30 anni di Meeting / gli interventi più significativi

Weiler Joseph H.H.

Il Meeting giunge quest’anno alla sua trentesima edizione. In occasione di questo anniversario, da qui ad agosto segnaleremo sul sito quindici interventi di personaggi che hanno partecipato al Meeting e che hanno segnato la storia della manifestazione, raccontando le circostanze in cui avvennero e mostrando le immagini degli incontri.

Dal 2003 il Meeting ha l’onore di incontrare, quasi con cadenza annuale, quello che è ormai un amico della manifestazione. Joseph H.H. Weiler, professore presso l’Università di New York, ha ricoperto la carica di Membro del Comitato dei Giuristi della Commissione per gli Affari Istituzionali del Parlamento europeo che ha co-redatto la Dichiarazione sui Diritti e sulle Libertà dell’Uomo. Grande esperto di diritto internazionale, il suo contributo alla teoria giuridica europea rimane di grande valore, grazie anche ad una lunga serie di lavori pubblicati sul mercato interno, sulle relazioni esterne e sulla legge sociale.

Weiler arriva al Meeting per la prima volta nel 2003, ritornando poi dopo due anni. Dal 2005 è una presenza costante e gradita del Meeting, di cui è stato ospite anche in questa edizione.
Dei tanti incontri tenuti da Weiler, riportiamo l'intervento del professore tratto da “Dall’utopia alla presenza (1975 – 1978)”, presentazione del libro di don Giussani, edizione 2006.

"Dall'utopia alla presenza" (1975 - 1978)

