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ATOMO: INDIVISIBILE? DOMANDE E CERTEZZE NELLA SCIENZA

Incontri Salone B7
Presentazione della mostra. Partecipa Lucio Rossi, Head of the Magnets, Cryostats and Superconductors Group, CERN. Introduce Mario Gargantini, Giornalista e Direttore della Rivista Emmeciquadro.

Trascrizione dell'evento

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22/08/2011 ore 11.15
Presentazione della mostra. Partecipa Lucio Rossi, Head of the Magnets, Cryostats and Superconductors Group, CERN. Introduce Mario Gargantini, Giornalista e Direttore della Rivista Emmeciquadro.

Trascrizione dell'evento

LUCIO ROSSI
Sono molto felice di potere raccontare le cose che facciamo.
Infatti, facciamo delle cose difficili, rispetto alle quali non è
semplice andare a cercare delle certezze: oggi come oggi cercare
le certezze è la cosa, forse, più difficile. La mancanza di certezza
viene mascherata dalla richiesta del benessere: la gente quasi
non chiede certezza, si accontenta di ciò che fa star bene. Io
lavoro al Cern, dove cerchiamo di capire come l’universo è
fatto. Premetto subito che quello che dico rappresenta la mia
opinione personale e non impegna la dirigenza del Cern.
Partiamo appunto da una domanda: «Perché esiste un’entità
come il Cern?». Il Cern è stato costituito per rispondere a delle
domande che esigono delle risposte certe. Nell’immaginario
collettivo dell’uomo moderno la scienza è quel livello, forse
l’unico, capace di darci delle risposte certe, perché è oggettiva.
In qualche maniera a noi scienziati chiedono: ma questa verità
è scientifica? Come dire: è certa?
Abbiamo infatti l’idea che la certezza non dipenda da me
e da te, non dipenda dal soggetto, in altre parole abbiamo
l’idea che per arrivare alla certezza non sia necessario impe-
gnarsi; invece non è esattamente così. Innazitutto le certezze,
le conoscenze, cui noi arriviamo, in quale ambito si collocano?
La fisica delle particelle è uno dei due estremi dello spettro
spaziale della conoscenza, da una parte sta l’infinitamente
grande, l’osservazione del cielo sempre piu lontano, le stelle,
le galassie, il cosmo. È la prima ricerca, nel senso che noi tutti
pensiamo: l’uomo, guardando le stelle, ha cominciato a porsi
delle domande, sul mondo e sul suo posto nel mondo. Questa
è certamente la prima porzione del reale che si è offerta alla
nostra esplorazione: l’osservazione dell’infinitamente grande.
In mezzo ai due estremi, tra l’infinitamente grande e l’infi-
nitamente piccolo, significativamente sta l’uomo; noi siamo
più o meno della dimensione del metro, e siamo «l’unità di
misura» delle nostre osservazioni. Con i nostri acceleratori noi
indaghiamo l’infinitamente piccolo; facciamo dei microscopi
(e microscopio vuol dire guardare un milionesimo di metro)
sempre più potenti che, da qualche tempo, ci fanno «vedere»
atomi dalle dimensioni di un nanometro (un miliardesimo
di metro): è per questo che sono così diffuse le nanotecno-
logie, proprio perché riusciamo a vedere gli atomi, riuscia-
mo a manipolarli, e quindi li possiamo utilizzare. Al Cern,
sfruttando il fatto che le particelle sono anche delle onde,
possiamo creare una luce finissima, molto più fine della luce
che ci fa vedere gli atomi: è una luce che riesce a illuminare
dettagli di un miliardesimo di miliardesimo di metro; stiamo
quindi realizzando quelle che potremmo chiamare le nano-
nano tecnologie, cioè un miliardesimo delle nanotecnologie.
Questa è effettivamente la piccolezza delle dimensioni che
andiamo a esplorare. Percorriamo questo cammino verso
l’infinitamente piccolo, per capire qual è il livello ultimo che
riusciamo a «risolvere». Immaginiamo di guardare un regolo
graduato e il mondo lungo questa scala: in mezzo c’è l’uomo,
di nuovo, e ci volgiamo ancora verso l’infinitamente grande.
