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GIUSTIZIA E SEPARAZIONE DEI POTERI

Incontri Auditorium Intesa Sanpaolo B3
Partecipano: Giovanni Canzio, Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione; Giovanni Legnini, Vice Presidente Consiglio Superiore della Magistratura. Introduce Paolo Tosoni, Avvocato.

Trascrizione dell'evento

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Trascrizione dell'evento

PAOLO TOSONI:
Buonasera a tutti, un saluto da parte ovviamente del Meeting, dell’organizzazione. Iniziamo questo incontro dal titolo “Giustizia e separazione dei poteri”. Vorrei salutare e ringraziare, anticipatamente, i nostri due autorevoli relatori per la loro disponibilità, che poi andrò a presentarvi in modo più preciso e completo. Volevo brevemente introdurre questo incontro partendo da questa affermazione che fece don Giussani in un suo scritto, ossia che “la giustizia è un’esigenza, inscritta, primaria, ontologica, originaria, inscritta nel cuore dell’uomo”, cioè un’aspettativa, quella della giustizia, che permea tutta la vita dell’uomo, tutta la vita della persona, dei popoli e dei cittadini. La storia è costellata di processi, è fatta in parte anche dai processi, soprattutto dal processo pubblico, dal tentativo sempre perfettibile degli uomini di reagire in modo equo nei confronti di chi commette reati o ingiustizie. E’ proprio il processo, il processo pubblico, che misura in ogni Stato, in ogni collettività, l’idea della persona, l’idea della persona che ha chi governa, chi detiene il potere. Le regole che governano il processo sono quelle che indicano i criteri con cui si trattano e si rispettano o meno i diritti fondamentali dell’individuo, cioè il diritto di libertà, il diritto di difesa, il diritto di dignità. Ecco perché parlare di giustizia è parlare della persona, ed ecco perché un incontro come questo non è assolutamente fuori dal titolo del Meeting. Pensate ad esempio a un Pubblico Ministero, quando indaga, intercetta, perquisisce, chiede il carcere, a un Giudice quando giudica, a un Avvocato quando difende e tenta di essere garante di un processo giusto: se nel loro operare avessero, come criterio nei confronti della persona indagata, imputata, o assistita, il titolo del Meeting “Tu sei un bene per me”, questo non toglierebbe nulla alla serietà o all’efficacia del loro lavoro, o anche alla durezza di certe scelte, di certe decisioni, ma pensate che rispetto profondo per la persona che gli operatori della giustizia si troverebbero davanti, che attenzione, che coscienza, in altre parole, che umanità, che potrebbe esprimersi e manifestarsi anche in questo che è un lavoro, quello dell’amministrazione della giustizia, apparentemente crudele, apparentemente tra virgolette vendicato, insensibile, apparentemente. Come dicevo oggi, abbiamo con noi i due massimi vertici della Magistratura Italiana: il Presidente Canzio, che è il primo Presidente della Corte di Cassazione e che rappresenta tutta la Magistratura giudicante, quindi i giudici che giudicano. Poi abbiamo il Presidente Legnini, che è di fatto il Presidente operativo del Consiglio Superiore della Magistratura, che è l’istituzione, l’organo di autogoverno della Magistratura, che è presieduto dal Capo dello Stato, il Presidente Mattarella, di cui Legnini è il Vice Presidente, ma di fatto il Presidente operativo per ovvie ragioni. Vi dirò, in breve, appunto, la differenza tra le funzioni dei nostri relatori. Ho già accennato che il Presidente Canzio rappresenta la Magistratura giudicante, quindi i giudici che ogni giorno fanno i processi e giudicano nelle varie cause, che possono essere civili, penali, di lavoro. È importante capire anche il Consiglio Superiore della Magistratura, ossia l’organo di autogoverno della Magistratura, che è un organo che ha componenti dogati, quindi Magistrati, e anche componenti di nomina parlamentare, quindi ha anche una valenza politica e si occupa delle nomine dei Magistrati, si occupa dei procedimenti disciplinari, di tutto ciò che governa la Magistratura. Questa distinzione è importante anche per capire i punti di vista da cui poi affronteremo gli argomenti che dovremo trattare oggi. Ovviamente non siamo in la presenza, dico cose banali però preferisco che questo sia chiaro, del Legislatore, oggi parleremo della responsabilità di chi applica le leggi e non tanto di chi le fa. Ovviamente, e vado a concludere, siamo onorati della loro presenza, perché questo confronto è stato pensato per imparare da loro e per dare anche noi, ognuno per quello che può, individualmente e insieme, il nostro contributo in termini di impegno e di idee per una giustizia più giusta, che funzioni, la giustizia di cui il nostro Paese, travagliato in questi ultimi anni se non addirittura in questo ventennio, ha così bisogno. A questo punto, introduciamoci al tema. Abbiamo intitolato questo incontro “Giustizia e separazione dei poteri”, il cardine di questa separazione dei poteri sta nei criteri di autonomia e di indipendenza, allora io partirei subito con il Presidente Canzio perché ci aiuti a capire, in termini comprensibili anche ad un pubblico che sappiamo non essere un pubblico tecnico, come di declinare brevemente questi criteri e perché questo è lo snodo, appunto, di questa separazione e poi affronteremo anche, viceversa, i problemi che si creano quando invece i poteri entrano in conflitto. Grazie.