Joseph Weiler: Buona sera. Sembra ormai stabilito il mio ruolo nei meeting di Comunione Liberazione. L’anno scorso ero nella sessione con i ministri Frattini e Pisanu e il prof. Cittadini, quest’anno sono accanto al ministro Bersani e al prof. Cesana. O faccio l’apripista o, nel senso shakespeariano, sono un intervallo comico per fumare una sigaretta, uscire un attimo, in mezzo alle vere stars. Accetto il mio destino. Sono particolarmente grato quest’anno, gli organizzatori mi avevano invitato mesi fa e avevo dovuto rinunciare a causa della malattia di mia moglie. Tanti amici di tutto il mondo ci hanno offerto la loro simpatia, ma amici di qui hanno offerto anche le loro preghiere. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non discrimina fra le preghiere. Sono felice che mia moglie di 26 anni – no, intendevo dire mia moglie da 26 anni, ma guardatela, non sembra di 26 anni? -, madre dei nostri cinque figli, mi abbia accompagnato, grazie a tutti voi.
Leggere “Dall’utopia alla presenza” è stata un’esperienza diversa dal leggere gli altri libri di Giussani. Non ho avuto la fortuna di incontrarlo personalmente ma in questo libro si sente Giussani dal vivo, a volte un po’ acido, a volte esasperato, sempre entusiasta e pieno di vita, molto essenziale, molto combattivo, allo stesso tempo sereno nella sua fede profonda che trasmette agli altri. Sono stato invitato a riflettere su temi centrali del libro “Dall’utopia alla presenza”, nell’ottica della mia esperienza di ebreo, peccatore ma credente. Anche se sono in certo modo messi insieme, vorrei individuare tre temi centrali nel libro di Giussani, avvenimento, verifica e cambiamento, alla luce del suo concetto centrale di presenza.
Giussani dà fastidio, dà fastidio ai laici ma come vedremo dà fastidio anche ai religiosi.
Prima ai laici. Il laicismo europeo è del tutto particolare, molto diverso per esempio da quello nord-americano. Il laico europeo non è qualcuno che non crede, che può darsi abbia smesso di credere, la laicità è la sua fede; e a volte, come molti cristiani di un tempo, è molto militante e oppressivo verso quelli che non condividono questa sua fede.
Vediamo un po’. Qual è il credente preferito dal laico di oggi? 1. Meglio che non sia cristiano, ebreo è già preferibile e musulmano addirittura interessante. Dobbiamo capirli, quegli ebrei e quei musulmani, dialogare con loro. A volte penso: magari la volontà di dialogare con i cristiani fosse forte come quella con gli ebrei e i musulmani! 2. Il credente preferito è uno pietistico, un po’ new age, che disprezza la ragione, la razionalità e insiste sullo spiritualismo. Uno così è facile accettarlo, con un senso di condiscendenza: povero, dai, lasciamolo stare. 3. Il credente preferito del laico è uno per il quale il credo o la pratica religiosa è una convinzione da nascondere bene, a casa propria o al massimo in chiesa la domenica, e per il quale la piazza pubblica resta sterile da tutta questa scemenza, addirittura disinfestata. La croce nella società attuale è accettata a condizione che sia antica almeno di duecento anni, un’opera d’arte, non un segno di fede viva. Infatti, il credente preferito è quello che non si sa se è un credente. 4. Il credente preferito è quello che, se insiste a scendere in piazza, lo fa nei termini definiti dalla premessa laica di questa piazza, cioè come avversario ideologico di normale amministrazione. C’e un comunista, c’è un socialista, c’è una femminista, allora, che ci sia pure un cristiano. Generi diversi dello stesso discorso.
Leggendo “Dall’utopia alla presenza”, si può capire perché Giussani, la sua persona, le sue convinzioni e il suo insegnamento fossero così provocatori per i laici, dessero così fastidio. Perché la persona religiosa che lui esige è esattamente il contrario del tipo di credente preferito, perché è uno che insiste sulla ragione come base essenziale alla sua fede, perché è pio ma rifiuta di ritirarsi in convento, perché fa sentire la sua voce, mantiene la sua presenza nella piazza pubblica ma nei termini che definisce lui e con una presenza che non soltanto esprime preferenze politiche, ma testimonia una verità trascendentale.
Ma Giussani dà fastidio anche al religioso, con Giussani non basta portare un crocefisso, andare alla Messa e poi rientrare nella vita normale, quotidiana. Con i cristiani della domenica lui non ci sta, e non ci sta neanche con il cristiano che definisce un programma politico: che miracolo! Un programma politico che è difficile distinguere dagli opinionisti del Corriere o della Repubblica, cioè dai benpensanti europei, uno che si basa semplicemente, invece che sul vangelo di Marx o di Emmanuel Kant, sul Vangelo di Giovanni, Luca o Matteo. No, per Giussani l’uomo religioso e la vita religiosa si pongono in una categoria diversa dell’esperienza umana. Giacobbe, dice Giussani, dopo la lotta con Dio, in quella serata al tramonto, andò zoppicando tutta la vita: vale a dire, mangiava ed era zoppo, andava con sua moglie ed era zoppo, andava a mungere le vacche ed era zoppo, discuteva con gli altri ed era zoppo. E’ solo se il soggetto è ferito che la verifica diventa verifica della vita, non si può fare la verifica fuori, senza che ci sia conseguenza del sanguinare dentro. Questo è il credente di Giussani, una sfida non facile.
