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LA SOCIETÀ COSTRUISCE LA PACE. L’ESEMPIO DELLA TUNISIA

Incontri Salone Intesa Sanpaolo B3
Partecipano: Tania Groppi, Docente di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università degli Studi di Siena; Mohamed Fadhel Mahfoudh, Premio Nobel per la Pace 2015, già Presidente dell’Ordine nazionale degli Avvocati di Tunisia; Fadhel Moussa, Professeur des universités, Ancien Doyen de la Faculté des Sciences Juridiques Politiques et Sociales de Tunis e Membro dell’Assemblea Nazionale Costituente. Introduce Andrea Simoncini, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze.

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Trascrizione dell'evento

ANDREA SIMONCINI:
Buonasera a tutti, siamo qui per l’incontro dal titolo “La società costruisce la pace. L’esempio della Tunisia”. Questa sera, dentro questo Meeting così particolare, dentro questo Meeting dal titolo coraggioso - come ci ha detto stamattina il Papa attraverso il messaggio che ci è stato letto -, “Tu sei un bene per me”, vogliamo parlare di una esperienza molto particolare, se volete per certi versi anche un po’ paradossale, ed è l’esperienza della Tunisia.
La Tunisia è indubbiamente un Paese decisivo, fondamentale per comprendere tutta quella grande parte di mondo che rappresenta per noi il “tu” naturale dell’altra sponda del Mediterraneo. Se tu sei un bene per me, la Tunisia è come se fosse a rappresentarlo quasi fisicamente, questo nostro grande tu. Qui ci affacciamo. Però, dicevo, tanto decisivo quanto anche paradossale, perché da un lato la Tunisia è stata nei tempi più recenti il simbolo stesso di quello che poi abbiamo chiamato “la primavera araba”: dalla “rivoluzione dei gelsomini”, che ricorderete, è iniziato tutto.
Tutti ricordiamo il suicidio del giovane venditore ambulante tunisino Mohamed, il 17 dicembre 2010, e tutto quello che questo gesto ha innescato fino alla nuova Costituzione tunisina del 2014. In questo senso, la Tunisia è certamente un esempio di quel desiderio di libertà, di modernità, di cambiamento, di sviluppo che ha dato la spinta a tante trasformazioni dei Paesi nordafricani. D’altra parte, però, se leggiamo i giornali, proprio dalla Tunisia vengono tantissimi di quei cosiddetti “foreign fighters”, i volontari che partecipano all’esercito dell’ISIS, o tanti di quei terroristi che stanno portando l’orrore e lo sconvolgimento non solo in quelle terre ma ormai anche nella nostra Europa. Uno dei Paesi più piccoli in termini strettamente geografici di quell’area, ma da sempre un Paese chiave per capire l’anima di quella che è una grande area di confine, a nord dell’immenso continente africano, o, se giriamo lo sguardo, il grande confine a sud del Mediterraneo, di quel mare che abbiamo chiamato Mare nostrum e che dunque da sempre rappresenta una sponda verso cui - per come ci ha curiosamente posizionato poi la deriva dei continenti - siamo una sorta di braccio teso.
Ma il motivo per cui siamo qui questa sera è anche un fatto che ha dell’eccezionale e che ha riguardato e riguarda tutt’oggi la Tunisia, un fatto che troppo rapidamente è scomparso dalle prime pagine dei giornali. Mi riferisco al conferimento, lo scorso anno 2015, del Premio Nobel per la pace al quartetto nazionale del dialogo tunisino. Di che si tratta, e dov’è questa eccezionalità? Normalmente, come tutti sappiamo, i premi Nobel per la Pace si conferiscono a personalità, a individui, a organizzazioni ovvero anche ad istituzioni pubbliche (il premio Nobel per la Pace nel 2012 è stato conferito all’Unione Europea, nel 2001 alle Nazioni Unite) che, per la loro azione, contribuiscono sostanzialmente allo sviluppo della pace. Ma nel 2015 il premio Nobel per la Pace, nel caso della Tunisia, non è stato conferito né a un individuo né ad un gruppo di individui né ad un’istituzione pubblica ma, come recita la motivazione del comitato del Nobel di Oslo “a quattro organizzazioni della società civile”, il sindacato generale dei lavoratori, il sindacato dei datori di lavoro, l’Ordine degli avvocati e la lega tunisina per i diritti umani. Dunque, per la prima volta nella storia, il premio Nobel per la Pace è stato conferito alla società civile e al suo contributo decisivo per avviare un processo di costruzione della democrazia. In Tunisia, in primo luogo, non sono stati né i partiti né le istituzioni pubbliche, ma quello che - per echeggiare le parole di quest’oggi del nostro Presidente, Mattarella -, quello che nella nostra cultura politica chiameremmo “i corpi intermedi”, gli artefici della transizione costituzionale e democratica. Sono stati questi corpi sociali che hanno dato la spinta decisiva, senza la quale non avremmo la Costituzione che abbiamo.
Il quartetto nasce proprio nell’estate del 2013, quando - si legge nella motivazione del premio - “il processo di democratizzazione rischiava di frantumarsi per gli omicidi politici e per un diffuso malcontento sociale”. Ebbene, in quel momento il quartetto ha dato vita ad un processo politico pacifico ed alternativo mentre il Paese era sull’orlo della guerra civile. Oggi noi abbiamo l’onore di avere qui uno dei quattro protagonisti di questo quartetto, il premio Nobel per la Pace 2015, l’avvocato Mohamed Fadhel Mahfoudh, già Presidente dell’Ordine degli Avvocati dei tunisini. E lo ringraziamo, ovviamente, per aver accettato l’invito del Meeting. A discutere con l’avvocato Mahfoudh di questa straordinaria esperienza in cui la società ha costruito la pace, abbiamo altri due ospiti di eccezione. La prima, in realtà, è la vera artefice di questo incontro, a lei dobbiamo non soltanto i contatti personali con tutti i relatori, e dunque anche la possibilità concreta di mettere in piedi questo incontro, ma gli studi, le riflessioni più importanti, quelle sicuramente più conosciute, sulla struttura costituzionale e sulla transizione democratica della Tunisia (l’anno scorso ha pubblicato assieme ad Irene Spigno il libro Tunisia. La primavera della Costituzione): mi riferisco alla professoressa Tania Groppi, amica carissima e docente di Diritto Pubblico all’università di Siena, specialista di Diritto Costituzionale Comparato. Se qualcuno di voi ha la volontà di andare a guardare la sua biografia sul sito, vedrà che è una vera e propria globetrotter del diritto, praticamente, non c’è zona del mondo - isole Fiji comprese - che non abbia visto il lavoro e lo studio della profsa Groppi. Assieme a Tania, il terzo ospite davvero graditissimo e prestigiosissimo, sempre per il tramite prezioso di Tania, è il caro amico professor Fadhel Moussa. Il Professor Moussa è oggi uno tra i più autorevoli ed importanti costituzionalisti tunisini, certamente uno tra gli studiosi più noti all’estero per i suoi studi e per le sue ricerche. Ma non è solo uno studioso: ha attivamente partecipato come membro di quell’Assemblea Nazionale Costituente della Tunisia che ha scritto la Costituzione tunisina, presiedendo anche una Commissione.
Allora, terminata la presentazione, comincerei dall’avvocato Mahfoudh. Avvocato, lei è stato il Presidente dell’Ordine degli Avvocati tunisini, uno dei quattro soggetti che ha partecipato al dialogo nazionale tunisino, che ha dato questo contributo così importante alla costruzione della democrazia pluralista in Tunisia. Ci può raccontare qualcosa di più di questa esperienza del quartetto e del contributo che la società civile ha dato al periodo costituente in Tunisia?

