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LA VITA VIVA. Leggendo gli "Scritti dal Sottosuolo" di Dostoevskij

Incontri Sala Poste Italiane A4
Partecipa Tat’jana Kasatkina, Direttore del Dipartimento di Teoria della Letteratura presso l’Accademia Russa delle Scienze. Letture di Franco Palmieri, Consulente Artistico di Culter/Firenze. Introduce Cristina Rossi, Insegnante.

Trascrizione dell'evento

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Trascrizione dell'evento

CRISTINA ROSSI:
Benvenuti a questo reading dal titolo “La vita viva: leggendo gli Scritti dal sottosuolo”. Benvenuta, Tat’jana Kasatkina, già nota al pubblico del Meeting, esperta di fama mondiale di Dostoevskij e ormai amica di tanti di noi. Tat’jana non smette di stupirci per la vastità delle sue conoscenze, anzi, direi per la vastità della sua visione ad altissima definizione, per l’umile, cordiale generosità con cui ce la offre. Il “tu sei un bene per me” è parte del suo sguardo sul mondo e del suo metodo di ricerca. Benvenuta a Elena Mazzola, ora in veste di traduttrice simultanea ma anche curatrice dell’opera che presenteremo, tenace e appassionata, talent scout dell’umano di cui contagia chiunque incontri. Benvenuto a Franco Palmieri, attore e regista e consulente artistico di cui sicuramente potremo gustare e sperimentare le qualità. L’incontro di oggi e il libro di cui pregusteremo un assaggio, ci tengo a sottolineare che non sono rivolti innanzitutto a coloro che possono concedersi il lusso di coltivare interessi letterari, quindi non è un incontro innanzitutto rivolto a letterati ma semplicemente a coloro che hanno un desiderio, un desiderio vivo, un desiderio che li spinge oltre i confini del loro territorio, coloro che amano semplicemente la vita prima della sua spiegazione e per questo, proprio per questo, sentono la letteratura come un qualcosa di assolutamente necessario e irrinunciabile. Non possiamo dunque e non vogliamo neanche ignorare la condizione difficilissima e talvolta infelice di coloro che amano la letteratura, la bellezza nella parola letteraria, in special modo nella scuola, ma comunque in tutta la società. La bellezza, la letteratura oggi sono tenute in ostaggio nella e dalla scuola, dalla critica letteraria, dai frequentatori di circoli esclusivi, con tutte le tragiche conseguenze che la sua scomparsa comporta nel mondo giovanile e nella società. Come è potuto accadere tutto ciò, cosa accade e cosa potrà accadere alle giovani generazioni private del beneficio della bellezza della letteratura come compagna di strada, nella comprensione di sé e del mondo? E’ mai possibile liberare la bellezza, letteratura, dalle catene che la imprigionano? E’ su questi temi che vogliamo intervistare Tat’jana Kasatkina e ascoltare alcune pagine dagli Scritti dal sottosuolo, opera che vede ora una sua nuova traduzione nella collana Orso Blu della casa editrice “La scuola”, realizzata da Elena Mazzola secondo il metodo da soggetto a soggetto promosso dalla studiosa russa e praticato insieme a una comunità di docenti lettori. Ci tengo a sottolineare proprio questo aspetto della comunità, comunità ermeneutica di docenti e lettori che hanno lavorato intorno alla comprensione dell’interezza del senso di questa opera e da cui è scaturita questa nuova traduzione. Appunto da quattro anni, questi docenti e questi studenti di Lingua e Letteratura, e anche semplicemente lettori appassionati, si formano su questo metodo da soggetto a soggetto e lo stanno sperimentando in ambito scolastico, con delle novità rilevanti dal punto di vista didattico-educativo. Ma prima di interpellare la professoressa Kasatkina, vorrei dire ancora due parole, tanto per calcare la mano, sulla difficile condizione della letteratura nella scuola, e quindi esattamente là dove si dovrebbe offrire proprio ai giovani, ai loro interrogativi, alle loro ispirazioni vitali: è mai possibile che la scuola in ambito umanistico, cioè proprio dove troviamo un concentrato di umano, di esperienza umana al massimo del suo potenziale, si sia rassegnata a trasmettere solo conoscenze morte? Come funziona generalmente l’insegnamento della letteratura nella scuola? Si legge il manuale, si fa la storia della letteratura, si inquadrano gli autori nel contesto dell’epoca, delle correnti letterarie, si dà una definizione della poetica, del pensiero dell’autore, dello stile, magari si fanno anche dei collegamenti con autori che trattano le stesse tematiche, si dà agli studenti un sunto delle opere, l’analisi bella che fatta, e se c’è tempo si legge qualcosa direttamente dall’opera per dimostrare quanto si è già definito, classificato, incasellato. Se non c’è tempo, oppure si ritiene che gli studenti non siano in grado di capire l’opera, si evita perfino la fatica di leggere. Quindi, la formula dell’insegnamento della lettura nella scuola è pertanto molto semplice: non si legge. Le ragioni addotte a questo stile, a questa prassi, sono semplici, diciamo anche pratiche: non c’è tempo, i programmi sono troppo vasti, meglio un’infarinata di tutto. Ma poi, scavando bene sotto questo appellarsi