30 anni di Meeting / gli interventi più significativi

Incontro di politica estera

Il Meeting giunge quest’anno alla sua trentesima edizione. In occasione di questo anniversario, da qui ad agosto segnaleremo sul sito quindici interventi di personaggi che hanno partecipato al Meeting e che hanno segnato la storia della manifestazione, raccontando le circostanze in cui avvennero e mostrando le immagini degli incontri.

Se il nome della manifestazione richiama alla pace fra i popoli, esiste un incontro, nei trent’anni del Meeting, che nasce come tentativo di perseguire questo grande obiettivo. È il 2004 e il Meeting ospita “Incontro di politica estera”. A parlare, Roberto Fontolan, che introduce i relatori della giornata: Franco Frattini, Ministro degli Affari Esteri Italiano, Nabil Shaath, Ministro degli Esteri Palestinese e Silvan Shalom, Ministro degli Esteri Israeliano. Un momento emozionante, perché è il primo incontro tra i due ministri mediorientali, un tentativo di dialogo tra due paesi che da anni cercano la pace e che ancora oggi vivono un conflitto irrisolto.

Riportiamo per intero l'incontro tra i tre Ministri.

Roberto Fontolan: Il Meeting ha a cuore la pace, il Meeting ha a cuore l’amicizia. È un lungo, solidissimo filo rosso, quello che percorre e lega i nostri venticinque anni di storia, e oggi possiamo, a ragione, parlare di storia, di un evento storico. Un’occasione straordinaria di incontro, di dialogo, è quella che ci apprestiamo a vivere e che ci fa capire, una volta di più, cosa è il Meeting, il Meeting che propone amicizia e che la riceve.
È con emozione e gratitudine che dobbiamo, per questo, salutare i nostri ospiti, i nostri amici di oggi: il Ministro Franco Frattini, che moltissimo si è adoperato per questo incontro; il Ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese, Nabil Shaath; il Ministro degli Esteri dello Stato d’Israele, Silvan Shalom; il Ministro degli Esteri di San Marino, Fabio Berardi, che tra poco inviterò a indirizzare il suo saluto; e infine Alberto Piatti, che tutti conoscete, Direttore dell’AVSI, che introdurrà il nostro incontro.
Il Meeting, questo 25° Meeting di Rimini, ospita oggi la possibilità di un dialogo, con la consapevolezza che, in primo luogo, desideriamo impegnarci per la convivenza pacifica tra i popoli del Medio Oriente e per questo siamo qui. Secondo, dobbiamo dire, ancora una volta, un’inequivocabile no al terrorismo e perciò, anche da qui oggi, ci uniamo solidalmente a tutte le vittime del terrorismo, alle loro famiglie e facciamo nostra, in queste ore, la preghiera per la liberazione degli ostaggi sequestrati in Iraq. Terzo, occorre che tutti, tutti, comunità internazionale, governi, e ciascuno di noi ci impegniamo per la salvaguardia, la tutela delle comunità cristiane dell’intera regione. Poche settimane fa ho avuto l’occasione di intervistare un amico del Meeting, il rabbino David Rosen, che mi ha detto: “La comunità cristiana, la minoranza cristiana, ha sulle sue spalle la responsabilità, la possibilità di tenere unita la grande famiglia di Abramo”. Aiutiamola in questa responsabilità, aiutiamola tutti.
Bene, e ora, per aprire il nostro incontro, chiedo al Segretario di Stato agli Affari Esteri di San Marino, Fabio Berardi, di prendere la parola e di rivolgerci il suo indirizzo di saluto.

Fabio Berardi: Ecco, come abbiamo concordato nell’incontro con i ministri, poco fa, vista l’importanza dell’evento odierno, il mio sarà un po’ più di un indirizzo di saluto. Sono lieto, in primo luogo, di porgere il più cordiale saluto al Ministro per gli Affari Esteri Italiano, Franco Frattini, al Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri Israeliano, Silvan Shalom, al Ministro agli Esteri del Governo dell’Autorità Palestinese, Nabil Shaath, al Direttore Generale AVSI e a tutti i presenti a questo momento di incontro, che assume un particolare motivo di interesse nell’ambito del programma del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, a cui la Repubblica di San Marino ha rinnovato, anche quest’anno, la propria adesione.
Alla cultura della pace, alla quale il Meeting ispira le proprie scelte, e che si alimenta con l’incontro e il dialogo tra le diverse culture ed identità, San Marino ha voluto, quest’anno, porre in modo particolarmente incisivo l’accento, con la realizzazione di un’ apposita emissione filatelica, uscita in questi giorni e dedicata al 25° anniversario del Meeting, la quale intende costituire anche un omaggio alla ricerca instancabile ed alla difesa appassionata di questo grande obbiettivo. L’emissione filatelica, che molti di voi avranno già avuto modo di visionare, rappresenta una moltitudine di persone, di razze, età, sesso e condizioni diverse, che serenamente s’incontrano e si confrontano. Ciò riassume le finalità e la motivazione, al tempo stesso, del Meeting, come pure l’anelito ad un impegno e ad un richiamo di portata universale, a cui la Repubblica di San Marino rapporta la propria scelta di amicizia e di dialogo con tutti i popoli, ispirandosi, nella sua azione internazionale, ai principi contenuti nello Statuto delle Nazioni Unite.
Alla luce di questa posizione desidero pertanto esprimere come anche lo Stato sammarinese segua, con costante preoccupazione, il susseguirsi degli episodi di violenza in Iraq, contro la popolazione civile, contro la forza multinazionale e gli stessi rappresentanti del Governo in carica, come pure le vicende, di questi ultimi giorni, nella città di Najaf, che segnano una fase di particolare delicatezza e complessità politica.
