente di disfalgia soffrono le persone, magari in modo acuto, che hanno un ictus, ma anche quelle che hanno malattie croniche neurodegenerative. Per esempio nel Parkinson è un sintomo secondario che colpisce anche l’80% della popolazione. Fisiologicamente tutte le persone che sono anziane tendenzialmente hanno una diminuzione della motilità gastroenterica, una diminuzione della progressione del cibo, e quindi magari una difficoltà semplice a bere dei liquidi. Quindi, se vi capita di vedere persone che tossiscono, delle volte bastano dei piccoli, piccoli accorgimenti. Basta magari utilizzare delle polveri addensanti, polveri inodori e incolori che cambiano la consistenza del cibo e questo permette alla persona di essere idratata. Oggi una persona deve bere circa un litro e mezzo o due di acqua al giorno. L’acqua è un nutriente importante. Chi non beve può avere confusione. Magari in persone che hanno malattie croniche neurodegenerative può peggiorare ulteriormente lo stato confusionale. Quindi bastano piccole indicazioni per far sì che il paziente possa stare meglio.
Le diverse D prendono in considerazione anche i denti. Pensate alla masticazione, alla diarrea, a tutte quelle situazioni gastroenteriche che possono peggiorare. Quindi oggi un nutrizionista che cosa può fare? Innanzitutto rilevare il problema. Noi spesso ci troviamo negli ospedali con persone che sono in stadi avanzati, non hanno avuto indicazioni. Invece delle volte bastano semplicemente delle piccole indicazioni, per esempio pesare. L’andamento del peso è molto importante in una persona. Quindi valutarlo, pesarsi una volta a settimana, valutare quello che si mangia, e quando questo non è sufficiente rivolgersi in prima istanza, normalmente, al medico curante perché comunque bastano delle indicazioni (abbiamo visto gli addensanti). Ma oggi si sa che soddisfare i fabbisogni, soprattutto nell’anziano, non è facile. Vi ho parlato prima di calorie, forse soddisfare le calorie in una persona anziana è una delle cose più facili. Un po’ perché l’anziano non si muove tanto, anche se in realtà abbiamo visto che l’attività fisica è fondamentale, è fondamentale per fare il muscolo e per tenerci attivi, ma tutto sommato aumentando gli anni diminuisce il metabolismo basale, cioè quella quantità di energia che ci serve per vivere, quindi tutto sommato l’energia possiamo anche soddisfarla. Quello che risulta difficile invece in una persona, con l’aumentare degli anni, è soddisfare i cosiddetti macronutrienti, prevalentemente le proteine. Soddisfare la quantità di proteine che aumenta, normalmente, nell’anziano. I fabbisogni si stimano normalmente per un adulto circa 0,8/0,9 grammi, chilogrammo di peso ideale. Nella persona all’aumentare degli anni questo valore aumenta bisogna arrivare a circa 1,1/1,2 grammi di proteine, 1 chilo di peso ideale. Cosa significano questi numeri che possono sembrare così complicati? Più di un grammo di proteine. Una persona che pesa circa 70 chili vuol dire che deve introdurre con una alimentazione giornaliera circa 70 grammi di proteine. Pensate che difficoltà per una persona anziana che deve fare la spesa. Le proteine si trovano prevalentemente, quelle che a noi servono, nei secondi piatti. Quindi nella carne, nel pesce, tutti quegli alimenti che purtroppo hanno in genere dei costi elevati e sono un pochino più difficili da reperire quotidianamente. Quindi magari la persona anziana tende, se non seguita, a mangiare in modo monotono, sempre le stesse cose, prediligere magari i carboidrati. Invece io direi come nutrizionista, se vi è una attenzione particolare, sia gli alimenti che troviamo nei supermercati, ma anche nelle farmacie, ci possono comunque aiutare. Oggi lo studio PASSI dà delle indicazioni precise, ci dice che la cosiddetta piramide alimentare per la persona anziana in alto ha un campanellino di attenzione. Soprattutto per vitamine e sali minerali. Soddisfare questi fabbisogni non è facile e quindi il consiglio è questo: seguire le persone, seguire la nostra alimentazione in ogni momento, cercare di avvicinarsi il più possibile alla dieta mediterranea, quindi alle cinque porzioni di frutta, alle due o tre porzioni di pesce, alla carne, alla verdura, usare l’olio d’oliva come condimento, abbinare una buona attività fisica e, quando questo non è sufficiente, fare degli esami del sangue, naturalmente, e utilizzare tutto quello che può esserci utile. Io vi ringrazio.