ai programmi, a quanto è già stato detto, scientificamente provato, sotto sotto si rivela una insicurezza sostanziale, una fragilità del soggetto che abdica e rinuncia al proprio avventuroso ruolo di libero lettore e ricercatore e si autoconvince del fatto che non si possa e quindi non si debba fare che così. Uno scetticismo riguardo al fatto che un testo possa comunicarci qualcosa di non arbitrario. Di ogni autore, di ogni singola opera sono già stati codificati il valore, e il significato: perché mai accollarsi l’improba fatica di capire quando è già tutto chiaro e al suo posto? I docenti vivono quindi l’infelice condizione di ripetitori di nozioni morte; gli studenti, immaginiamoci di fronte a docenti così la sommamente infelice condizione di ripetitori, di ripetizioni di nozioni morte, codificate, fossilizzate dalla critica. Con tutte le possibili sfumature, la situazione nella sostanza è questa. L’assunto che sta a fondamento di questo modo di leggere è il seguente: non è possibile fare della conoscenza un’esperienza, non è possibile arrivare a conoscere, ad esempio, un autore tramite la sua opera, e semplicemente tramite la sua stessa opera, una conoscenza paragonabile a quella di un amico che mi sta di fronte con cui poter liberamente dialogare, tutto questo non senza un caro prezzo da pagare, l’inaridirsi della passione degli insegnanti con la sofferenza di vedere incarcerato ciò che aveva saputo loro innamorarli ma che, col passare del tempo, non parla più e la disaffezione, per non dire l’odio feroce degli studenti per le sublimi pagine della letteratura trasferite nell’iperuranio e ridotte a larve di vite cristallizzate e inaccessibili, con il risultato, a lungo termine, che a quelle pagine raramente vorranno accostarsi di nuovo quei giovani cui tutta l’istituzione scolastica nel suo insieme ha garantito di aver loro trasmesso la conoscenza certa e inequivocabile. Ho evidentemente un po’ esagerato, un po’ esasperato i contorni, ma perché volevo assolutamente che fosse il più possibile esplicita la logica che guida queste scelte, perché, che si conceda più o meno terreno alla libera perlustrazione, il concetto di fondo non cambia, è sempre una libertà vigilata sotto tutela, come direbbe il nostro uomo del sottosuolo, dentro un recinto. Ora, è proprio su questo che vogliamo interpellare Tat’jana Kasatkina. Ripropongo gli interrogativi: come è potuto accadere tutto ciò, cosa accade e cosa potrà accadere a tanti giovani che vengono privati del beneficio della letteratura come compagna di strada, è mai possibile liberare la letteratura da queste catene che la imprigionano? Ed è possibile questa semplice esperienza, aprire le pagine di un libro e sentirsi rivolgere direttamente la voce dell’autore, entrare in dialogo diretto e vivo con l’autore? E perché ci è necessario tutto ciò? Grazie.

TAT’JANA KASATKINA:
Io vorrei dire di che cosa si parla quando Cristina cita queste catene che hanno imprigionato la bellezza, di che catene si tratta. La bellezza è stata custodita in modo molto attivo, è stata custodita nel senso di difesa da tutto quello che avrebbe potuto attaccarla. E in particolare è stata difesa da qualsiasi idea di utilità, cioè la bellezza è la bellezza, ha un valore in sé, consiste in se stessa e perciò, per cortesia, non costringetela ad assumere altre funzioni supplementari; questa difesa si è trasformata in una gabbia e di per sé è così, perché è sempre più facile difendere qualcuno se l’abbiamo rinchiuso in una gabbia. E io direi che adesso questa gabbia consiste nell’indifferenza verso la bellezza, proprio una indifferenza fondata sul giudizio che la bellezza è inutile, non è utile. I nostri studenti ci fanno una domanda: perché mai io debbo studiare tutta questa letteratura? E di solito l’insegnante li guarda stupita e dice: com’è possibile che facciate delle domande così? Mentre se noi vogliamo che la letteratura continui a esistere nella scuola, siamo semplicemente obbligati a rispondere a queste domande, è un bene che queste domande finalmente vengano poste perché in realtà noi sappiamo benissimo, dalla nostra esperienza, che quando di qualcosa diciamo che serve solo per bellezza non significa solo che stiamo dicendo che qualcosa non ha senso, cioè è inutile, ma stiamo addirittura dicendo che in fin dei conti è una cosa che non è nemmeno bella, e per qualche ragione la bellezza può diventare bellezza soltanto quando in essa c’è tutto il peso della sua sensatezza. Ma allora, come possiamo rispondere ai nostri studenti quando ci chiedono perché mai dovremmo metterci a studiare la vostra letteratura? La questione è che di per sé le materie legate alle scienze umanistiche, al ciclo umanistico, non hanno la finalità di preparare degli specialisti ma hanno lo scopo di educare l’uomo, e proprio per questo si chiamano così, umanistiche. Allora, significa che una persona può scegliere di studiare delle discipline per diventare uno specialista in qualcosa, ma bisogna anche dire che quel qualcosa per cui l’uomo diventa un uomo è qualcosa che dovrebbero di principio sapere tutti. Il problema del