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QUALE ISLAM IN EUROPA?

Incontri Salone Intesa Sanpaolo B3
Partecipano: Wael Farouq, Docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Aziz Hasanovic, Gran Muftì di Croazia. Introduce Roberto Fontolan, Direttore Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

Trascrizione dell'evento

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Trascrizione dell'evento

ROBERTO FONTOLAN:
Buongiorno. Intervistato dal Corriere della Sera oggi, alla domanda “Ma lei non crede che ci sia in Europa una centralità della questione islamica?”, Julian Carròn risponde: “No, penso che il centro della questione in Europa sia trasmettere alle persone una concezione e dei valori che li aiutino a vivere nella confusione di questa fase della modernità”.
Possiamo dire che oggi avremo, con questo incontro, un’occasione concreta, un’incarnazione di questo compito di trasmettere alle persone una concezione e dei valori che aiutino a vivere nella confusione di questa modernità. Ed è con questo spirito, con questo animo che vorrei che tutti accogliessimo calorosamente il dottor Aziz Hasanovic, che è Gran Muftì della comunità islamica in Croazia. A questo proposito, Wael, che dopo presenterò, ci spieghi qual è il ruolo del Gran Muftì? Che figura è?

WAEL FAROUQ:
Buongiorno. Sicuramente è una cosa forse strana per l’Italia questo titolo di Muftì. In Italia, qualsiasi persona che riesca a trovare finanziamenti e a svolgere il procedimento burocratico può costruire un centro islamico e diventarne Presidente. Ci sono tanti Imam, ma qualsiasi persona può essere Imam perché Imam significa “quello che guida la preghiera”. Il Muftì è un incarico veramente alto, un’autorità riconosciuta da tutta la comunità musulmana, dagli Stati e dai Governi di tutto il mondo. Un’autorità e un riferimento religioso innegabile.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, grazie. Wael è un bravo professore, come sappiamo, e spiega bene le cose, anche in italiano. Il dottor Hasanovic, come dicevamo, è Gran Muftì della comunità islamica della Croazia. Abbiamo capito che figura istituzionale e religiosa è il Gran Muftì. E’ stato Capo Imam della community di Zagabria fino al 2005. Partecipa incessantemente a occasioni di incontro, dialogo, convegni in varie città e capitali di Europa e del mondo. Ma vorrei dire una cosa circa il dottor Hasanovic. Si è trasferito in Croazia nel 1992, proviene da una città il cui nome conosciamo bene, si chiama Srebrenica. In questa città, il dottor Hasanovic ha avuto trentotto membri della sua famiglia sterminati durante quel terribile anno. Ed è così che è qui con noi per testimoniare, da un lato, la sua storia, la sua esperienza umana, di uscita dal dolore e di riconquista di una possibilità di dialogo e di amicizia con il mondo, e dall’altro per spiegarci, per raccontarci qualcosa che per me è stato estremamente straordinario ascoltare, parlando nei giorni scorsi con lui, quello che mi sono già permesso di chiamare modello croato, un modello di rapporto, di vita, di convivenza tra la comunità musulmana nella società croata, tra la religione e lo Stato. Un’esperienza davvero interessante. E oggi avremo modo, come sempre nel Meeting accade, da un lato di conoscere una persona, di poterla incontrare, di poterla abbracciare, di poterla sentire viva dentro di noi, e dall’altro di poter conoscere una realtà che è totalmente europea e che potrà indicarci una strada, una strada per quale Islam in Europa. Allora, è con questi sentimenti che voglio ringraziare ancora il dottor Hasanovic per essere qui e dare a lui la parola. Avremo poi un intermezzo video, un estratto di un piccolo documentario curato dai Centri Culturali Italiani, che ci presenterà il mondo, le varie facce dell’amicizia con i musulmani in Italia. Interverrà poi Wael Farouq. Mi è un po’ difficile presentarlo al Meeting poiché lui è un pezzo del Meeting, quindi è come se fosse me. Già io sono un po’ pleonastico, in questa presentazione, poiché è tutto merito suo questo incontro. Ma per i pochissimi che non lo conoscono, dirò che Wael è egiziano, è stato Docente all’università americana del Cairo ed è da due anni docente all’Università Cattolica di Milano. Ha pubblicato diversi libri e articoli, è stato l’inventore, l’ideatore di un’esperienza straordinaria che si è chiamata Meeting del Cairo, non so se è chiara l’assonanza. Perché aveva cominciato a frequentare Rimini, anno dopo anno ha portato qui altre persone, altri amici, altre persone del Cairo, anche figure molto rilevanti nella società e nella vita pubblica egiziana, e questo gruppo di amici e di persone si era talmente innamorato di questo tipo di esperienza che ha detto: “Non potendo portare il Cairo a Rimini, portiamo un po’ di Rimini al Cairo”. E così nacque questo straordinario esperimento del Meeting del Cairo, che poi ha avuto una piccola replica molto più ridotta l’anno successivo, in considerazione delle vicende dell’Egitto, che sapete essere state molto complesse da alcuni anni a questa parte. Però Wael è qui con noi ed è parte della nostra famiglia da tanti anni. Bene, adesso finisco i convenevoli. Vorrei ringraziare ancora il dottor Hasanovic per la sua presenza e chiedergli di comunicarci la sua esperienza, il suo intervento. Parlerà in arabo e ci sarà una traduzione, come sempre, ve lo dico perché abbiamo tutti quanti un po’ di pazienza e di attenzione nell’ascolto.