In questa occasione desidero pertanto ribadire come il nostro Paese, in linea con le posizioni espresse nell’ordine del giorno approvato dal Parlamento sammarinese, il 26 maggio scorso, rinnovi la propria fiducia nel ruolo della Comunità internazionale e delle Nazioni Unite, sulla base dell’ultima, importante, risoluzione del Consiglio di Sicurezza, dell’ 8 giugno, per il raggiungimento di una situazione di riconciliazione nazionale, nel quadro della indipendenza, della sicurezza, della legalità e nel rispetto dei diritti individuali e collettivi, su cui solo possono effettivamente impiantarsi e svilupparsi l’autonomia e la democrazia di ogni Stato. Formulo perciò l’auspicio che si possano presto realizzare, per il popolo iracheno, le condizioni necessarie a raggiungere, nei prossimi tempi, gli obiettivi prefissati e sostenuti dalla citata risoluzione ONU e, soprattutto, affinché quel popolo possa guardare al futuro come a un tempo finalmente di pace, di sicurezza, in cui i valori della sua millenaria cultura e della sua ricca e multiforme identità, possano essere riconosciuti dalle diverse parti come i valori fondanti che potranno guidare e sostenere le scelte del Paese verso la sua ricostruzione e verso la sua stessa rinascita.
Al Ministro Frattini che conduce la politica estera dello Stato italiano, a cui San Marino rapporta costantemente la propria storia e la propria realtà e con cui i secolari vincoli, di reciproca amicizia e collaborazione, trovano continuamente motivo di impulso, rinnovo, con particolare cordialità, l’espressione della particolare considerazione per l’impegno assunto dallo Stato italiano, in favore della sicurezza, della stabilità e della riconciliazione in Iraq. Impegno che resta saldo, nonostante i ripetuti attacchi subiti dalla forza multinazionale di pace, nonostante la nuova vicenda del rapimento di un cittadino italiano, come prima si ricordava.
Rispetto alla lotta al terrorismo, che non può conoscere deroghe né ritardi da parte di nessuno Stato, anche la Repubblica di San Marino ha effettuato le necessarie scelte, derivanti dalla sua partecipazione all’attività delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, con l’adesione ai principali atti e convenzioni internazionali, adottando le relative indicazioni nel proprio ordinamento, tutte indirizzate a contrastare il terrorismo internazionale, il suo finanziamento ed i fenomeni criminali ad esso collegati. Poiché il popolo sammarinese ha difeso, nei secoli, sopra ogni altra cosa, il valore della propria indipendenza ed il diritto di vivere pacificamente entro i propri confini, esso è particolarmente sensibile alle istanze di libertà e di democrazia che ancora a molti popoli non vengono pienamente riconosciute.
Mi è particolarmente gradito, quindi, esprimere l’auspicio che l’odierna concomitante presenza, a questo tavolo, del Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri di Israele e del Ministro degli Affari Esteri del Governo dell’Autorità Nazionale Palestinese, consenta di compiere, finalmente, concreti passi verso l’autodeterminazione del popolo palestinese, con l’attuazione degli impegni definiti dalla Road Map, al fine della nascita dello Stato palestinese accanto allo Stato di Israele. Crediamo, infatti, nella necessità di ricercare le opportune condizioni di dialogo e di mediazione, e che la volontà politica e la capacità diplomatica debbano essere impiegate a tal fine, affinché i due Stati indipendenti possano, legittimamente, convivere in pace e in sicurezza, entro i loro confini.
Per esprimere sostegno a questa causa, il mio Paese indirizza da tempo il proprio contributo al rafforzamento - in linea con la propria secolare tradizione di neutralità e di impegno umanitario, che esprime anche a sostegno di specifici progetti dell’AVSI - di una cultura della pace e dell’attuazione del dialogo interculturale ed interreligioso, e raccoglie con piacere ogni utile occasione in questo senso. A questo tema sarà anche dedicata l’Orazione ufficiale, prevista per la più alta occasione istituzionale dello Stato sammarinese, e cioè la cerimonia di investitura dei Capitani Reggenti, per il prossimo primo ottobre, affidata, proprio in questa occasione, a padre Ibrahim Faltas, Custode della Basilica della Natività a Betlemme, sede religiosa che, per le note vicende legate al suo assedio, ha assunto un valore simbolico, rispetto alla ricerca inesauribile della mediazione tra le parti, quale strumento unico e insostituibile per il superamento dei conflitti e la conciliazione fra le opposte posizioni.
L’odierno colloquio è rivolto anche al Mediterraneo, considerato da sempre il mare che unisce civiltà e culture diverse, eppure riconducibili a elementi e valori che possono essere considerati, in larga parte, comuni. La stessa storia della secolare pacifica coesistenza delle tre grandi religioni, cristiana, ebraica e musulmana, può consentire di ritrovare elementi di continuità e affinità fra i sistemi, che appaiono tanto lontani, sotto il profilo economico e politico, come per le molteplici appartenenze etniche e religiose. In quest’area così variegata e purtroppo tuttora segnata da conflitti sanguinosi e nazionalismi esasperati, anche il rispetto, di richiamo alla fede, possono costituire un mezzo di avvicinamento e di comprensione, come dimostra, del resto, l’interessamento espresso nei giorni scorsi dalla Santa Sede per la sospensione dei combattimenti a Najaf, la città santa degli sciiti. Il Mediterraneo è oggi lo scenario in cui, oltre al protrarsi della questione Medio-orientale, coesistono realtà legate al mondo africano, a quello arabo e a quello europeo, tanto più dopo il recente allargamento dell’Unione europea, ed in cui il terrorismo individua obbiettivi strategici. Ma il Mediterraneo è anche il luogo in cui diversi stati devono affrontare l’emergenza dell’approdo di emigrati clandestini e dei profughi in fuga disperata dalla povertà delle guerre.