Per esplorare l’universo nella sua immensità, devo usare un
certo tipo di strumenti, i telescopi, radiotelescopi, i telescopi
spaziali, eccetera; con questi strumenti si indagano distanze
di 10 26 metri, ovvero distanze di oltre 13 miliardi di anni luce,
verso il lato destro del regolo graduato. L’altro lato del rego-
lo è la zona esplorata con l’Lhc (Large Hadron Collider), il
super microscopio: lo chiamo attoscopio, perché può vedere
dettagli di un miliardesimo di miliardesimo di metro (10 -18 m
per cui il prefisso «atto»). Molto spesso si dice che con l’Lhc
«andiamo verso il big bang». Con l’Lhc siamo in realtà ancora
distanti: ci avviciniamo, ma il big bang è un asintoto, a cui
si tende senza arrivare. Bisogna anche essere modesti: nella
nostra corsa facciamo sì delle cose difficili e inimmaginabili
solo qualche tempo fa, ma la natura ci sopravanza da tutte
le parti. E in questa corsa a vedere cosa c’è dentro, cosa si
nasconde nei dettagli infinitesimi, ci siamo resi conto prima
che la materia è fatta di molecole, poi che è fatta di atomi, poi
abbiamo capito che l’atomo, a sua volta, non è «a-tomo» cioè
indivisibile: l’atomo è fatto di elementi costitutivi, l’elettrone
e il nucleo. Poi ci siamo resi conto che il nucleo è a sua volta
fatto di protoni e neutroni e alla fine, circa trenta-quaranta
anni fa, ci siamo resi conto di cosa sono fatte le particelle che
compongono il nucleo: i «quark». Siamo arrivati agli elementi
che in questo momento ci sembrano puntuali, l’elettrone e i
quark, ci sembrano veramente le particelle ultime, ma non
possiamo vedere i quark. Possiamo vedere e renderci certi di
cose che non vediamo direttamente. Non è più come quando
vediamo una cellula, mettendola al microscopio e in qualche
modo vedendola direttamente: nella scienza, come nella vita,
il «vedere» non significa vedere con gli occhi in maniera sem-
plice, ma elaborare tutta una serie di conoscenze e ammettere
che una certa realtà esiste; la vedo nel senso che tutti gli indizi
diretti e indiretti mi portano a conoscerla.
Ritornando alla nostra scala graduata delle distanze, andan-
do verso l’infinitamente piccolo, andiamo anche verso il big
bang, la nostra origine: qualsiasi questione fondamentale si
lega con una questione che è di tutte le scienze, dell’astrofisica
soprattutto ma non solo, la questione dell’origine: da dove
veniamo.
I numeri come quelli citati prima sono enormi: il nostro uni-
verso ha un’età inimmaginabile: 13,7 miliardi di anni, non sap-
piamo neanche rappresentarla nella nostra mente, non abbiamo
neanche l’idea di che cosa voglia dire. La lunghezza dell’universo
è anch’essa enorme, 10 26 metri, un 1 seguito da 26 zeri!, eppure
entrambi questi numeri enormi sono dei numeri finiti. Vorrei
sottolineare questo: sono numeri enormi, ma sono finiti, possiamo
in qualche maniera misurarli, e noi li abbiamo misurati. Come
abbiamo misurato le particelle elementari: quarant’anni dopo
l’ipotesi dei quark abbiamo costruito la nostra summa teologica,
talmente bella e convincente che l’abbiamo chiamata modello
standard, cioè modello di riferimento. Questo modello standard
è la nostra nuova tavola di Mendeleev, perché organizza l’insie-
me delle particelle elementari. Sono dodici: sei particelle sono
molto «pesanti» (sarebbe meglio dire massive), le chiamiamo
quark, e sei sono in generale più leggere, le chiamiamo leptoni.
Poi ci sono le cosiddette «particelle-forza». Siamo riusciti a
semplificare fenomeni complessi tramite la struttura che sta
sotto, quella delle particelle elementari. Ma questo edificio ha
alcune complicazioni: innanzitutto le particelle non sono così
poche per essere elementari, dodici particelle, più le particelle
forza, e in più c’è il sottile «dettaglio» che ogni particella ha la
sua antiparticella. La materia sostanzialmente si produce in due
famiglie completamente simmetriche, la materia e l’antimateria:
molti pensano che l’antimateria sia una cosa fantascientifica, ma
esiste davvero, viene utilizzata anche negli ospedali, quando ci si
sottopone a un esame medico molto diffuso, la Pet. La «P» sta
per «positrone», che è l’antimateria dell’elettrone. L’antimateria
non solo la conosciamo, l’abbiamo addomesticata, la possiamo
anche utilizzare per scopi medici. Torniamo ai nostri mattoni
fondamentali e chiediamoci: ma allora l’atomo di Rutherford, il
modello planetario con il nucleo duro e pesante al centro attor-
niato dagli elettroni, è svanito, era tutto falso, è una certezza che
si è sgretolata? E cosa vuol dire, che la verità svapora? A prima
vista, il fatto che tutto quello che conosciamo viene sempre
in qualche maniera modificato sembra rendere impossibile la
certezza e sembra indicare che quello che si conosce non è mai
vero, quello che è vero oggi domani non è più vero. Eppure,
quello che sappiamo come certezza a un dato momento e poi
viene superato, non solo non è inutile, ma lo comprendiamo
come la tappa di un cammino: ci sono dei punti di non ritorno.