AZIZ HASANOVIC:
Gentilissimi fratelli e sorelle, generosissimi organizzatori, carissimi ospiti e amici, buongiorno. E’ un grande onore e piacere per me essere qui con voi oggi per partecipare a questo importantissimo Meeting, per discutere insieme e scambiarci delle opinioni positive sullo sviluppo culturale della vita. E per vedere anche come potremmo togliere delle ambiguità sull’Islam e su alcuni aspetti che vengono attribuiti all’Islam, anche se non hanno a che fare con esso. Perciò vi ringrazio infinitamente di avermi dato questa opportunità. L’Islam è una delle religioni celesti monoteistiche, una religione di cui si parla tantissimo in questi giorni, purtroppo per la maggior parte in maniera negativa. Noi musulmani riteniamo un abuso quello sfruttamento della nostra religione da parte di una minoranza di persone, considerando che il numero totale di musulmani nel mondo viene stimato di un miliardo e mezzo. Il problema è molto più grande poiché l’immagine dell’Islam viene formata in base ai fatti atroci, disumani e irreligiosi che commettono quelle poche persone. E il danno maggiore lo subiamo noi musulmani per primi, poi lo subiscono i nostri vicini e molte persone brave e innocenti in tutto il mondo. Alcuni considerano l’Islam come la religione più antica e altri come la più moderna. A prescindere da questo, la verità è che l’Islam che c’è ancora oggi esiste almeno da quattordici secoli. Il male si trova nel destino delle religioni in generale, non esiste soltanto nell’Islam ma anche nel Cristianesimo, nel Giudaismo e nelle altre religioni. E’ messo in luce dalla forza che si dà alla religione come fonte di legittimità. Le persone avevano già capito questo fatto alle origini, e l’avevano sfruttato per i propri scopi e obiettivi: spesso la religione è stata usata come motivazione per la guerra e per il predominio sugli altri. Le ricerche che Charles Phillips e Alan Axelrod hanno pubblicato nel volume Enciclopedia delle Guerre hanno documentato che nella loro lista di 1763 guerre, meno del 7% hanno avuto una causa religiosa e meno del 2% di tutte le persone uccise in guerra è morto per motivi religiosi e soltanto il 3,5% in nome dell’Islam. Il numero delle vittime di quelle guerre non era alto rispetto al numero delle vittime della Prima e Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, in nome della religione poche volte è stata comminata la pena di morte.
Oggi le persone religiose vengono presentate come persone che vogliono seminare zizzania tra gli uomini, spingendo gli altri a considerare la religione come una minaccia, soprattutto quando si tratta dell’Islam. E i dubbi sui cittadini musulmani sono grandi in tutto il mondo. Quando si tratta dell’Islam, tali dubbi vengono sostenuti dalla cosiddetta fattografia: le verità disumane e atroci attribuite all’Islam non appartengono a questa religione. Però, nei secoli, la convivenza tra musulmani, cristiani, ebrei in Europa e in altri Paesi ha dato vita a un patrimonio comune di esperienze positive. Nonostante ciò, a quanto pare, gli sforzi di alcuni mirano a creare diffidenza e a disperdere quei fattori positivi.
L’Islam è bastato su alcuni principi, tra cui il fatto che Dio ha creato le persone diverse tra di loro, anche nella scelta religiosa: se avesse voluto rendere tutti i popoli uniti in un’unica religione, infatti, li avrebbe creati così. L’Islam proibisce la costrizione nella religione, proibisce di uccidere gli innocenti e di fare loro del male, ordina di trattare bene tutti e di rispettare soprattutto i seguaci dei libri celesti, cioè i fedeli delle religioni monoteiste. Gli ebrei e i cristiani si domandano se coloro che commettono atti contrari ai principi basilari della religione siano musulmani, a prescindere da quello che pretendono di essere. Come è possibile che una minoranza diffonda paura e terrore, quando la maggioranza musulmana vive in completa armonia ed integrazione? Diffondere paura, terrore e morte per poi attribuire questa posizione all’Islam: per questo i musulmani vengono descritti come cattivi, nemici dell’Europa, anche se quasi tutti noi siamo consapevoli che con il termine terrorismo si intende le persone che lo praticano, senza necessariamente essere legate all’Islam.