GEMMA MIGLIARO:
Grazie dottoressa delle preziose indicazioni che aiutano tutti noi nel compito di assistenza ai nostri cari e aiutano anche noi che ci stiamo avviando su per il crinale. La parola alla senatrice De Biasi. E’ chiaro che una senatrice non può che parlare e portarci il pensiero dell’istituzione, di coloro che si occupano dall’alto del nostro benessere.

EMILIA DE BIASI:
Grazie. Innanzitutto permettetemi di ringraziare tantissimo gli organizzatori del meeting, e gli organizzatori di questo incontro, sono lieta di essere qui e di portare anche la testimonianza, non soltanto mia personale, ma dell’intera commissione sanitaria al senato che ho l’onore di presiedere, cerchiamo di lavorare sempre, se è possibile, di lavorare superando le differenze politiche perché quando si parla di salute è bene che i momenti che ci uniscono siano superiori ai momenti che ci dividono soprattutto quando dobbiamo pensare alla salute dei nostri cittadini e a un impianto e a come aggiornare, ammodernare quel servizio sanitario nazionale così straordinario che noi abbiamo e che ci è invidiato da moltissime parti del mondo (di recente è venuto a pranzo da noi, un amico che è italiano e vive in America e ha avuto bisogno di una cura ospedaliera, è rimasto esterrefatto, ha detto: “è incredibile, mai avrei pensato di essere curato così bene spendendo anche così poco”): penso che qualche volta noi dovremmo ragionare anche sulla fortuna che abbiamo e fare in modo che appunto i brutti episodi come quello di ieri non facciano cadere la fiducia in un servizio sanitario che è fatto principalmente da un personale sanitario, da professionisti di straordinario valore e che lavorano davvero in condizioni molto spesso non semplici, perché la sanità in Italia non è tutta uguale, e perché c’è un grandissimo problema che è la differenza troppo grande tra le regioni. Certamente diciamo che possiamo discutere sul titolo 5°, sulle questioni istituzionali, tutto bene ognuno ha la sua opinione, non è tema di oggi, però non è possibile che nel nostro paese le possibilità di essere curati dipendano dal caso del territorio in cui si vive e questo è davvero un punto molto grave su cui io penso si debba riflettere tanto. E perché soprattutto? Perché, intanto la costituzione definisce la salute come unico diritto fondamentale e non possiamo consentire che ci sia una differenza così grande, in particolare pensando a come è cambiata la società italiana prima ancora di come è cambiata la sanità, la società italiana è cambiata non soltanto per l’invecchiamento, per la longevità. Ma perché sono cambiati gli stili di vita, perché è cambiata la famiglia non c’è più un modello di famiglia ci sono tante famiglie, la vita urbana delle grandi città è diventata una cosa assai diversa da quella che era una volta, i legami sono diventati più fragili, le relazioni più complicate, la solidarietà rischia di venire meno molto spesso e l’aumento di quella che viene chiamata “cronicità” è il portato certamente di una longevità e quindi di un fatto positivo, ma è anche il portato evidentemente di stili di vita e anche di una certa medicina che tende comunque a curare in maniera settoriale, oggi si muore, non si muore e non si guarisce; cioè si sta in quello stato in mezzo che non è più soltanto dell’età anziana, perché pian piano si tende ad anticipare l’età, penso per esempio al diabete, ma penso anche all’Alzheimer che ha una progressiva di diminuzione dell’età di inizio e penso a una medicina, al nostro modo di curare, che appunto non si misura mai con la modernità e quindi con la rete, una persona è una, noi siamo uno, quando siamo ammalati non è che possiamo essere curati per un pezzetto noi dovremmo essere presi in carico, complessivamente per ciò che siamo e non a caso nel piano della cronicità nazionale, che è presente nei nuovi livelli di assistenza che sono stati approvati quest’anno e che sono le prestazioni che il servizio sanitario nazionale deve erogare in modo gratuito ai suoi cittadini. L’Italia è molto lunga e le differenze sono molto grandi. In questo piano sulla cronicità si dice in modo molto chiaro esattamente questo, cioè che la persona è una che va presa in carico complessivamente, che la co-mobilità e quindi le malattie differenti che si