Tant’è vero che continuiamo a dire che l’atomo è costituito da
un nucleo e dalla nuvola degli elettroni, come Rutherford: questo
rimane vero, semplicemente non è la verità ultima, è la tappa di
un cammino, verso un raggiungimento e una verità. Quando è
stato ipotizzato l’atomo, per esempio, suscitava perplessità per-
ché conteneva due fondamentali contraddizioni. Senza andare
nel tecnicismo: il nucleo in sé non può stare assieme perché
delle particelle che hanno tutte carica positiva come i protoni
non possono stare insieme, tendono a respingersi. Gli elettroni
non potevano – secondo le conoscenze di allora – girare intorno
al nucleo senza emettere energia e quindi essere instabili. Eppure
Rutherford ha proposto l’atomo con il nucleo quasi «costretto»
dalle osservazioni, perché tutte le evidenze portavano a dire che
doveva essere così, pure in presenza di alcuni problemi fonda-
mentali. È stato partendo da una ipotesi positiva, che rendeva
conto di tutte le osservazioni in modo ragionevole, che si è
potuto fare un cammino in cui ciò che era oscuro, le apparenti
contraddizioni, sono state chiarite. E si è diventati ancora più
certi della certezza iniziale.
Torniamo alla tavola delle particelle: dicevamo che oltre al
fatto che sembrano tante, troppe per essere elementari, in più
c’è un’altra complicazione: nella tabella c’è un mattone, con
un punto interrogativo: perché questo punto interrogativo?
Questo modello standard spiega molto bene la fisica fino a
un certo livello, come queste particelle interagiscono tra di
loro, ma non risponde ad alcune domande fondamentali: 1.
Perché ci sono tante particelle? 2. Perché ci sono questi tipi di
forza? 3. Che cos’è la massa e perché le particelle hanno una
massa così diversa una dall’altra? La questione è veramente
fondamentale perché la massa, insieme allo spazio-tempo e
all’energia, determina la struttura dell’universo. Senza la mas-
sa non c’è la gravitazione! Quindi la massa è veramente una
questione fondamentale, e ci disturba il fatto che le particelle
abbiano questa proprietà così ignota. Lo scienziato scozzese
Peter Higgs, con altri colleghi, ha proposto un meccanismo che
può riuscire a rendere ragione del perché le particelle hanno la
massa che hanno. L’Lhc è stato pensato circa ventotto-trenta
anni fa proprio per verificare questa ipotesi, per rispondere
a questa domanda: perché le particelle hanno la massa che
hanno, da dove viene la massa, questa origine?
È stato solo dopo che abbiamo progettato l’Lhc, mentre
lo costruivamo, che i nostri amici astrofisici si sono trovati di
fronte ad altre due questioni fondamentali, che trent’anni fa
non si ponevano. Noi pensavamo, costruendo l’Lhc, di capire
l’origine della massa, e conoscere quindi il contenuto dell’uni-
verso. Eppure dalle osservazioni astrofisiche sono emersi due
fatti nuovi: il primo è l’esistenza della materia oscura, circa
vent’anni fa ci si è resi conto che gran parte della materia ci
sfugge, non la conosciamo; l’altro, circa tredici anni fa, che
esiste una forma di energia che non conosciamo, tant’è vero
che la chiamiamo energia oscura e pensiamo possa essere
una specie di anti-gravità. Trent’anni fa, quando abbiamo
fatto l’Lhc, pensavamo: troviamo – semplifico ovviamente – il
bosone di Higgs e andiamo a casa perché abbiamo conosciuto
tutto. Adesso ci rendiamo conto che la massa che noi riuscia-
mo a spiegare, in realtà rappresenta solo quella fettina, il 4-5
per cento dell’universo, del contenuto di massa ed energia
dell’universo. È una cosa incredibile: riusciamo a capire che
esiste molto di più di quello che vediamo eppure non riuscia-
mo ancora a dargli un nome, tanto è vero che lo chiamiamo
materia oscura, energia oscura.