Se l’Islam fosse veramente una religione di estremismo e di violenza, una cultura che non tollera l’altro, avremmo visto nel corso della storia guerre infinite. Invece è una religione di pace. La storia alla fine lo ha dimostrato. Il terrorismo è sempre esistito, cambiano le motivazioni. Ci si ripete molto spesso: quale Islam sarà accettato in Europa e nel mondo? Per rispondere a tale domanda, dovremmo guardare al rapporto tra Islam, musulmani e non musulmani. All’inizio, bisognerebbe accennare alla differenza tra l’Islam e i musulmani; la differenza tra la teoria e la pratica non è soltanto dell’Islam. Oggi, ogni minima azione viene collegata all’Islam: si crede che qualunque cosa facciano i musulmani, la facciano proprio a causa della loro religione, come se non ci fosse una differenza tra il credo e l’azione individuale. Perché? Quando si tratta di musulmani l’argomento viene guardato da un punto di vista religioso. Prendiamo l’esempio dei mass media: se succedesse una cosa grave come lo spargimento di sangue, la prima domanda sarebbe: chi lo ha fatto? E’ un musulmano? Se fosse così, allora sarebbe un terrorista e sarebbe normale perché è musulmano e si crede che questo faccia parte della sua religione. Se invece non fosse musulmano, si valuterebbero tutte le possibilità prima di dargli del terrorista.
Questo succede raramente con altri credo e con i credenti di altre religioni. Tutto questo è dovuto ad un’ignoranza da cui va protetta tutta l’umanità. E’ terribile il fatto che nessuno provi a sapere se quel fatto ha a che vedere con l’Islam o meno. Se cadessimo nella generalizzazione che tutti i musulmani sono dei terroristi, avrei paura di arrivare ad un massacro dei musulmani in Europa, come successe con gli ebrei nella Seconda Guerra Mondiale e nell’Olocausto. Non serve a nessuno, non serve alle persone semplici, musulmane o non musulmane. Però mi domando: sarà a favore di chi? Dobbiamo metterci in mente tre cose. La prima è la questione del rapporto tra i costumi, la cultura, le tradizioni e l’Islam. Nessuno potrà negare che diverse culture, costumi e tradizioni hanno dato forma al metodo con cui i musulmani vivono la loro vita e la loro religiosità. In realtà, però, sono apparse due contraddizioni: alcuni musulmani hanno rifiutato le tradizioni per paura che potessero essere contrarie alla religione. Altri hanno inserito tradizioni e costumi all’interno delle pratiche religiose considerandoli parte integrante di queste, malgrado l’evidente contraddizione con la religione o la mancanza di rigidi principi religiosi.
Normalmente, nel primo caso succede che la gente riduca la religione, per esempio scegliendo vestiti particolari, anche se inadatti all’ambiente dove si vive, ed insistendo a seguire atteggiamenti che possono essere preferibili per le persone religiose ma che non sono obbligatori o soggetti a imposizione religiosa. Questo porta ad una sorta di introversione e all’isolamento sociale, a un’interpretazione letterale della religione. Dall’altra parte, ci sono quelli che hanno inserito negli insegnamenti religiosi ciò che è parte del proprio patrimonio culturale e non religioso. Ne è esempio il modo di vestire della donna e anche degli uomini, il modo in cui ci si crea una famiglia. Tra i tanti altri esempi, ce ne sono anche di negativi che non hanno a che fare con la religione ma che vengono percepiti da chi ha una conoscenza media dell’Islam in Europa come l’immagine dei musulmani.
L’Islam vieta i costumi se contraddicono il testo originale del Sacro Corano o i detti del profeta Mohammed, pace e benedizione su di Lui. Purtroppo tanti musulmani non sanno abbastanza della propria religione per poter vivere con l’anima del tempo e del luogo in cui si trovano, perciò li troviamo confusi e perplessi. Un’altra questione riguarda le forme locali dell’Islam: sentiamo parlare del bisogno di un Islam europeo, a volte si specifica con l’aggettivo una certa nazione come il metodo migliore per esercitare la vita islamica. Ma tutto questo non è vero perché, mentre rappresenta la soluzione più vicina alla vita vissuta nello spirito dell’Islam, al tempo stesso si crea un’ostilità verso l’altro e cresce la divisione. Bisognerebbe insistere sui veri valori e sulla mondializzazione dell’Islam, senza sovraccaricarlo di significati aggiunti, politici, nazionalistici, ideologici. E’ nostro dovere insistere sull’Islam puro, studiarlo in modo organico e sotto la supervisione di qualcuno.
La terza questione riguarda l’estremismo e l’Islam che, come abbiamo detto, non potrebbe essere collegato all’estremismo perché la missione di ogni musulmano è divulgare la pace e la sicurezza sulla terra. Il terrorismo è in contraddizione con i principi islamici, da una parte conseguenza dell’ignoranza, dall’altra di una manipolazione dell’informazione e degli insegnamenti, infine di un indottrinamento settario.