GIOVANNI CANZIO:
Beh diciamo, innanzitutto, che sono io onorato e direi anche emozionato a parlare qui di fronte ad una platea composta da così tanti giovani innanzitutto, migliaia di giovani, e a parlare di temi che apparentemente appartengono all’impero dell’organizzazione statuale di una Nazione, ma che, come è stato già detto, toccano in realtà la carne, il sangue, le ossa delle persone. Io credo che ciascuno di noi magistrati si chieda tutti i giorni cosa fare per guadagnare la fiducia e la stima dei cittadini e viviamo drammaticamente il momento storico in cui diventa difficile che le risposte a queste domande siano tutti i giorni positive. Tutti i giorni lavorando, i magistrati italiani si interrogano su cosa fare perché aumenti la fiducia e la stima dei cittadini nei confronti della giustizia e dell’amministrazione della giustizia. Interrogarsi su questi temi significa anche interrogarsi sullo statuto del Magistrato e sulla legittimazione del Magistrato nello Stato di diritto dell’età post-moderna, del ventunesimo secolo, partendo da quei pilastri che sono i precetti della nostra Costituzione repubblicana, che sul punto sono di una chiarezza esemplare. La nostra Costituzione muove da una considerazione e cioè che il Paese, la Nazione, la Repubblica, intanto vive, intanto progredisce, intanto si sviluppa, in quanto tutti i poteri dello Stato, pur nella loro diversità, siano forti, siano legittimati, abbiano rispetto l’uno degli altri e tutti si indirizzino a fare sistema per fare meglio a favore dei cittadini di questo Paese. Quindi, anche il tema della separazione dei poteri non è vissuto come un tema di regolamento di confini, ma come un principio che è inspirato alle regole dello stato di diritto, soprattutto laddove, nel 1948, la nostra Costituzione, i nostri padri costituenti dovettero distaccarsi da un passato che era il passato di un regime che aveva sommato in un unico partito, in un unico organo di governo, tutti i poteri, anche quelli che riguardavano il modello della Magistratura Italiana. Credo che ci siano, nella nostra Costituzione, due norme basilari che danno il senso della volontà dei costituenti e che ci interrogano quotidianamente sul nostro modo di essere e di fare il Giudice, norme sulle quali io credo che anche oggi possiamo insieme fare una riflessione per capirne il senso profondo. Che cosa hanno voluto i nostri costituenti quando nell’articolo 101 hanno messo insieme due cose che potrebbero sembrare un ossimoro? “Il Giudice amministra la giustizia in nome del popolo” e poi al secondo comma, “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, e poi all’articolo 104, “la Magistratura è autonoma, indipendente da ogni altro potere nello Stato”. Quindi la equi- ordinazione dei poteri (il Parlamento, il Governo, la Magistratura) è nello stesso tempo quell’art. 101 in cui vi è proprio lo sforzo dei costituenti di mettere insieme che cosa? Uno svincolare, un volere svincolare il Magistrato dal consenso popolare o dal consenso delle maggioranze di turno. Il Giudice soggetto soltanto alla legge significa che il Giudice è indipendente, non deve subire dipendenze o interferenze né dalle maggioranze politiche che si avvicendano nel tempo e neppure dal consenso popolare, il cosiddetto populismo giudiziario, i sondaggi, i referendum, ma deve avere come faro che illumina quotidianamente il suo dire giustizia, il suo fare giustizia, la legge. Però, ecco, ricordiamo i nomoi socratici nel dialogo Critone di Platone. Socrate rinuncia a fuggire dopo la condanna a morte per osservare le leggi della sua Polis. Ora i nomoi non sono un’entità astratta che naviga nel cielo, i nomoi, le leggi sono il frutto della volontà del popolo espressa dai suoi rappresentati nel Parlamento. Quindi, non un ossimoro ma questa grande visione, questa grande architettura costituzionale che vuole tenere insieme in una logica non di esclusione, quindi non di partecipazione alla lotta popolare e alla competizione elettorale, ma neppure di esclusione in una sorta di singolare autoreferenzialità, la Magistratura rispetto alle volontà che il popolo esprime, attraverso i suoi rappresentanti nel Parlamento, con le leggi. Perché io sostengo che questo principio, che è sacrosanto e che non è messo in discussione in realtà da nessuna dottrina di questo Paese, ha bisogno di essere riletto, vivificato, ricodificato dopo circa 70 anni, nel ventunesimo secolo? Perché la soggezione alla legge ipotizzava una legge che aveva delle caratteristiche di rigidità, di staticità, di stabilità, di chiarezza esplicita e quindi di agevole interpretazione e applicazione da parte del Giudice che è chiamato tutti i giorni, si dice, ad applicare la legge, cioè a rispondere a un bisogno espresso da un cittadino. E’ il cittadino che si rivolge al Giudice esponendo i fatti della sua vita e chiedendo al Giudice di andargli incontro e di rispettare la sua dignità come persona, provando a risolvere quel problema della sua esistenza, per la cui soluzione il Giudice deve avere come faro la legge. E allora che cosa è cambiato oggi? Qual è la vera rivoluzione copernicana a cui noi abbiamo assistito nel passaggio tra il ventesimo e ventunesimo secolo? Che la legge si è frastagliata, la legge oggi sono le leggi, vi è una pluralità di fonti normative che sono da un lato nazionali e all’interno della nazione sono, da un lato statali, il Parlamento, dall’altro anche enti locali, Regioni e talvolta perfino le Province e i Comuni fanno le loro leggi, i loro regolamenti; dall’altro è una legge che ha anche un connotato internazionale, abbiamo leggi da rispettare per i nostri vincoli europei e per i nostri vincoli internazionali, in più abbiamo giurisprudenze nazionali, penso alla Corte Costituzionale o alla stessa Corte di Cassazione a Sezioni Unite, e internazionali, penso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo o alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di Lussemburgo, i cui dicta, le cui decisioni sono altrettante leggi per il Giudice che deve risolvere quel caso completo. Il Giudice, chiamato a risolvere il bisogno del cittadino, la domanda di giustizia del cittadino, deve muoversi in un labirinto di fonti per svolgere il suo compito che si dice talora creativo, troppo creativo, io dico parzialmente creativo, perché quando ci si muove in un labirinto occorre saper costruire il filo di Arianna con metodo, con regole. Esiste un labirinto di fonti in cui il Giudice deve individuare la soluzione più adeguata per risolvere quel caso della vita che gli è stato sottoposto e in questa attività, che si chiama attività di interpretazione della legge, è chiamato a dare il suo contributo, un contributo che io non vedo di stretta supplenza a un altro potere che non fa il suo dovere o addirittura di delegittimazione dell’altro potere che non ha fatto bene la sua legge, ma come un contributo di chiarezza, di semplificazione, di razionalizzazione di una volontà espressa dal legislatore, che nel dialogo con le altre legislazioni, con tutte le Corti nazionali ed internazionali, deve trovare il suo filtro e quel filtro lo si voglia o non lo si voglia, l’unico filtro che gli uomini fino ad ora hanno individuato all’interno dello stato di diritto è la giurisdizione, è lo ius dicere, è il dire il diritto, che poi significa anche fare il diritto. Questo non comporta assolutamente l’arbitrio del Giudice, perché esistono regole, esistono limiti, esistono antidoti, ma di questo parlerò semmai in un secondo giro. Se ho ancora un minuto vorrei concludere questo primo giro dicendo che è evidente che questo spazio di intervento del Giudice, sicuramente è più largo di quello immaginato dai nostri costituenti quando dicevano che il Giudice è vincolato esclusivamente alla legge, sicuramente è più ampio, lo riconosciamo. All’aumento e all’incremento dello spazio di intervento, la giurisdizione deve far fronte in parallelo, su un piano di parità, con un incremento dei doveri e delle responsabilità dei giudici. In nessun Paese al mondo, però, a potere che si innalza non corrisponde anche un innalzamento dei doveri, nel pieno rispetto degli altri poteri dello Stato, perché il fine ultimo è quello di fare sistema a favore dei cittadini, della Nazione e della Repubblica.

PAOLO TOSONI:
Ringrazio il Presidente Canzio perché per trattare i temi anche, se vogliamo, un po’ più delicati, caldi e di attualità che andiamo adesso ad affrontare, bisogna capire bene cosa significa appunto indipendenza e anche, come ha accennato, il fatto che indipendenza significa anche responsabilità che è forse il termine sul quale è necessario lavorare in questa evoluzione del diritto e dello stato di diritto a cui ha accennato. Al Presidente Legnini che ci dirà anche in due parole cos’è il CSM e come opera, chiederei anche di introdurci in un tema che ovviamente ha molto a che fare col titolo che ci siamo dati e che direi è un po’ sotto gli occhi di tutti. Diciamo che nell’ultimo ventennio, anche come conseguenza del cosiddetto fenomeno di tangentopoli, noi assistiamo da tempo ad un conflitto, a volte anche esasperato, tra i poteri dello Stato; direi in assoluto tra il potere politico e la Magistratura o comunque l’azione giudiziaria e se vogliamo anche solo una parte della Magistratura. E questo non ha favorito il nostro Paese, non ha favorito la giustizia e direi che, da un certo punto di vista, ha proprio bloccato il Paese. Come si può uscire finalmente, definitivamente e anche gradualmente da questo stallo? Abbiamo parlato dell’indipendenza della Magistratura, bisogna garantire anche l’indipendenza della Politica. Come si fa? Un tempo, prima del ’93, c’era un’unità parlamentare che aveva essenzialmente questa funzione: di garantire le due indipendenze. Mi piacerebbe che su questo tentassimo un giudizio e magari anche un suggerimento. Presidente Legnini.