Una cosa inaspettata ne genera un’altra: l’Lhc dovrebbe
riuscire a farci «vedere» la materia oscura, forse; quindi il
nostro acceleratore servirà per spiegare molto di più di quello
per cui è stato fatto. Tutto questo per dire che il nostro lavo-
ro consiste nel verificare delle ipotesi; tutto nasce, abbiamo
fatto l’Lhc, da un’ipotesi positiva. Non credete, come si
cerca spesso di far credere, che la scienza nasca dal dubbio
sistematico: non è vero. La scienza nasce da ipotesi positive
da verificare, alla fine la realtà è la maestra: ci confrontiamo
con essa, disponibili a mettere da parte le nostre teorie e a
cambiarle secondo quel che risponde all’osservazione della
realtà. Avremmo potuto fare un Lhc, una macchina che costa
cinque miliardi al contribuente europeo, basandoci solo su
dei dubbi? No! È stata fatta su delle ipotesi ragionevoli che
germinano come intuizioni, o che sorgono nel momento «gio-
ioso» di una scoperta inattesa che eccede la comprensione che
avevamo prima ma che accettiamo poiché tutto concorre a
dire che l’ipotesi più ragionevole è che debba esistere quella
realtà appena scoperta. Le nostre scoperte non le vediamo
direttamente, devo verificarle, soprattutto se sono inattese.
E qui torno a quello che ho detto inizialmente: l’idea che la
scienza possa avere delle certezze oggettive, indipendenti dal
soggetto, diciamo, in cui il soggetto non deve fare la fatica
di verificarle, in cui il soggetto non deve coinvolgersi, è sba-
gliata. La scienza, come tutte le attività umane, ha bisogno
dell’energia e della dedizione del soggetto: questo è un altro
punto fondamentale.
Con Lhc non solo speriamo di capire perché le particelle
hanno la massa, ma anche di unificare le forze che agiscono tra
loro, che tengono insieme il mondo: noi siamo profondamente
convinti che tutto venga da una sola forza. Nonostante le forze
che noi conosciamo ci sembrino molto diverse tra loro: la forza
di gravitazione, che tiene assieme la terra, la luna, il sistema
solare, l’universo intero; la forza elettromagnetica che tiene
insieme le molecole e gli atomi; le forze nucleari, che tengono
insieme il nucleo; le forze deboli, che sono responsabili di
processi molto delicati, come quello in cui brucia il sole; que-
ste quattro forze ci appaiono diverse, ma siamo convinti che
sono l’immagine di un’unica forza che si manifesta quando si
arriva ad altissime energie, verso il big bang o l’infinitamente
piccolo.
Scoprendo le forze dei quark e le forze deboli abbiamo
spiegato molti fenomeni, come la radioattività, ma altre doman-
de ci sorgono, sempre più profonde. Sembra incredibile, ma
noi produciamo delle certezze che aprono a loro volta ad
altre domande: non generano incertezza, ma suscitano delle
domande. L’idea che la certezza possa essere qualcosa che
ci si mette in tasca, e che la partita è chiusa, è sbagliato da
un punto di vista scientifico: la certezza è una dinamica in
cui più conosci, più quindi hai delle certezze, e più ti apri a
delle questioni, ti accorgi che nuove domande si affacciano,
originate proprio dalle certezze raggiunte. Quali sono i metodi
con cui rispondiamo a queste questioni, con cui cerchiamo
di guadagnare nuove certezze? Vedere e convincersi non è
un gesto immediato: tutti chiedono alla scienza «dateci delle
risposte certe», «fateci vedere». Ma noi come «vediamo» in
Lhc? Prendiamo delle particelle, le acceleriamo, le scagliamo
una contro l’altra per romperle. Queste particelle sono in realtà
delle onde, e queste onde le rendiamo sempre più corte: in altre
parole raffiniamo sempre più la luce con cui posso illuminare
i dettagli. Più la luce è corta, più è fine e più piccoli sono i
dettagli che riesco a illuminare. Quindi facendo scontrare le
particelle in realtà vado a illuminare spazi sempre più piccoli,
riesco a vedere («risolvere» in termine tecnico) dettagli che
prima, con i miei occhi o con gli strumenti precedenti non
riuscivo a vedere. Quindi, vedere e convincersi non è quasi mai
nella scienza un’evidenza immediata ma è frutto di una ipotesi
positiva che deve applicarsi alla realtà con un metodo di lavoro.