Sul tema dei profughi vorrei ricordare come, giusto sessant’anni fa, durante il secondo conflitto mondiale, il territorio neutrale della Repubblica di San Marino - pur ingiustamente colpito dagli eventi bellici - abbia accolto circa centomila profughi, provenienti dalle zone limitrofe, assicurando loro asilo e salvezza. Tra costoro, con la sua famiglia, vi era anche il giovane riminese Alberto Marvelli - che il Pontefice proclamerà beato il 5 settembre prossimo e che il Meeting degnamente ricorda - il quale si prodigò, anche in quelle circostanze, incessantemente, per dare assistenza e aiuto ai rifugiati. San Marino ne ricorderà la figura, come pure, nel prossimo mese di settembre, si unirà alla città di Rimini e al Governo italiano nelle celebrazioni del 60° anniversario della battaglia di Rimini, che tanti effetti ebbe, anche sul vicino Stato sammarinese. In quello stesso periodo l’ebreo modenese Angelo Donati, in qualità di Console della Repubblica di San Marino a Parigi, si adoperò per salvare migliaia di persone dalla persecuzione nazista, come è stato quest’anno sottolineato, nel Giorno della Memoria, con il conferimento della Medaglia d’oro al Valore Civile, da parte del Presidente della Repubblica italiana.
Concludendo, ritengo che anche questi piccoli pezzi di storia possano indurci a riflettere sulla molteplicità degli aspetti che caratterizzano il presente e sull’importanza che può assumere ogni testimonianza, come motivo di speranza, anche di fronte agli avvenimenti più tragici, come pure sulla necessità che mai, in alcun modo, debba essere ignorata o perduta la speranza ed il valore della centralità dell’uomo, alla quale rapportare responsabilmente ogni progetto.
Ritengo che mai, come in questa edizione del Meeting, lo slogan scelto meglio si adatti al dialogo che è iniziato qui, oggi, tra i responsabili della politica israeliana e palestinese, ed auspico vivamente che tutte le parti non cessino mai di tendere continuamente alla meta. Grazie.

Roberto Fontolan: Grazie signor Ministro. Dicevo prima che il Ministro Franco Frattini si è adoperato moltissimo per questo incontro, dal momento in cui Alberto Piatti ha formulato una proposta così ambiziosa e coraggiosa.
Così, invito Alberto a prendere la parola, ringraziandolo, non solo per la proposta, ma anche per il suo lavoro che molti di voi qui ben conoscono. Prego Alberto.

Alberto Piatti: Grazie, signori Ministri, di essere venuti a Rimini, da quella terra che noi tutti, per l’evidenza del Mistero presente, chiamiamo “santa”; grazie di essere venuti dalla Terra Santa, per dialogare in un momento in cui il dialogo sembra impossibile e molti si impegnano per renderlo impossibile.
Vi siete incontrati, l’ultima volta, durante il semestre di Presidenza italiano, nel dicembre 2003, e oggi siete nuovamente insieme, qui, con noi. Quando, con il Ministro Frattini ed alcuni amici, abbiamo pensato di organizzare questo dialogo, anche a noi sembrava impossibile. Certamente abbiamo teso l’arco del nostro desiderio oltre la nostra capacità di immaginazione, ma per quella ingenua baldanza, come ci diciamo tra noi - che potrebbe essere tradotto, per il coraggio della passione per l’uomo, che don Giussani ci ha insegnato -, per la tenacia e l’impegno con cui il Ministro Frattini e tutti i suoi collaboratori, hanno voluto questo incontro, voi siete qui, di nuovo, insieme, al Meeting per l’Amicizia tra i Popoli.
Ringrazio, quindi, particolarmente il Ministro, ringrazio Franco e i suoi collaboratori, che stanno ricollocando la politica estera italiana nel solco della grande tradizione, della capacità di dialogo con tutti. E dobbiamo rilevare, come l’incontro di oggi, sia anche un significativo esempio di sussidiarietà, attraverso cui la società civile dà il proprio contributo specifico alle istituzioni, aiutando il dialogo.
L’amicizia che vi offriamo, signori Ministri, non è un progetto politico, ma un incontro tra persone. Come è stato detto, quello di oggi è un incontro storico, che cade nel 25° anniversario del Meeting di Rimini e nel 50° di fondazione del movimento di Comunione e Liberazione. Se di storia si tratta, coloro che vi stanno ascoltando, le migliaia di persone che vi stanno ascoltando, vi chiedono di scrivere oggi una bella pagina di storia, perché, come ci ha ricordato il Santo Padre, a Lourdes, la libertà dell’uomo è ferita da una colpa originale e quindi deve essere continuamente sostenuta a tendere verso il bello, il vero, il giusto. Il dialogo e l’ascolto reciproco aiutano a sostenere questa libertà ferita. La frase che abbiamo sentito dopo l’attentato a Madrid: “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita”, è contro la natura dell’uomo e certamente non ha nulla di religioso.
E così, seguendo la sollecitazione del Santo Padre a costruire ponti, oggi abbiamo costruito un ponte che vi invitiamo a percorrere senza indugi, un ponte di dialogo. La pace si costruisce nel cuore dell’uomo e oggi le migliaia di persone che sono qui presenti parlano al cuore di Silvan Shalom e Nabil Shaath.