Per primo, illustro il tema della verifica e della presenza. La realtà che vorrei usare per illustrare i concetti della verifica e della presenza nel suo libro, tocca quella che mi sembra la sfida più grave e importante della nostra civiltà in Europa. Qualcuno l’ha chiamato “il suicidio dell’Occidente”. Si tratta del calo della fertilità nelle nostre società. Semplicemente, perché la società si riproduca la grandezza media di una famiglia deve essere 2, 3 bambini. Invece, in Spagna per esempio, la misura attuale è 1, 1 in Italia e Germania, Austria, poco di più. I nuovi Paesi tipo la Polonia e i Paesi Baltici hanno una situazione persino più grave. Queste statistiche possono far sbadigliare: dai Weiler, va’ avanti! Ma pensate, a livello utilitaristico, che per tanti è la sola prospettiva da cui valutare la realtà: in alcuni dei nostri Paesi, il numero di persone che hanno più di 60 anni è il doppio di quelli che hanno meno di 18 anni. Chi sosterrà nel periodo assistenziale tutta questa generazione, quando diventeranno veramente vecchi? E sto parlando della solidarietà, quel famoso concetto con cui noi in Europa amiamo definirci, come singolare aspetto della nostra cultura, come valore che ci distingue dagli altri. Vorrei aggiungere una cosa personale: io personalmente con solidarietà non intendo semplicemente lo Stato ma anche i rapporti personali. Pensate ancora che, senza gli immigrati, la popolazione della Spagna può dimezzarsi in una generazione, che entro una generazione ci saranno cento milioni di persone in Europa, cento milioni di più negli Stati Uniti.
Ma il dramma va oltre la considerazione materiale, utilitaristica, è la nostra civiltà che è in ballo, e per me non è un peccato, serenamente, essere un po’ fiero della nostra civiltà: la dignità, la libertà e il patrimonio culturale senza paragoni. La sorte di questa civiltà, o miscela dialettica fra i valori basilari della tradizione cristiana e dell’illuminismo, dipende nel modo più semplice ed essenziale dalla vitalità della nostra società europea. Il calo demografico inevitabilmente influisce sulla capacità di sostenere la nostra civiltà. Non ci sarà un vacuum in Europa, il calo demografico verrà riempito, come è sempre stato, dagli immigrati. In passato questo dava forza all’Europa, l’immigrato voleva integrarsi nella cultura europea e gli europei coscientemente hanno assimilato i contributi culturali e umani dei nuovi arrivati. Come il grande storico francese Rémi Brague ha spiegato nel suo libro, molto importante, tradotto in italiano “Il futuro dell’Occidente”, l’originalità della civiltà europea fin dall’inizio era la capacità di appropriarsi e sintetizzare altre culture, e così rinnovarsi in continuazione. La via romana, il nome del suo libro in francese, è basata su Gerusalemme, su Atene, e così via. Ma oggi, sapete, in una mentalità mondiale di tribalizzazione, questo processo dialettico di sviluppo della cultura europea non è affatto scontato. Non è soltanto un gioco di numeri. La popolazione è meno europea nella maniera più drammatica immaginabile, ma ancora meno sono coloro che praticano i fondamenti indispensabili, cioè la cultura cristiana vivente che è gravemente indebolita.
Se pensiamo - al di là del problema politico immediato, tipo liberalizzazione dei servizi, più o meno tassisti, ecc. -, non c’è sfida più grave al futuro dell’Europa che questo calo. Nell’ottica di utopia o ideologia, nel senso di Giussani, la risposta a questa sfida sembra evidente, per esempio in Germania: finalmente la Merkel ha capito la gravità della situazione e ha introdotto un pacchetto sociale che materialmente favorisce le famiglie più numerose, che permette ai genitori, sia marito che moglie, di stare di più a casa senza compromettere la carriera, ecc. L’utopista cristiano aggiungerebbe a questo pacchetto tutto il bouquet della politica pro vita: restrizioni sull’aborto e sostegno della famiglia tradizionale, ecc. Ci saranno pochi in questa aula che non condividono questi valori, anche se ci sono differenze nelle modalità di applicazione. E così ci si può sentire dalla parte dei buoni, attenti alle esigenze, coinvolti nella realtà, non staccati nella