Tante scoperte sono state frutto dell’ostinazione pervicace di
un’ipotesi positiva che all’inizio non sembrava vera. Sono un
esperto di superconduttività, dei magneti superconduttori che
potete osservare nella mostra – e quest’anno è il centenario
della scoperta della superconduttività. Venticinque anni fa è
stata fatta una nuova scoperta: i superconduttori ad alta tem-
peratura critica. Uno dei due scopritori, che furono insigniti
immediatamente del Premio Nobel, il professor A. Müller,
che ho conosciuto personalmente e con cui ho avuto diversi
scambi di idee, ha scoperto il fenomeno su un materiale che
era già stato studiato da altri scienziati, che però non erano
«pronti» per la scoperta: non avevano gli occhi «aperti». Lui
ci lavorava con un’ipotesi positiva, era convinto che quel tipo
di materiali potesse nascondere quel tipo di interazioni che
potevano manifestarsi come superconduttività ad alta tempe-
ratura critica. Non basta cioè guardare per vedere, ci vuole
anche una mente preparata. L’ipotesi positiva, il lavoro del
soggetto, è indispensabile per riuscire a verificare un’ipotesi
e quindi farla diventare certezza. La certezza è un «dato» (si
potrebbe dire: donato), non dipende dal soggetto, ma è un
dato cui però il soggetto si deve aprire.
Tornando agli acceleratori, essi sono delle macchine enormi
che fanno scontrare le particelle, generando questa luce finis-
sima: ma non basta la luce per vedere, ci vogliono gli occhi.
Il vedere è l’insieme della luce, che illumina questi oggetti,
e dei miei occhi, che vedono e percepiscono gli oggetti, li
«rivelano». Noi chiamiamo «rivelatori», i cilindri attorno al
punto di collisione, che sono i nostri occhi.
Il Cern di Ginevra è la continuazione dell’esperienza di
Rutherford, su scala gigantesca. Il tunnel di Lhc con i molti
altri tunnel, più piccoli, costituiscono tutta la catena di acce-
leratori del Cern. L’Lhc è un anello lungo 27 km, che sta a
cento metri sotto terra.
In cinquant’anni abbiamo costruito vari acceleratori, man
mano sempre più grossi, che portano a far funzionare l’Lhc.
Le particelle partono, vengono preaccelerate in acceleratori
man mano sempre più grandi, poi alla fine vengono messe in
orbita dentro l’Lhc e alla fine si scontrano: noi speriamo di
vedere il bosone di Higgs spuntare da una collisione in Lhc!
Il Cern è uno degli esempi più belli della valorizzazione della
tradizione: si è costruito su quello che già si sapeva, su quello
che già esisteva per andare più lontano.
La costruzione dell’acceleratore Lhc è durata oltre vent’anni,
necessari per lo sviluppo e la costruzione dei magneti super-
conduttori. Mi permetto di ricordare che le origini dell’Lhc
sono molto italiane, io se sono al Cern, è appunto perché
negli anni Novanta abbiamo costruito in Italia (grazie all’Infn,
Istituto di Fisica Nucleare) il primo magnete superconduttore
per Lhc. La luce sarebbe niente, senza l’occhio del soggetto
che la raccoglie.
I due fasci (o nuvole) di protoni si scontrano cento milioni
di volte al secondo, e noi ci attendiamo di vedere, secondo le
nostre previsioni, un evento X. I rivelatori sono delle macchine
fotografiche digitali che fanno quaranta milioni di fotografie
al secondo, tanti quanti gli scontri di particelle che fa Lhc: se
uno prendesse tutti i dati di Lhc di un anno, e li mettesse su
dei dvd che impilasse poi, senza i loro astucci, essi farebbero
una montagna di 20 km, oltre quattro volte il Monte Bianco.
Abbiamo quindi una massa di dati che bisogna scremare, ana-
lizzare, ripulire, verificare, confrontare: arrivare a una certezza
non è una cosa così immediata, la certezza non ce l’abbiamo
in tasca, la certezza non arriva senza fatica; è veramente un
lavoro enorme, analizzare tutti questi dati.