MOHAMED FADHEL MAHFOUDH:
Sì, senz’altro. Innanzitutto consentitemi di ringraziare gli organizzatori per la loro ospitalità, l’accoglienza e anche per il successo di questo Meeting. Ci tengo anche a trasmettervi i saluti delle altre tre organizzazioni che sono state citate, il sindacato generale dei lavoratori, il sindacato dei datori di lavoro e la Lega per i diritti umani che, insieme all’Ordine degli avvocati, hanno costituito questo quartetto del dialogo nazionale in Tunisia che ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 2015. Per parlare di questa esperienza tunisina, credo non ci sia contesto migliore del Meeting di quest’anno, perché appunto l’altro è un bene per noi ed è esattamente quello che è successo in Tunisia, in particolare in questo periodo di dialogo nazionale che è stato avviato dopo il 2013. Effettivamente i partiti politici sembravano proprio sull’orlo del confronto duro - un deputato dell’Assemblea nazionale Costituente fu assassinato in quell’anno - e queste quattro organizzazioni hanno compiuto uno sforzo, insieme ad altri politici, come ad esempio l’Onorevole Moussa, membro dell’Assemblea Costituente - e hanno detto no a quello che rischiava di succedere nel Paese. Soprattutto, hanno visto che il processo sembrava non terminare mai, sembrava dilungarsi troppo malgrado i desideri espressi dalla popolazione tunisina e gli obiettivi di questa rivoluzione, che ha messo l’accento sulla dignità, la libertà, la difesa della democrazia, il rispetto dei diritti umani, l’integrità fisica degli individui, il rispetto della libertà della stampa, delle associazioni.
A un certo punto, tutto questo è stato minacciato fortemente, ma grazie alla maturità della classe politica e anche a una società civile forte, rappresentata effettivamente da queste quattro organizzazioni ma non solo, perché c’erano anche altre organizzazioni e personalità che non sono state citate, la società civile ha davvero compiuto un grande sforzo per avvicinare i punti di vista, evitare la violenza e lo scontro più duro. Ebbene, si è cercato di utilizzare lo strumento dei negoziati bilaterali, multilaterali, nonché gli incontri. C’è stata proprio un’opera di convincimento, di perseveranza, di ascolto dell’altro: è grazie a questo che i partiti politici, che erano sull’orlo del confronto più duro, si sono seduti intorno a un tavolo per attuare una road map e soprattutto per consentire alla Tunisia di attuare una transizione pacifica, e passare a un Paese ancora più sviluppato, improntato alla democrazia.
La speranza è di poter continuare. Noi tutti pensiamo di aver superato un momento difficile e soprattutto crediamo che non sia più possibile tornare indietro: ci sono comunque altre sfide da affrontare, la sfida economica, la sfida sociale. In questo senso la Tunisia, i tunisini devono lavorare sempre di più e contribuire allo sviluppo del Paese. Ma anche la comunità internazionale deve sostenere la Tunisia in questo lavoro, per poter superare le questioni economiche e sociali, soprattutto per evitare che i giovani sprofondino nella disperazione e rischino di finire in sistemi come quello jihadista.
Per riassumere la situazione attuale in Tunisia, possiamo dire che queste quattro organizzazioni rappresentano la società civile e hanno una certa credibilità storica, una certa legittimità storica, perché sono state sempre protagoniste della scena politica nel senso migliore del termine, si sono sempre fatte portavoce delle speranze e dei sogni della popolazione e soprattutto hanno sempre agito come difensori della libertà. Io stesso sono stato presidente dell’Ordine degli avvocati e quindi posso parlare di questa realtà: l’Ordine degli avvocati tunisino ha sempre difeso le libertà strenuamente, ha sempre difeso il processo basato sull’uguaglianza, anche quando c’era la dittatura. Ha fatto di tutto per inquadrare la rivoluzione, e poi accompagnare la transizione politica e definire il contesto di questo dialogo nazionale per cui si è ricevuto il Nobel per la pace.
Bene, si è lanciato un appello alla società civile, ma si può lanciare un appello anche a tutti gli avvocati del mondo per dire che, sì, gli avvocati possono occuparsi anche di altro oltre alle cause: ci si può occupare della società civile, delle libertà e della difesa delle libertà. Questo è quello che è stato fatto in Tunisia, ma ritengo anche che l’Ordine degli avvocati, possa ispirare altri ordini, rispetto a quello che è stato fatto finora. Ad esempio, nella Costituzione tunisina l’articolo 105 parla in modo chiaro, inequivocabile, della professione di avvocato come guardiano delle libertà individuali. Credo che forse anche l’Egitto abbia parlato del ruolo degli avvocati nella Costituzione, un caso davvero unico di come viene citato il ruolo degli avvocati nella collaborazione al sistema della difesa dei diritti.
Non so se sono stato troppo lungo ma per riassumere e concludere vorrei aggiungere che la società civile tunisina, con queste quattro organizzazioni, ha potuto compiere una transizione, riuscendo a fare quello che forse i politici non erano riusciti a fare. E a farlo al momento giusto, poiché grazie al loro lavoro queste quattro organizzazioni sono riuscite a portare a termine questa transizione per tutta la popolazione. Oggi possiamo parlare di un Paese democratico.
Ciò non toglie che esista il problema del jihadismo: e purtroppo ci sono Paesi limitrofi come la Libia, la Siria, dove il terrorismo è una realtà. Ma si tratta di un fenomeno mondiale, non di un fenomeno specifico della Tunisia e dei tunisini. Ebbene, il terrorismo non chiede autorizzazioni, purtroppo ha colpito ovunque, in Francia, in Libano, negli Usa, anche in Tunisia, ha colpito ovunque, è una piaga che bisogna combattere con la cultura, con le riforme politiche, sociali, economiche. Soprattutto bisogna fare in modo che i giovani non siano sconvolti da questi fenomeni: non parlo solo di jihadismo ma della criminalità in generale. I giovani non devono sprofondare in questi fenomeni ma avere sbocchi per dare voce alla loro speranza.

ANDREA SIMONCINI:
E’ molto interessante questo squarcio sulla professione degli avocati e sul ruolo che può giocare. Io passerei adesso al professor Moussa. Professor Moussa, lei ha partecipato come membro all’Assemblea Costituente tunisina, è stato l’unico membro di un partito di opposizione a presiedere la Commissione Giustizia dell’Assemblea Costituente. Ha partecipato a tutti i lavori, dall’elezione fino alla approvazione. Qual è stata la sua esperienza come testimone diretto, quali sono state le difficoltà, le tensioni e che ruolo ha giocato la società civile in questo lavoro?