GIOVANNI LEGNINI:
Grazie. Buonasera a tutti innanzitutto e grazie per l’invito e per questa bella e importante opportunità. Grazie alla Presidente Guarnieri, ma a tutti gli organizzatori, i volontari, i militanti che animano questo appuntamento annuale così importante, che ormai va iscritto nella storia del nostro Paese, nella sua cultura; un momento di riflessioni molteplici e ricche. Grazie a lei per questa conduzione così competente. Faccio una premessa sulle funzioni del Consiglio Superiore della Magistratura, altrimenti il nesso che vi è tra questa istituzione, le sue funzioni, le sue finalità e la separazione dei poteri e tutto il resto che ci avete chiamato a discutere e a dibattere qui, non riesce immediatamente comprensibile. Quando si parla del Consiglio Superiore alla Magistratura, almeno la percezione che ho ricavato io, sia quando ero all’esterno sia oggi che esercito questa funzione, dialogando, parlando e confrontandomi, la percezione è quella di un’istituzione che cura la separatezza della vita autonoma della Magistratura. Le sue decisioni spesso appaiono impenetrabili, illeggibili, non spiegabili col senso comune. Mentre i costituenti, all’esito di una discussione, di un confronto molto appassionato, molto ricco, molto articolato, decisero non soltanto di istituire il Consiglio Superiore della Magistratura ma di regolarne con precisione la composizione, il funzionamento, il rapporto con altri poteri. Ebbene questa ragione costitutiva e di funzionamento la si può comprendere se si fa riferimento a questo grande tema che è oggetto del Meeting di quest’anno: il Tu, di cui ha splendidamente parlato il Presidente Mattarella, l’incontro. Io avuto la possibilità, alcuni di voi erano presenti e li ringrazio, di coltivare questo confronto con don Carrón nel presentare il suo libro La bellezza disarmata, per me un’esperienza intensa, coinvolgente, un appuntamento molto ben curato. A Pescara approfondimmo questo incontro, questo tema, il tema dell’incontro. Che cos’altro è, se non coltivare la cultura dell’incontro, l’aver deciso, contrariamente a quanto altri Paesi avevano deciso o avevano nelle loro Costituzioni, di comporre il Governo Autonomo della Magistratura, l’organo del governo autonomo della Magistratura, di togati cosiddetti eletti dalla Magistratura e di componenti laici, tra l’altro con meccanismi elettivi da parte del Parlamento in seduta comune che garantiscono il pluralismo? E cos’altro è l’aver voluto in seno al Consiglio Superiore della Magistratura, aver voluto i Capi di Corte (il Presidente Canzio, il Procuratore Generale) e altri due espressione della Cassazione e i Magistrati di merito? Che cos’altro è l’aver voluto la Magistratura Giudicante e quella Requirente nello stesso consesso? E che cos’altro è, nell’essenza delle funzioni del Consiglio Superiore della Magistratura, avergli assegnato in qualche modo la cura nel tutelare l’autonomia della Magistratura nel rapporto con gli altri poteri, nel collegamento con gli altri poteri, nel dialogo con gli altri poteri? Ecco quindi che la vita di questa istituzione, di quest’organo di garanzia va letta e declinata nel modo a cui mi riferivo. Questa operazione va fatta e noi stiamo cercando di farla nell’accompagnare il percorso di riforma che il Governo ha deciso di intraprendere, se ne parla da molti anni: vogliamo riformare il Consiglio Superiore, la legge elettorale, il correntismo, l’esercizio della funzione disciplinare. Da subito dicemmo tutto sta cambiando, le istituzioni stanno cambiando, la società è cambiata, l’economia è cambiata, il ruolo e la funzione della giurisdizione, come diceva il Presidente Canzio poco fa, è mutato non poco. In questi decenni la Magistratura, l’ordine giudiziario, il suo governo autonomo non possono rimanere fermi e quindi abbiamo sviluppato una serie di iniziative e assunto una serie di decisioni di cambiamento, nel senso appunto dell’esaltazione di questa apertura, leggibilità delle decisioni, trasparenza, trasparenza nel senso appunto di motivazione/comprensione dei motivi, delle ragioni che sovraintendono a decisioni così rilevanti per la vita dei cittadini. L’articolo 105 della Costituzione assegna precise funzioni al Consiglio Superiore. Spettano al Consiglio Superiore, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le promozioni, i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei Magistrati. Nessun’altro potere si può occupare di queste materie. E se altri poteri non se ne possono occupare, chi se ne deve occupare? Un organo appunto con quella composizione. Che c’entrano gli eletti dal Parlamento? E che c’entra questo vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura che ha bisogno di essere legittimato prima da un voto con una maggioranza qualificata del Parlamento in seduta comune, poi da un plenum, quello del Consiglio Superiore composto per due terzi da componenti eletti da Magistrati, e dopo ancora delegato pressoché per tutte le funzioni, tranne quelle che il Presidente decide di riservarsi? Che c’entra? C’entra perché, come diceva un costituente, bisogna che l’organo di governo autonomo non si richiuda in se stesso, non costituisca quell’organo dentro al quale si esercitano queste funzioni, si assumono queste decisioni trascendendo dal soffio esterno della volontà popolare; perché la giustizia si amministra in nome del popolo, non si amministra in nome del Magistrato. Questa è l’essenza della funzione del Consiglio. Noi abbiamo sviluppato queste iniziative di autoriforma, per esempio abbiamo riformato integralmente le regole per nominare i capi degli uffici: i Presidenti dei Tribunali, il Procuratore della Repubblica, il Presidente di Sezione, il primo Presidente, il Procuratore Generale della Cassazione, i capi delle Corti d’Appello. Le abbiamo riscritte integralmente, ponendo al centro le capacità, le attitudini, l’esperienza organizzativa, la cultura organizzativa, il merito derivante dal curriculum. Ma le correnti determinano, decidono, si accordano... ma quante polemiche, quante cose dette e scritte. Ma quale strumento abbiamo noi se non riscrivere le regole in modo chiaro e rendere la motivazione esternabile, pubblica, nel modo che cerchiamo di fare? Tra poco approveremo la riforma integrale, lo faremo in un plenum straordinario, alla presenza del Capo dello Stato, anzi presieduta dal Capo dello Stato, la Riforma del Regolamento Interno. Elimineremo il fenomeno - chi è addetto ai lavori sa di che cosa parlo - delle nomine a pacchetto. Già il nome riferito ai magistrati fa qualche impressione, ci si mette d’accordo su un elenco, sì o no. Chi è d’accordo, chi no. Si discute nome per nome. Si può decidere, si deve decidere nome per nome. Introdurremo molte altre innovazioni. Poi siamo intervenuti sui fuori luogo e sugli incarichi extragiudiziari, sui rapporti tra magistratura e politica, formulando una proposta al Governo, in attuazione di una previsione di legge: l’articolo 10 della legge istitutiva del Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo di che, chi è che garantisce? Non già per il singolo magistrato; la magistratura è un potere diffuso. Occorre che i cittadini italiani assumano fino in fondo questo concetto, un potere pulviscolare; ciascun magistrato risponde delle sue decisioni; nessuna Autorità, né degli altri poteri né del potere giudiziario può annullare, rendere inefficacie, non eseguire una sentenza se non in gradi di giudizi successivi. E’ la suprema Corte di Cassazione che decide in ultima istanza. Allora chi è che garantisce questo governo per conto dell’ordine giudiziario nel suo complesso, dell’ordine giudiziario non già appunto del singolo magistrato? E’ il Consiglio Superiore che appunto costituisce, se esercita correttamente le sue funzioni, la concreta realizzazione dei principi di autonomia e indipendenza dalla Magistratura ma anche quella di divisione dei poteri. Separazione dei poteri, divisione dei poteri, non separazione del potere, come disse con un espressione efficacie, parlando a un convegno pochi mesi fa, il Presidente Giuliano Amato. In questi anni si è discusso più di separazione del potere che non di separazione dei poteri, tra i poteri, che costituisce l’essenza della democrazia. L’articolo 16 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo risalente al 1789 recava con parole scandite in un modo chiarissimo, efficacie: senza separazione dei poteri e il riconoscimento dei diritti, un popolo non ha Costituzione. E noi abbiamo il dovere di attuare questo principio. E io penso, non voglio abusare delle parole e del senso delle parole, ma penso che noi dobbiamo sempre più parlare non della giustizia e della separazione dei poteri, ma sostituire la “e” congiunzione con “è” verbo: la giustizia è separazione dei poteri. E lo è perché dove c’è accentramento del potere nelle mani di uno solo, di un solo potere o di due poteri non c’è democrazia, non c’è libertà e non c’è giustizia. Non lo dobbiamo dire noi oggi nel XXI secolo, è stato detto nei secoli passati. L’espressione di Montesquieu fu di un’efficacia sorprendente: “Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo e lo stesso corpo di maggiorenti o di nobili o di popolo esercitasse i tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati”. La giustizia, se esercitata forzando questo principio di separazione dei poteri, rischia di diventare esercizio arbitrario del potere. Di quale potere? Del potere giudiziario che va esercitato nei limiti previsti dalla Costituzione repubblicana. Questo è il principio, sono i principi che noi dobbiamo affermare. Chiudo abusando di una citazione, non per compiacere questo consesso ma perché io non è ho trovata una migliore di descrizione efficacie, non solo della necessità ma della densità del principio di separazione dei poteri. Questa frase, questa affermazione fu di Papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris, dove questo grande Papa disse: “Divisione dei poteri costituisce un elemento di garanzia a favore dei cittadini nell’esercizio dei loro diritti e nell’adempimento dei loro doveri”. E’ un principio dettato nell’interesse dei cittadini. E aggiunse Papa Giovanni: “Ciò comporta che il potere legislativo si muova nell’ambito dell’ordine morale e della norma costituzionale, e interpreti obbiettivamente le esigenze del bene comune nell’incessante evolversi delle situazioni; che il potere esecutivo applichi le leggi con saggezza nella piena conoscenza delle medesime e in una valutazione serena dei casi concreti; che il potere giudiziario amministri la giustizia con umana imparzialità, inflessibile di fronte alle pressioni di qualsivoglia interesse di parti; e comporta pure che i singoli cittadini e i corpi intermedi, nell’esercizio dei loro doveri, godano di una tutela giuridica efficacie tanto nei loro vicendevoli rapporti che nei confronti di funzionari pubblici”. Dice tutto, contiene tutto questa affermazione di Papa Giovanni XXIII. I poteri devono potersi esprimere tutti al massimo della loro forza e utilizzando tutti gli spazi a loro disposizione. Solo così una democrazia è in equilibrio, solo così i diritti dei cittadini, le loro libertà possono essere garantite e rispettate. La debolezza, l’invasione da parte di uno sull’altro, la forzatura, l’arbitrio dell’esercizio di questo o quel potere costituiscono un elemento di squilibrio. In questo senso lei diceva “non bisogna parlare solo di indipendenza della magistratura che è principio sacrosanto irrinunciabile, inderogabile, ma anche di indipendenza della funzione politica, degli altri poteri”. Va da sé che è così. I poteri se sono tutti forti sono in equilibrio, se qualcuno o uno o più poteri sono deboli non sono in equilibrio. E questo non è un bene per i cittadini e per la democrazia, grazie.