La vita, cioè il vivere, è uno dei più grandi principi che l’Islam riconosce. Una conferma di tale fatto la troviamo nel Corano quando dice che “chiunque uccida un’anima innocente è come se uccidesse tutto il mondo, tutta l’umanità, e così chiunque salvi la vita di un solo essere umano è come se salvasse tutto il mondo, tutta l’umanità”. D'altronde, quando si tratta della vita di un musulmano, gli è proibito ammazzarsi, cioè suicidarsi: se lo facesse se ne partirebbe da questo mondo come un miscredente, diretto, secondo gli insegnamenti islamici, all’inferno. Se riconoscessimo queste due verità, pensate che troveremmo un vero mussulmano credente disposto a farsi esplodere con una bomba per uccidere persone che non conosce, che non ha mai incontrato prima e che non hanno commesso nessuna colpa? Chiunque accetti una cosa del genere non fa più parte del cerchio della fede: è evidente che il musulmano vero non può essere un terrorista.
Poi c’è la questione dell’arruolamento di nuovi combattenti per coltivare il caos e la morte. E’ una questione che tutti noi dobbiamo affrontare: moltissimi hanno aderito a tale movimento non per motivi religiosi o di credo ma per ribellione ad una realtà, per un desiderio di fuga dalle circostanze difficili della vita. Poi, l’abuso dello sfruttamento della religione è una carta in mano a bravi manipolatori dell’ignoranza, uno strumento che loro usano come sedativo e calmante, che permette loro di realizzare facilmente i loro scopi.
Le cose che accadono in Europa e nel mondo vanno chiamate con il loro vero nome. Il nemico più grande dello sviluppo è l’insoddisfazione, per colpa della quale si creano sentimenti distruttivi. Un esempio è l’ultimo attacco sanguinoso a Nizza. Quando un uomo alla guida di un camion uccide più di 80 persona, la domanda è: una persona normale potrebbe fare una cosa del genere? Come potremmo chiamarlo mussulmano? Ha commesso un atto che l’Islam proibisce completamente. Però c’è una domanda importante: che cosa è successo prima di questo atto estremo? La domanda non serve a trovare giustificazioni a quel colpevole ma ad evitare che in futuro accadano avvenimenti del genere, per cui soffriamo tutti quanti.
Un altro esempio nel mare di questi atti clamorosi, è l’omicidio del prete, addirittura in chiesa. Il nostro profeta Mohammed, pace e benedizione su di Lui, e i versetti coranici rivolgono ed indirizzano i mussulmani a proteggere e a mantenere i luoghi di culto e soprattutto i sacerdoti, vietano severamente di dare loro fastidio, figuriamoci se consentono di causare loro del male o, che Dio ci perdoni, ucciderli. Perciò noi condanniamo fortemente qualsiasi atto criminale di questo genere: noi musulmani viviamo in una paura continua non sapendo quanti peccati commetteranno queste persone impazzite. E sappiamo che se ognuno di noi non fa del suo meglio per fermarli, riusciranno a provocare discordia e ostilità, intensificheranno i loro sforzi e raccoglieranno quanto basta dai loro sostenitori e fautori, anche se la nostra religione ci insegna e indica la pace e la convivenza con l’altro.
Se volessimo dare una risposta alla domanda Quale Islam in Europa?, potremmo dire soltanto l’Islam vero e originale, perché il problema non consiste nell’Islam ma in alcuni mussulmani che, per mancanza di conoscenza, confondono ciò che è permesso con quello che non è permesso, e contraddicono i principi quando applicano le regole religiose. Bisognerebbe seguire l’istruzione basata su un programma pianificato per mezzo delle istituzioni, un programma accettato dagli enti religiosi riconosciuti dal Governo. D’altra parte, tutti avranno bisogno di acculturarsi, di un’educazione culturale che li renda capaci di distinguere la verità dalla falsità e li protegga dalla manipolazione e dallo sfruttamento. Vi ringrazio per avermi ascoltato con pazienza, la pace di Allah e di Dio sia con voi, e la misericordia e la benedizione.

ROBERTO FONTOLAN:
Come dicevo prima, vedremo insieme una sintesi di un lavoro ampio e molto interessante curato dall’associazione dei Centri Culturali che ci racconta l’amicizia, i volti di un rapporto, di un’esperienza fatta insieme nella vita di tutti i giorni, in questo Paese, nella nostra Italia. Prego la regia di mandare in onda il filmato.

Proiezione del filmato

ROBERTO FONTOLAN:
Ecco, abbiamo visto insieme questo mosaico di facce, queste sinfonie di parole, queste occasioni di incontro di vita quotidiana. È da qui che parte Wael Farouq per il suo intervento. Prego, Wael.