nostro insegnare la letteratura è proprio nel fatto che noi cerchiamo continuamente di insegnare anche la letteratura come una disciplina per degli specialisti e non invece proprio come una materia, una disciplina che forma l’uomo in sé. Allora, vorrei farvi rivolgere l’attenzione anche solo ai nomi di queste discipline: filologia, filosofia, sono nomi completamente diversi, sono altri rispetto ad esempio a biologia, che è la parola su ciò che è vivo, e ancora di più è diverso da geografia, che è la descrizione della terra. Mentre filologia e filosofia, amore alla parola e amore alla sapienza, sono nomi che non possiamo mettere su una stessa linea con quelli delle altre discipline, ma si mettono insieme benissimo su un’altra linea con una terza parola che potremmo mettere in fila, filocalia. La filocalia è il nome dato a una raccolta di testi dei Padri della Chiesa che dovevano servire proprio a educare, a formare l’uomo affinché nell’uomo emergesse il divino che è in lui. Ma perché allora la letteratura è così importante per formare l’uomo? Perché è proprio attraverso la letteratura che noi scopriamo in che cosa consiste quel sentimento di assoluta compartecipazione con l’altro. Sappiamo tutti che quando leggiamo un libro noi ci identifichiamo con i personaggi e questa è l’esperienza più potente di entrare in partecipazione con l’altro accessibile a noi nella realtà in cui viviamo, una realtà non paradisiaca. Perché la condizione non paradisiaca in cui viviamo si distingue da quella paradisiaca proprio per il fatto che noi qui ci sentiamo incapaci di compartecipare totalmente dell’esperienza dell’altro. Perché la realtà paradisiaca è quella in cui l’altro lo sentiamo come sentiamo noi stessi, quando tutta l’esperienza dell’altro la sentiamo direttamente, così come sentiamo la nostra: la letteratura è quello che ci è rimasto dalla condizione paradisiaca, quel qualcosa che ci trasmette un’esperienza, e dico proprio esperienza, non conoscenza o sapere, in assenza di esperienza. Perché in sostanza per noi l’altro è una possibilità di ampliare al massimo la nostra stessa persona. È una cosa che i genitori conoscono, perché ci sono molte cose che hanno fatto i loro figli e non loro direttamente, di cui però i genitori dicono e sentono, percepiscono come un’esperienza loro propria. Ma è una cosa che percepiscono anche gli insegnanti, qualcosa che non hanno fatto loro direttamente ma i loro alunni, viene da loro percepita come un qualcosa che hanno fatto proprio loro e che è entrata a far parte della loro esperienza. La letteratura insegna proprio questa capacità di trasmettere e diffondere a tutta l’umanità. E la letteratura in realtà ci spiega proprio che l’altro non è un altro ma che anche l’altro è in realtà io stesso. Solo che è questo me stesso riempito, completato con tute quelle possibilità che a me solo sarebbe impossibile avere. E in particolare questo si vede molto bene in quel lavoro comunitario di cui ha parlato Cristina prima, un lavoro che ci insegna a vedere che noi abbiamo la possibilità di vedere anche quello che ci sarebbe impossibile vedere solo dal nostro personale punto di vista. Perché quando ci troviamo davanti a un avvenimento, ognuno di noi occupa un suo punto, una sua posizione, quello che si chiama il proprio punto di vista. Noi vediamo quell’avvenimento da una determinata prospettiva e per vedere quello stesso avvenimento da altre prospettive abbiamo bisogno di altri punti di vista. Per vederlo da un altro punto di vista, abbiamo bisogno degli altri perché sono soltanto gli altri che possono permetterci di vedere quello stesso avvenimento dai loro punti di vista. È per questo che è ancora terribile l’insegnamento della letteratura se riduce l’insegnamento stesso ad esprimere il punto di vista dell’insegnante e basta. Perché in realtà, quando noi facciamo così, distruggiamo l’essenza stesa, il cuore di quello che è la letteratura. E c’è proprio la possibilità di entrare, attraversare uno stesso testo, ognuno seguendo la sua strada, la propria strada, e facendo così mostrare agli altri quello che si può vedere solo attraverso il nostro punto di vista. E il libro che abbiamo adesso pubblicato, e che è dedicato agli Scritti del sottosuolo, è un libro che è nato proprio da questo lavoro in cui insieme si sono attivati subito tanti punti di vista. E io allora, già all’inizio di questa nostra scuola estiva, ho detto che senza le domande delle persone con cui abbiamo lavorato io non avrei avuto tre quarti delle risposte, semplicemente perché a me non sarebbe mai venuto in mente di considerare il testo da una data angolatura, oppure non mi sarebbe venuto in mente di esplicitare qualcosa che dal mio punto di vista era evidente, mentre quando quell’evidenza si è trasformata in una domanda ed è stata messa in dubbio, è iniziata per me un’avventura interessantissima del riconoscimento di quel qualcosa che a me sembrava evidente. E quindi, l’altro per noi è una possibilità di spalancare al massimo la nostra propria esperienza, e io penso che questo sia il bene più grande, principale, che ci dà l’altro. Grazie.