PAOLO TOSONI:
Volevo ripartire da quest’ultima affermazione e anche da quello che ci ha detto prima il Presidente Canzio, perché è molto interessante questo aspetto che i poteri devono tra di loro fare sistema. Il problema non è indebolire l’uno o l’altro, spuntare le armi l’uno all’altro, ma rafforzare sia l’uno che l’altro. Perché proprio un sistema dove i poteri sono forti e si esprimono all’unisono, secondo le proprie funzioni, è ciò che rende forte uno Stato di una democrazia, e alla fine anche ciò che permette una giusta tutela ai diritti e un giusto servizio ai bisogni dei cittadini.
Ora ho già accennato ma lo ridico. Noi abbiamo vissuto tempi in cui questi poteri erano prevaricati uno sull’altro o comunque abbiamo vissuto una debolezza di questi poteri e abbiamo necessità di uscire da questa situazione. Un esempio cui lei ha accennato è anche esempio di una legislazione frastagliata, a volte confusa, e quindi che richiede un intervento tra virgolette supplente, forse inevitabile da parte della Magistratura, su tematiche che ci stanno anche molto a cuore, ad esempio sulla famiglia, sulle adozioni. Succede che là dove il Parlamento interviene, decide di prendere una strada, poi nella decisione del caso singolo la Magistratura prende una strada diversa o comunque interviene interpretando una legge. Chiedo al Presidente Canzio: da dove secondo lei si deve ripartire o cosa può aiutarlo? E al tempo stesso: dove un magistrato si deve fermare, anche nella sua funzione interpretativa? È chiara la domanda?

GIOVANNI CANZIO:
La domanda è chiarissima, è la pretesa di risposta che è più complicata. Io sono convinto che uno dei mestieri più belli della vita sia quello di fare il Giudice, perché è un mestiere che sicuramente assicura a chi lo fa uno spazio di libertà notevole. È uno dei mestieri più liberali sotto questo punto di vista. Perché il Giudice è e deve apparire libero da ogni condizionamento nel momento in cui accerta i fatti e deve apparire libero nel momento in cui è chiamato ad interpretare la norma da applicare per la soluzione di quel caso concreto. Giustamente qualcuno ha detto “Attenzione. È un potere che può diventare terribile e noioso nel suo esercizio concreto”. Quindi è indispensabile capire fin dove si può spingere l’indipendenza e dove si va a posizionare la legittimazione del Giudice, la legittimazione dell’intera Magistratura in una società moderna o come si dice oggi post moderna. Io credo che ognuno debba fare la sua parte, quindi io non voglio fare la parte né del Parlamento, né del Governo. I giudici devono fare la loro parte. Fare la loro parte oggi significa capire che l’indipendenza non è né una prerogativa né un privilegio ma è quella qualità indispensabile del fare giurisdizione, perché venga assicurata una giustizia uguale e imparziale ai cittadini e si assolva quindi nel rispetto di tutti i cittadini questa esigenza, questa garanzia di libertà che è propria della nostra Costituzione repubblicana. Ma se è così e quindi l’indipendenza è una caratteristica non del singolo magistrato, neppure della Magistratura ma dello Stato di diritto, occorre che l’indipendenza della Magistratura sia vivificata oggi, sia decodificata in forme diverse da quelle tradizionali. Cosa intendo dire? Che la legittimazione della Magistratura, per evitare l’accusa dell’intervento potente, prepotente, arrogante, arbitrario, eccessivamente libero, svincolato dalle leggi (in realtà all’interno di un labirinto di leggi sarebbe facile svincolarsi da qualsiasi legge), bisogna ripartire da alcune regole di fondo. La prima regola di fondo è che oggi il Magistrato deve essere fortemente professionale, deve essere un funzionario dello Stato che esercita un mestiere molto bello, ma molto difficile a fronte della complessità dei fatti della vita e quindi deve fondare il suo operare quotidiano su una formazione professionale forte. Più divengono complessi i fatti della vita, più il Giudice deve essere professionalmente forte, il che vuol dire che deve fare i conti col mondo dell’economia, col mondo dell’impresa, col mondo della scienza, col mondo, se necessario, anche delle diverse religioni. Deve fare i conti cioè con la complessità della società quale si presenta oggi. E per fare questo è necessario che vada a scuola continuamente, non solo nell’introdursi nel lavoro da magistrato, ma nel fare il magistrato fino all’ultimo giorno della sua carriera. La professionalità come acquisizione quotidiana di un sapere che progredisce col tempo e con l’anzianità dello stesso magistrato, perché impari ad essere sempre più ragionevole, sempre più saggio, sempre più preparato nell’affrontare i casi della vita. Un apparire sempre più imparziale, una terzietà e un’imparzialità che deve apparire in modo assolutamente limpido e chiaro nell’esercizio quotidiano della sua funzione. Un riconoscimento, come avete detto voi, del tu. Quando si esercita la giurisdizione si ha a che fare sempre con un tu, che si è rivolto all’amministrazione della giustizia per avere una risposta a un suo bisogno. In quel tu c’è una dignità, c’è una personalità e c’è anche una richiesta di solidarietà, per non usare il termine francescano di misericordia. Non voglio abusare di questo termine che ha anche un suo connotato laico, non soltanto religioso. Quindi la solidarietà è iscritta nella nostra Costituzione. E quindi occorre una marcia in più che io chiamo l’etica del limite, l’etica del dubbio. Una sorta di umiltà nel manovrare un potere che altrimenti rimane soltanto terribile e odioso di fronte agli altri. Se si riesce a mettere insieme queste cose, un’alta e autorevole professionalità e quindi un maggior rispetto della dignità delle persone, una forte deontologia ed eticità dell’esercizio della professione, il compito del Consiglio Superiore della magistratura è straordinario nel fissare le best practices, ma anche quello dell’Associazione Nazionale Magistrati è importante nel fissare le regole del codice etico della Magistratura. L’esprimersi in un linguaggio chiaro, semplice, comprensibile, fuori da ogni astruseria e complessità del ragionamento è auspicabile. Perché la nostra Costituzione ha voluto non giudici arbitri, nel senso dell’arbitrarietà della decisione, ma giudici che sappiano spiegare le ragioni della decisione con la motivazione e se la motivazione è il cuore del ragionamento, deve essere semplice e chiara, dev’essere accessibile, dev’essere fruibile, dev’essere leggibile. Perché in gioco anche in questo caso è la legittimazione, attraverso la fiducia e la stima che il magistrato può conquistare nel cuore delle persone, come istituzione di garanzia, come istituzione della ragione, come istituzione del dialogo, e tutto questo deve poi andare a culminare, senza che si crei nessun cortocircuito, in una maggiore efficacia ed efficienza della legislazione: rispettare la durata ragionevole del processo, rispettare quindi i tempi, i termini entro cui celebrare un processo, essere assolutamente imparziale nel presentarsi di fronte alle parti, tenere conto che la giustizia è il frutto del lavoro non solo del magistrato, ma di più persone, tra cui ritengo assolutamente indispensabile, ma poi il Presidente Legnini sicuramente vorrà dire qualcosa sul punto, il ruolo della avvocatura. Il magistrato decide attraverso una regola che è la regola migliore che gli uomini finora sono riusciti a trovare, che si chiama la regola del contradditorio. Esercitare il contradditorio significa fare un esercizio di umanità, di etica del limite, riconoscere che soltanto ascoltando le ragioni degli altri si può pervenire al miglior ragionamento e quindi alla migliore soluzione, alla più ragionevole, alla più saggia decisione di quel caso concreto. In questo, è inutile negarlo, vi è una componente, tra virgolette io dico, creativa, rispetto allo stretto dire della norma, della legge, della giustizia, ma perfino i romani dicevano summum ius, summa iniuria. Attenzione quindi a non mitizzare eccessivamente la parola della legge di per sé, se non vi è un momento in cui la legge si confronta con il singolo, con quella persona, con quell’aspettativa, con quel diritto, con quel bisogno. Dobbiamo tenere insieme l’implementazione dei doveri e della responsabilità dei giudici. Professionalità, deontologia professionale, etica del limite, rispetto degli altri, e considerazione della giurisdizione come di una attività che richieda l’intervento di più personaggi, di più persone, ognuno portatore del proprio sapere, a cominciare da quello della avvocatura che è fondamentale in uno Stato di diritto: io credo che noi riusciremo anche a migliorare il tasso di efficacia e di efficienza della giustizia. Voglio fare un appello a me stesso e a tutti i giudici italiani: è un appello a essere più semplici, più chiari, più leggibili, più conoscibili. Concludo. Noi la legittimazione ce la dobbiamo guadagnare sul campo tutti i giorni. Quando sono entrato in magistratura, tantissimi ma tantissimi anni fa, l’indossare la toga ci legittimava a fare il Giudice: concorso difficile, lunghissimo, si entrava finalmente in Magistratura, ero legittimato a fare il Giudice. Oggi non basta, la legittimazione significa fiducia e stima della collettività nei confronti del Giudice, della attività del Giudice, della giurisdizione nel suo complesso. E questa la si guadagna ogni giorno sul campo. Grazie