In questo processo di pace, come voi ben sapete, è fondamentale il contributo dei cristiani di Terrasanta, che vivono un momento di grande difficoltà, e a cui va tutto il nostro affetto. Così come il Papa ci ha ricordato nel Discorso del primo gennaio di quest’anno: la pace resta comunque possibile e, se possibile, la pace è anche doverosa. Buon lavoro.

Roberto Fontolan: Grazie. Ed ora a Lei, Ministro Frattini, il compito di aprire questo dialogo, Lei che di questo incontro è stato protagonista, in questi mesi, e artefice.

Franco Frattini: Grazie molte. Sono io grato a voi, grato al Meeting di Rimini, per avere offerto a me, ai due colleghi ed amici che ci fanno l’onore di essere qui, Nabil Shaath e Silvan Shalom, di avere offerto a noi la possibilità, oggi, di riprendere, insieme a tanti amici e a molte migliaia di persone, uno degli spunti più importanti del dialogo, del confronto positivo che è da tempo, direi da troppi anni, nell’agenda della Comunità internazionale.
È quindi estremamente importante, come è stato detto da chi mi ha preceduto, da Fabio Berardi e da Alberto Piatti, che si possa considerare questo luogo - il nostro Paese, la città di Rimini - come una vera e propria casa del dialogo, un luogo dove noi liberamente parliamo. È una sede certamente non ufficiale, ma altrettanto importante rispetto a quelle ufficiali, per, ovviamente, la qualificazione degli ospiti che hanno accettato questo invito, anche per la convinta partecipazione di migliaia di persone, come voi, che vivono, dentro la società civile, l’importanza e la centralità del problema della pace, che noi viviamo nella politica estera. Questa è l’importanza di quella sussidiarietà, tra mondo delle istituzioni e società civile, che ci permette oggi di essere qui, per parlare di un tema così drammatico e così centrale per la storia del mondo, sapendo che tutto quello che noi diremo sarà messo a frutto positivo, anche se nessuno può pensare, ovviamente, che noi oggi, qui e subito, risolveremo gli immensi problemi che abbiamo davanti; ma anche solo l’importanza di fare un passo avanti, di dire una parola positiva nella volontà di mantenere le porte aperte al dialogo, anche soltanto questo vale la vostra attenzione di oggi e il nostro impegno di ieri, di oggi e di domani.
Vedete, l'Italia è convinta - e il Governo italiano è fermamente convinto - che la strada del dialogo e del confronto positivo sia l'unica strada possibile in questa situazione, in questa delicata e difficile situazione di cui meglio, tra un attimo, parleremo, così come, nell'affrontare il più grande tema sul quale l'Italia è impegnata, del dialogo tra le culture, tra le religioni, tra le civiltà.
Vedete, negli scorsi mesi, anche cogliendo la storica opportunità della Presidenza italiana dell'Unione europea, noi abbiamo dimostrato che cosa può fare la storia e la tradizione del nostro Paese, in questo; un Paese profondamente europeo, un Paese fondatore dell'Europa, che avrà l'onore di ospitare, a Roma, la firma della Costituzione europea; e insieme Paese profondamente mediterraneo, un Paese, cioè, che conosce - per la sua cultura, per la sua tradizione, per la sua storia -, conosce quanto sia importante il principio di far parlare i popoli, di non far parlare soltanto tra loro le classi dirigenti, di aprire, cioè, un confronto che ponga, al centro della scena, quei valori universali in cui voi credete e noi crediamo, tutti insieme, che sono i valori profondi del rispetto dei diritti dell'uomo, della dignità, dei diritti fondamentali della persona umana. Valori e principi che sono iscritti nel “DNA” di tutte le nostre religioni; non c'è differenza, in questo, tra la religione islamica, quella ebraica e quella cristiana cattolica: i diritti della persona umana, il valore centrale dell'uomo è qualcosa che ci può unire.
Ecco, allora, un tema su cui, davvero, dobbiamo sviluppare il nostro lavoro: culture e civiltà diverse, in molti aspetti, religioni, che hanno storie e principi diversi, si possono ritrovare intorno ad alcuni temi comuni. Questo è il lavoro, questo è uno dei filoni dell'azione su cui la politica estera italiana si dirige, si è diretta finora, continua a dirigersi.
Vedete, quando noi abbiamo voluto portare nel mondo la bandiera dell'Italia, noi lo abbiamo fatto e lo facciamo, con i nostri soldati di pace, con i nostri civili, con coloro che, nello straordinario mondo che voi conoscete - perché ne siete interpreti - della cooperazione, del volontariato, pensano a quei paesi, a quei popoli che hanno sofferto. Noi siamo in quei paesi, noi siamo in quei luoghi a portare solidarietà politica, a portare aiuti economici, a portare contributi per la sicurezza, a prezzo molto alto - anche quello recentemente pagato -; ma siamo lì anche per costruire le strade, per costruire le scuole, per fare gli ospedali, per portare qualcosa che possa alleviare le condizioni di vita di quei popoli. Lo abbiamo fatto nei Balcani, lo abbiamo fatto, e lo facciamo, in Kosovo, in Afghanistan, in Iraq, in Africa, in ogni parte del mondo. Questo è l'impegno, per cui l'Italia può essere orgogliosa nel mondo, questo è l'impegno positivo, un impegno per cui siamo visti, giustamente, come portatori di una parola di solidarietà, di una parola di amicizia, di una parola di pace. Ed ecco la ragione di questo incontro di oggi, che va oltre il significato che alcuni di voi possono dare, che alcuni di noi possono dare, come di una tappa di un percorso che dobbiamo ancora proseguire per arrivare all'obbiettivo che vogliamo. Una pace stabile, giusta e duratura, che riconosca ad Israele il diritto di esistere in pace e sicurezza e riconosca al popolo palestinese il diritto, altrettanto grande, di uno Stato libero, autonomo e sovrano. Questo è l'obbiettivo, in un quadro di giustizia, in un quadro di stabilità, rispetto al quale dobbiamo lavorare.