WAEL FAROUQ:
Buongiorno. Io sono profondamente grato perché ci troviamo davanti a un’esperienza, a una proposta. Grato per il Meeting di Rimini, perché siamo in un momento in cui, da una parte, c’è chi giudica e condanna gli altri, dall’altra, c’è chi non è interessato a niente e ti chiede: “Ma a te, che importa?”. Quelli del Meeting di Rimini cercano con certezza sorprendente il bene che sono sicuri di trovare nel cuore degli altri: “Tu sei un bene per me”. Non è l’altro. L’altro non è un bene. L’altro è uno stereotipo, l’altro è uno che è imprigionato nel pregiudizio. Ma qui non c’è l’altro, qui ci sei tu perché qui ci sono io.
Oggi sono ancora più grato per l’esperienza di Comunione e liberazione perché mette ogni persona davanti alla responsabilità della sua libertà. Perché solo attraverso l’esperienza della libertà e la libertà dell’esperienza si può accedere ad una verità che può essere vissuta e condivisa nella relazione con l’altro. Sono grato a Cl e commosso. Ho visto questo film, non per la prima volta, e ogni volta guardo gli occhi di Abdul. Viviamo in un momento terribile. Un uomo che da sei anni non vede i suoi bambini, sua mamma. Una sofferenza così grande. Quello che mi colpisce è quello che Abdul dice: ”Ho chiamato Marco, non è che sono andato per chiedere per carità, non sono andato per chiedere per soldi”. Avete sentito che cosa ha detto? “Ho chiamato Marco!”. E io ringrazio Cl perché c’è Marco. Perché c’è uno. Quando sento la mancanza della famiglia, mi viene in mente il nome di Marco. E’ questa la proposta che manca. E sono grato a Papa Francesco per le sue parole che mi hanno fatto sentire ascoltato in quanto essere umano: ho compreso che per lui la mia stessa presenza come persona è importante. Il Papa è uno che mi guarda e non mi dimentica, anche se non mi conosce.
Ho preparato un PowerPoint, ma penso che non ho il tempo di leggere il testo e presentare quello che ho preparato: vi sarò molto grato per la vostra tolleranza degli errori terribili che certamente farò presentando questo intervento. Sono veramente colpito e commosso dal Gran Muftì di Croazia, non solo per la testimonianza che ha portato qui al Meeting di Rimini ma soprattutto per la testimonianza che ha portato in tutto il mondo. Il Gran Muftì di Croazia, quando è iniziata la persecuzione dei cristiani, è andato in 18 Paesi islamici chiedendo loro di dare ai cristiani nei loro Paesi gli stessi diritti e le stesse libertà di cui gode la comunità musulmana croata. Non solo questo. Durante lo scorso Ramadan, davanti a 57 rappresentanti di Paesi a maggioranza musulmana, seguendo quello che sta facendo Papa Francesco ha detto a tutti: dobbiamo seguire il modello di umanità di Papa Francesco, come tratta i migranti. Sono anche grato a lui perché, come ha detto il carissimo Roberto, uno che ha vissuto il massacro di 36 persone, 36 membri della sua famiglia, come può dimenticare? Come può perdonare? Come può andare avanti con questa certezza del bene, del dialogo, dell’incontro con l’altro?
Gli ho fatto questa domanda e lui mi ha detto: “Io vado avanti perché non ho mai dimenticato. Non ho mai dimenticato il male che ho vissuto, è quello che mi ha fatto credere che è solo l’incontro che può evitare una cosa di questo genere nel futuro”. In un’epoca che don Carrón chiama il crollo delle evidenze, penso che solo le testimonianze di grandi uomini come Papa Francesco e come il Gran Muftì possano mettere luce sulla verità che tutti noi abbiamo ma che non possiamo veramente vivere: che al cuore di ogni persona c’è un bene, c’è la bellezza, e al cuore di ogni bellezza e di ogni bene c’è una persona.
Cos’è l’Islam? L’Islam è una realtà gigante, una storia grande: 1 miliardo e 500 milioni di persone, di speranze, di possibilità di incontro, di possibilità di bellezza e di bene. Questo è il mondo islamico. Ma per fare fuori tutto questo bene e tutta questa bellezza abbiamo una grandissima sfida, noi musulmani e anche voi cristiani. E secondo me è la stessa sfida: tornare al centro della nostra esperienza, della nostra attenzione. Noi come musulmani abbiamo questa grande sfida di tornare, come ha detto il Gran Muftì, al cuore dell’Islam. Il cuore dell’Islam: si dice che il più alto riferimento di un musulmano è il suo cuore, come ha detto il Profeta: chiedere il tuo cuore. Abbiamo perso questo perché oggi, nel mondo islamico - ho presentato e scritto tanto su questo fenomeno della fatwa -, è difficile trovare un musulmano e chiedere il suo cuore, perché con la tecnologia, con la modernità, con l’informazione di cui viviamo, è sempre facile fare domande a qualcun altro che deve pensare al posto mio. E per questo è difficile riformare la giurisprudenza islamica, è difficile generare una giurisprudenza islamica che risponda al bisogno dei musulmani in questa società e in questo momento.