associano e che fanno del malato cronico un malato molto complicato vanno inserite in un piano unico, non che si va dal cardiologo, poi dal linfologo e dal diabetologo etc…, ma dovrebbe essere un modo unico di lavorare e per fare questo si è istituito quello che si chiama “piano diagnostico terapeutico assistenziale” e cioè un piano unico che tenga assieme la persona che ha problemi. Ora non è così semplice, perché questa bella idea si scontra con una rigidità organizzativa che noi abbiamo bisogno sicuramente di rendere più sensibile e più agile, abbiamo bisogno del medico di famiglia, che sia un punto di riferimento vero, che sia il punto di riferimento vero! Abbiamo bisogno di iniziare con la prevenzione di stili di vita, io sono d’accordo, figuriamoci, con le cose che sono state dette oggi però se noi lavoriamo sull’emergenza non otteniamo i risultati che vogliamo, noi dovremmo cominciare molto presto, per esempio dalla scuola. Bisognerebbe cominciare con una lotta senza quartiere a quelle merendine che vengono distribuite a pacchi, a fiotti e che fanno malissimo! Bisognerebbe- sapete che c’è la storia di quel paesino americano in cui ad un certo punto gli adolescenti avevano un tasso di colesterolo altissimo e un diabete molto forte, sono andati a vedere perché e hanno scoperto che un certo dolcetto veniva venduto fritto in pastella e questo piaceva molto a questi ragazzi- capite che se si parte fin da giovani in questo modo l’approdo, rischia di essere un approdo molto ma molto complicato e quindi bisogna che lo stile di vita sia uno stile di vita che accompagna, appunto, uno stile di vita. Personalmente ho l’idea anche che non bisogna avere un atteggiamento fondamentalista, cioè visto che appunto è lo stile di vita che quindi ci accompagna e deve accompagnarci per molto tempo bisogna anche che siamo consapevoli dei nostri limiti, ecco che lo viviamo come una libertà e non come un’imposizione, per fare questo bisogna incominciare presto. Non c’è dubbio che il movimento sia uno dei fattori importantissimi, se pensate gli emodializzati, per esempio, hanno dei miglioramenti straordinari (fanno anche le loro olimpiadi per altro) hanno dei miglioramenti incredibili solo se iniziano a fare movimento, se ogni giorno camminano, se ogni giorno hanno un’attività fisica e guardate questo vuol dire anche risparmio, vuol dire anche consumare meno farmaci, vuol dire anche stare complessivamente meglio. Complessivamente! Perché l’atteggiamento psicologico quando ci si avvicina all’età anziana, lo sanno bene le donne, è un punto importantissimo, spezzo una piccola lancia sulla medicina di genere per dire, sì, è vero, professore, noi viviamo più degli uomini, almeno la generazione di oggi, perché man mano che andiamo avanti la forbice si restringe perché gli stili di vita sono più simili oggi, è vero che noi viviamo di più però, le signore lo sanno molto bene, con molti più acciacchi perché dalla menopausa in avanti abbiamo una serie di problemi che ci portiamo dietro anche in virtù di come siamo fatte: siamo più facili alla depressione, usiamo più psicofarmaci-questo ci dicono i dati- abbiamo problemi cardiovascolari che una volta non avevamo in modo così forte e abbiamo una medicina che ancora è un po’ troppo generalizzata, è poco fondata sulla consapevolezza che i corpi sono due, che il corpo dell’uomo è diverso dal corpo della donna e che le reazioni sono diverse ai farmaci, come sono diverse nella vita, e che quindi c’è bisogno anche di differenziare, di dare la consapevolezza di sé, di essere un uomo, di essere una donna, anche, e soprattutto vorrei dire, nell’età anziana. 65 anni, io lo trovo francamente un limite burocratico perché penso appunto che nessuno a 65 anni oggi possa essere considerato anziano a pieno titolo anche perché lo dimostra la vita di tutti i giorni, vero è invece che diciamo c’è un contesto sociale che a un certo punto decide che dai 65 anni in avanti tu sei una persona anziana e quindi progressivamente avviata, non dico alla morte, ma avviata certamente ad una vita progressivamente fuori dal contesto sociale, questo è un errore, io ritengo gravissimo, a cui porre rimedio. Si può fare. SI può fare in tanti modi. Innanzitutto attraverso l’umanizzazione della cura, il tempo fra medico