PAOLO TOSONI:
Vorrei prendere spunto proprio da quest’ultima descrizione ideale che ha fatto il Presidente Canzio, per introdurre un tema che a volte vede anche gli istessi magistrati, in negativo, protagonisti, ed è il tema della giustizia, quindi delle indagini, delle intercettazioni, diciamo della giustizia mediatica, perché anche questo è un vulnus da almeno un paio di decenni in modo forte, esasperato della nostra democrazia. Perché la giustizia che passa attraverso l’informazione, e passa attraverso l’informazione in modo esasperato, a volte addirittura illecito, anche se poi non si riescono a individuare gli autori della fuga di notizie, delle violazione dei segreti eccetera, ha creato una miscela esplosiva in questo Paese. Spesso le persone sono già condannate dall’opinione pubblica per il fatto di essere indagate, di aver subito una perquisizione, a volte anche una misura cautelare. Tante volte poi i processi finiscono in nulla, o le situazioni si svelano molto meno gravi di come erano state presentate ed evidentemente si crea un cortocircuito di giustizia sommaria, prima che siano fatti i processi, quindi un fatto di inciviltà giuridica. Anche questo è un punto secondo me dal quale bisogna tentare di uscire per ricostruire un’etica, una attenzione, un controllo di questa situazione. Su questo il presidente Legnini, so che è una discussione che c’è, che è in essere, perché i problemi sono sotto gli occhi di tutti, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate sia dal suo punto di vista sia dal punto di vista del Presidente Canzio, perché anche in questo c’è certamente la responsabilità dei mezzi di informazione, come c’è la responsabilità degli operatori della giustizia. E quindi vediamo, come si può confrontarsi, costruire senza dire: la colpa è tua, la colpa è sua, oppure, la cosa peggiore, rassegnarsi al fatto che sia così?