Come musulmani abbiamo una grande sfida, come musulmani religiosi e musulmani laici, perché il dovere di usare la ragione è sempre delegato a un altro ma per noi musulmani la ragione è al centro della religione. Uno non può essere musulmano se non ha la ragione. Noi affrontiamo oggi un grande problema: ciò che oggi è più presente nella società, nei media, nei dibattiti, non è l’Islam ma l’islamismo. C’è una grande differenza: l’Islam è una religione, è quello che abbiamo visto in questo video, persone normali che cercano l’amore e l’incontro. L’Islam è quella autorità altissima che è andata di sua iniziativa dal Papa per dare la sua disponibilità ad andare da qualsiasi parte nel mondo per difendere i cristiani. Ha fatto così perché è un Gran Muftì, perché ha la conoscenza. Ma quell’Islam non è più presente nella nostra vita quotidiana, perché è più presente l’ideologia: tutto può diventare ideologia, anche l’amore, amare uno e una può diventare una ideologia. Quando la forma dell’amore è più importante della persona, è una ideologia. Quando la forma della religiosità - il Gran Muftì ha parlato anche di questo -, quando la tradizione diventa più importante della religiosità, della persona, anche la religione diventa una ideologia. Sappiamo benissimo che per l’ideologia e solo per l’ideologia un uomo può uccidere l’altro e può uccidere sé.
Questa ideologia oggi è la più grande sfida, perché per esempio qui in Italia ci sono 1.500.000 musulmani. Dove sono? Dov’è la testimonianza della loro fede? Noi siamo obbligati a fare testimonianza della nostra fede. Noi siamo, come dice il Corano, testimoni per il mondo, per la gente, di quello che siamo come musulmani. Ma quello che presenta il cuore dell’Islam non è presente oggi perché siamo silenziosi, siamo assenti. La maggioranza di loro sono assenti, non partecipano a nessuna attività, perché la maggior parte di loro viene da Paesi dove c’è la dittatura, dove la partecipazione nello spazio pubblico non conta nulla. Così, questo silenzio, questa assenza, non ha niente a che fare con l’Islam ma ha a che fare con una modernità diffamata. Un’altra forma di valori grandi che è stata svuotata del suo significato. Per noi musulmani c’è una grande sfida, non c’è tempo per spiegare tutto ma almeno parlo di questo, della grande confusione che viviamo oggi, soprattutto qui in Italia, fra il musulmano e l’islamista. C’è una grande differenza perché l’islamista non è uno che sceglie per sé cosa credere o no, ma è uno che sceglie per gli altri, che cerca di imporre agli altri i valori in cui crede. L’islamismo è un grande male non contro il mondo occidentale ma contro noi musulmani. Non leggo tutto ma lascio leggere a voi. Se ricordiamo Charlie Hebdo, il Corano dice: “Se uno insulta Dio, insulta il Profeta, cosa dobbiamo fare? Non dobbiamo stare con lui nello stesso posto per sempre? No, finché lui continua a insultare il Profeta; dopo possiamo tornare e sedere con lui”. E’un versetto del Corano. Ma quelli che hanno fatto l’attentato a Charlie Hebdo non pensano come musulmani che Dio si protegge, ma pensano che il loro ruolo è proteggere Dio. E’ facile capire e vedere la differenza tra il musulmano e l’islamista. Passo dall’altra parte. Non solo quale Islam, ma anche quale Europa?
E veramente, quale Europa è più importante di quale Islam, perché, lo dico con certezza assoluta, tutti i mussulmani sono occidentali, anche quelli che vivono in Egitto, anche quelli che vivono in Libia, anche quelli che vivono in Pakistan. Oggi la civiltà umana è una civiltà occidentale, oggi guardiamo il calcio, abbiamo la stessa struttura della società, abbiamo quasi le stesse leggi. Le mappe prima hanno mostrato che i Paesi che applicano totalmente la Sharia, e parzialmente la Sharia, sono in minoranza nel mondo islamico. Noi siamo profondamente occidentali, e questo è anche il nostro problema perché, che cos’è l’Occidente oggi? Arrivano qui i migranti, chiediamo loro di integrarsi. A che cosa si devono integrare? Alle leggi? Alle leggi non ci si integra. Alle leggi ci si sottomette. L’integrazione è una possibilità quando c’è Marco. Facciamo anche un grande errore quando guardiamo l’Islam come una religione araba: è solo una minoranza assoluta nel mondo islamico. Tutto il male che vediamo nel Medio Oriente, tutte quella storie di violenza sono legate a una società, non alla religione. L’85% dei mussulmani non sono arabi. Mi dispiace che non ci sia tempo per spiegare anche tutte queste cose, ma almeno dico che nell’Islam non guardiamo l’altro come opposizione, l’altro fa parte di noi. Una traduzione profetica di questo rapporto c’è nel nostro profeta Mohammad e in altri profeti: è come una casa bellissima, ma manca un mattone. Il mattone da solo non ha nessun valore, il valore grande di questo piccolo mattone è di essere parte di questa grande bellezza, di questa grande casa che è l’umanità. Questa è la nostra religione, c’è tanta storia e ci sono tanti che non possono capire la differenza fra la storia delle religioni e la religione; ci sono tante cose che sentiamo sulla storia mussulmana piena di violenza, piena di cose orribili, ma questa è la storia come è stata capita e scritta nel tempo medioevale. La storia dell’Islam non è stata scritta al tempo del Profeta, è stata scritta secoli dopo ed è così piena di cose che non sono vere. Gli studiosi dell’Islam e gli studiosi della storia sanno bene queste cose.