e paziente è un tempo di cura a tutti gli effetti la medicina non può che essere una medicina di narrazione, anche di narrazione, non solo una medicina farmacologica, perché è chiaro che anche una persona che non è più giovane si trova di fronte ad un medico che con il minutaggio ti dice “in tre minuti mi dica che cos’ha” ti fa la ricetta e poi ti rimanda a casa. Io voglio dire che così non va bene, noi abbiamo bisogno, come cittadini, di essere ascoltati e un medico non può che avere questa attitudine se vuole capire davvero come curare una persona. Questo certamente si può fare. Sicuramente si può fare, ci sono gli strumenti per farlo, bisogna però che vi sia anche un’altra consapevolezza: che questo lavoro a rete, che dicevamo prima, riesca ad integrare l’aspetto sociale e l’aspetto sanitario e questo è il problema, oggi, della sanità del nostro paese, la sanità è una cosa e che il sociale è un’altra cosa. Mentre noi sappiamo che assistenza domiciliare, non può essere evidentemente solo un elemento di carattere sociale e non può essere nemmeno un elemento di carattere puramente sanitario, abbiamo bisogno quindi di figure che intreccino queste nostre competenze e che siano in grado di prendere in carico la persona che non è ancora non-autosufficiente, non lo è ancora, ma rischia di diventarlo se non viene presa in carico. C’è una legge molto importante che si chiama “legge 38”, che è la legge sulle cure palliative e la terapia del dolore: tutti la considerano come una legge che riguarda il “fine vita” ed è un gravissimo errore, perché certamente è una legge che lavora anche sul fin di vita, ma guardate è una legge che dice una cosa bellissima: la cura palliativa, cioè quella cura che aiuta nel momento delle malattie croniche e delle malattie che si mettono tutte assieme deve essere una cura che avviene sul territorio perché non è pensabile di vivere in ospedale bisogna che la persona anziana sia in grado di avere dei punti di riferimento nel territorio che sono i medici di famiglia, sono i medici di medicina generale, ma sono anche l’équipe di specialisti che sono nel territorio, quindi non necessariamente bisogna andare al pronto soccorso, non necessariamente bisogna essere ricoverati, si può fare, si risparmierebbe molto e penso che il lavoro sarebbe qualitativamente più alto sulla persona. La terapia del dolore: ma chi l’ha detto che è soltanto nella fase terminale della vita, ma quante persone anche anziane hanno malattie che potrebbero essere alleviate da terapie del dolore adeguate, non è indispensabile soffrire! Non è indispensabile! Si può vivere bene anche senza la sofferenza e il convivere con la propria malattia anche senza soffrire, si può fare, c’è una legge che dice che si può fare, bisogna che ci sia la volontà però di ogni regione perché nel territorio si attivino i diversi centri e ancora, quando si arriva alle situazioni estreme penso alle malattie neurodegenerative. L’Alzheimer, come sapete, fa più paura del cancro, c’è un’indagine mondiale, la gente ha più paura perché è la perdita del sé, è la perdita di sé e la perdita di sé è la perdita della propria coscienza e quindi la perdita del nucleo vitale fondamentale, quindi un corpo che va avanti, non riconosce più sé stesso e non riconosce più gli altri, è ovvio che faccia paura, ma quando si arriva a questo punto e spero vivamente che la scienza possa fare dei passi in avanti che non ha fatto fino ad oggi nella ricerca farmacologica, nella ricerca per capire quali sono le motivazione come può essere curato e se può essere curato, quando si arriva a quel punto però, io vorrei essere chiara, io una cosa che non sopporto è pensare che la persona malata di Alzheimer, di una demenza, possa vivere chiuso in casa con una badante o possa vivere chiuso in una residenza assistita, lasciato lì a morire in una morte che avviene molto lentamente perché il resto del corpo magari funziona benissimo. Ecco questo io credo che sia una mancanza di dignità, c’è una dignità nel nascere, una dignità nel vivere e deve esserci una dignità nel morire, ma ci deve essere la dignità nel vivere che è anche per queste persone che sappiamo che migliorano se vivono in un contesto sociale, non guariscono, ma migliorano se vivono in un contesto sociale. Allora