La macchina è partita il 10 settembre 2008, siamo stati
celebrati e festeggiati da tutti, da Google ai Premi Nobel; ma
subito dopo c’è stato un incidente che avrebbe potuto essere
– che è stato – disastroso, ma dal quale ci siamo risollevati.
Un incidente dovuto a una parte non di altissima tecnologia;
un sistema che è stato sottovalutato proprio perché era più
di bassa tecnologia, per la fretta, oppure perché a un certo
momento abbiamo fatto un errore.
Bisogna considerare che questi strumenti sono molto com-
plessi, e questo dovrebbe rafforzare il senso del limite; ma
molto spesso, il fatto di far delle cose difficili e di farle gene-
ralmente bene, può rendere arroganti. Quando succede un
problema, se uno ha l’atteggiamento arrogante rimane perso,
non sa accettare di aver sbagliato. Invece il problema non è
lì per abbatterti, ma è lì per indicarti la strada, esattamente
come il cammino verso la certezza; se uno ha il senso di un
cammino, l’errore, il limite è lì per indicarti la strada; il limite
è qualcosa che se lo abbracci e lo accetti ti fa andare avanti
e non ti fa rimanere dove sei. È quello che noi diciamo ai
nostri figli: «non preoccuparti, impara dagli errori, va’ avanti
e impara a non rifarlo». Noi possiamo dire di aver imparato,
ci siamo risollevati.
Nel novembre 2010 c’è stato il primo evento di fisica ina-
spettata: una leggera asimmetria che in genere è sempre indizio
di qualche cosa. È il primo segno sicuro della possibilità che
l’universo sia passato nello stadio di «zuppa primordiale»,
come noi chiamiamo il plasma di quark e gluoni. Questo
segnale lo verificheremo all’inizio di novembre 2011, per una
conferma definitiva.
Tutto questo ci porta a dire una cosa: quello che noi trovia-
mo, anche se sembra così tenue, così dipendente da un’analisi
complicata è solido. Crediamo che i risultati non siano nostre
fantasie ma che siano il riflesso, il segno di una realtà cono-
scibile, tanto è vero che lo comunichiamo agli altri; infatti è
al Cern che il web è stato inventato nel 1989, proprio come
valorizzazione massima della comunicazione, del fatto che
esistono dei dati oggettivi che vale la pena comunicare. Il
web è nato per questo: per condividere, in maniera rapida, i
dati, nella convinzione che i dati riflettono una realtà, siano
un indice di qualche cosa.
Due anni fa abbiamo celebrato il ventennale della rete, Tim
Berners-Lee è tornato al Cern con Robert Cailliau, sono i due
ideatori del web. Al Cern la quantità di dati per l’Lhc è tale
che, per analizzarli, abbiamo dovuto trovare un successore al
web, si chiama «grid» la griglia. Ideata per riuscire a far fronte
alla capacità di calcolo di Lhc, ora viene utilizzata anche per
fenomeni meteorologici e per studiare il DNA.
Vorrei concludere cercando di evidenziare quali sono i
fattori della domanda nelle ricerche scientifiche, e come si
può arrivare alla certezza. A me sembra che, innanzitutto, ci
voglia un’osservazione senza limiti, senza preconcetti, eccetto
un punto: qual è il limite? La ricerca è veramente senza limiti?
Il limite, o meglio il criterio guida, è il bene del punto in cui
emerge la domanda stessa, il bene dell’uomo. Quella è l’unica
stella polare, non lo chiamerei limite, ma è l’unico criterio che
ci deve guidare nel dire che non tutto quello che possiamo
fare è bene farlo. L’altro fattore è la curiosità, cioè l’apertura:
ci si apre solo se c’è un di fuori. C’è un aspetto strutturale in
cui io sono separato dalle cose che conosco ed è un miracolo
che possa conoscerle.