Faccio un piccolo esempio, una battuta sulla poligamia nell’Islam. Io sono mussulmano e credo che Dio abbia proibito la poligamia e non dico questo perché sono molto occidentale e sono lontano dalla mia tradizione, ma lo dico perché il Corano non ha legalizzato la poligamia, è venuto per limitarla. Prima dell’Islam l’uomo poteva avere cento donne come mogli, poi è arrivato il Corano: devi divorziare da quelle che hai e tenerne solo quattro. In quel momento era una rivoluzione. Ma la poligamia nell’Islam non è così: nel versetto, nessuno legge la prima parte, che comincia con queste parole: “se avete paura di non essere giusti con gli orfani, facciamo un piccolo male per evitare un altro male più grande”. Nessuno, nemmeno gli islamisti, parlano di questo “se”, anche gli estremisti occidentali non parlano di questo “se”. Dopo questo “se”, nel versetto c’è anche una condizione dura: per sposare una seconda moglie, devi essere giusto nei confronti delle donne, così un uomo che sposa due donne deve essere totalmente giusto verso di loro. Ma il Corano non si ferma qui. Dice: nessun uomo può essere giusto nei confronti delle donne. In questo contesto, è permessa la poligamia nell’Islam? La poligamia per l’Islam è come la schiavitù, perché anche nel Corano c’è scritto come trattare lo schiavo. La schiavitù e la poligamia sono state lasciate per la conoscenza umana, per la civiltà umana, perché non era possibile in quel momento cambiare.
Quale Europa in cui viviamo oggi, quale cultura in cui viviamo oggi? Viviamo nella cultura del sacro nulla. Diciamo: la libertà è un valore sacro per tutti, ma chiedete a qualcuno che cosa significa la libertà. E’ possibile avere una risposta oggi? Per migliaia di anni, sia nell’Islam che nel cristianesimo e nel giudaismo tutti i valori umani (giustizia, libertà, amore, tutto) sono stati fondati su due colonne: l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Oggi viviamo nell’epoca delle informazioni, ma che cos’è l’informazione? L’informazione è la conoscenza umana senza l’esperienza dell’uomo, perché conoscenza è esperienza più informazione, oppure l’informazione è diventata un’esperienza umana. Ma oggi viviamo l’epoca dell’informazione perché questa dimensione umana è esclusa. Tutti i testi legali, tutti i testi politici parlano di individuo, ma chi è l’individuo? L’individuo è una persona che non ha nessun legame con gli altri. La cultura che viviamo oggi all’università, all’accademia, in qualunque settore della conoscenza umana, oggi è preceduta dalla parola post (post-colonialismo, post-industrialismo, ecc.): cosa significa questo post? Significa che abbiamo perso la capacità di dare un nome alla nostra condizione, abbiamo perso la capacità con cui è nata l’umanità. L’umanità non è nata quando Dio ha creato Abramo, l’umanità è nata quando Dio ha chiamato Adamo per dare i nomi al mondo. Abbiamo perso questa capacità, oggi c’è un grande vuoto, c’è un incontro che fa malissimo, l’incontro fra la tradizione islamica, che è imprigionata in una forma di capacità chiusa, medioevale, e le grandi civiltà occidentali, i valori occidentali che sono svuotati del loro significato. Volete sapere da dove viene la violenza? Viene da questo incontro, perché io mussulmano dico che l’Isis rappresenta l’Islam. Ma l’Islam non è solo Isis: ci sono quelli che comprano il petrolio dell’Isis, ci sono quello che vendono le armi all’Isis, e sono occidentali, sono quei credenti di quella frase di Caino, “A me che importa?”.