C'è un punto che qualcuno ha toccato - ne ha parlato Alberto -, la pace è risultato del grande coraggio, non bastano il dialogo politico e il confronto diplomatico, ci vuole coraggio, ci vuole il coraggio di decidere che questo, finalmente, è il momento di camminare spediti verso la pace. Questo è il primo messaggio che io penso si possa e si debba dare dalla platea di Rimini: un incoraggiamento ai leader che vogliano rendersi davvero protagonisti di questo coraggio storico, di fare finalmente la pace.
Cari amici, di fronte a questo, prima di ascoltare i due colleghi ed amici Ministri degli Esteri, soltanto pochi pensieri. Il primo. Abbiamo davanti un impegno, un impegno che sta scritto nella Road Map, un impegno in cui crede la Comunità internazionale, un impegno che ci chiama tutti ad una maggiore, più presente responsabilità. Un impegno a cui siamo chiamati noi europei - e l’Italia come Paese protagonista in Europa - le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, la Russia, gli attori di questo “quartetto” - così si chiama, tra gli addetti ai lavori - che dovrà applicare delle regole che, con coraggio, l'una e l'altra parte, Israeliani e Palestinesi, hanno accettato.
Quelle regole sono state indicate, quella è la strada da cui dobbiamo partire, ma per poter partire davvero - e dico partire, perché purtroppo siamo ancora al momento in cui si deve muovere dalla dichiarazione forte di intenzioni, dalla convinzione che deve essere, e sarà sempre, io spero, anche oggi, confermata e riaffermata, di voler procedere - si devono mostrare, ai due popoli che hanno tanto sofferto, concreti risultati, affinché questa Road Map sia vista, non soltanto come un tracciato disegnato dalle diplomazie, ma come un risultato concreto che dica ai due popoli: vale la pena di sperare, vale la pena di lavorare, vale la pena di incoraggiare chi governa a non fermarsi e a non avere paura.
Per questo io dirò soltanto quattro cose. La prima, un pensiero su che cosa può e deve, o meglio, dovrebbe fare, l'Europa.
L'Europa ha un grande ruolo in questo, l'Europa, a mio avviso, può tenere - e c'è un grande spazio a sua disposizione - una posizione realmente bilanciata, una posizione di equilibrio che guardi all’una ed all'altra parte, con senso di responsabilità, incoraggiando gli uni e gli altri, non scegliendo l'una o l'altra parte, perché questo farebbe finire la centralità dell'Europa come attore politico. Faccia, in altri termini, il vero ruolo di attore equilibrato sul territorio, capace di conoscere storia e tradizioni dei due popoli, dei due paesi e incoraggiare gli uni e gli altri ad andare avanti. C'è un grande spazio in questo, ad esempio, per contribuire al monitoraggio dell'attuazione della Road Map.
La Road Map deve essere attuata, ma occorre - ed è questo un punto essenziale - chi verifichi, se e come, e in che termini è attuata. C'è un'attuazione che riguarda la lotta senza quartiere alle organizzazioni del terrorismo, c'è una parte che riguarda il ritiro dall'occupazione dai Territori occupati, c'è un aspetto, importantissimo, che riguarda la riforma istituzionale - particolarmente riguardante l'Autorità Nazionale Palestinese -, c'è un aspetto, altrettanto importante, che riguarda il rilancio economico - perché, senza uno sviluppo economico forte, territori e popoli che hanno molto sofferto, non potranno offrire alle giovani generazione del domani, una prospettiva -. Ecco, in tutti questi campi che non sono solo il contributo finanziario, ma sono la presenza politica, l'Europa può avere ed ha, a mio avviso, uno spazio grande di intervento e di presenza, in questo processo che si è avviato, ma che si deve concretamente realizzare.
All'interno dell'Europa che cosa fa l'Italia? Questo è il secondo pensiero. L'Italia ha già fatto, in termini di equilibrio e di equidistanza da un lato, di concrete azioni di supporto, di un rilancio socio economico della regione, dall'altro. Alberto Piatti ricordava la Conferenza dei Donatori per la Palestina che noi abbiamo avuto il piacere di ospitare a Roma, in dicembre, ma dobbiamo ricordare molti altri passi: una presenza italiana all'interno di quella task force che sta elaborando un processo e un progetto di riforma istituzionale, ed una disponibilità - che qui voglio confermare alla presenza dei due interlocutori interessati -, una disponibilità a contribuire a quel grande senso di sicurezza che richiede l'addestramento e il rafforzamento della polizia palestinese, che deve essere fornita di mezzi, di attrezzature, di addestramento anche tecnico.
Ebbene, in questo campo, l'Italia offre un aiuto, un supporto; la nostra tradizione ce lo permette. Credo che la nostra esperienza, anche nel territorio medio-orientale, ci dia titolo a poter offrire un contributo, per innalzare quelle condizioni di sicurezza che sono uno dei capitoli essenziali e imprescindibili per l'applicazione della Road Map.