FRANCO PALMIERI:
“Io, un uomo malato. Io, un uomo malvagio, un uomo, io, per niente attraente, penso che mi faccia male il fegato. Peraltro, io non ne capisco un cavolo della mia malattia e non lo so nemmeno per certo, io, che cosa poi mi faccia male. Io non mi curo e non mi sono mai curato seppure la medicina e i dottori li rispetti. E si che sono pure superstizioso all’estremo, io, beh, almeno abbastanza da rispettare la medicina. Sono abbastanza istruito da non essere superstizioso, io, eppure io lo sono, superstizioso, no signori, io non mi voglio curare per la mia malvagità, ma questo mi sa proprio che non lo vorrete capire, beh signori e invece io lo capisco, ma, io, ovviamente, non sarò in grado di spiegarvelo che poi esattamente andrei a irritare in questo caso con la mia malvagità. Lo so perfettamente bene, io, che non andando a curarmi da loro non riuscirò mai a coprirli di …, i dottori. E so meglio di chiunque che con tutto ciò, io, danneggio unicamente me stesso e nessun altro. Eppure è così: se io non mi curo è per la mia malvagità. Mi fa un pochino male il fegato, bene così e che mi faccia pure ancor più male. È già da tanto che vivo così, io, da una ventina d’anni, ora ne ho quaranta, io prima lavoravo mentre adesso non lavoro. Ero un impiegato malvagio, io, ero sgarbato e ne provavo soddisfazione, è che non prendevo bustarelle e allora dovevo ricompensarmi almeno così, una brutta battuta, ma non la cancellerò, l’ho scritta pensando che mi sarebbe uscita molto arguta, ma adesso che, lo vedo da solo che volevo soltanto fare il gradasso in modo deplorevole, non la cancello apposta. Se capitava che dei postulanti venissero a chiedere informazioni alla scrivania dove ero seduto io li affrontavo digrignando i denti fino a farli stridere e quando riuscivo a prostrare qualcuno ne provavo un godimento inaudito, mi riusciva quasi sempre. Per la maggior parte si trattava di gente timida, si capisce erano postulanti, ma c’erano anche degli sfrontati e tra loro c’era in particolare un ufficiale che non potevo sopportare, non voleva in nessun modo sottomettersi e faceva un rumore raccapricciante con la sciabola. Ci siamo fatti la guerra un anno e mezzo per quella sciabola. Alla fine l’ho sopraffatto. Ha smesso di far rumore. Per altro questo mi è accaduto ancora al tempo della mia gioventù, ma lo sapete, signori, qual era il punto principale rispetto alla mia malvagità? Perché è lì che stava tutto quanto, è lì che c’era dentro la cosa più schifosa: è il fatto che in ogni momento, anche nei momenti in cui scoppiavo di bile, io ero vergognosamente cosciente di non essere malvagio e non solo, di non essere nemmeno un uomo incattivito, ma soltanto uno che si consola così, spaventando i passeri, sono lì con la schiuma alla bocca, ma se mi portate che so una bambolina, se mi date un pochino di the zuccherato io magari mi calmo proprio, mi lascio intenerire fin nell’anima anche se so che dopo i denti li digrignerò fino a farli stridere contro me stesso e per la vergogna non riuscirò a dormire per dei mesi, così è mia abitudine. È una bugia, quello che ho appena detto su di me. Che ero un impiegato malvagio, una bugia che ho detto per la mia malvagità, non era che per capriccio che facevo così con i postulanti come anche con l’ufficiale, in realtà, non ci sono mai riuscito a farmi malvagio, non passava attimo senza che fossi ben cosciente di avere in me tanti, tantissimi elementi che vi si opponevano. E me li sentivo brulicare dentro, tutti quegli elementi opposti, l’avevo scoperto da una vita che mi brulicavano dentro e che mi chiedevano di venir fuori, ma io non li lasciavo uscire, non li lasciavo uscire, facevo apposta a non lasciarli uscire all’esterno. Mi avevano tormentato in modo vergognoso, mi avevano addirittura fatto venire le convulsioni e mi hanno rotto. Alla fin fine, ma quanto mi hanno rotto?”.

CRISTINA ROSSI:
Ecco, accade dunque quel fatidico momento in cui finalmente si apre la pagina del libro e ci si sente quasi rovesciare addosso queste parole. Quindi, l’esperienza della letteratura come questo residuo di esperienza paradisiaca, ecco, poter arrivare lì, a questa esperienza di allargamento di sé, di partecipazione alla vita dell’altro fino a dire, l’altro è me stesso. Ecco, dobbiamo capire come succede tutto questo quando uno apre un libro e si trova davanti queste parole, come possa accadere questa compartecipazione, perché questo era proprio l’esordio del libro, l’esordio degli Scritti dal sottosuolo, appunto nella traduzione che vi dicevo, risultato di quel lavoro di cui abbiamo parlato, di quella Summer School che si è svolta nell’estate del 2013 a Sestola, dove poi ebbe luogo la prima di queste Summer School di introduzione alla lettura analitico-sintetica delle opere letterarie. E fu proprio in quella scuola che emerse il primo dei grandi problemi in ordine alla lettura e anche alla comprensione dell’autore: il problema della traduzione. Perché gli Scritti dal sottosuolo appaiono come una dimostrazione lucida, potremmo dire quasi matematica, dello stato di malattia dell’uomo contemporaneo, dell’impossibilità di un uomo evoluto del XIX secolo, ma potremmo dire tranquillamente del XX e del XXI secolo, di uscire dai confini di se stesso, dall’angolo in cui si è insediato per sfuggire alle fatiche e alle minacce della vita reale. La genialità profetica di Dostoevskij è universalmente riconosciuta, per cui gli si attribuisce il ruolo di anticipatore ad esempio dell’esistenzialismo in tutte le sue espressioni. Eppure, tutte le traduzioni che hanno reso l’opera accessibile al pubblico europeo, l’hanno troncata a metà: tutto ciò che era stato inserito nell’opera in forma di citazioni nascoste, reminiscenze, non è stato riconosciuto dai traduttori. Per cui, tutto lo strato più profondo del testo è andato perduto. Ora vogliamo capire, tramite la professoressa Kasatkina, proprio la portata di questa perdita, cioè che cosa voleva essere invece questo