Se mi permetti, carissimo Roberto, tre minuti per leggere questa parte. Nelle tre religioni abramitiche, l’amore è legato indissolubilmente alla fede. E’ una tradizione orale del profeta Mohamed: “Nessuno di voi crederà finché non amerà per il prossimo ciò che ama per sé”. Nella Bibbia, d’altro canto, è scritto: “Se uno dicesse io amo Dio e odiasse il suo fratello è un mentitore, chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” e anche “Ama il tuo prossimo come te stesso”.
E’ triste oggi vedere molti fedeli delle religioni abramitiche ridurre questa dottrina. Molti pensano che la fede sia la fine della ricerca, la conclusione della strada, così facendo tuttavia si privano di quel cuore pulsante che è in grado lui solo di attualizzare e rendere presente, se non addirittura eterna, la religione esistente dall’inizio dei tempi, questo cuore pulsante e la ricerca dell’amore. Senza questa ricerca le religioni restano imprigionate nel loro passato, perché l’essere incapaci di attualizzare attraverso la nostra esperienza significa rinunciare alla loro presenza. L’amore è il fondamento della fede, solo chi ama può credere, Dio è più grande di quanto conosciamo di Lui, il vero credente è colui che è mosso dalla curiosità di conoscere ancora di più di Lui, sospinto nei suoi passi nella certezza che tutto c’è, che possiamo conoscerlo, che Lui è scritto nel cuore, il cuore tuttavia è come la pietra nella quale è latente il fuoco. Se la sfreghi, il fuoco arde, se la lasci stare, il fuoco si estingue. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Vi avevo detto che la mia presenza era un po’ inutile perché c’era Wael: come spesso diciamo in modo un po’ banale, dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, che è Amina, qui presente, la vogliamo salutare. Non c’è il tempo per fare un altro piccolo approfondimento, voglio solo suggerirvi di andare a leggere oggi molto attentamente il Quotidiano Meeting perché c’è una pagina con il Gran Mufti in cui è molto chiaro e viene ben spiegato questo accenno che ho fatto all’inizio di un modello croato di convivenza fra Stato-religione-comunità, in cui la condizione è che ci siano due soggetti chiaramente stabili e desiderosi, il soggetto Stato con delle regole certe e il soggetto religioso con desideri certi. Questo modello è molto interessante nell’Europa in cui abbiamo vissuto il fallimento del modello francese, il famoso assimilazionismo di cui si è parlato molti anni fa: si è parlato di modelli di integrazione, di convivenza, di rapporti fra le comunità, fra le comunità religiose e lo Stato. Abbiamo vissuto il fallimento e l’estrema debolezza del cosiddetto modello britannico, quello del multiculturalismo. E con sorpresa nell’incontro con il Gran Mufti, grazie all’opera di Wael ed Amina, oggi mi sento di poter dire che lavoriamo, studiamo, conosciamo questo modello croato perché è un modello completamente europeo, perché nasce all’interno di un Paese totalmente europeo, con una storia e una identità culturale molto forte, che ci dimostra che esiste. Se ci sono queste condizioni di partenza, di desideri e certezze, esiste una realtà e una esperienza reale in questa Europa di oggi di vivere assieme affermando e riconoscendo il bene che ciascuno è per l’altro.
E’ un lavoro in più, il Meeting non è la fine di un lavoro ma l’inizio, ed è la promessa che ci facciamo lavorando, con un po’ di fatica, la promessa del Meeting in qualche modo si realizza ed è affidata a ciascuno di noi. Aggiungo anche che forse qui in sala o da qualche parte troverete questo libretto che raccoglie la Zagreb Declaration, che è una dichiarazione molto importante dello scorso mese di aprile, tradotta qui in varie lingue. Leggetela perché dà l’idea di cosa si tratta quando possiamo dire che in Europa, da un piccolo Paese - possiamo dirlo ad Amina senza che si offenda, perché la Croazia è un piccolo Paese in termini di numeri -, dove però esiste una esperienza veramente significativa di cui questa Dichiarazione di Zagabria è un esempio molto utile.
Infine, voglio ringraziare profondamente il dr Hasanovic per la chiarezza con cui si è espresso, per le cose che ha detto, per come le ha dette, per la sua presenza qui e perché con grande discrezione e con sentimenti che nascono da un profondo lavoro dentro di sé ci ha fatto capire come da una grande tragedia, anche ma non solo, personale - ricordiamo cosa è successo in questi Paesi europei, in questa Europa pochi anni fa -, può nascere una opportunità di bene. Per questo lo ringraziamo ancora.
Infine, ho un avviso da ribadire che riguarda il proseguo della campagna Fundraising del Meeting perché siamo incoraggiati dalla positiva esperienza dell’anno scorso da un lavoro che continua. Ho detto che il Meeting non è la fine di un lavoro ma è l’inizio di un lavoro, nei padiglioni trovate numerose postazioni dove donare e le donazioni ci raccomandiamo che avvengano solo in questi punti riconoscibili dal logo della campagna. Grazie, buona giornata e buon proseguimento.