pietà in sostegno delle buone politiche cristiane. Questa però non è presenza nel senso di Giussani. Per spiegarmi, vorrei fare prima una piccola citazione da “Dall’utopia alla presenza”. Giussani, a colloquio con uno dei responsabili del Clu, ha il solito problema: la debole struttura della comunità. La reazione del responsabile è del tutto nobile e ragionevole, la voglia di approfondire la struttura comunionale. Risponde Giussani, e sto citando: “Dire, c’è questa carenza di comunione, allora la voglia è quella di approfondire la comunionalità fra di noi, porta a qualcosa di fittizio, come tale porterebbe a qualcosa di fittizio, invece la voglia dovrebbe essere di approfondire la fede in me. E’ l’approfondirsi della fede nella persona che come corollario, come conseguenza matura la comunione. Perciò la presenza sarà una conseguenza di questo. La presenza viene quando più è profonda la coscienza della fede che ho in me, la presenza riempie, dà gusto, dà pace, perché sono tutti sintomi personali.” Così Giussani. Cosa c’entra con tutto ciò la sfida demografica e di civiltà? Certo, nel definire le politiche societarie, c’è una differenza fra i cristiani pro vita e i laici, ma ora la verifica della presenza. Esaminando le statistiche, non ho notato una differenza notevole fra cristiani e laici nella nostra società per quanto riguarda la famiglia. So che in questa aula la differenza può essere maggiore. Cristiani e laici, un bambino, due, tre: è già una famiglia enorme. Come possiamo di più? Dopotutto la nostra Alfa Romeo non porta più di cinque persone. Così mi dicono. Essere pro vita nel senso di presenza, invece che nel senso di utopia ideologica, non vuol dire semplicemente e comodamente favorire una politica sociale o un’altra, vuol dire fare vita, amare la vita, creare vita. Intendiamoci: non voglio dire che la nostra società ha un problema demografico, allora con odore fascista bisognerebbe fare più bambini, dico invece, come dice Giussani, che bisognerebbe vivere la fede, non parlarne. La famiglia numerosa non è una risposta utilitaria a una esigenza sociale, è un’espressione di fede, di lealtà al Dio che ci comanda di crearci e moltiplicarci, di fiducia nella possibilità di trovare la felicità, anche con il sacrificio materiale che una famiglia numerosa a volte esige, nell’amore vero della realtà pro vita, la cui manifestazione più gioiosa sono figli e figlie, soprattutto nella fede, della fede.
Quale può essere la manifestazione più nitida del futuro della presenza di Dio nel nostro mondo, se non la decisione di creare vita, di portare i miei bambini in questo mondo? Questa affermazione ci permette di andare ancora più in profondità. Tornando alla premessa, già lì c’era qualcosa di storto: abbiamo definito il problema come crisi demografica con conseguenze per la nostra civiltà, ma questa stessa affermazione, che sembra banale e incontestabile, è un magnifico esempio della maniera in cui l’ideologia distorce la stessa percezione della realtà, come dice Giussani, perché questa affermazione è basata su una Weltanschaaung materialista. In realtà la crisi è spirituale, la mancanza di fede, la slealtà verso Dio è un frutto di auto-comprensione di noi tutti che confonde la dignità umana come valore basilare, con l’egoismo, una prospettiva questa che non mette al centro l’umanità, ma mette al centro l’io. Il calo demografico non è la causa della crisi che minaccia la civiltà, ma la conseguenza di una crisi spirituale che dimostra che la civiltà è ormai minacciata. Questa è la verifica di ogni famiglia, di ogni coppia verso la loro fede, verso la realtà di essere pro vita. Questa è presenza, la famiglia, perché impedisce di gettare la responsabilità sugli altri e impedisce di ridurre la fede a politica, l’amore di Dio a posizione ideologica. Ma in fondo, c’è anche qualcosa di buffo in tutto ciò. Questo mio appello alla fede e alla lealtà fa sembrare che si tratti di un sacrificio enorme, di un peso che qualcuno ha chiesto di portare sulle spalle. Non vorrei fare del romanticismo hollywoodiano, la famiglia a volte è difficile, a volte fa paura, a volte è addirittura tragica, perde un bambino, è inconsolabile: ma tutto sommato, sia nella mia esperienza di bambino di una famiglia numerosa - eravamo in sei -, sia in quella di padre, non c’è niente di più gioioso, soddisfacente, che fa sentire vivo e completo.
Giussani, parlando del matrimonio, ha detto: “Matrimonio senza Dio, che razza di matrimonio è?”. Io dico la stessa cosa della famiglia: una famiglia che non sia numerosa, robusta, litigiosa, rumorosa, che razza di famiglia è? Che vita è? Che fede è? Riflettete e invitatemi ai prossimi battesimi. Ora facciamo pausa per qualche foto sul tema della famiglia.