La mostra «Da uno a infinito. Al cuore della matematica»,
presentata al Meeting dell’anno scorso, si concludeva con una
bellissima frase del Papa in cui sostanzialmente si ribadiva
che il fatto che io possa conoscere la realtà, che la realtà sia
razionale, cioè che mi sia affine, non è una cosa scontata, è un
miracolo che deve indicarci qualche cosa. E poi, soprattutto,
se guardo il cammino, che è cominciato dall’atomo e arriva
fino ai quark, mi risulta evidente che la domanda implica una
risposta, una certezza, che apre sempre verso un altro livello
di certezza. La risposta che diamo, le certezze che abbiamo,
non sono delle certezze finali, o meglio non sono esaurienti,
ci aprono sempre a qualcosa di più vero, con un dinamismo
che io direi inesauribile. In questo vedo – ed è un passo in
cui metto la mia libertà, non pretendendo di dare una dimo-
strazione scientifica ma accorgendomi che è conforme alla
mia ragione – la possibilità che l’infinito si manifesti nel mio
mondo finito per questa radice di inesauribilità che ha.
Nel cammino non solo le certezze che trovo non svaporano,
ma esse, anche se vengono superate, non sono da buttar via:
sono come le pietre miliari di un cammino, in cui vado avanti.
E le certezze per quanto precarie, vengono ricomprese nelle
certezze ulteriori cui esse ci rimandano, e rivelano il loro valore
proprio nell’indicarci una meta, la certezza completa che ci
attira inesauribilmente.
Vorrei concludere citando uno degli ultimi grandi maestri
della fisica, il Galileo del Novecento della fisica italiana, Enrico
Fermi: un maestro, perché lui ha fondato una scuola, che ancora
adesso si chiama la Scuola di via Panisperna (sede dell’Istitu-
to di Fisica a Roma tra le due guerre). In generale le grandi
avanzate scientifiche sono state fatte da persone con una mente
eccezionale, come Einstein, e sono gli esempi più eclatanti,
oppure ciò che ha prodotto di più nella scienza sono state le
scuole, il tramandarsi di una tradizione; io vorrei sottolineare
che la scienza è la valorizzazione della tradizione, la tradizione
tiene viva la domanda e soprattutto, la fa emergere.
Rutherford ne è il grande esempio: lui ha fondato una scuola,
innumerevoli Premi Nobel sono usciti dalla sua fucina.
Bohr è stato un altro grande maestro, e appunto, il nostro
Enrico Fermi. Il maestro assicura e aiuta affinché l’esperienza
sia un cammino verso una certezza più grande e non una serie
di episodi in cui il nuovo è la negazione del passato, senza
connessione.
Vorrei sottolineare che la certezza, da un lato, non dipen-
de dal soggetto: la verità non la inventi tu. È come le leggi
fisiche: sono un dato, ci si imbatte nel dato, si viene colpiti
dall’inaspettato, se si è in grado di vederlo e di accorgersene.
Si può guardare e non riuscire a vedere, come peraltro nella
vita normale. La scienza è un’attività umana, quindi vive esat-
tamente delle nostre verità umane. Allora la verità non te la
inventi tu, come le leggi fisiche; ma d’altro lato riconoscerla
come certezza dipende da te: tutto è fatto per riconoscerla, ma
ci vuole l’atteggiamento giusto.
Ho riflettuto sul titolo del Meeting, «una immensa cer-
tezza». Immensa è una parola bella, perché non è come la
parola grande, che in qualche modo esprime un concetto che
afferriamo. Immenso è una parola costruita come negazione di
qualcosa che afferriamo: immensa, in-mens, che non sta nella
mente. Quindi noi possiamo essere certi di qualcosa che non
sta nella mente, che ci eccede, ed è quello che a me sembra
indichi la nostra avventura di scienza. Per arrivare a questa
conclusione, certo, ci metto la mia libertà. Non è scontato
che un altro arrivi a questa conclusione, ma mi sembra che
sia un’ipotesi almeno altrettanto ragionevole di chi dice che
la scienza non dà certezze, dà solo «riproducibilità» – questa
è la nuova ultima barriera in cui un certo tipo di mentalità
scientista e laicista si rifugia, quello di dire «non sono certezze,
noi verifichiamo che certi fenomeni siano riproducibili». A me
sembra che alla fine, mettendo assieme tutti questi elementi
del puzzle, se veramente applico la definizione di ragione che
mi è stata insegnata da don Luigi Giussani: «Tenere conto di
tutto, di tutti i fattori», non solo quello di cui mi interessa, ma
di tutto, alla fine non posso non dire che alla certezza si può
arrivare, ma occorre anche la mia libertà.
La scienza dunque è un’attività umana, non può fare a
meno dell’energia, della dedizione e delle caratteristiche vere
di un uomo. E penso che la capacità di affezione e di libertà
siano la cosa principale.