Certamente, in questo ambito, l'Italia svolge un'azione nelle sedi internazionali, in cui è partner autorevole. Ho ricordato l’Europa; la Presidenza italiana dell'Unione europea credo possa essere ricordata per avere dato un contributo forte alla lotta al terrorismo - e di questo ci viene dato atto pubblicamente -, così come il merito di aver incoraggiato quella ripresa dei lavori del Quartetto, per arrivare ad una decisione di conferma di tutti gli impegni, a cominciare dall'impegno degli Stati Uniti d'America sul terreno. Quindi, nell'Europa, ma non soltanto nell'Europa.
Voi tutti ricorderete come, all'inizio del Governo presieduto del presidente Berlusconi, nell'ormai lontano 2002, una delle prime proposte politiche, lanciate da Berlusconi, fu un piano di rilancio e di ricostruzione economica della Palestina. Quel piano fu accolto con distrazione da alcuni ambienti politici italiani, talvolta con sottovalutazione, oggi quel piano è riconosciuto dall'Europa, è stato approvato dai leader del G8 - cioè dagli otto grandi paesi industrializzati del mondo -. È un piano che mira ad offrire al popolo palestinese delle prospettive per lo sviluppo ed il rilancio socioeconomico, che sono una condizione essenziale per la stabilità e la durevolezza di una pace giusta in Medio Oriente. Di questo noi rivendichiamo il merito.
Ed allora è chiaro che accanto a tutto questo va affiancato un pensiero - ed è il terzo che intendo fare -: che cosa può e deve fare il mondo arabo, per aiutare e per incoraggiare, verso quello storico risultato? Il mondo arabo ed alcuni coraggiosi leader arabi stanno già facendo. Non possiamo non ricordare, anzitutto, il Presidente egiziano, l'impegno del Re di Giordania, leader arabi coraggiosi che hanno con chiarezza detto che la Road Map va aiutata, che il piano di ritiro da Gaza del Primo Ministro Sharon deve essere un successo, e quindi va incoraggiato, che la lotta al terrorismo è un imperativo assoluto, senza eccezioni di sorta. Queste affermazioni, io ne sono certo, anche per l'autorevolezza di chi le ha pronunciate, potranno produrre quella diffusione positiva, all'interno del mondo arabo, di un incoraggiamento, finalmente, a dire una parola definitiva non solo, come è ovvio, sul diritto alla creazione dello Stato Palestinese, ma anche - e questo sarebbe un risultato chiaro ed importante - il mondo arabo potrà e dovrà dire - io spero - che Israele ha diritto ad esistere e a vivere in sicurezza.
Questo è il passaggio, e vedete, è un passaggio importante, perché per questo passaggio noi dovremo passare - scusate la ripetizione di parole -. Non sarà possibile un risultato realmente giusto e duraturo se non crescerà questa consapevolezza, che sta crescendo, nel mondo arabo, che quella strada, la strada della Road Map, è una strada che va perseguita con successo, in tutti i suoi capitoli; ed ho ricordato il capitolo del diritto di Israele, perché è evidente il livello e l'importanza simbolica. Vedete, l'Italia è tra quei paesi che, proprio in questo grande sforzo di dialogo, sta parlando con molti paesi arabi, paesi mediterranei che con noi condividono l'esigenza della pace, dicendo, ad esempio: non lasciamo cadere la possibilità di pensare a ristabilire relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele. Avrebbe un effetto simbolico, importante. Sono pochi oggi, assai pochi, forse soltanto uno, tra i paesi arabi mediterranei, ad avere relazioni ordinarie con lo Stato di Israele; ma io credo -ed è uno sforzo che io faccio con convinzione, parlando con tutti i miei colleghi dei paesi arabi -, che ci si debba muovere in questa direzione, per dare segnali positivi importanti che facciano intendere che questo sforzo comune è uno sforzo condiviso dal mondo arabo. È chiaro che poi si chiederà ad Israele di rispettare tutte le regole che, all'interno della Road Map, sono scritte, a cominciare dalla pienezza del ritiro dai Territori occupati. Ma è un circolo virtuoso che dobbiamo iniziare e, lo ripeto ancora una volta, le relazioni eccellenti che noi abbiamo con tutti i leader del mondo arabo, ci permettono di avere un ruolo.
Ed ancora, un ruolo importante dei paesi arabi - cito ancora il presidente Mubarak -, consiste nell’incoraggiare quegli sforzi, in parte già compiuti dall’Autorità Nazionale Palestinese, per le riforme; riforme già compiute, ad esempio, nel settore della giustizia, non ancora compiute nel settore della sicurezza, nel settore del pieno controllo dei servizi segreti e delle forze di polizia, nelle mani del Primo Ministro. Ho molto apprezzato l'incoraggiamento pubblico, esplicito, del Presidente Mubarak, rivolto alla Autorità Nazionale Palestinese, al suo Presidente, al suo Primo Ministro. Ed è vero, poi, che anche noi che siamo amici, amici stretti, amici sinceri, ci aspettiamo qualcosa dai due interlocutori che sono i veri protagonisti; il coraggio della pace deve essere innanzitutto il loro, loro sono i protagonisti che debbono compiere questi atti coraggiosi.
Allora è chiaro che noi ci aspettiamo, dai nostri amici Israeliani, che il loro ritiro da Gaza ci sia, nei termini coraggiosamente annunciati, anche a prezzo di critiche aspre, ricevute dal Primo Ministro Sharon, al suo interno e nel suo stesso partito, affinché quella strada prosegua, che le colonie realizzate illegalmente vengano smantellate, perché, insomma, quel piano sia realizzato concretamente.