FADHEL MOUSSA:
Grazie, saluti cordiali a tutti voi. Prima di tutto mi permetta, signor presidente, di tornare sul tema generale del nostro incontro: l’altro è un bene per me. Vorrei fare una domanda su questo: è vero che l’altro è un bene per me? A questa domanda vorrei dire: certo, sicuramente, lo è. In effetti, credo che i miei colleghi, i miei amici, la professoressa Tania Groppi, Andrea Simoncini e il dott. Marco Aluigi siano sicuramente un bene per me come io lo sono per loro. Lo sono stato durante tutta l’organizzazione di questo incontro, organizzazione che abbiamo iniziato a dicembre 2015. Ma lasciando perdere questo contesto di solidarietà e di cameratismo universitario, per così dire, pongo questa domanda alla società tunisina. La società tunisina risponderebbe: “Solo con la tua unghia ti gratterai e solo con i tuoi occhi piangerai”, cioè, si può solo contare solo su se stessi. C’è una sorta di delusione nella società tunisina nei confronti di quello che succede nel mondo, da quando c’è stata la rivoluzione. In generale, la società tunisina è delusa per non aver trovato l’assistenza che sperava di avere per far progredire il livello economico e sociale, proprio come è riuscita invece a far progredire il progresso democratico con la Costituzione che è stata adottata in maniera molto rapida. In realtà, tre anni non sono molti, e noi abbiamo raggiunto una Costituzione molto moderna e promettente in soli tre anni. Siamo stati una sorta di esempio nel mondo arabo-islamico.
Questo però, dall’altra parte del Mediterraneo, non è stato seguito da sforzi positivi. Oggi nel mondo vediamo una politica dell’atlantismo, vediamo che l’Unione Europea abbraccia questa politica e nascono tensioni nel mondo arabo, la cui origine è dovuta a strategie atlantiste che sono state la vera e propria causa del terrorismo che si è diffuso ovunque, in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Yemen, in Libia, ecc., con la creazione di un nuovo Stato islamico: uno Stato, per così dire, nebuloso, che non merita neanche di essere chiamato con questo nome.
Questo non è stato prodotto dalla Tunisia. Voglio essere però realista: il popolo e la società tunisina sono abbastanza saggi per capire che non possiamo fare a meno degli altri, e soprattutto dei nostri amici tradizionali, soprattutto l’Italia, e che abbiamo bisogno di voi come voi avete bisogno di noi. Questa solidarietà deve continuare, nonostante gli ostacoli e le difficoltà. È questa la lezione che dobbiamo imparare. Qualche mese fa in Tunisia c’è stato un evento considerevole, straordinario: un “giardino dei giusti”, che è stato inaugurato nell’Ambasciata d’Italia a Tunisi e che ha onorato quattro arabo-musulmani della storia per essere stati dei giusti, per avere fatto delle azioni storiche a favore dell’umanità e della solidarietà internazionale. Come questa famosa guida turistica che voi conoscete molto bene, che ha portato fuori dal museo del Bardo i turisti italiani proprio due minuti prima che i terroristi accedessero e uccidessero le persone all’interno. E’ stata una forma di solidarietà a portare alla creazione di questo “giardino dei giusti”: questa solidarietà esiste.
Per tornare alla sua domanda sulle diverse fasi a cui ho assistito personalmente riguardo alla Costituzione, credo che le principali difficoltà che abbiamo incontrato siano state la sorpresa di tutti all’arrivo degli islamisti e del partito Ennhada, salito al potere in un Paese che era comunque considerato moderno, quasi laico: questo partito islamista è arrivato e ha preso il potere. È un’ipotesi a cui nessuno poteva mai pensare, eppure si è verificato, è stato proprio così. Per tre anni hanno governato, cercando di dare vita a una Costituzione conservatrice, una Costituzione che si poneva contro lo Stato civile, una Costituzione che non voleva prendere in considerazione le libertà fondamentali che invece sono riconosciute dai patti internazionali della Dichiarazione Universale delle libertà dell’uomo: volevano dare l’immagine di un Paese attaccato a una falsa idea della difesa dell’identità arabo-musulmana: questo è stato il loro progetto fino a quando c’è stato l’assassinio di Mohamed Brahmi, uno dei nostri colleghi. Come ricordato dal collega Mahfoudh, a partire da questa data è stato creato il quartetto che ha iniziato a lavorare proprio per far dimenticare tutti questi eventi e voltare pagina, per opporsi a questa troika che aveva una maggioranza di quasi due terzi e che era comandata dal partito Ennhada.
Qui è cominciato il dialogo internazionale, senza dimenticare che 40 membri dell’Assemblea Costituente nazionale hanno lasciato l’Assemblea quello stesso giorno e sono tornati solo dopo tre mesi e mezzo. Per tre mesi e mezzo i lavori della Costituzione sono stati bloccati, fino alla data del cosiddetto “patto del Bardo”. È stato questo il cambiamento, e poi questo dialogo, questo consenso, insieme a partiti che si opponevano: da una parte i modernisti, dall’altra parte gli islamico-conservatori. Siamo comunque arrivati a fare una Costituzione moderna, in cui si riconosce lo Stato di diritto, in cui si riconoscono le libertà fondamentali e i diritti dell’uomo. E questa è l’unica Costituzione nel mondo arabo-musulmano in cui trovate il riconoscimento della libertà di fede, la libertà religiosa; dove lo Stato civile vene citato in maniera chiara nell’articolo 2 della Costituzione, lo Stato civile fondato sulla cittadinanza e non sulla fede, fondato sulla volontà del popolo e non sulla volontà di Dio, fondato sul rispetto della legge e non sul rispetto della sharia. Ed è l’unico Paese arabo che, nella Costituzione, non ha introdotto la sharia bensì il diritto positivo. Bisogna poi aggiungere tutti gli articoli sulla libertà della donna, e questo è un progresso straordinario. E un articolo che prevede la parità all’interno delle assemblee: adesso, ad esempio, c’è l’assemblea delle donne, una sorta di quota rosa all’interno delle elezioni locali. E questo è un grande vantaggio. Per riassumere, questa Costituzione vuole la libertà dei cittadini in una società giusta. Grazie.

ANDREA SIMONCINI:
Ora, la parola alla professoressa Groppi. Tu, Tania, hai seguito con grande attenzione, non solo come studiosa ma anche per tutte queste relazioni che hai con il mondo della Tunisia. Che impressione hai avuto di questa transizione, di questo processo che abbiamo sentito sia da fuori che da dentro le aule dell’Assemblea Costituente?