testo nelle intenzioni dell’autore. Ed è possibile per me, un lettore qualunque, un mio studente - io sono insegnante di letteratura in un istituto professionale -, un mio elettricista, è possibile per un lettore qualunque ricostruire, vedere ciò che l’autore ha inscritto in cifra nelle trame del suo testo? Quali appigli si offrono a quella ricostruzione? Ora non posso non anticipare qualcosa raccontando dello shock che tutti i professori di quella prima Summer School hanno provato quando, praticamente nella lezione introduttiva, la professoressa Kasatkina ha esordito consegnandoci questa rivelazione: che il testo era stato scritto per dimostrare la necessità di Cristo. In un istante noi, completamente sbalorditi, abbiamo visto crollare il testo così come noi l’avevamo letto, compreso e conosciuto. Ci siamo chiesti: ma come è possibile? Ma dov’è che si parla di questa necessità di Cristo negli Scritti dal sottosuolo? O abbiamo letto un altro testo, oppure non abbiamo visto qualcosa di sostanziale. Il problema, dunque, è duplice: da una parte la svista dei traduttori che non hanno riconosciuto le citazioni, ma anche la gravissima miopia che affligge tutti noi, per cui ci sono lì cose davanti ai nostri occhi, anche evidenti, ma che non riusciamo a vedere, ci sfuggono. Infatti, il lavoro di quei docenti con la nostra amica Tat’jana è iniziato proprio da qui, dalla presa di coscienza di questo difetto di vista e dalla cordiale offerta da parte sua di una strada per ritornare a vedere. Ma c’è una seconda questione che vogliamo porre alla professoressa Kasaktina, perché come avete potuto sentire e fare esperienza, si tratta di un testo che sin dalle prime righe si dimostra per quello che è, ed è il classico esempio di un libro, di un testo che noi immediatamente rigetteremmo, perché ad una prima lettura appare incomprensibile. L’uomo del sottosuolo afferma di sè qualcosa che poi nega un istante dopo. Perde così di credibilità ai nostri occhi e siamo immediatamente portati - direi che quasi sempre facciamo così - a prendere le distanze da questo personaggio, prendere le distanze in modo molto colorito, come fanno gli studenti, oppure anche in modo un po’ più soft, come fanno i professori, che anche alle contraddizioni hanno imparato a dare una definizione rassicurante. Allora, chiediamo alla professoressa Kasaktina che cosa ci può persuadere a concedere la nostra fiducia a questo indefinibile, quasi disgustoso e indecente uomo del sottosuolo, in sostanza che cosa è il sottosuolo e chi è questo io che parla per bocca dell’uomo del sottosuolo.

TAT’JANA KASATKINA:
Ho paura di non avere il tempo di rispondere a tutte le domande di Cristina, perché l’incontro sta scorrendo molto velocemente verso la fine e dobbiamo ancora rileggere alcuni pezzi, perché qui comunque la voce principale deve essere la voce di Dostoevskij. Perciò, per punti provo a focalizzare le cose fondamentali che sono state dette. Vorrei dire che questa idea del non capire, della inaccessibilità e del fatto che il lettore debba essere confuso è in rapporto assolutamente diretto con la questione del rapporto fra l’io e l’altro, perché in quel momento noi possiamo capire, perché innanzitutto abbiamo davanti un altro, e davanti a noi abbiamo una porta che può aprirsi, e questo può accadere quando finalmente capiamo di non capire quello che l’altro ci sta dicendo. Il nostro modo di leggere, così come il nostro modo di entrare in rapporto con noi, è quasi costantemente accompagnato dal fatto che noi ci illudiamo di comprendere di capire, mentre in realtà la nostra norma è che di solito noi non capiamo né i nostri interlocutori, né il testo che stiamo leggendo. Perché noi di fatto istantaneamente incolliamo sopra le parole, sia dei nostri interlocutori sia del testo che stiamo leggendo, la nostra immagine, la nostra idea di quello che ci viene detto, e in questo senso si può dire che noi molto facilmente, dell’altra persona e del testo che leggiamo, facciamo uno specchio di noi stessi e si crea una frattura in questo specchio proprio nel momento in cui noi ci accorgiamo di non capire. Quando capiamo che proprio non capiamo, quello è il momento in cui in realtà noi non ci siamo trovati ad essere più lontani dall’altro ma più vicini all’altro, perché quello è il momento in cui noi per la prima volta vediamo non l’immagine di noi stessi proiettata sull’altro ma, se non già proprio l’altro, almeno quel luogo dove l’altro deve trovarsi. Perciò, quando noi lavoriamo con qualsiasi testo, il punto di comprensione del testo sono i punti della nostra incomprensione, ma è di fatto la stessa cosa che accade nei nostri rapporti con le altre persone, perché di fatto anche l’insegnare ad entrare in rapporto con gli altri, con le altre persone leggendo i testi, è uno dei compiti dell’insegnamento della letteratura a scuola. Di che cosa si tratta in quel brano di Dostoevskij che abbiamo appena ascoltato? Non è a caso che, in modo così poco caratteristico per quello che è la lingua italiana, risuoni ripetutamente la parola io, perché lì in realtà Dostoevskij non sta definendo quel suo personaggio, è il personaggio che parla di se stesso, mentre Dostoevskij come autore è bravissimo a parlare dal punto di vista dell’autore attraverso le parole del personaggio. Dostoevskij non sta parlando del personaggio, sta parlando di un uomo nella sua condizione di essere un io, “io sono un uomo malato”, “io un uomo malato”, “io un uomo malvagio”: sta elencando tutte le caratteristiche dell’io, ed è proprio per questa ragione che in questo libro, oltre ad aver pubblicato gli Scritti dal Sottosuolo, abbiamo inserito due testi di Dostoevskij: uno si intitola Masha distesa sul tavolo e l’altro Socialismo e Cristianesimo, perché è proprio in questi due testi, che Dostoevskij ha scritto più o meno a metà, mentre scriveva gli Scritti dal Sottosuolo - in pratica, la prima e la seconda parte è in questi due testi -, che Dostoevskij descrive quella