Poi dico, con amicizia, a Silvan Shalom, che noi saremmo felici che si continuasse quel dialogo che avevamo iniziato, proprio a dicembre, a Roma, sul trovare delle misure per rendere un po’ più agevole, pur nella drammaticità della situazione, le condizioni di vita dei singoli palestinesi - i trasferimenti dei pendolari, gli spostamenti -, quelle misure che sono certamente misure da conciliare con la grande prevenzione dal terrorismo, ma che sono messaggi simbolici, anche di buona volontà, che non manca ai nostri amici israeliani, ne sono certo. E certo sarebbe assai bello se, dopo una importante decisione della Corte Suprema dello Stato di Israele, che ha dato delle indicazioni precise sul tracciato del muro, seguendo le regole, come è giusto in una democrazia parlamentare quale è Israele, il Governo adottasse, seguisse le regole stabilite dalla Corte Suprema d'Israele, e modificasse, almeno in quelle parti, il tracciato del muro. Forse non è tutto quello che altri chiedono, ma io credo che un passo avanti, anche soltanto un passo avanti in quella direzione che riguarda il tracciato della barriera di sicurezza, sarebbe un passo importante, anche simbolicamente.
E nello stesso tempo, io credo che si debba dire, come molte volte abbiamo detto, in tante sedi istituzionali, ai nostri amici Palestinesi - quante volte ne ho parlato con Nabil -, l’importanza della sicurezza. È chiaro che dopo le dimissioni del Primo Ministro Abu Mazen, noi fummo preoccupati, poi la nomina del Primo Ministro Abu Ala, che è persona saggia e moderata, ci confortò. È persona che vuole la pace, ma il problema è: ha gli strumenti, nelle sue mani, per controllare realmente la sicurezza, per fronteggiare quelle situazioni pericolose? Situazioni pericolose anche per la stessa sicurezza dei Palestinesi, come si vede nelle drammatiche vicende delle scorse settimane: sequestri lampo di esponenti autorevoli dell’Autorità Palestinese, attacchi e ferimenti gravi.
Ecco, questo è un punto su cui una riflessione, uno sforzo, un grande passo avanti, almeno nelle linee suggerite dal Presidente Mubarak - diciamo così -, l'Europa credo che abbia titolo di fare: più forza alla sicurezza, più forza al controllo sulle forze di polizia, perché, obbiettivo numero uno, scritto nella Road Map, è lo smantellamento delle organizzazioni del terrorismo. È un obiettivo, è un punto fermo assolutamente non rinunciabile. Noi abbiamo apprezzato le parole di condanna del Primo Ministro Abu Ala nei confronti degli atti di terrorismo. Crediamo che nel quadro del sistema di riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese, un tassello indispensabile sia che nelle mani del Primo Ministro ci deve essere il controllo della sicurezza. Solamente così si potrà, a mio avviso, smantellare fortemente il terrorismo e credo che il dibattito che si sta aprendo, anche nel Parlamento Palestinese, in queste settimane, dia degli spazi significativi.
Chiudo questo mio intervento, questa mia introduzione, dicendo che tutto gira, ruota intorno alla volontà comune di confermare il dialogo, quell'obbiettivo, obbiettivo condiviso, obbiettivo sostenuto dalla Comunità internazionale. L'Italia, cari amici, non farà mancare il suo sostegno, come ha già fatto finora, non farà mancare il suo incoraggiamento sincero, da vero amico, sapendo assai bene che la pace non si fa con coloro che pensano allo stesso modo e che hanno la stessa visione, ma tra coloro che la pensano in maniera profondamente diversa.
Questo è il coraggio di fare dei passi avanti e, alla fine, di trovarsi ad un punto di equilibrio. L'Italia sarà sempre al vostro fianco in questo.

Roberto Fontolan: Ora invito il Ministro degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese, Nabil Shaath a prendere la parola.

Nabil Shaath: Desidero innanzitutto ringraziare calorosamente tutti, tutti coloro che mi hanno permesso di essere qui con voi oggi, il mio caro amico Franco Frattini, tutti coloro che hanno organizzato questo splendido Meeting di Rimini, il Primo Ministro di San Marino, il signor Piatti, tutti, tutti meritano i miei più profondi ringraziamenti, per avermi dato questa splendida opportunità.
Ho la possibilità di rivolgermi al un pubblico più ampio e più disposto a costruire qualcosa al quale io mi sia mai rivolto. Mi piace questa splendida città, una città che è stata distrutta pesantemente dalla guerra, ed è stata ricostruita; adesso abbiamo una bellissima spiaggia lungo Rimini, e abbiamo qui la sede di Comunione Liberazione, una sede per tutta l'umanità; ci dà speranza, è piena di creatività questa città e ci consente di raggiungere ciò che è inaspettato, al di là di qualsiasi speranza. “Il nostro progresso non consiste nel presumere di essere arrivati, ma nel tendere continuamente alla meta”. Questo slogan è splendido, questo insistere, questa speranza, questa creatività, questa umanità e questo amore per la vita, questo amore per l'umanità, è tutto quello che mi ha portato a Rimini, per coinvolgervi in quelli che sono i nostri problemi difficili, l'ottenimento della pace nella Terrasanta.