TANIA GROPPI:
Grazie, Andrea. Anch’io colgo prima di tutto l’occasione per ringraziare gli organizzatori dell’invito, per questa splendida opportunità, e i colleghi tunisini per avere accettato di essere qui. Chiaramente ho uno sguardo diverso rispetto al loro su questa esperienza, perché ho uno sguardo esterno: sono stata lì dal 2012, molte volte, partecipando come esperta a una serie di progetti di sostegno all’Assemblea Costituente, alla società civile. Quindi, ho un’esperienza diretta di questi anni: non conoscevo la Tunisia prima, conosco solo la Tunisia dopo la rivoluzione. Dall’altro lato, cerco di avere uno sguardo un pochino più tecnico, freddo e distaccato, per comparare anche questo processo costituente con altri che si stanno sviluppando nel mondo in questa epoca.
La prima cosa che devo dire è che effettivamente è sorprendente - almeno per me lo è stata dall’inizio e lo è ancora - la capacità che ha avuto la società civile tunisina di riorganizzarsi rapidamente dopo il crollo del regime autoritario di Ben Alì: è tutto avvenuto molto rapidamente, però, nonostante da tanti anni ci fosse un regime autoritario, c’era una società civile, in Tunisia. La sorpresa forse è dovuta alla mia ignoranza, e quindi vorrei sottolineare che forse, anche quando parliamo di molti Paesi arabo-musulmani, delle loro società, della difficoltà di esistere di una società civile pluralista come la intendiamo noi, che spesso vediamo sopraffatta dal tema religioso, o anche dal clivage laici-religiosi, dobbiamo cercare di essere forse più attenti, più sottili, di cogliere quello che c’è nell’altro. A volte è un po’ la nostra incapacità di vedere, di sapere, di conoscere, che ci porta a dei giudizi un po’ affrettati.
E’ un discorso che riguarda un po’ tutto il mondo arabo-musulmano, che dobbiamo studiare con più attenzione: lo dico soprattutto per me, perché sono andata lì completamente sprovvista, eppure ho sempre studiato Diritto Costituzionale Comparato, quindi avrei dovuto sapere qualcosa di più. E poi c’è la seconda considerazione, di fronte a questo rapido riorganizzarsi, a questo fermento, che riguarda anche la specificità tunisina. Perché, aldilà di una maggiore attenzione che dobbiamo dedicare a tutto il mondo arabo-musulmano, c’è anche una specificità tunisina. Questo piccolo Paese così vicino ha caratteristiche uniche che si radicano profondamente nella storia, nella posizione geografica al centro del Mediterraneo; e, come costituzionalista italiano che si occupa di Diritto Comparato, davvero ritengo che sia un Paese chiave per comprendere un mondo altro ma che, nello stesso tempo, ci è vicino.
Quindi, la prima impressione è di essere stata nel posto giusto: sono qui nel 2012, e nel 2013 c’è un’Assemblea Costituente che lavora. Era un Paese che non conoscevo, apparentemente tanto diverso dal mio, ma sentivo che ero nel posto giusto, sentivo che c’era qualcosa da dire, da fare insieme, che l’Italia ci doveva essere, che aveva un ruolo da giocare proprio con la sua esperienza costituzionale, con i suoi settant’anni di storia, di difficoltà, quelli che ci ha illustrato poi il presidente Mattarella stamani, di difficoltà ma anche di successo: era il posto giusto dove essere. In passato, Andrea mi prendeva scherzosamente in giro dicendo che sono una globetrotter del Diritto Costituzionale. Mi era capitato di lavorare come consulente, fare dei corsi, attività di supporto in altri Paesi, in particolare la Repubblica Democratica del Congo. Ho lavorato con i Governatori delle province, sulla regionalizzazione. Poi in Iraq, quando l’Italia aveva ancora una presenza anche militare. In queste esperienze un po’ estreme, mi sono sempre sentita fuori posto, dico la verità. Ho sentito che non avevo da dare, da dire, che effettivamente le condizioni esistenti erano tali per cui il dialogo era difficile. Invece, l’impressione in Tunisia è stata di questo tipo.
Un’altra considerazione che vorrei fare: nel primo impatto, sulla riorganizzazione della società tunisina, ho percepito chiaramente che in questa epoca globalizzata, della circolazione delle idee, delle idee giuridiche - perché la globalizzazione non è solo quella dei mercati o della circolazione dei capitali, ma anche della cultura, delle idee, delle idee giuridiche - questo influsso, questa circolazione aveva un’importanza in Tunisia. Questo è stato un poco l’impatto iniziale. Successivamente, via via che l’attività dell’Assemblea Costituente andava avanti, ci sono stati dei momenti, che sono emersi già da quello che è stato detto prima, addirittura drammatici. Lì c’è l’altro grande aspetto che vorrei sottolineare: quando, com’è stato detto, nell’estate del 2013 ci sono stati gli assassinii politici di due esponenti della sinistra, tra cui uno era un deputato dell’Assemblea Costituente, Mohamed Brahmi, quando molti deputati sono usciti in segno di protesta contro il governo guidato da Ennhada, a maggioranza islamista, sembrava davvero che tutto dovesse e potesse naufragare, finire, che non ci fosse speranza. Lì, invece, se vogliamo invocare la parola “genio”, come stamane parlavamo del “genio della repubblica”, lì il genio tunisino forse ha tirato fuori questa risorsa che è stata il ruolo di quattro organizzazioni della società civile, organizzazioni storiche, radicate. La loro stessa esistenza e la loro storia ci deve far pensare che c’era una società civile anche prima della rivoluzione, e loro sono riuscite a mediare in un contesto difficile, diviso, perché in quel momento erano venuti alla luce, in maniera ormai non nascondibile, il conflitto, la frattura, la divisione, attorno al tema della religione. E’ un fatto che abbiamo sentito emergere dal racconto dei colleghi prima, soprattutto di Fadhel Moussa: avevamo al Governo un partito islamista che voleva imporre i suoi valori nella Costituzione, e invece una tradizione, un’ampia parte della società tunisina che non condivideva questi valori e non voleva la sharia come fonte suprema del diritto. Quindi, una rottura, una frattura netta sui valori, aldilà del clima anche legato a temi diversi, ad assassinii politici. C’era questa frattura e il genio tunisino, il quartetto, ha fatto sedere gli attori politici, che ne hanno riconosciuto la legittimità, per ore e ore, giorni e giorni, attorno a un tavolo comune. In quella fase non ho seguito direttamente il dialogo nazionale, l’ho letto dopo, me l’hanno raccontato, però le ore, la lentezza, la pazienza le conosco.
Stamane il Presidente parlava della pazienza della democrazia. Ecco, lì c’è stata la pazienza della democrazia che ha saputo, laddove l’alternativa era la guerra civile, costruire il dialogo. Erano due vie che in quel momento si aprivano alla Tunisia: la guerra civile o il dialogo. E lì, con pazienza, grazie all’azione di questi attori ma anche a una lungimiranza e ad una capacità di cambiare dei politici, tutti hanno ceduto qualcosa per giungere ad un incontro.
Quindi, concludo: se guardiamo un po’ dall’esterno questo processo, sì, ci sono nel mondo altre esperienze in questa epoca di processi partecipati (ci sono Costituzioni in America Latina che sono state scritte così, esperienze in Africa, in Senegal, in Kenya, l’esperienza chiave - questa davvero importante - del Sud Africa): io credo che la Tunisia, proprio per la frattura così netta dei valori che c’era da ricucire, forse può essere comparata unicamente al Sud Africa, dove pure c’era una frattura grande, storica, dei dolori da ricucire, per ritrovare la capacità di stare insieme, di vivere insieme, di progettare un futuro insieme. È stata un’esperienza bellissima. Credo che - forse nelle prossime domande ce lo chiederai, Andrea - dovremo chiederci che cosa ne è oggi di quella esperienza.