Parlo ora dell’avvenimento, tanto centrale nel pensiero di Giussani, in questo libro. Adesso, senza complimenti, senza complessi, faccio l’ebreo. Per noi l’avvenimento è il Sinai. Può darsi che per l’ebreo praticante vivere sempre questo avvenimento, come esige Giussani - ricordate l’esempio di Giacomo, il dolore permanente di far ricordare l’avvenimento dell’incontro con Dio? - sia più facile. Perché dico che per noi può essere più facile vivere l’ideale giussaniano? E’ proprio per ciò che voi, in segreto, naturalmente, disprezzate più di tutti: i nostri legalismi. Quando si mangia con voi, ci sono tutti i problemi. Questo non posso, quest’altro non posso. Il maiale non posso, questo tipo di pesce no, questo tipo sì, quest’altro no. Ho mangiato la carne perciò non posso mangiare il formaggio. Noioso, arido? No, amici. No, fratelli. In ogni pasto c’è il Sinai, il Sinai è presente. Se non ci fosse il Sinai in ogni pasto, questo prosciutto di Parma mi sembra abbastanza appetitoso: ma c’è il Sinai e si rifiuta. Mi invitano al Meeting per parlarvi di sabato: migliaia di e-mail. E finalmente, vedete, invece di parlarvi, comunico in play-back perché c’è l’avvenimento presente. C’è il Sinai. Tutta la settimana è condizionata da questo avvenimento. L’avvenimento non è sabato, l’avvenimento è l’avvenimento giussaniano, nel senso reale della parola, il ricordo del Sinai ogni giorno, ogni pasto, ogni settimana.
Basta, non vorrei annoiarvi del tutto, dato soprattutto che l’anno scorso ci fu il tema del mio intervento qui al Meeting, poi era una piccola pubblicazione, l’intervista con il mio grande amico Albacete per “Tracce”. Però, questo anno, aver letto Giussani mi ha fatto capire il significato di una prassi, con un vocabolario e una maniera nuova e profonda. E’ da una vita che c’è il sabato, per tutta la mia vita ho mangiato kosher. Ma con Giussani ho capito il significato di avvenimento, che lui spiega in maniera così chiara, perché Giussani in questo libro parla proprio di questa nostra prassi. Sono sicuro che Giussani non avrebbe mai disprezzato le nostre osservanze, anche quelle che a tanti sembrano arcane. Perché Giussani nel suo libro parla del cuore, expressis verbis, fa riferimento al significato, alla versione autentica, ebrea, della parola cuore. E’ una delle espressioni più forti nella Bibbia. Si spiega che questa alleanza di comandamenti, questa usanza, questa pratica, è un modo di “circoncidere il proprio cuore”. Giussani, campione dell’avvenimento e della presenza, avrebbe capito benissimo la logica delle nostre osservanze, il Sinai dalla mattina alla sera.
Finalmente, sul desiderio di cambiamento. Giussani, nel libro, nella sua vita, nell’attenzione quasi ossessiva al liceo e all’università, dava posto centrale, anzi cruciale, all’educazione nella vita dell’uomo di fede. Infatti, uno dei piaceri costanti del parlare al pubblico del Meeting, è di avere davanti gente come voi, gente che ancora legge libri, che l’iPod e il lettore Mp3 non hanno ancora del tutto conquistato, che può seguire un discorso che usa un vocabolario di più di 3.000 parole. Un avvenimento dove la libreria è affollata, quanto il concerto della sera: bravi. Anche rispetto a questa dimensione, l’educazione, c’è una lezione interessante per quanto riguarda la tematica utopia-presenza. Una lezione che voglio mostrare facendo omaggio alla persona più importante nella mia vita, cioè mio padre, che è mancato sei anni fa. L’educazione, sì che è importante, e gli studi bisognerebbe farli in maniera seria: l’università non è preparazione per la vita, è già la vita. Non si può posticipare la vita finché finiscano i miei studi. Se sei superficiale in università, sarai superficiale per tutta la vita; se sei fesso, disumano, se sei al 100% egoista in università, così sarai anche per il resto della vita. La prima politica è vivere, e la vita è ovunque si trova, non comincia dopo. Però, per quanto riguarda lo studio, facilmente si può capirlo in modo utopistico. Cioè, si studia in maniera strumentale, per diventare un buon avvocato, ingegnere, medico, professore universitario. Si può anche idealizzare un certo modello di studio: che bravo questo professore, che bravo questo medico, vorrei essere anche io come loro, pieno di sapere, saggio, e perciò famoso e di successo! Questa non è la vita contemplativa, alla Giussani. Questo non è l’ideale dell’educazione, questa non è presenza. Nella nostra preghiera mattutina, presa dal Talmud, si recita: “Queste sono le cose con cui la persona gode il frutto di questo