che è la sua concezione dell’io e dell’uomo che vive in condizione di essere un io. Allora noi vediamo che queste parole: malato, cattivo, per niente affascinante, per niente attraente, sono riferite a noi e agli uomini quando siamo nella condizione di essere io, e attraverso questo io si definisce molto bene chi è l’altro. Chi è l’altro? L’altro è chi non è io, e questa spaccatura radicale tra l’uomo in condizione di io e l’altro, già in questo brano Dostoevskij la mostra in modo assolutamente geniale. In realtà, qui si potrebbe analizzare praticamente ogni linea. Vi dico solo una cosa, un punto in cui Dostoevskij lavora usando le citazioni nascoste, anche se in realtà sono assolutamente evidenti le citazioni evangeliche. “Quando venivano i postulanti alla mia scrivania”, vuol dire altri, quando altri venivano da me, io facevo stridere i denti davanti a loro. Noi tutti possiamo facilmente riconoscere una citazione, “là sarà pianto e stridore di denti”, quindi un uomo che nel rapporto con gli altri si trova nella condizione di io, di essere un io, è in una posizione infernale, questo io è un io che fa stridere i denti perché insiste nel delimitare i confini di se stesso e questa è l’azione principale dell’inferno, questo delimitare i propri confini, perché la tenebra infernale è quella che è generata, perché queste limitazioni, questi confini sono diventati totali e impenetrabili. Ma in realtà qui Dostoevskij parla di una cosa ancor più interessante, perché all’improvviso parla anche di quelle cose che ha dentro di sè e che volevano venir fuori e che lui non lasciava uscire all’esterno. Questo significa e ci fa vedere che per l’io è assolutamente estranea e nemica non solo quello che c’è fuori, oltre i suoi confini, ma anche quello che è dentro, l’interiorità. Che cosa significa che questo io non è una cosa vera, che ha una sua interiorità ma che è posato su una superficie esteriore, il contorno di questa sfera? Allora questo uomo nella condizione di io è qualcuno per cui è inaccessibile tutto quello che c’è al di fuori di lui, ma anche tutto quello che ha dentro di lui. E allora, cosa possiamo concludere dal fatto che l’altro è radicalmente nemico dell’io? Possiamo concludere che l’io è proprio quell’altro, è proprio quel qualcuno che ci può liberare, ci può fare uscire dal nostro essere rinchiusi, delimitati nei confini esteriori che è quello che lui chiama io, cioè quello che lui può liberare, per noi tutto quello che c’è all’esterno e tutto quello che c’è dentro. Grazie.

FRANCO PALMIERI:
“Mi andava ancora bene che intanto ci fosse Apollo che mi distraeva con i suoi sgarbi, stava esaurendo la mia pazienza fino all’ultima goccia, era la mia piaga, un flagello mandatomi dalla provvidenza, erano anni che ormai ci punzecchiavamo di continuo e io lo odiavo, Dio mio, quanto lo odiavo, mi pareva di non aver tanto odiato nessuno in vita mia, soprattutto in certi momenti, era un uomo attempato, altezzoso, che ne sapeva un po’ di sartoria e che non so perché mi disprezzava addirittura smisuratamente e mi guardava dall’alto in basso in modo insopportabile, d’altra parte guardava dall’alto in basso tutti, era sufficiente dare una occhiata al suo capo, ai suoi capelli color della stoppa pettinati tutti lisci, al ciuffo che si faceva in fronte e che ungeva con un olio di magro, alla bocca austera sempre atteggiata a vu per sentire di trovarsi davanti un essere che non dubitava mai di se stesso, era pedante al massimo grado, il più immenso pedante che mi sia mai capitato di incontrare sulla faccia della terra, ed in aggiunta aveva un tale amor proprio che sarebbe stato adatto forse solo a Alessandro il Macedone, era innamorato di ogni suo bottone, di ogni sua unghia, ne era innamorato perdutamente, si vedeva, con me parlava rarissimamente e mi trattava in modo assolutamente dispotico, se gli capitava di rivolgermi uno sguardo si trattava di uno sguardo duro, sicuramene sicuro di sé e così costantemente derisorio da farmi andare su tutte le furie. Quando svolgeva il suo lavoro aveva l’aria di uno che mi stesse facendo una grandissima carità, del resto per me non faceva quasi mai assolutamente niente e di per sé non riteneva nemmeno di dovere fare qualcosa, non ci doveva essere dubbio alcuno che mi considerasse l’ultimo degli scemi di tutta la terra e se mi teneva con sè era solo perché da me poteva ottenere un salario mensile, acconsentiva a star da me a non far niente per sette rubli al mese, a causa sua me ne saranno perdonati molti di peccati, a volte arrivavo ad odiarlo talmente tanto che poco mancava mi venissero le convulsioni soltanto a sentire i suoi passi, ma più di tutto mi faceva schifo il suo modo di sibilare, aveva la lingua un po’ più lunga del dovuto o qualcosa del genere e per questo motivo sibilava, tartagliava sempre e pare che se ne vantasse, immaginandosi che la cosa gli conferisse una dignità eccezionalmente grande, parlava adagio in modo cadenzato con le braccia composte dietro la schiena e gli occhi bassi chinati a terra, mi faceva infuriare le volte che stando nel suo spazio dietro il divisorio si metteva a leggere il Salterio, ne ho sostenute molte di battaglie a causa di quella lettura, ma lui amava terribilmente il leggerlo la sera con voce piana, uniforme, cantilenando proprio come si fa su un morto, è curioso poi che sia finito a fare proprio quello. Adesso ha un ingaggio per leggere il Salterio sui defunti e oltre a questo stermina i ratti e fa lucido da scarpe, ma allora non riuscivo a scacciarlo, era come se si fosse fuso chimicamente alla mia esistenza e per di più lui stesso non avrebbe mai e poi mai accettato di andarsene, io non avrei potuto vivere in una chambre garni, il mio appartamento era il mio eremo, il mio guscio, un astuccio in cui mi nascondevo dall’umanità tutta intera e sa il diavolo perché ma a me sembrava che Apollo fosse parte integrante di quell’appartamento, tanto che per ben sette anni non riuscii a cacciarlo via.