ANDREA SIMONCINI:
Grazie, anche per come ci hai aiutato ad entrare meglio. Adesso vorrei fare una domanda sia all’avvocato Mahfoudh, che al professor Moussa, e chiederei se possibile di stare in tempi contenuti, perché i temi stanno crescendo e mi piacerebbe toccarli tutti. Il “genio tunisino”, diceva prima Tania Groppi: abbiamo ascoltato dalle vostre descrizioni questo ruolo che ha giocato la società civile, un ruolo eccezionale in un momento in cui si poteva scegliere la guerra civile o avviare un processo di dialogo e alcuni hanno preso questa responsabilità. Da dove viene questa unicità tunisina, da dove è venuta questa forza? C’è qualcuno, io per primo, in questa sala, che neanche sapeva che ci fosse la società civile in questi Paesi, o perlomeno c’è l’idea diffusa che sia impossibile, che sia incompatibile con la religione. Cosa spiega - la storia, la natura, la cultura -, cosa ha reso possibile questo “genio tunisino”?



FADHEL MOUSSA:
Grazie. Per rispondere alla sua domanda, si può parlare di specificità, di eccezionalità tunisina. Questa specificità non viene dalla rivoluzione né dal dialogo nazionale, si tratta invece del risultato della storia tunisina. Si tratta di un Paese che ha una grande storia, un’era cristiana e un’era mussulmana, una storia ricchissima: c’è stato il protettorato francese, c’è stato l’illuminismo anche in Tunisia, e poi anche lo Stato moderno con Bourghiba, il leader che probabilmente conoscete tutti. In Tunisia si è cominciato a parlare di libertà della donna sin dall’inizio del XX° secolo quindi già a partire dagli anni Venti. Questa specificità tunisina, con l’indipendenza nel ’56, ha portato all’adozione di uno statuto specifico che ha fatto sì che sia stato il primo Paese arabo-mussulmano che ha proibito la poligamia e riconosciuti i diritti della donna. Anche questa è una specificità tunisina che ha fatto sì che la società civile, che non è fatta solo di uomini ma di uomini e donne e giovani, si sia sviluppata in questo modo. Inoltre, questa società tunisina è anche il risultato di un orientamento educativo scelto e voluto dal leader Bourghiba, della scelta di Stato moderno che ha fatto e che ha avuto un grande impulso dopo l’indipendenza. Dunque, c’è stata la diffusione dell’istruzione generalizzata per tutti, nonché dei servizi sanitari. In questo modo si è formata anche un’élite tunisina che c’era già con il protettorato francese: ma dopo l’indipendenza questa èlite si è come consolidata ed è diventata portatrice di nuove idee, di nuovi valori che poi noi tutti abbiamo difeso. Poi purtroppo ci sono stati dei regimi che si sono succeduti: sapete che c’è stata una dittatura, quella di Ben Alì. Malgrado le promesse che aveva fatto all’inizio, purtroppo non ha onorato i suoi impegni.
Ma questa società civile che ha sognato, che ha difeso per decenni questi valori - e parlo come avvocato in primis, anche perché noi lo vivevamo sulla nostra pelle, in carne ed ossa, lo vivevamo nei tribunali, nelle Corti, vedevamo come alcuni processi politici non tenevano conto di tutti i diritti come la libertà di espressione e di associazione - c’era. La società civile tunisina si è ricordata di essere foriera, portatrice di un sogno e di un progetto, ed è così che all’inizio della rivoluzione gli avvocati indossavano le loro toghe in strada per manifestare ma anche per proteggere la popolazione dai proiettili della polizia, per farsi scudo al popolo. Ci sono state molte specificità tunisine perché c’era questo tessuto sociale ritenuto fortemente coeso anche dalle donne. C’era anche un tessuto politico, ci sono state delle vere e proprie eminenze in vari campi - diritto, materie scientifiche, lettere moderne, francese, inglese, italiano - che sono riuscite a guidare questo Paese verso una transizione democratica.
La prima esperienza di questa società civile è consistita nell’organizzazione di libere e indipendenti elezioni, completamente trasparenti, quelle dell’Assemblea nazionale Costituente nel 2011, attraverso un’istanza che, per la prima volta, era libera e indipendente. Per noi è stato davvero il culmine di un clima di euforia che aveva investito tutto il Pese. Come avete ricordato, successivamente c’è stata questa lentezza della transizione politica, anche nella redazione della nuova Costituzione, ma poi la società tunisina si è risvegliata, purtroppo anche grazie a un assassinio. La società civile tunisina ha ripreso in mano le redini del proprio destino per dire no a questa via, per correggere il tiro e arrivare a questa bella Costituzione che invece riafferma e sancisce tutti i diritti sacrosanti.
Per ritornare agli ingredienti specifici di questa specificità tunisina, forse sono condizioni particolari che non si trovano in altri Paesi: allora potremmo chiederci qual è la situazione dei Paesi vicini. C’è la Libia, ad esempio, proprio accanto: quando ci sono stati gli scontri, si è cercato di vedere se c’era una società civile che potesse farsi interlocutrice tra le fazioni opposte per trovare una soluzione al conflitto, ai contrasti. Purtroppo, la società civile libica non è riuscita a fare sentire la propria voce, malgrado gli sforzi profusi dall’ONU. Per concludere, direi che la specificità tunisina deriva da questa storia e anche da questa collocazione geografica che è importante: siamo mediterranei ma anche aperti, siamo un popolo tollerante, contrassegnato da una grandissima apertura a tutte le culture. Credo lo sappiate bene: il tunisino medio - non un professore come Moussa o un esponente dell’élite - padroneggia in media anche un paio di lingue, magari dialetti: c’è grande istruzione e cultura.