perché non pensare ad un ventaglio di soluzioni, non ad una soluzione sola, perché guardate, le persone (abbiamo i dati) che vengono nell’ultimo stadio di Alzheimer vengono mandate nelle RSA. Bene, queste persone alla fine lì muoiono: i familiari fanno una rivendicazione nei confronti della magistratura, fanno ricorso e dicono «ma queste sono cure sanitarie, perché io le devo pagare?». Questo è un problema enorme che noi abbiamo di fronte come Servizio Sanitario Nazionale. Allora bisogna che la persona con l’Alzheimer sia il più possibile in un contesto sociale, ma che anche gli altri anziani lo siano. Anche gli altri anziani. Le esperienze che ci sono di co-housing, di anziani che vivono assieme. La persona con l’Alzheimer non è una persona cattiva, è una persona che ha una malattia: sta con noi, è con noi, è lo specchio della nostra paura, ma sta con noi e deve rimanere con noi. Allora il co-housing, gli Alzheimer cafè, i momenti di socialità, i momenti anche di arte: è l’espressione che comunque esiste, anche se non è più cosciente e legata alla propria storia. Non interrompiamo noi quei legami, cerchiamo di tenerli assieme. Questo è, secondo me, il cuore vero, vero del lavoro che un’istituzione – le istituzioni a tutti i livelli, non solo lo Stato, ma la Repubblica nel suo insieme – deve riuscire a fare nei confronti della popolazione anziana. Sapere che non c’è “l’anziano”, ci sono “gli anziani”. Sapere che ognuno di noi è un mondo, e che quindi va preso in carico per ciò che è e per le malattie che ha e non per gli stereotipi che ci vengono dati più o meno mediaticamente. E poi, la capacità, appunto di creare rete nel territorio: si può fare, si può fare e costa anche poco; si può fare e si può risparmiare; si può fare e tanti giovani possono essere assunti anche in quel lavoro, giovani che hanno solo da imparare da chi ha già vissuto. Questo è il cuore del Servizio Sanitario Nazionale: lo possiamo fare. Lo possiamo fare in virtù dell’universalismo che è del nostro Servizio Sanitario Nazionale: che vuol dire “pubblico”, vuol dire “privato sociale”, vuol dire “privato convenzionato”, vuol dire “terzo settore”, vuol dire “volontariato competente”, vuol dire figure che decidono di dedicarsi all’altro da sé. Questo universalismo non ha prezzo e soprattutto, io mi auguro, non potrà e non dovrà mai essere garantito dalla carta di credito. Grazie.

GEMMA MIGLIARO:
Dulcis in fundo, il professor Trabucchi.

MARCO TRABUCCHI:
Ci provo. Grazie, grazie Gemma per aver organizzato questo incontro. Grazie. Per me è un grande onore parlare al Meeting di CL. Lo considero una specie di coronamento di una professione. Grazie, quindi, anche a voi qui presenti oggi con tanta attenzione. Spero nei dieci minuti che mi sono dati di riuscire a dirvi qualcosa di significativo sulla seconda parte del titolo di questo incontro «Una vita piena di senso per invecchiare bene». Ecco, in questa prospettiva credo che a tutte le età ereditiamo qualche cosa che dobbiamo conquistare, come dice lo slogan del Meeting: anche da vecchi.
C’è sempre qualche cosa che dobbiamo ereditare, qualche cosa che deve arricchire la nostra vita, purché lo vogliamo e purché sia possibile farlo. Quindi, non voglio qui fare l’elogio fuori tempo del caro vecchietto, ma ricordare che una vita di senso è l’unico modo per vivere bene. Lo dico da medico, prima ancora che da cittadino, prima ancora che da persona che si guarda intorno, prima ancora (lasciatemi dire) anche da cristiano. La vita piena di senso è la vita che permette di vivere bene e a lungo, pur con tutte le difficoltà, pur con tutte le crisi, pur con tutte le ambivalenze che la nostra età avanzata comporta. Diciamocelo pure, non siamo lodatori del tempo passato: perché sappiamo bene che una volta i vecchi erano pochi, erano quelli che sopravvivevano e quindi in qualche modo stavano bene, e poi erano vecchi giovani. Quindi, non ci richiamiamo a un modello passatista, ma guardiamo in faccia oggi i vecchi che sono tanti, come diceva Roberto prima, spesso poveri, spesso dimenticati, spesso soli. Come possiamo pensare che questi invecchino bene? Alcune note veloci, che cercherò di darvi in questa prospettiva del senso. D’altra parte, parlare di “senso” per noi credo che voglia dire tutto, di fatto. Prima