TAT’JANA KASATKINA:
Visto che l’incontro oramai volge proprio verso la fine, io voglio dirvi che l’analisi di questo brano - nel libro c’è una parte intera che analizza questo brano - e il titolo di questo commento è: Apollo e il topo, potete trovarlo nel libro, e perciò lascio a Cristina la parola per la conclusione.

CRISTINA ROSSI:
Prima di offrire un piccolo esempio di che cosa succede quando la “vita viva” si riaccende e si ristabilisce questo nesso tra il lettore e l’autore, volevo solamente sottolineare una cosa che mi ha colpito ascoltando Tat’ijana, quando lei diceva che capire di non capire è l’inizio del vero capire, cioè è il passaggio dall’inferno al paradiso. Una cosa così è veramente rivoluzionaria. Io spero che ciascuno di voi, di noi, dia a questa affermazione tutto il peso che ha. Proviamo a pensare cosa potrebbe essere una scuola in cui il non capire è l’inizio di tutto, è un’altra scuola. Ma che cos’è la società, proviamo a pensare tutte le volte che voltiamo le spalle all’altro proprio perché non capiamo, mentre invece lì è l’inizio del ricostituirsi di questo vero e vitale tessuto che è la società. Dicevo che cosa accade quando il cuore di un giovane è di nuovo messo in dialogo con la bellezza, quando si ristabilisce il nesso tra autore e lettore. Vi leggo ora lo stralcio di un tema di uno studente dell’istituto professionale, che ha partecipato alla sperimentazione didattica sul Sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij e, invitato a prendere posizione sulla tematica di fondo del racconto, cioè se il cambiamento di un solo uomo, anche se nessuno ne venisse a conoscenza, sia l’inizio del cambiamento del mondo intero, ha scritto: “Nei primi due giorni di questa settimana, ho partecipato a due appuntamenti relativi al Sogno di un uomo ridicolo. La professoressa Kasatkina, la professoressa Mazzola, la professoressa Rossi hanno diretto le letture dei lavori prodotti da alcuni studenti delle varie scuole promotrici e partecipanti all’evento. I relatori, dopo aver esposto la propria relazione da un palco davanti a una platea di studenti e docenti, si sono preparati a rispondere alle domande del pubblico. Dalla bellezza delle esposizioni degli studenti e grazie alla profonda conoscenza di Dostoevskij di Tat’jana, sono nate in sala discussioni, opinioni, punti di vista che sbocciavano dall’osservare anche il più piccolo dettaglio presente nel testo. Il dialogo sui temi più caldi proseguiva per altre due ore nel pomeriggio. Dell’osservazione presente nella traccia ne abbiamo molto discusso e il dibattito, secondo me, non è ancora chiuso, anzi, proprio in questi giorni, lo vedo più aperto che mai. Una cosa mi ha fatto molto piacere riscoprire in questi giorni, ed è stato vedere con i miei occhi che esiste una parte del mondo dei giovani, ma anche dei più grandi, che ancora si chiede il perché di ciò che ci circonda, perché questo tema del cambiamento del mondo, che tanto ci muove dentro, l’ho visto coinvolgere molti di questi, e sento che una delle connessioni, dei fili che collegano ogni essere umano con qualsiasi altro essere nel mondo, sia proprio questa naturale, involontaria e misteriosa presa di posizione davanti a questa affermazione. Misteriosa perché rimane sempre aperta, siccome ogni volta che mettiamo in discussione le nostre scelte, e magari ci rendiamo conto di aver commesso degli errori anche di giudizio su ciò che ci circonda, proviamo un po’ di confusione, perché se la nostra posizione sta cambiando sinceramente, allora, poco alla volta, cambia tutta la nostra vita. Io stesso ho sentito dei cambiamenti in me. Ad esempio, osservo le cose in modo diverso, mi sforzo di analizzare quello che accade intorno a me da più punti di vista, cercando di non trascurare alcun dettaglio. Io per primo avevo dei pregiudizi verso i miei coetanei e i ragazzi più giovani di me, consideravo la maggior parte di loro come una generazione ottusa, mi sono ricreduto provandone un’immensa gioia. Per accorgermi del mio errore mi sono dovuto mettere in gioco, però, ascoltare con il cuore tutta la mia concentrazione per capire cosa volessero dirmi i relatori, le professoresse, Dostoevskij, ma alla fine, con un gran mal di testa, qualcosa nel mio mondo lo sento cambiato. Mi impegno molto ora a mantenere il mio cuore aperto, pronto a raccogliere del buono, anche poco, da tutto, e con più sono aperto e attento a ciò che sta attorno a me, scopro questa bellezza nelle cose che prima non consideravo e la riscopro in ciò che ho davanti da sempre. Per provare a rispondere al tema iniziale sulla base di ciò che mi è capitato, dico che se distribuissimo a tutte le persone del mondo una copia del Sogno di un uomo ridicolo e se tutti potessero fare un incontro con la professoressa Kasatkina e traduttori di ogni lingua, allora tutto il mondo cambierebbe. Ma potrebbe anche nascere un uomo