FADHEL MOUSSA:
Esattamente, caro collega, lei ha parlato della unicità, della specificità della società civile tunisina e io concordo. Effettivamente, l’immagine che ne traspare è quella di un Paese omogeneo, di un Paese unito, di un Paese che non ha minoranze, fratture nella sua essenza. Se è vero che c’è una sorta di tela di fondo comune, oggi, è contrassegnata da questa apparenza identitaria arabo-mussulmana, nel senso di appartenenza all’Islam, all’essere arabi, alla religione. Ma già a scuola, e nella scuola religiosa tunisina, tutto questo è inteso in un modo improntato alla tolleranza, alla moderazione contro il radicalismo. Noi tutti siamo cresciuti con questo concetto di appartenenza pacifica dei tunisini a questa matrice identitaria, e probabilmente è questo che ha salvato la Costituzione tunisina, perché anche la disputa con gli islamisti è sempre stata condotta e portata avanti dai modernisti sulla base del fatto che noi siamo tanto mussulmani quanto voi, anche noi siamo attaccati all’essere arabi come voi, quindi nessuno è guardiano di qualcosa di specifico.
C’era una condivisione di fondo fra i campi coinvolti, e quindi, data questa base condivisa, occorreva lavorare su altri punti: si era tutti d’accordo su questo e così si è riusciti a far evolvere tutto il processo e ad affrontare questioni che riguardavano la cultura, lo status della donna, la sua condizione, e anche la lingua utilizzata nel Paese. Ed è a partire da quel momento che è sorto un secondo problema, tra una società legata a una certa autenticità mal concepita e mal compresa, e un’altra parte della società che, malgrado la sua appartenenza arabo-mussulmana, voleva invece essere orientata a una maggiore apertura e modernità. Quindi, bisognava fare andare di pari passo tutto questo, creare un matrimonio: da un lato, c’erano coloro che difendevano la cultura nazionale e nient’altro che questo. Noi invece difendevamo, oltre alla cultura nazionale, anche un’apertura supportata da 3000 anni di storia.
Così è nata la Costituzione, così si è riusciti a portare avanti questo dialogo che ha portato ad un consenso, ha mostrato che in realtà non c’erano forti contrasti ma semplicemente una identità che volevamo tutelare tutti, perché siamo arabo-mussulmani ma aperti: c’è libertà di credo, c’è libertà di coscienza, c’è libertà di religione. L’Islam e l’essere arabi devono essere improntati all’insegna dell’apertura e oggi la Costituzione lo sancisce. Sono questi i temi sviscerati durante i dibattiti che hanno portato alla formulazione che conosciamo: siamo riusciti a ritrovare unità intorno a questa Costituzione che ha riunito anche gli islamisti. Alla fine hanno capito che non c’era altra possibilità per cambiare e fare evolvere la società tunisina. La base della società tunisina è all’insegna della tolleranza, quindi della moderazione, di un islam moderato e improntato all’apertura verso il mondo, alle lingue, alle culture. C’è una grande volontà di aprirsi all’esterno e di non richiudersi su se stessi, con una sorta di ripiegamento.
Perché, quando si parla di cultura si tocca il nervo vivo dei tunisini. Per loro la cultura è importante, ciò che ha permesso di arrivare a questo risultato: nessun altro Pese arabo-mussulmano è riuscito a fare tanto rispetto alla religione, alla cultura e alla lingua. Ci tenevo a dirlo. Inoltre, siamo riusciti a fare tutto questo con coloro che all’inizio erano considerati degli avversari e che poi sono diventati anch’essi membri dell’Assemblea con cui si governa il Paese. Ce l’abbiamo fatta, siamo stati un bene per l’altro e abbiamo messo in pratica questo principio: speriamo possa durare e andare avanti.

ANDREA SIMONCINI:
Abbiamo visto che c’è questa unicità, questa specificità, questa particolarità: non è un caso, c’è una storia che ha prodotto tutto questo. Allora, la domanda, anche tra di noi, è la seguente: cosa ha prodotto? Quali sono le caratteristiche di questa Costituzione tunisina? Come si colloca tra le Costituzioni?

TANIA GROPPI:
Molte cose sono emerse da ciò che diceva Fadhel. A me sembra di poter dire innanzitutto qualcosa che è già emerso, il processo costituente: è una Costituzione prodotta da un processo partecipato dalla società civile, una Costituzione davvero condivisa, una Costituzione che è il risultato di un consenso. Questo è un primo punto che ci porta esattamente nella sfera di quello che è il cuore del costituzionalismo di questa epoca, l’epoca dello Stato pluralista, dove lo scopo di scrivere Costituzioni, come tavole dei valori nel momento fondante di un ordinamento, è cercare di costruire unità, coesione, far sì che le Costituzioni siano strumenti. Sappiamo che sono soltanto uno strumento, noi giuristi forse gli diamo più importanza di quella che hanno realmente, però, cosa sono le Costituzioni nell’epoca del pluralismo? Sono strumenti di coesione sociale, di unità nelle differenze. È una Costituzione approvata con 200 voti a favore su 216 componenti della Assemblea Costituente, con qualche voto contrario e qualche astenuto. Tra l’altro, va anche detto che secondo le norme dell’Assemblea, la Costituzione doveva essere approvata con una maggioranza dei due terzi in una prima deliberazione. Se poi non si fosse raggiunta tale maggioranza, entro un mese si sarebbe dovuta tenere un’altra deliberazione, sempre a maggioranza di due terzi, e lì era previsto un referendum.
Invece c’è stata una Costituzione, frutto del consenso che si è creato in Assemblea, che ha evitato un momento sempre difficile, sempre divisivo come è un referendum. Questo è un punto importante, una caratteristica di questa Costituzione.
Un secondo punto è che, da quando è entrata in vigore, la Costituzione ha consentito lo sviluppo di una vera vita democratica in Tunisia. La Tunisia - mi sento di dire per esperienza personale ma anche sulla base di indicatori affidabili come quelli di una organizzazione internazionale come Freedom house, che ha considerato la Tunisia, già a partire dal 2014, come un Paese libero, in cui i diritti civili e politici sono pienamente garantiti - ha una Costituzione che consente questo: in Tunisia si può parlare liberamente di tutto. Una libertà di espressione totale che non è scontata: pensiamo alla Turchia, un Paese che fa parte del Consiglio d’Europa in cui da anni non c’è libertà di espressione, libertà accademica, dove non si può tenere un dibattito come questo. Invece la Tunisia è un Paese dove si può parlare di tutto: io non la conoscevo prima ma mi si dice che invece, nell’epoca di Ben Alì, questo era un problema: la presenza della polizia segreta, degli informatori, la mancanza di libertà di espressione.
Per cui, è una Costituzione che sta assicurando questo, ha assicurato libere elezioni per il Parlamento, un Governo che ha avuto la fiducia del Parlamento e poi l’ha persa con un voto di sfiducia, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, in una forma di Governo diciamo approssimativamente semipresidenziale o parlamentare a tendenza semipresidenziale. Anche nei momenti più difficili, pensiamo agli attentati che hanno colpito la Tunisia nel 2015, ci sono state leggi di emergenza, leggi antiterroriste molto dure. Però mi sembra di poter dire che i principi chiave dello Stato di diritto sono garantiti, sia pure in una situazione di emergenza. Anche la Francia ha proclamato lo stato di emergenza dal novembre del 2015, e pure la Tunisia nella stessa ottica, senza scardinare tutto.
E’ una Costituzione che è il prodotto di un compromesso. Questa parola spesso nella vita politica o anche nella vita quotidiana viene utilizzata in modo negativo, come un compromesso al ribasso. Invece noi stiamo cercano di valorizzarla, un compromesso è consenso, è dialogo, è l’opposto di scontro, di conflitto. Quindi, da un lato rispecchia pienamente gli standard internazionali del costituzionalismo globale, quelli che circolano in questa epoca nelle Costituzioni democratiche, dall’altro lato riconosce alcune specificità della società tunisina, questi compromessi in materia di cultura. Per esempio, l’articolo 39, che è stato al centro di una forte contrapposizione in Assemblea Costituente, dice: “Lo Stato vigila sul consolidamento della identità arabo-mussulmana e sulla appartenenza nazionale delle giovani generazioni, sul rafforzamento della lingua araba, la promozione e la generalizzazione del suo utilizzo”. Questo è un lato della medaglia. Poi c’è l’altro aspetto: “[Lo Stato vigila] sulla apertura alle lingue straniere, le civiltà umane, la diffusione della cultura e dei diritti dell’uomo”.
Questo è un esempio, solo per far toccare con mano che è una Costituzione di compromesso, ricca di norme programmatiche, come la nostra, norme cioè che sono finalizzate a una trasformazione della realtà, che deve avvenire nel tempo, che si proietta nel futuro. Soprattutto nel campo dei diritti sociali: è una Costituzione ricca di diritti economico-sociali basati sulla dignità, intesa anche come dignità sociale e quindi in fondo va nella stessa direzione del nostro articolo 3, secondo comma, dove si richiede alle forze politiche che poi concretamente avranno la maggioranza nel gioco democratico, di portare avanti quei valori e di realizzarli attraverso delle politiche. Una Costituzione di questo tipo: standard globali, aspetti di identità nazionale che determinano questi compromessi molto aperti, molte norme programmatiche che richiedono politiche per essere realizzate. E qui si entra in un tema su cui mi fermo, il tema di tutte le Costituzioni programmatiche, anche della nostra.
Ci sono delle forze politiche che hanno voglia di farsi portatrici di queste istanze, di questi valori, e di realizzarli. Ma queste forze sono solo élite che se ne stanno asserragliate nelle città, nei centri tradizionali del potere e della cultura, o sono capaci di coinvolgere anche il popolo, perché si faccia portatore di queste istanze e di questi valori? Abbiamo la Costituzione, non aggiungo altro, è una Costituzione che risponde pienamente agli standard globali della democrazia costituzionale, però, e adesso? Abbiamo visto l’esperienza italiana: pensiamo al diritto all’istruzione, che stamani veniva ricordato in maniera cosi chiara. Agli inizi degli anni 0, i tre quarti della popolazione italiana avevano la licenza elementare come titolo di studio. Poi ci sono state forze politiche che hanno messo al centro dei loro programmi l’attuazione dei valori costituzionali. E’ questa la domanda della Costituzione tunisina: chi se ne fa portatrice, ci sono queste forze?