di tutto, parliamo della responsabilità della collettività verso il mantenimento del senso della vita, perché noi diciamo che la libertà dell’anziano è diminuita dai pochi soldi, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla solitudine, dal dolore fisico: molte di queste cose possono essere garantite dalla comunità, perché l’elemento del dolore è stato detto. La solitudine, qualcuno ha scritto recentemente un lavoro scientifico uscito su una grande rivista internazionale che dice «uccide più la solitudine che l’obesità»: capite che valore che diamo al modo di vivere? La solitudine cos’è un accompagnamento difficile della nostra vita? Chi riesce a combattere la solitudine se non una società diversa? Perché da soli non si riesce: pensiamo alle 130 mila persone che vivono nel centro di Milano da sole anziane, solo una comunità coesa (ma quale comunità coesa?) potrebbe permetterci di combattere questa epidemia drammatica, che ha basi ideologiche, che ha basi cliniche ormai indiscutibili. E quindi la responsabilità della comunità. La responsabilità della comunità viene fuori anche in un altro problema secondario, che ha suscitato un certo commento quando lo ha citato il professor Bernabei prima: il problema del lavoro. Qui c’è in prima fila padre Ochetta, che stamattina ci ha dato una lezione formidabile sul lavoro degno dei giovani. Ecco, io andando un po’ in contro-tendenza mi permetto di dire, chiedo scusa a padre Ochetta, necessariamente saremo un po’in dialettica, il lavoro come ricerca di sensi, il lavoro degno, non l’hobby, non – mi dispiace anche dirlo – quello che fa la guardia davanti alle scuole; il lavoro degno come modo per mantenere una vita attiva. Abbiamo parlato di vita attiva sul piano somatico, l’attività fisica, abbiamo parlato di attività psichica, cosa c’è più del lavoro? Per cui il problema del pensionamento - mi dispiace, commenterete male questa mia battuta, d’altra parte siamo qua per parlarci chiaro – il pensionamento a sessantasette anni di cui si parla per accompagnare l’aumento dell’aspettanza di vita sarà, credo, un modo e io no parlo da economista quindi non mi interessa sul piano del bilancio dello stato, ma certamente sul piano della dignità e del mantenimento di una condizione di salute decente un passaggio formidabile. Lo so, lo so, è inutile che adesso qualcheduno giustamente mi tiri dietro le scarpe, ecco, ma credo, sapete, il problema vero del lavoro, vedete il fatto che uno sia stato così generoso e che voi non gli siate andati dietro è testimonianza che nessuno è d’accordo, ringrazio lei signore, siamo io e lei da soli, d’altra parte la vita sa, l’aristocrazia del pensiero ci costringe a queste solitudini. Dicevo, il problema del lavoro è anche il finanziamento dei servizi, perché nella bellissima relazione che ci ha fatto la senatrice prima, l’ha detto chiaro: se il problema del lavoro e delle pensioni copre troppo spazio, chi ci garantisce poi per i servizi degli anziani? E il problema del lavoro – qui faccio un’altra battuta controtendenza – riguarda anche alcune categorie, come quella del pensionamento dei sacerdoti. Recentemente, adesso guardo un sacerdote che è in prima fila è mio amico, il quale mi ha mandato una lettera, ho scritto un pezzettino per “Vita pastorale”, che è una rivista che loro leggono, in cui dicevo che ritengo ingiusto che un padre vada in pensione, un padre non un padre religioso, un genitore vada in pensione e ho ricevuto una serie di lettere di consenso. Ed è per questo… il sacerdote che va in pensione è il modello tipico di una rottura di una storia, di una continuità, di una legame che dà senso alla vita. Però mi fermo qui. Terzo punto: il senso della vita quando manca da parte del singolo, la perdita di fiducia nel proprio ruolo, la depressione, è stata accennata prima, la depressione voi lo sapete che è un altro dei grandi, grandissimi danni che l’anziano riesce a ricevere dalla biologia, dall’ambiente… e allora se noi mettiamo insieme poi la solitudine, la depressione, la perdita del lavoro, le crisi familiari, perché ci sono anche questi, davvero è facile che la persona perda fiducia nel proprio ruolo, nel proprio essere, nella propria giornata, nel proprio arrivare a sera e questo è un modo per invecchiare male. Ormai