mondo, il patrimonio rimane per l’altro mondo: rispetto per i genitori, primo, aiutare il prossimo, visitare gli ammalati, portare la pace, riconciliare i nemici, ecc. Però” dice la preghiera mattutina “lo studio della Torah conta come tutto ciò”. Per tutta la mia vita ho avuto il ricordo costante di mio padre che si alzava ogni giorno alle 4, e si metteva a studiare: non per il suo lavoro, non per preparare una conferenza, non per diventare più professionale, ma per l’attività di studio in sé. Studiava il Talmud, un’opera che, leggendone una pagina al giorno, passerebbero sette anni per completarla. E di solito ci vuole una settimana per impadronirsi di una pagina di Talmud. Mio padre era un esempio vivente della passione e dell’amore per lo studio, per una vita che non separava “ratio” e fede, sentimento e ragione. Ora arrivo al dunque. Non vi propongo di cominciare a studiare il Talmud, ma ci sono due punti che vorrei sottolineare. Studiare, nell’ottica del concetto della presenza, significa un modo di vita, non si finisce mai, non hai scopi strumentali, è quasi come respirare, ma c’è di più. Per la persona di fede, l’impegno a studiare regolarmente, quotidianamente, i testi sacri della propria fede, fa parte della vita di fede. Richiede sacrificio, sposta a volte anche lo studio universitario, la preparazione di un esame, richiede forza di volontà. Ma soprattutto è un modo molto alla Giussani di vivere, e respirare la fede come la stessa preghiera, non soltanto a livello affettivo e emozionale ma anche a livello intellettuale. Vivere, non soltanto parlare, su “fides et ratio”. E’ molto facile, e fa anche comodo, citare Giussani sull’importanza dello studio, e ripetere anche in polemica con gli altri il suo grande credo: che la scelta di fede, la scelta per Dio non è una rinuncia alla razionalità e alla ragionevolezza, ma il riconoscere che il Mistero ineffabile fa parte della realtà! E’ facile “spappagallare” queste frasi, ma presenza vuol dire vivere questa affermazione, farla integrare all’esperienza quotidiana.
Ecco una sfida a tutti i miei colleghi universitari, che fanno sacrifici enormi di famiglia, vacanze, ecc. per pubblicare un articolo, un altro articolo, il primo libro, il secondo… In questa bibliografia che si allunga, c’è uno studio sui temi della vita e della fede che non serva alla vostra carriera universitaria? Perché non vi impegnate a dare la “decima” delle vostre pubblicazioni? E per i più fortunati, quelli che non hanno nulla a che fare con l’università, la sfida è ancora più semplice: l’impegno quotidiano a studiare. Provatelo! E vi darò anche il mio piccolo consiglio personale. Ho deciso di fare ginnastica ogni giorno, guardatemi sul palcoscenico, non sul video registrato, e vedrete il risultato meschino di questa decisione. Troppo facile è rimandare, a volte anche per settimane. Per mantenere il mio impegno di studio quotidiano, ho trovato un metodo infallibile. Ogni settimana do lezione ad amici e conoscenti. Per forza devo prepararmi, devo studiare, provate! Anzi, ho una proposta ancora più bella: impegnatevi a dare una lezione a questi numerosi bambini che ora avete deciso di avere.
In conclusione, qual è il messaggio trascendente di “Dall’utopia alla presenza”? La risposta si manifesta soprattutto nell’ultima parte del libro, in cui Giussani ritorna, parlando della cristianità, ai suoi temi più costanti ed essenziali. La categoria che ci distingue, che distingue la comunità dei fedeli, è la santità. Non siamo golosi! La giustizia, la moralità, il senso di dignità umana è il patrimonio che il religioso condivide con il laico: non abbiamo un monopolio su questi concetti. Ma la santità è un concetto che semplicemente non ha senso nella Weltanschauung laica, che non è traducibile in un vocabolario non religioso. “Dall’utopia alla presenza”, il programma profondo di Giussani di seguire l’imperativo della tradizione giudea-cristiana che si trova originariamente nel libro del Levitico: “Siate comunità, siate santi, perché santo sono io, il Signore vostro Dio”. Grazie.


Leggi le trascrizioni degli incontri con Joseph Weiler:

Giustizia e diritti umani

Dio salvi la ragione

'Dall'utopia alla presenza (1975-1978)'

Europa e Mediterraneo: tra libertà e sicurezza

Una legge per l'uomo

Un' Europa cristiana

Se ti distrai l'Europa è Giacobina

Guarda lo speciale sui 30 anni di Meeting realizzato da Il Sussidiario.net


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sabato 29 agosto 2009







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