ridicolo venuto per pervertirci tutti e farci ritornare alla nostra situazione attuale. Io comunque mi sento cambiato, e sento che sto in qualche modo, misterioso, cambiando ciò che mi circonda”. Concluderei dunque dicendo in estrema sintesi che dalla bellezza, e solo dal dialogo con essa, scaturisce la gioia - quella che abbiamo provato in questi minuti insieme -, dalla gioia la speranza, prerogative esclusive entrambe della “vita viva”. Ringrazio tutti voi, ciascuno di voi per l’ascolto e l’attenzione, grazie a Tat’jana per l’amicizia con cui ci guida alla scoperta della “vita viva”, ad Elena Mazzola per l’audacia con cui ci introduce nel dialogo con i grandi viventi, a Franco Palmieri per la passione con cui ci restituisce la voce del passato, a tutti coloro che ci hanno sostenuto materialmente e spiritualmente nel nostro lavoro. E ora, per concludere, anzi, scusate, prima vi faccio presente che il libro potete trovarlo naturalmente alla libreria del Meeting, vi do quest’ultimo avviso, che prosegue la campagna di fundraising del Meeting: incoraggiati dall’esperienza positiva dello scorso anno, rilanciamo a tutti la proposta di continuare a costruire questo luogo, quindi nei padiglioni troverete numerose postazioni dove poter fare la vostra donazione, le donazioni devono avvenire però, attenzione, unicamente in questi punti riconoscibili dal logo della campagna. Quindi ora gustiamoci questo augurio finale che non ci lasci tranquilli. Grazie a tutti.

FRANCO PALMIERI:
“Perfino adesso dopo così tanti anni mi rimane il ricordo che tutto ciò non vada proprio per niente bene. Adesso di ciò che ricordo c’è molto che non va bene, ma e se li concludessi qui i miei scritti? Mi pare di aver fatto un errore a iniziare a scrivere ma almeno per tutto il tempo in cui ho scritto questo racconto ho provato vergogna. Vorrà dire che non si tratta di letteratura, ma di una punizione correttiva perché ad esempio starmene a lungo a raccontare di come abbia disertato la vita, corrompendomi moralmente in un angolo in un ambiente difettoso, disabituandomi a ciò che vivo, nell’astio pieno di vanagloria del sottosuolo, sa Dio quanto non sia per niente interessante. Per un romanzo occorre un eroe, mentre qui sono state appositamente raccolte tutte le caratteristiche di un antieroe ma l’essenziale è che tutto ciò produrrà un’impressione sgradevolissima perché alla vita ci siamo disabituati tutti e zoppichiamo tutti, ognuno di noi, chi più, chi meno. Ce ne siamo disabituati a tal punto che talora per la vera vita viva proviamo perfino una certa ripugnanza ed è per questo che non possiamo sopportare che qualcuno ce lo rammenti perché siamo arrivati quasi al punto di ritenere che la vera vita viva non sia altro che fatica, un lavoro quasi e dentro di noi siamo tutti concordi nel ritenere che come è nei libri sia meglio. E perché mai poi ci affanniamo a volte, perché ci incapricciamo, che cosa chiediamo? Non lo sappiamo neanche noi. E se le nostre capricciose richieste fossero esaudite, saremmo noi stessi a star peggio. Beh! provateci un po’, sì, dateci ad esempio un po’ di più di indipendenza, slegate le mani a uno qualunque di voi, allargate il giro delle attività possibili, allentate la tutela e noi, ve lo assicuro, noi vi chiederemo istantaneamente di ritornare sotto tutela. Lo so che questo forse vi manderà in collera, che mi griderete contro pestando i piedi come a dirmi: ‘parli soltanto per sé e per la meschinità del suo sottosuolo e non si permetta di dire -noi tutti-‘. Scusate signori, ma non sto affatto cercando di giustificarmi con questo tuttismo. E per quanto riguarda propriamente me, nella mia vita, non ho fatto altro che portare all’estremo quello che voi non avete ardito portare nemmeno oltre la metà, senza contare che avete preso la vostra codardia per assennatezza e vi siete consolati così, ingannando voi stessi, di modo che io forse finisco per essere anche più vivo di voi. Ma provate a guardar meglio, perché oramai noi non sappiamo neanche più dove ciò che è vivo viva, né che cosa sia o come si chiami. Lasciateci soli, senza libro e noi andremo subito in confusione, ci smarriremo, non sapremo a che cosa attaccarci, a cosa attenerci, che cosa amare, che cosa odiare, che cosa stimare o che cosa disprezzare. Perfino l’essere uomini ci pesa, uomini che hanno un vero e proprio corpo e sangue, ce ne vergogniamo, lo riteniamo un’ignominia e cerchiamo di essere degli inauditi uomini generici, siamo dei nati morti ed è da molto tempo oramai che non nasciamo più da padri vivi, cosa che ci piace sempre di più, ci stiamo prendendo gusto. Presto ci inventeremo un modo per nascere da un’idea. Ma basta. Non mi va più di scrivere dal sottosuolo, per il resto gli scritti di questo paradossista non finiscono qui, non seppe resistere, andrò avanti ma sembra pure a noi che a questo punto ci si possa anche fermare”.