credo che… e in questa logica ci mettiamo dentro anche la spiritualità. Io non volevo, per ragioni di ovvio equilibrio, anche nei vostri riguardi, non accennare, non insistere troppo sulla spiritualità, però non c’è dubbio che la speranza indotta dalla fede, la speranza indotta in un domani è fondamentale. Però sapete, lo so, che… io personalmente spero di avere per la fede che mi ha dato mia madre spero di essere tra questi che già guardano in là. Però dobbiamo preoccuparci anche dei nostri amici, dei nostri compagni, dei nostri concittadini che non hanno fede. Recentemente proprio nell’Associazione Italiana di Psicogeriatria abbiamo fatto una riunione per dire su questi temi occuparci di chi non ha la fede; occuparci del senso della vita, della vita a 90 anni, per chi non ha la fede. Sapete, è un tema difficilissimo, è un tema che non dobbiamo lasciare però solo agli psichiatri, non dobbiamo lasciarlo ovviamente solo ai sacerdoti, non dobbiamo lasciarlo nemmeno ai medici, dobbiamo lasciarlo a tutta la collettività, evitando poi gli estremi, evitando gli estremi che diventano ridicoli. L’altro giorno qualcheduno avrà visto sui giornali si sono sposati un signore di 94 e una signora di 98,94, quello che è, e si erano ri-conosciuti in una palestra finché facevano sport. Queste sono…sapete, in New York’s Time ha dato cinque colonne a questo argomento, ma capite, questa è la patologia del comportamento, non è questo il senso della vita, il vero senso della vita è quello che si conduce nella fatica e nella generosità nell’impegno per gli altri. Ma come facciamo? Io la vedo come una delle grandi sfide della mia professione, come facciamo a convincere la persona di 85 anni da sola a dare senso alla vita attraverso la generosità, il servizio per gli altri? Capite, è difficilissimo, perché uno ce l’ha dentro nel cuore, ce l’ha da quando aveva vent’anni. Voi – adesso non voglio fare un gesto di piaggeria nei vostri riguardi – ma certo se siete qua conserverete questo senso anche a 85 anni ed è anche l’augurio perché viviate fino a quell’età, evidentemente, non so se l’avete capito. È proprio così, come facciamo a chi è cresciuto nella società liquida a dirgli “guarda, il senso della tua vita viene, e la salute della tua vita, viene se ti doni, se servi, se fai davvero il servo degli altri? Allora, siccome vedo che il tempo passa credo di dover andare avanti, il senso della vita lo si trova anche nelle situazioni più disperate. E qui concludo, siccome sono stati fatti vari riferimenti all’Alzheimer, concludo dicendo prima una cattiveria, poi dicendo le cose positive. La cattiveria è quella che del santo nostro padre Francesco siamo d’accordo su tutto meno che quando ha parlato di Alzheimer dello spirito, per noi è stata una bastonata sulla testa terribile, perché chi come il sottoscritto cerca disperatamente di dare senso alla vita delle persone affette da demenza, anche da demenza grave, sentire il Papa che dice che noi non dobbiamo avere l’Alzheimer dello spirito, come se l’Alzheimer fosse l’ultimo stadio della vita mi è proprio dispiaciuto. Penso che gli scriverò, siccome legge tutto mi han detto, proverò a scrivergli dicendo “Dai, cerchi di porre rimedio a questo…”. Da allora però abbiamo detto da una parte il senso della vita, il senso del… quel grande matematico che recentemente avendo scoperto ad 88 anni l’ultima formula dice “quando è la passione a spingerti, non te ne liberi più, a qualsiasi età”, noi saremmo felici che forse non ci liberassimo più a 90 anni della passione per vivere, la passione del servizio, la passione di aiutare gli altri, la passione di badare a noi stessi, della nostra dignità, della passione per difendere la nostra libertà, per non essere servi della medicina. Allora, dicevo, se questa è una parte, finisco però recitando anche l’altra parte, la parte della difesa delle persone meno fortunate, della difesa delle persone affette da demenza. Recentemente una persona affetta da demenza che aveva 24 di mini mental e quindi una demenza medio-lieve ha scritto in un pezzettino di carta che poi mi ha fatto avere “è dura la vita siamo tutti inquieti, illusi, infelici, pazzi, innamorati. Cerchiamo tra tante due mani che stiano bene con le nostre, ma quando le abbiamo trovate le buttiamo