ANDREA SIMONCINI:
Grazie, Tania, con questa tua spiegazione ci hai fatto rendere conto di quanto il tema sia vicino. Se poi leggiamo quello che tu ci hai detto alla luce di quello che ci ha detto oggi il Presidente Mattarella, viene proprio da porsi questa domanda: chi è il portatore della Costituzione oggi? Il suo appello, il suo rivolgersi ai giovani, a chi fa un’iniziativa come il Meeting mi è sembrato tracciare una strada, la società civile. Io finirei con un ultimo giro di domande, porgo a tutti la stessa domanda. E’ legata a quello che adesso raccontava la professoressa Groppi. Ora c’è questa Costituzione in Tunisia, il contesto però è ancora difficile: come vedete il futuro di questo esperimento costituzionale? Il ruolo decisivo che ha avuto la società civile nel promuoverla, si è esaurito con la Costituzione oppure deve proseguire? Come immaginate il futuro della Tunisia?

FADHEL MOUSSA:
Il futuro è già iniziato. Mentre vi sto parlando adesso, c’è un nuovo Governo in fase di costruzione. C’è stato quello che chiamiamo il patto di Cartagine, elaborato e firmato da nove partiti e da tre organizzazioni nazionali che rappresentano la società civile, con un progetto per il resto della legislatura e con un Governo di unione nazionale. Con il patto di Cartagine riprendiamo il percorso che era stato seguito all’inizio e che ha portato al parto del Bardo, che è stato elaborato dal quartetto e che ha portato a questa road map, a questo programma. Adesso stiamo tornando alla prima idea, cioè creare un nuovo Governo di unione nazionale con un progetto, un programma comune che è stato firmato da diversi partiti politici, che rappresentano circa l’ 85% dell’Assemblea, con i rappresentanti del popolo e tre organizzazioni nazionali: l’unione dei lavoratori, la Confindustria e l’unione degli agricoltori. Tre grandi organizzazioni nazionali molto importanti che hanno dato la loro approvazione a questo progetto di unione nazionale. Da una parte, la società civile oggi è uno stakeholder fondamentale nella vita del Paese, è coinvolta nel funzionamento del sistema, non sarà presente all’interno del Governo e rifiuta di accedere al Governo. Diciamo che resta in disparte, proprio per cercare di mantenere la propria indipendenza nei confronti della politica.
La seconda sfida riguarda la stabilizzazione del Governo: in soli cinque anni dalla rivoluzione, questo è il sesto anno, abbiamo avuto sei Governi. Con questo cambiamento continuo non c’è stata una vera e propria politica di riforma, media o a lungo termine: ne abbiamo proprio bisogno. La terza sfida, invece, è quella socio-economica. Abbiamo grandissime difficoltà economiche e non riusciamo più ad arrivare alla fine del mese, abbiamo problemi sociali con un tasso di disoccupazione tremendo e con una popolazione giovanile che è delusa e disillusa, perché non riesce a lavorare, a trovare un posto di lavoro. Questi sono i problemi fondamentali: politici, economici e sociali. Quindi, di fronte a questa situazione, in questo programma comune, in questo patto di unione nazionale, stiamo costituendo un nuovo Governo per raggruppare tutti questi partiti e queste associazioni.
La società civile avrà un ruolo importante da svolgere. La società civile però è anche stata introdotta nella Costituzione e citata nell’articolo 139 come democrazia partecipativa. Le prossime sfide saranno le elezioni comunali e regionali, è appena stata presentata una bozza di legge e ci saranno elezioni nel marzo 2017. Quindi dopo avere finito la prima tappa e completato il Governo nazionale, passiamo al potere locale regionale. Ovviamente, questo riguarda tutto il Paese: ci sono più di 350 comuni che saranno direttamente interessati da queste elezioni.
Altro punto è che la società civile e le organizzazioni nazionali hanno voluto essere istituzionalizzate: ci sarà presto una legge per dare loro vita e Stato giuridico. Ci sarà quindi una struttura di dialogo nazionale che non è stata approvata nella Costituzione, che è stata respinta perché avevamo paura, ma adesso quest’idea ritorna. La società civile avrà una legge per diventare partner a pieno titolo nella gestione del Paese, anche se non partecipa all’esercizio del potere. Questi sono gli aspetti in generale, sulle sfide e sul ruolo della società civile.
Per quanto riguarda l’Ordine degli avvocati, ne parlerà il collega ma posso dare il mio punto di vista. Non è stato integrato nel patto di Cartagine, ma sicuramente l’Ordine nazionale degli avvocati continuerà a svolgere un ruolo importante perché sono all’avanguardia della società civile, sono lì per garantire il rispetto dei principi della società civile e continueranno ad essere presenti nella vita politica del Paese. Credo che questo salverà la democrazia in Tunisia. La società civile ha un ruolo primordiale da svolgere, soprattutto le donne che, a livello di lotta, sono in grado di ottenere delle cose che gli uomini non riescono nemmeno a immaginare. Per concludere, quindi, sono completamente d’accordo con il motto Tu sei un bene per me, considerando che bisogna ricordare sempre il vecchio proverbio tunisino: “Solo con la tua unghia ti gratterai e solo con i tuoi occhi piangerai”. Perché comunque devi contare su te stesso e devi riuscire a lavorare dando il tuo contributo. Grazie.