GIOVANNI LEGNINI:
Innanzitutto consentitemi di dire una cosa. Ascoltando il Presidente Canzio poco fa, - per dire la verità lo ascolto quasi tutti i giorni, perché come sapete il Presidente della Cassazione e il Procuratore generale sono componenti di diritto del Consiglio Superiore della Magistratura, quindi ci vediamo molto spesso, per mia fortuna -, ho pensato che il modello di Giudice al quale l’intero ordine giudiziario dovrebbe ispirarsi, è esattamente quello che emergeva dalle parole del Presidente Canzio, quelle che abbiamo ascoltato e che non voglio assolutamente ripetere, dentro alle quali c’è anche la risposta alla domanda che lei poneva, la domanda sul grande tema del rapporto tra giustizia, Magistratura e comunicazione, di cui ci stiamo occupando non poco anche nel Consiglio Superiore della Magistratura. Vorrei anche aggiungere che, a proposito della polemica permanente sulla adeguatezza o meno delle scelte che il Consiglio Superiore della Magistratura fa nella funzione apicale degli uffici destinata ad incidere non solo e non tanto sulla vita di quegli uffici, ma, come si diceva all’inizio, sulla vita dei cittadini, sui loro diritti, si capisce perché abbiamo scelto il Presidente Canzio come il Primo Presidente della Cassazione, si capisce bene, e lo ha fatto il plenum a larghissima maggioranza lo scorso anno. Dico questo perché penso che la gran parte delle scelte che il Consiglio ha fatto, almeno in questi 20 mesi nei quali io ho avuto l’onore e anche l’onere di guidare quel consesso così difficile così articolato e così plurale, la gran parte di quelle scelte, facendo tutte le proporzioni che si devono fare, sono improntate alla scelta della migliore figura possibile, quella riferita a quell’incarico specifico, perché fare il Primo Presidente della Cassazione non è la stessa cosa che fare il Presidente del tribunale di Marsala, che ha avuto performance eccellenti, lo cito per questo. L’aspetto di canonizzazione della giustizia, i processi mediatici, io penso in modo molto netto che questi fenomeni siano annoverabili nella categoria della mala giustizia, della cattiva giustizia e anche, non se ne vogliano i rappresentanti del mondo dell’informazione, della cattiva informazione. Invece il nostro Paese ha bisogno di una più corretta, completa, esaustiva, approfondita, a volte anche più competente, mi permetto di dire, narrazione, racconto, informazione del mondo della giustizia, del funzionamento delle Corti, della natura e contenuti delle decisioni. Certo la Magistratura deve dare un contributo, può dare un contributo decisivo esattamente con quell’approccio che diceva il Presidente Canzio. Anche il linguaggio semplice, è utile. Abbiamo partecipato a una bellissima giornata formativa in Corte nella quale fu chiamato a tenere una lezione il professor Francesco Sabatini, questo splendido linguista mio conterraneo, che disquisì in modo efficacissimo sull’uso delle parole nella sentenza, a volte incomprensibile appunto. E’ vero, c’è un tasso di tecnicismo ineliminabile, lo sappiamo tutti, ma si potrebbero spiegare le cose in modo molto più semplice. Ma questo rapporto tra giustizia e comunicazione, giustizia e informazione ha mille sfaccettature, ha mille sfaccettature e ce ne siamo occupati in Consiglio. L’anno scorso abbiamo chiesto e condiviso con la Scuola Superiore della Magistratura di tenere un giorno e mezzo di attività formativa, che poi è stata replicata a Scandicci. Ce ne siamo occupati facendo partecipare 50 magistrati e 50 giornalisti selezionati dalle testate giornalistiche e credo che dobbiamo replicarlo anche con 50 avvocati, perché molte volte i veicoli dell’informazione non sono né i magistrati né i giornalisti che fanno il loro dovere e il loro mestiere, ma a volte gli intermediari sono gli avvocati, non c’è nulla di male, non c’è nulla di illecito, ma è così. C’è poi il problema di comunicare tempestivamente le decisioni, c’è il problema di motivare le decisioni, io penso che se troviamo il modo - poi dirò una cosa sulle intercettazioni perché può essere il modello al quale riferirsi - per raggiungere un consenso diffuso e difficilissimo sui principi che devono governare i rapporti tra giustizia e comunicazione, faremmo un servizio al Paese, ma questo lo dobbiamo fare superando anche qualche luogo comune: il magistrato che comunica, che si incarica di comunicare, fa il suo dovere o viola i suoi doveri? Certo l’attività giurisdizionale è improntata ai criteri di riservatezza, di sobrietà, di riserbo, spesso segretezza durante l’indagine penale, ma sono i principi validi non solo nel nostro Paese ma in tutta Europa e nei Paesi più evoluti del mondo a dirci che i pubblici ministeri hanno il dovere di fornire una corretta informazione, che non significa passare la velina a un giornalista sì e a un altro no, far uscire quello che non deve uscire perché coperto dal segreto, ma significa raccontare con correttezza ciò che può essere raccontato con correttezza, ciò che è giusto e doveroso che la pubblica opinione conosca sulle iniziative giudiziarie. Ed è proprio su questo terreno che molte delle frizioni, conflitti, tensioni tra politica e Magistratura si sono manifestate. Non devo dire altro, non devo aggiungere altro, abbiamo in mente mille episodi, quanto tempo c’è voluto per cercare di venire a capo a questo tema delle intercettazioni, per fare un’operazione semplice che mi auguro adesso si chiuda? L’operazione semplice è: ciò che è rilevante ai fini delle indagini deve entrare nel fascicolo, deve essere utilizzato. Lo strumento dell’intercettazione è indispensabile soprattutto all’interno della società della comunicazione, per assicurare uno strumento essenziale alla Magistratura inquirente, ma deve entrare ciò che è rilevante, non ciò che riguarda la vita privata delle persone, che è sempre irrilevante, indagati o non indagati che siano, e ciò che è irrilevante va tolto, va custodito, non si può per affermare giustizia produrre un’altra ingiustizia, violare un altro diritto. Il tema dell’equilibrio, composizione, conciliazione tra obbligatorietà dell’azione penale, utilizzo dello strumento dell’intercettazione, rispetto del diritto alla riservatezza personale, rispetto del diritto di difesa, rispetto del diritto di cronaca, è possibile questa conciliazione e la prova sapete dove sta? Sta in circolari illuminanti, ben fatte e mi auguro ben applicate, che hanno emanato alcuni Procuratori in questi mesi sull’onda dei nuovi conflitti che si erano determinati nei mesi scorsi: il Procuratore di Roma, il Procuratore Pignatone, il Procuratore di Torino, il Procuratore di Napoli, poi di Firenze e poi altre Procure, e il Consiglio Superiore della Magistratura sempre sotto la vigilanza del garante delle nostre istituzioni e della nostra Repubblica e della nostra istituzione, il Presidente della Repubblica, che per altro è un Presidente della Repubblica che ci assicura sostegno, vigilanza attiva, competenza. Io lo ringrazio per davvero per questo servizio che rende alla Repubblica e che rende anche quale Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Noi abbiamo detto: E adesso che facciamo? Perché quelle regole, quelle misure organizzative, quella modalità corretta, virtuosa, di applicazione delle disposizioni processuali vigenti vengono applicate a Roma sì e a Palermo no, a Napoli sì e a Bari no? Non può essere, in attesa che il legislatore dica poi una parola su questo, faccio quello che devo fare, e quindi abbiamo detto: ci assumiamo noi l’onere di emanare linee guida, una forma di cosiddetta soft low, che oggi va molto in voga e che è utile, molte volte più utile della legge, perché ha un carico di dissuasività, suscita la necessità di un consenso, di una adesione, di una attivazione per attuare quei principi. E quindi abbiamo fatto un lavoro prezioso, grazie a magistrati competenti, ai componenti del Consiglio che se ne sono occupati, assumendo quei principi elaborati dai capi delle Procure che sono titolari del potere organizzativo dei propri uffici, declinandoli in linee guida, in principi di corretta, virtuosa applicazione, definendo qual è lo spazio dentro il quale è possibile conciliare il rispetto di tutti quei diritti costituzionali a cui mi riferivo, e dire a quegli uffici: ecco, se volete bene applicare la legge, se volete produrre il rispetto dei diritti di tutti, se volete assicurare e fare giustizia in un modo rigoroso senza arretrare di un millimetro dalle funzioni e dall’utilizzo di quello strumento, ma rispettando i diritti di tutti, allora applicate questi principi. Adesso tocca al legislatore che peraltro sta discutendo da moltissimo tempo. Qualcuno mi ha detto: voi volete anticipare il legislatore. Niente affatto, non esiste questo intento. Ho detto tutto quello che dovevo dire su questo punto, non c’è nessun intento di invasività, noi abbiamo voluto dire come è possibile applicare correttamente la legge vigente, e se quel “come” deve essere oggetto di norme più specifiche, più dettagliate, cogenti, se si vuole dare forza di legge a quei principi, a quelle linee guida lo decide il legislatore, lo decide il Governo, lo decide il Parlamento, il quale Governo ha chiesto e sta per ottenere la delega dal Parlamento per intervenire in queste materie. Se il legislatore vuole andare oltre vedremo, ma il passo avanti che io vedo e che mi rende fiducioso e ottimista risiede nel fatto che la Magistratura ha fatto il proprio dovere nei termini che dicevo; il Consiglio Superiore, gli organi di governo hanno fatto il proprio dovere. Nella politica, nelle istituzioni, nel Parlamento non si discute più se limitare lo strumento, se attenuarne l’utilizzo, perché c’è da dare risposta alla lotta alla corruzione, alla lotta alla malavita organizzata, ai mille rivoli della criminalità comune, economica, mafiosa, e quindi non si discute più di come e se limitare quello strumento, ma appunto di come utilizzarlo nel rispetto dei diritti e di come fare in modo non di limitare il diritto di cronaca intorno all’informazione, ma di fare in modo che si eserciti anch’esso all’interno dei principi costituzionali. Se un documento riguarda la vita privata di una persona è destinato a rimanere riservato e segreto, quel documento non va pubblicato. Io ho parlato con decine di giornalisti: ma se io ce l’ho, ho il dovere di pubblicare la notizia. Ma perché ce l’hai? La colpa non è tua, è di chi avrebbe il dovere di tenerla riservata e non la tiene riservata, e a volte appunto si offende la dignità delle persone e si lede la loro reputazione, si rovina la vita delle persone. Questo io da uomo delle istituzioni, da garantista anche, penso che non sia accettabile. Il processo mediatico e il cattivo utilizzo degli strumenti della comunicazione fa male alla giustizia, mentre noi abbiamo bisogno di una giustizia che va comunicata per intero. Io penso che l’ideale sarebbe munire ciascun ufficio giudiziario di una struttura, non di un addetto stampa, di un professionista sarebbe troppo e non ce lo possiamo permettere, ma di un minimo di struttura destinata a comunicare sotto la direzione del capo dell’ufficio, per dire ai cittadini: abbiamo assunto questa decisione per questo motivo, abbiamo organizzato la nostra attività in questo modo, questi sono i tempi, questa la ragione del rinvio di questa o quella decisione. La Corte di Cassazione già lo fa con questa comunicazione provvisoria, comunicazione di decisione che aiuta non poco, lo fa la Corte Costituzionale, è utile che lo facciano tutti, perché comunicare bene è coessenziale all’esercizio della funzione giurisdizionale. Grazie.

