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L’incontro con l'altro: genio della Repubblica 1946-2016

- Mostra Piazza C1 Intesa Sanpaolo A cura di Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli e Fondazione per la Sussidiarietà. Con la collaborazione di Luciano Violante. Supervisione storica di Agostino Giovagnoli. Coordinamento di Massimo Bernardini. Si ringrazia la Camera dei Deputati e Rai Teche per la realizzazione dei filmati e il materiale di repertorio concesso.
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Il 70° compleanno della Repubblica italiana è una preziosa occasione per trarre suggerimenti dalla storia del suo popolo, dalle vicende dei suoi protagonisti, soprattutto dalla loro capacità di desiderare e lavorare per il bene comune.
Ci siamo ormai abituati a una vita pubblica come scontro e delegittimazione continui, ma non è sempre stato così: il nostro Paese si è costruito grazie al compromesso virtuoso tra culture diverse: la cattolica, la social-comunista, la liberale.
L’attitudine alla relazione e al compromesso, che per tanti oggi è sinonimo di malaffare e debolezza, è invece la forza che, pur tra mille problemi e contraddizioni, anche irrisolti, ha permesso finora al nostro Paese di superare anche gli ostacoli più gravi.
Al fondo, come un fiume carsico, troviamo il valore della dignità e della libertà di ogni persona, quelli della solidarietà e della sussidiarietà, quelli dell’unità e del rispetto reciproco, i valori che costituiscono l’impalcatura del nostro Paese, e che oggi c’è più che mai bisogno di ricordare e di praticare.
L’unica possibilità per affrontare la crisi e le grandi sfide che tutti abbiamo di fronte è quella di ritrovare le ragioni di un impegno condiviso, come accadde all’inizio della nostra storia repubblicana.

Il voto del 1946: la scelta della Res-publica
Il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati per la prima volta a decidere liberamente del proprio futuro politico e istituzionale. Con un primo voto scelsero la Repubblica rispetto alla Monarchia e, con un secondo voto elessero l’Assemblea Costituente che avrebbe redatto la nuova Costituzione.
La scelta in favore della Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente ebbero in comune il suffragio universale. Per la prima volta non contarono più le discriminazioni di censo, di studi, di sesso: tutti i cittadini, ebbero il diritto di eleggere ed essere eletti.
Nella Repubblica i doveri sono importanti quanto i diritti. Inoltre, se la casa comune è pubblica, le ragioni delle scelte di governo devono essere conosciute dai cittadini, che possono così valutarne la validità. Le scelte del popolo dipendono da quanto questi è stato pienamente e correttamente informato.


L’Assemblea Costituente: pluralismo e compromesso
L’elezione dell’Assemblea Costituente è il primo tentativo nella nostra storia di costruire il principio dell’unità politica basandosi su una legittimazione democratica. A suo fondamento troviamo quindi il principio di sovranità popolare.
L’Assemblea Costituente fu tenuta, perciò, a misurarsi con una nuova frontiera, quella della società intesa non come modello ideale e astratto, di liberi e uguali, ma come complesso di imprenditori, lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, consumatori, associazioni di categoria e filantropiche, sindacati, partiti, ciascuno titolare di interessi propri e specifici, in collisione spesso con gli interessi degli altri.
L’Assemblea Costituente portò questi interessi all’interno della Costituzione e li armonizzò in un disegno che non fu concepito come immutabile, perché mobili sono le relazioni tra i diversi titolari di interessi.
Durante i lavori della Costituente è prevalsa la consapevolezza che l’Italia si sarebbe potuta ricostruire solo insieme, e questo ha consentito la ricerca di un compromesso virtuoso tra le diverse parti politiche.

Il genio italiano all’opera
Negli anni della ricostruzione le divisioni – non solo politiche - rimanevano e bisognava superarle di continuo per intraprendere il nuovo cammino comune, dopo le terribili ferite provocate dal fascismo e dalla guerra. Ma prevalse un chiaro e diffuso senso del bene comune che era facilmente individuabile perché dalle macerie della guerra bisognava uscire.
La storia del dopoguerra documenta la lenta costruzione di una unità di popolo. Non è stato sempre un percorso lineare: in quegli anni in Parlamento e nella società nascevano relazioni inedite, nel tentativo di percorrere strade innovative che attuassero sempre più l’esigenza originaria di assicurare una convivenza ordinata e pacifica.
L’“arte del compromesso” è ciò che ha permesso di costruire un percorso democratico pluralistico partendo dall’idea che nessuno ha il monopolio della verità. Questa modalità “virtuosa” di affrontare i problemi si è poi realizzata anche in altri momenti drammatici e decisivi della storia italiana successiva (basti pensare all’economia italiana in ginocchio per la guerra, alla guerra fredda, al terrorismo, alla caduta del muro di Berlino).

Una storia di grandi protagonisti e di popolo
La storia della Repubblica è storia di grandi protagonisti e di popolo. L’hanno disegnata i grandi personaggi, coloro che hanno immaginato l’Italia democratica e quelli che l’hanno realizzata nel suo impianto istituzionale. Ma l’hanno costruita dal basso le persone comuni vivendo e lavorando senza rumore e senza guadagnarsi le prime pagine dei giornali.
Il popolo è stato il fattore dinamico della storia italiana, la grande risorsa con cui l’Italia repubblicana ha affrontato tutte le sue gravi crisi. Non monadi, ma persone che hanno costruito e vissuto legami anche con chi era diverso da loro per cultura, idealità e provenienza.
Il vero genio della Repubblica – aldilà dei limiti e delle contraddizioni che pure ne hanno segnato la storia − è di avere scommesso sul fatto che l’altro, anche chi è diverso, è una risorsa e non un ostacolo da abbattere. E che la casa comune può essere ospitale per chiunque vi abiti.

Un patrimonio per l’oggi
Oggi la res publica ha bisogno che anche la parte più ai margini del popolo torni a partecipare a un progetto comune; soggetti che, per povertà, per miseria, per dolore, per solitudine, si sono progressivamente estraniati dalla vita comune devono tornare a essere protagonisti e a costruire insieme.
Le classi dirigenti, invece di cercare il consenso a ogni costo e inseguire vecchi e nuovi demiurghi, devono ritornare a servire il popolo: non bastano le dichiarazioni, occorre un lavoro reale, non alle spalle della gente, ma con la gente.
Oggi è decisivo che tutto il popolo esca dalla disaffezione per le problematiche sociali e politiche, ricominciando a collaborare e smettendo di perseguire accanitamente una res privata che crea solo indifferenza, inimicizia e innalza muri che impediscono l’incontro e il dialogo.
Affinché questo avvenga non si può più demonizzare a priori chi è diverso da sé, come è avvenuto sempre più di frequente negli ultimi vent’anni.

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