TANIA GROPPI:
La mia impressione è un po’ più superficiale rispetto a quella dei colleghi che vivono ogni giorno l’esperienza quotidiana in Tunisia. Mi pare che la società civile sia meno presente, viva un momento di disillusione con le difficoltà che tutto il Paese sta attraversando, soprattutto difficile sul piano della sicurezza, e per l’impatto sociale della disoccupazione. Pensiamo al turismo, che era una risorsa così importante per la Tunisia, quasi completamente distrutto dopo gli attentati del 2015. Tutto questo ha generato una disillusione nella società civile, un momento di stanchezza: questa è la mia impressione. Soltanto se ci sarà anche una risposta all’altezza delle difficoltà del momento, da parte della politica, degli eletti, dei partiti, del parlamento, della leadership, anche la società civile si potrà attivare. Io non vedo un input che possa venire dal basso: in questo momento di stanchezza mi sembra necessario un nuovo patto sociale in Tunisia. Perché i disequilibri regionali sono fortissimi, soprattutto la frattura sui valori tra gli islamici e i movimenti laici, secolaristi. Però, c’è anche un’altra grande frattura in Tunisia, che è quella territoriale, regionale, tra la zona della costa che è più ricca e sviluppata, e le zone dell’interno che sono più arretrate e vivono questa situazione un po’ di abbandono. Per dei progetti della Regione Toscana che ho seguito, sono andata nell’interno, a Kasserine: zone povere, che molti colleghi e amici di Tunisi o delle zone della costa conoscono meno di me, moltissimi non ci sono mai stati.
Quindi, credo che ci sia bisogno di un nuovo patto sociale, che faccia sentire tutti tunisini. Cos’è questo tema dell’unità? Che cosa vuole dire essere tunisini e riconoscersi l’uno con l’altro, riconoscersi con l’élite della costa e con i giovani disoccupati dell’interno, e accettare anche, seppure in questa situazione difficile, una qualche distribuzione delle risorse? Fadhel diceva che la prima risposta deve venire dalla Tunisia, dai tunisini stessi, che in fondo ciascuno prima di tutto deve trasformare e cambiare se stesso. Questa attitudine di riconoscersi in una fraternità, nazionale è la prima cosa che probabilmente deve cambiare per potere anche inverare i valori costituzionali. Però io credo che noi, dalla sponda nord, ma soprattutto dall’Italia, per questa prossimità non solo geografica ma culturale che avverto profonda, aldilà delle differenze religiose, possiamo dare un contributo.
Tutti i progetti che il Parlamento italiano per esempio sta portando avanti con il Parlamento tunisino, le università italiane come Siena o Firenze con quelle tunisine, la città di Firenze con il comune di Tunisi, penso possano dare un contributo importante. Quindi, ci sono i due versanti: trasformare se stessi attraverso il patto sociale e che i Paesi vicini prendano sempre più coscienza di questa prossimità con la Tunisia.

ANDREA SIMONCINI:
Grazie. La risposta conclusiva all’avvocato Mohamed Fadhel Mahfoudh.

MOHAMED FADHEL MAHFOUDH:
Vi darò una bella notizia, non sarò molto lungo perché ormai è stato già detto tutto dai colleghi. La democrazia sta nascendo pian piano in Tunisia, questo è vero, però bisogna pensare ai problemi economici e ai problemi sociali. Adesso i tunisini devono lavorare e sforzarsi ancora di più, con un certo senso di abnegazione, facendo sacrifici: ma i nostri amici, la comunità internazionale ci devono aiutare per arrivare a costruire questo modello di nuova Tunisia. Dobbiamo quindi rinegoziare gli accordi tra Tunisia e Unione Europea e rivedere il nostro modello di sviluppo che non deve concentrarsi solamente sui vecchi settori, come per esempio il turismo. Il turismo è un’ottima risorsa ma non è sufficiente. Bisogna investire nelle energie rinnovabili, nella scienza, investire nelle università, nella conoscenza, nel sapere: solo in questo modo possiamo veramente sognare di avere un Paese non solo democratico ma anche di avere un popolo e un Paese prospero. Ovviamente la società civile ha ancora molto da fare: deve esercitare il proprio diritto di supervisione, deve vigilare su quello che succede nel Paese, perché con tutto quello che succede nei Paesi limitrofi bisogna fare molta attenzione. E noi, l’ organizzazione della società civile, dobbiamo continuare ad essere vigili nelle migliori condizioni e lavorare. Forse non sono d’accordo con il collega Moussa perché l’Ordine degli avvocati non ha mai chiesto che il quartetto o la società civile abbiano uno status giuridico. Ovviamente, c’è stato proposto quando abbiamo ricevuto il premio Nobel e noi - questa è la mia posizione personale e quella dell’Ordine degli avvocati - abbiamo rifiutato la status giuridico perché questo potrebbe prendere una certa deriva. Pensiamo che la classe politica debba svolgere il proprio ruolo a pieno titolo e ci fidiamo della sua molteplicità, del nuovo pluralismo e anche della nuova alternanza. Il collega Moussa prima parlava di questo Governo che è in fase di costituzione e che vuole risolvere i problemi socio-economici: le organizzazioni di natura socio-economica che fanno parte del quartetto stanno negoziando e creando questo nuovo Governo, e ancora una volta questo è l’esempio del genio tunisino.

ANDREA SIMONCINI:
Ringrazio molto per questo incontro così denso, importante. Ci ha aperto una finestra su un mondo così lontano e così vicino. Sono emerse anche queste due grandi parole, società civile e dialogo. A me sembra che su questi temi si giochi il futuro delle nostre istituzioni, non solo di quella tunisina ma anche di quella italiana, come abbiamo ascoltato oggi dal presidente Mattarella. Ciò che c’è in gioco, cioè la partecipazione non solo delle élite, di alcune oligarchie, ma del popolo, della gente, di chi fa questo Meeting, la partecipazione del popolo e della società all’interesse per la cosa comune è ciò che dà vita alle Costituzioni che, altrimenti, rimangono pezzi di carta, libri di sogni. Due grandissimi impegni, il primo è nostro: non lasciare soli i tunisini in questa attività così importante, come ci è stato chiesto. Dal Meeting non può che venire un grande appoggio e una grande spinta a mantenere queste relazioni. D’altro canto, come diceva la professoressa Groppi, mi pare che venga un campanello dall’allarme per noi, per l’Italia, perché anche l’Italia si trova di fronte ad un momento in cui è difficile dialogare. La necessità di un patto sulle questioni di fondo, la necessità di un mutuo riconoscimento è un bene prezioso che non possiamo perdere in un momento altrettanto delicato. Io ringrazio l’avvocato Mahfoudh, Premio Nobel per la pace 2015, il professor Fadhel Moussa, la professoressa Groppi. E scusate, ma non posso esimermi dal ricordare una cosa cui gli organizzatori tengono molto. Prosegue la campagna di fundraising: il Meeting di Rimini non si regge soltanto sulle sponsorizzazioni, si regge sempre di più sulla partecipazione e sul sostegno di tutti. Incoraggiati dall’esperienza positiva dell’anno scorso, rilanciamo a tutti la proposta di contribuire a costruire questo luogo, dove abbiamo dibattuto oggi e dove nei prossimi giorni avrete altri incontri. Nel padiglione incontrerete numerose postazioni dove donare, le donazioni devono avvenire unicamente in questi punti, riconoscibili dal logo della campagna. Grazie per la partecipazione. Buon Meeting a tutti.