PAOLO TOSONI:
Rimarrei ancora brevemente su questo tema, ponendo due brevi riflessioni e poi dando la parola al Presidente Canzio. Penso che sia stato molto chiaro il Presidente Legnini: non è un problema di spuntare l’utilizzo delle intercettazioni che sono uno strumento di indagine imprescindibile nella società moderna e quindi che ha una utilità e una funzionalità assoluta nell’amministrazione della giustizia. Il problema è un problema di comunicazione: quello è uno strumento di indagine, è uno strumento iniziale, è uno spunto, non può essere utilizzato dai mass media o da chi fa uscire la notizia per infangare o condannare in modo sommario la persona che ne è stata oggetto. E mi fa piacere, ma lo sapevo, che è stato ribadito, che non si sta ragionando sul limitarne l’utilizzo, perché l’utilizzo è sacrosanto, è indispensabile. Bisogna ragionare sul fatto che non ne venga abusato sia da chi lo utilizza sia da chi lo comunica per fini diversi da quelli della giustizia giusta. Primo aspetto. Il secondo è il fatto che è evidente, per questo vorrei sentire la riflessione del Presidente Canzio che so che è molto sensibile, ne abbiamo parlato qualche volta a Milano quando era a Milano, che la giustizia mediatica è un arretramento della civiltà giuridica enorme, perché impedisce quella che è la regolare funzione, anticipa in modo non corretto, in modo assolutamente deviato quella che invece è la normale attività di giudicare una persona con tutte le regole di un millennio di civiltà giuridica che gli uomini si sono dati. E quindi è un problema che va affrontato e risolto, dal quale bisogna uscire, ripeto, gradualmente, ma bisogna uscire, non ci si può rassegnare. Vorrei che il Presidente Canzio ci dicesse la sua opinione in proposito, grazie.

GIOVANNI CANZIO:
Cercherò di esprimere con chiarezza qual è la mia opinione su questo punto. Io ritengo questa questione come un nodo fondamentale della democrazia e della civiltà di un Paese. Processo mediatico significa delocalizzare il processo e detemporalizzare il processo. Il processo non si svolge più nei luoghi nei quali dovrebbe svolgersi, cioè nelle aule di giustizia, bensì sui media, e non si svolge più nei tempi previsti dalla legge perché si faccia un processo, ma questa distorsione del luogo e dei tempi comporta anche il rovesciamento di due principi di civiltà: il primo è quello della valutazione delle prove. Si preforma un’opinione e un convincimento da parte dei cittadini sulla base non delle prove, perché le prove sono soltanto quei dati utili alla ricostruzione del fatto che vengono acquisiti in quell’altro luogo e in quell’altro tempo che sono il luogo e il tempo del processo. L’altra distorsione della democrazia avviene sul terreno del rovesciamento della presunzione d’innocenza dell’imputato, che si rovescia in presunzione di colpevolezza dell’indagato. Questo metodo offende la democrazia e la civiltà, indirettamente colpisce al cuore la legittimazione della Magistratura e la fiducia dei cittadini nella giustizia. Perché quando poi si va e si passa dal processo mediatico al processo effettivo, quello cioè nelle forme stabilite dalla legge, allora il rischio che quel pregiudizio mediatico non venga convertito in una decisione conforme a quelle che erano le aspettative dell’opinione pubblica, determinano l’accusa di aver fatto ingiustizia, solo perché quella decisione presa nel luogo, nel tempo e secondo le regole di giustizia, non è conforme al pregiudizio che si è creato nell’opinione pubblica attraverso il processo mediatico. Questo comporta la fuoriuscita dal circuito decisionale che è proprio di ogni democrazia e di ogni civiltà, e devo dire, e mi dispiace dirlo, è un segnale di forte fragilità del nostro sistema nazionale, perché non è dato rinvenire nel panorama degli Stati europei e dell’amministrazione della giustizia in Europa un fenomeno di così elevata portata qual è nel panorama del nostro sistema giudiziario italiano. Questa la discrasia tra il processo mediatico e il processo reale. Il rischio è straordinario, perché tutti noi ci rendiamo conto che l’indipendenza della Magistratura è messa in forte discussione, una Magistratura che si presenta nel luogo e nel tempo del processo dopo che si è già preformato un consenso, a volte addirittura attraverso sondaggi popolari nei media, si pone in una situazione di cortocircuito con questa aspettativa. Molto spesso, il dissenso, la decisione dissenziente della Magistratura è vista come una negata giustizia, laddove quella è l’unica giustizia che è stata assegnata nel luogo e nel tempo dovuto e che va controllata democraticamente secondo le forme del controllo democratico, e cioè il regime dell’impugnazione, il controllo dell’avvocatura, il controllo anche dell’opinione pubblica attraverso i media, ma quella decisione con quella motivazione, con quella giustificazione razionale nella decisione, non il precostituito volere in una fase, in un tempo che non erano quelli della giustizia. Questo è un po’ la fotografia di ciò che io ritengo un rischio per la democrazia di un Paese, e la civiltà del Paese. Però non possiamo fermarci alla fotografia, dobbiamo anche chiederci perché ciò avviene e cosa si può fare perché non avvenga. Allora io, parlo come Giudice ovviamente, non voglio esprimere una valutazione di tipo politico né una valutazione spettante ad altri organi. Come Giudice, io credo che questa distorsione nasca essenzialmente da una forbice troppo alta, che è propria del nostro Paese, tra i tempi dell’ indagine e i tempi del processo, la durata irragionevole del processo. Parlo in particolare di quello penale, non parliamo di quello civile in cui la durata irragionevole mi sembra che sia connaturata a gran parte di essi, ma in quello penale, in cui sono in gioco i valori della dignità e della libertà della persona, e talora anche dei beni di quella persona. Io credo che un lavoro utile che potremmo fare tutti insieme, Magistratura, Parlamento, Consiglio Superiore della Magistratura sia quello dell’ accorciamento della forbice sui tempi, sulla durata ragionevole del processo. Un processo che ha una durata irragionevole favorisce certamente il formarsi precostituito, in tempi e in luoghi non deputati ritualmente, di convincimenti. Un restringimento di questa forbice, quindi un’accelerazione dei tempi di celebrazione del processo, evita che si rovesci la presunzione di innocenza e incolpevolezza, evita che vengano considerate prove ciò che sono soltanto elementi investigativi e riporta quindi il processo sul terreno giusto. Quello che io sostengo fermamente è che non sono le cadenze asfittiche del processo penale a giustificare una violazione delle regole di civiltà e democrazia, ma occorre che a quelle cadenze asfittiche si ponga mano perché il processo si svolga con la sua durata ragionevole, come avviene in ogni altro Paese europeo. Il ruolo del Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero gode, nel nostro ordinamento costituzionale, di pari dignità rispetto al Giudice per quanto riguarda la indipendenza, sia esterna che interna del magistrato, della Procura della Repubblica, e non può immaginarsi un sistema che faccia fuori l’ indipendenza delle Procura della Repubblica lasciandolo solo ai giudici, perché è chiaro a tutti nel processo penale che il Giudice lavora sulla base della quantità e della qualità delle operazioni investigative che svolge attraverso la polizia giudiziaria la Procura della Repubblica. Incidere sulla indipendenza della Magistratura inquirente significa indirettamente incidere sulla indipendenza anche di quella giudicante. Quindi dico subito con chiarezza, non voglio lasciare alcuna riserva sul punto, forse dispiacere a qualche avvocato, che sono nettamente contrario alla separazione delle carriere tra magistrato inquirente e magistrato giudicante. Non solo perché Calamandrei e la nostra Assemblea Costituente hanno voluto questo, ma perché lo ritengo dannoso, pernicioso direi, per le regole di civiltà e di democrazia del processo. Però alla condizione che non venga meno la ragione fondante dell’ indipendenza del Pubblico Ministero come voluto da Calamandrei e cioè che anche il Pubblico Ministero partecipasse della cultura della giurisdizione, si proiettasse, quindi, al di là dello stretto ambito della sua investigazione, della sua indagine, del suo stretto procedimento, si proiettasse fuori, nel cuore della giurisdizione, nel processo e nei ritmi del processo. Quindi altro che processo mediatico o processo meramente investigativo. Un Pubblico Ministero che partecipasse col Giudice alla logica della giurisdizione, intesa come proiezione anche dell’ azione investigativa, anche dell’azione penale, verso un risultato di giustizia, un risultato di giurisdizione. La separazione alle carriere, lo voglio dire con molta chiarezza, farebbe arretrare, come già sta arretrando dopo la riforma Castelli del 2006, la Magistratura inquirente sempre più in logiche autoreferenziali, in logiche autolimitate allo spazio della propria investigazione e del proprio successo o meno dell’ investigazione. Nella fase delle indagini, a prescindere all’esito, logiche contingenti, logiche di convenienza, logiche di opportunità farebbero a pugni col principio di obbligatorietà dell’azione penale, che è intesa come principio che deve garantire l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e la parità di trattamento dei cittadini di fronte alla legge. Quindi, la fuoriuscita dal circuito della giurisdizione sarebbe dannosa. Ciò comporta però un forte richiamo alla professionalità, alla deontologia, alla etica del limite e del dubbio che deve permeare soprattutto l’azione di chi inizia l’azione penale, di colui che in quel momento ha a disposizione a volte anche il corpus dell’indagato. Deve essere consapevole che questa disponibilità in ordine a quel tu è una disponibilità che richiede attenzione, riflessione, moderazione, sobrietà, rispetto, lealtà. Ecco, a queste condizioni io credo che non si possa, non si debba rinunciare a un’indipendenza dell’ intera magistratura. E così, e concludo, al processo mediatico una risposta la Magistratura può dare se insieme, Magistratura inquirente e Magistratura giudicante, se possibile lo auspico, con l’ausilio anche di un legislatore attento e riflessivo, riescano a governare i tempi del processo in modo diverso da come vengono oggi governati. Più accorciamo la forbice dei tempi del processo rispetto ai tempi delle indagini preliminari dell’ investigazione, dei poteri coercitivi, dei poteri di sequestro, di tutti i poteri che ha un Pubblico Ministero, più facciamo giustizia secondo democrazia e secondo civiltà e rediamo questo potere sempre meno odioso, meno terribile, più legittimato, più meritevole della fiducia e della stima dei cittadini.