lontano. Le mie sono cadute lì, che buio, che abisso di silenzio”. Però, capite, anche con 24 di mini mental, cioè con la demenza diagnosticata in fase ancora lieve c’è questa ricerca di senso. E allora per concludere sempre su questa linea, vi leggo una poesia scritta da Davide Rondoni, un poeta a mio giudizio tra i più grandi d’Italia, che forse qualcheduno di voi avrà letto domenica scorsa su Avvenire, che ha scritto un bellissimo pezzo a ricordo di Don Giussani e diceva: “la storia di un uomo muove la vita e il pensiero di tanti diversi ambiti del mondo d’oggi”. Questa l’interpretazione, parlava di Don Giussani Davide Rondoni, ma ha scritto una poesia bellissima per ricordare la madre di suoi amici affetta da demenza e ne viene fuori il senso della vita. Lo leggo e non lo commenterò lasciandolo a voi come testimonianza del fatto che noi crediamo davvero nella vita, crediamo nel suo senso, certo se abbiamo la fortuna di avere la rivelazione del Signore alle nostre spalle siamo più tranquilli, ma dobbiamo soprattutto aiutare quelli che non ce l’anno, perché dev’essere la collettività nell’insieme che va alla ricerca di senso nella vita delle persone anziane, dice così Davide Rondoni in questa poesia che si chiama “Alzheimer madre”, riferita alla madre di questi suoi amici:
“Era lei il sole mite, le girava tutto attorno. Noi ci spargevamo il bel quartiere, il mondo, ma era lei, in fondo alle stanze cuore d’oro a catena e ora vederla aver bisogno di tutto, cadere le luci della mente, l’hai vista passare là, ti ha riconosciuto, come fare a impastare la scena dove siamo finiti. È proprio lei, la mamma, l’angelo, con gli occhi incomprensibili, che annuncia: non vi sarà più tempo. Ora – e questo è il passaggio fortissimo – ora artigliaci Dio, tienici nel tuo Alzheimer d’amore. Perdiamola tutti la memoria del male.”
Grazie.

GEMMA MIGLIARO:
Arduo concludere questo incontro ricchissimo, non posso che ringraziare. Mi ero scritta i relatori per la chiarezza e la pregnanza, adesso vorrei dire per il cuore che hanno fatto emergere e la modalità con cui hanno sviluppato i temi a cui avevamo chiesto di dar voce. Ci hanno dato veramente una chiave di lettura di una realtà che sarà sempre più presente e condizionante la vita personale e familiare e sociale di ognuno di voi che ci ha ascoltato. In conclusione vi vorrei dire che abbiamo voluto far questo evento proprio per far emergere questa problematica della vecchiaia, che non ha adeguata attenzione da parte dei media se non per i suoi aspetti, come ha sottolineato il professor Trabucchi prima, anche un po’ patetici, e che le persone che non sono costrette a misurarsi con essa, cioè dico chi non deve assistere, seguire, provvedere a parenti anziani e malati, non percepiscono qua la cogenza adeguata. Mentre invece rileviamo sempre di più che chi ci si trova dentro si sente schiacciato e solo. A queste persone anche abbiamo voluti dar voce, proprio iniziando questo dialogo, perché chiaramente non abbiamo preteso di concludere nulla se non di darvi degli spunti da portarvi a casa e su cui riflettere e cominciare magari appunto a lavorare personalmente ciascuno o in compagnia. Il meeting in questi anni ci ha sempre aiutato a capire che la soluzione dei problemi non viene soltanto da un’azione politica e sociale, ma che è questione della nostra responsabilità personale. Abbiamo però visto proprio al meeting anche negli anni passati che dalla responsabilità personale di molti di noi sono nate delle opere che rientrano in quel l’abbozzo di rete che si sta creando proprio nel lavoro sociosanitario: ad essi io vi chiedo di guardare. Infine anch’io una citazione non potevo non farla. Per prepararmi a questo incontro sono andata a rileggere l’ultima parte del libro sulla vita di Don Giussani, perché ho pensato: se devo parlare di vecchi, devo leggere un grande vecchio. Quindi vi leggo una frase che mi ha colpito e con la quale vi lascio. Lui dice: diventando vecchi il congegno nostro mostra tutte le sue fatiche e nelle fatiche mostra tutto il suo limite. Ma ogni limite è vinto, può essere vinto da una speranza motivata, adeguatamente motivata. Che avvenga di noi quello che Dio ha voluto e ci sostenga in ogni tristezza e in ogni apparente incapacità”. Buon pomeriggio a tutti.