PAOLO TOSONI:
Abbiamo ancora solo due minuti e siccome il presidente Legnini ci teneva a fare un’ultima, brevissima riflessione, gli cedo la parola.

GIOVANNI LEGNINI:
Grazie. Non è una mia opzione diciamo personale ma la ritengo espressiva anche della funzione che svolgo. Oggi pomeriggio, qui al Meeting, qualcuno mi diceva “stiamo vedendo che si è abbassato il tono del conflitto tra politica e Magistratura”. Io ho detto: “Questo è positivo ma non è sufficiente”. Qualcuno nella stampa mi ha descritto come il pompiere del conflitto, io non lo voglio fare più il pompiere. Io penso che sia il tempo di produrre, per utilizzare un’espressione di don Carrón nel suo bellissimo libro, “un imprevisto”, un imprevisto semplice, perché gli imprevisti che cambiano le cose sono quelli semplici. Bisogna chiudere il conflitto permanente di questi 25 anni tra la Magistratura e la politica. Dobbiamo mettercelo alle spalle e bisogna fare in modo che ciascuno dismetta l’armamentario del conflitto e impugni gli strumenti del lavoro di ricostruzione. Che cosa deve fare, dal mio punto di vista, la Magistratura? Non è la prima volta che lo dico, ma lo voglio dire con più nettezza: deve tentare di superare questa idea in base alla quale alla Magistratura, in particolare a quella penale, spetti una sorta di funzione etica, moralizzatrice. No, la Magistratura aggiudica le controversie per consentire la tutela dei diritti di ciascun cittadino e reprime, sanziona i reati. Lo deve fare con rigore, ma non ha una funzione etica, altri hanno una funzione etica. Le conseguenze delle decisioni giudiziarie, ha detto una volta il Presidente Mattarella, i provvedimenti adottati dalla Magistratura incidono, oltre che sulle persone, sulla realtà sociale e spesso intervengono in situazioni complesse e a volte drammatiche, in cui la decisione giudiziaria è l’ultima opportunità, a volte dopo inadempienze e negligenze di altre autorità. Per questo, l’intervento della Magistratura non è mai privo di conseguenze. E aggiunse il Presidente Mattarella, che compito del magistrato è scegliere, a proposito di giurisprudenza creativa e di attività interpretativa a cui si riferiva il presidente Canzio, in base alla proprio capacità professionale, fra le varie opzioni consentite, quella che con ragionevolezza, nella corretta applicazione della norma comporta minori sacrifici. E’ questa la soluzione che deve scegliere il Giudice. Minori sacrifici per i valori, per i diritti e per gli interessi coinvolti. Per fortuna larga parte della Magistratura questo lo fa, ma non sempre questo si fa. E che cosa deve fare la politica? La politica farebbe bene a smettere di legittimarsi o delegittimarsi o legittimare gli altri sulla base delle iniziative della Magistratura, dovrebbe assumere essa stessa codici etici di comportamento, una funzione moralizzatrice degli appartenenti e dei comportamenti che tiene nelle istituzioni. Deve cioè fare in modo che sia essa stessa che si giudica se è adeguata, se è onesta, se è trasparente, senza affidare il giudizio etico ad altri. La politica deve superare, a mio modo di vedere, l’idea che una parte della Magistratura agisca per sovvertire la volontà popolare, quando esercita l’azione penale. Non c’è un intento di sovvertimento della volontà popolare o delle istituzioni. Insomma occorre tutti agire per il bene comune. Mi ha colpito il tema, i contenuti di questa bellissima mostra sul settantesimo che questa mattina ho visitata, che il dottor Bernardini me l’ha precisamente spiegata facendo riferimento all’epoca della legittimazione tra diversi, tra forze politiche diverse, in quel contesto drammatico di crisi, di sofferenza, di fame, di necessità di ricostruire tutto. Occorre chiudere l’epoca della delegittimazione e aprire quella della legittimazione reciproca, della cura costante del bene comune. Questo è ciò che deve fare Magistratura e la politica. Grazie.

GIOVANNI CANZIO:
E’ la prima volta che il Presidente della Cassazione è invitato al qui al Meeting per partecipare ad un dibattito sui temi della giustizia. Vi voglio dire soltanto grazie per avermi ascoltato con attenzione e credo di aver anche colto una seria attenzione rispettosa nei confronti di un mondo che non sempre è coerente con quella che è la vita quotidiana. Vi ringrazio molto di questo, di questa opportunità che avete dato ad un esponente della Magistratura.

PAOLO TOSONI:
Ovviamente siamo noi a ringraziare. Ripeto siamo onorati della loro presenza. Abbiamo sentito i rappresentanti massimi dei vertici della Magistratura, abbiamo sentito da loro una volontà di ricostruzione, di riconciliazione che è decisiva per il nostro Paese. Noi da questo punto di vista ci siamo, siamo assolutamente d’accordo, vogliamo dare il nostro contributo e ognuno lo può dare. Credo che questo sia un periodo di crisi generalizzata ma anche un periodo di grande ricostruzione. Dobbiamo ripartire, come hanno fatto quegli uomini che l la mostra dei settant’anni ci addita ad esempio. Vi devo dare un avviso, il Meeting, che come sappiamo si regge sul volontariato e sul vostro supporto, prosegue la campagna di fundraising del Meeting stesso, perché incoraggiati dall’esperienza positiva dello scorso anno, rilanciamo a tutti la proposta di contribuire a costruire a questo luogo. Nei padiglioni troverete numerose postazioni dove donare. Le donazioni devono avvenire unicamente in questi luoghi riconoscibili dal logo della campagna. Grazie ancora della vostra attenzione e buon proseguimento.