Io vengo dalla Terrasanta, vengo da una Terrasanta in agonia, una Terrasanta che soffre, una Terrasanta colpita dalla guerra e dalla distruzione, vengo dalle splendide Betlemme e Gerusalemme, e da tutti quei siti storici che vengono menzionati nella Bibbia. Io spero che la mia venuta qui possa avvicinarci, anche solo di un passo, alla pace in Terrasanta. Devo riconoscere, davanti a voi, che esiste un legame che lega me, personalmente, e tutti i Palestinesi, all'Italia e agli Italiani; si tratta di un legame di amore e amicizia. Raggiungere la pace in Terrasanta è l'obbiettivo più importante per i Palestinesi, gli Israeliani, gli Arabi, i cittadini del Mediterraneo, in effetti per tutti i cittadini del mondo.
So che il nostro non è l'unico problema del Medio Oriente, ce ne sono altri, e l'Italia si è impegnata nel tentativo di risolvere molti dei problemi esistenti nel Medio Oriente, però c'è un aspetto strategico, un aspetto di grande importanza e di forte simbolismo, circa la guerra che viene condotta in Terrasanta, ed è la soluzione a quel problema che contribuirà a risolvere il tema dei rapporti fra i fedeli delle tre grandi fedi monoteiste: il cristianesimo, l'ebraismo, l'islam. Potremo così aprire le porte alla pace, alla sicurezza e alla prosperità, in tutta la regione del Medio Oriente e quindi anche del Mediterraneo.
È stato per noi un motivo di grande piacere arrivare alla firma degli accordi di Oslo. Dal nostro punto di vista è lì che è iniziata la strada della pace e senza dubbio grossi sono stai i passi avanti realizzati all'epoca. Innanzitutto mi è stato possibile tornare nel mio Paese dopo quarant’anni di esilio, e molte altre istituzioni palestinesi hanno potuto ritornare in Palestina e hanno potuto ricostruire questo nostro Paese. So che Israele ha potuto compiere passi importanti, riallacciando rapporti e ottenendo il riconoscimento di molti paesi nel mondo, dalla Cina al Senegal; questo dopo aver firmato gli accordi con la Palestina. So che c'erano stati dei primi germogli di rapporti tra Israele e Palestinesi, e molti paesi arabi hanno avviato relazioni con Israele solo dopo la firma degli accordi di Oslo tra Palestinesi e Israeliani. In seguito all'accordo firmato ad Oslo, i Palestinesi e gli Israeliani, per la prima volta hanno potuto parlare di sicurezza, dopo molto tempo. Ancora questo processo, però, non si è completato e di conseguenza, dal momento che non c'è ancora un accordo definitivo, noi siamo di nuovo impegnati in un confronto con conseguenze sanguinose, per il mio popolo, ma sono certo con conseguenze sanguinose anche per Israele.
Il nostro è un problema molto speciale e vorrei brevemente discutere con voi di alcune soluzioni, di alcuni strumenti che potremmo utilizzare per superarlo. Però ritengo di dover iniziare menzionando, innanzitutto, un grave problema umanitario, problema che tutti i Palestinesi sentono fortemente nel loro corpo, nel loro sangue. A causa del confronto ci sono diverse migliaia di prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Mille di questi settemila prigionieri sono prigionieri cosiddetti “amministrativi”, che possono essere trattenuti per un periodo infinito, senza che contro di essi sia stata formulata alcuna accusa specifica. Durante il periodo di occupazione, da parte di Israele, della Cisgiordania, nel 1967, centinaia di migliaia di prigionieri palestinesi sono stati catturati da Israele e detenuti nelle carceri israeliane, in tutti questi anni. Questi prigionieri sono stati incarcerati nella carceri israeliane in violazione della Convenzione di Ginevra; le loro vite non sono sicuramente felici, anzi, conducono una vita molto, molto difficile. In gran parte si tratta di giovani donne e giovani uomini che devono subire difficili condizioni di vita, umiliazioni, a volte sono costretti a spogliarsi per essere perquisiti, non possono vedere i parenti, i familiari, vengono demonizzati, e adesso sono in un periodo di sciopero della fame, è la loro seconda settimana di sciopero della fame. Non vogliono chiedere di essere liberati domani, la loro richiesta è di essere trattati nel modo corretto, come esseri umani, con una propria dignità di esseri umani che sono prigionieri politici. Io invito il Ministro Shalom e i ministri israeliani a parlare con loro, ad ascoltare le loro richieste, a migliorare seriamente le loro condizioni, prima che sia troppo tardi, e alla fine di liberarli. Lasciate che questi prigionieri siano liberi, perché vogliamo libertà per tutti nel Medio Oriente.
Per ritornare alla mia prima introduzione. Sapete, noi siamo un caso molto difficile: abbiamo due popoli che avanzano richieste sulla stessa Terrasanta. Non è lo Stato tipico di un paese coloniale. Il colonialismo ormai è finito ovunque nel mondo e, tuttavia, i nostri popoli e il nostro popolo è ancora a soffrire sotto l'occupazione ed è minacciato in quella che è la propria esistenza. Abbiamo i coloni che cercano disperatamente di accaparrarsi ogni appezzamento di terreno; casi di questo tipo, soprattutto quando ad essi si aggiungono toni estremisti, etnici e religiosi, diventano cronici e diventano difficili da risolvere, come in Sudafrica, come in Irlanda del Nord, come a Timor Est, come a Cipro, come in Bosnia, come in Kosovo. E questi casi hanno bisogno di un approccio particolare. In una situazione di questo tipo, che è cronica, che però a volte prende dei risvolti acuti, così come sta accadendo oggi, c'è bisogno di una soluzione di lungo termine. Molte sono state le soluzioni avanzate: i Sudafricani hanno scelto di avere un solo Paese per tutta la popolazione, per i coloni e per gli indigeni, e abbiamo visto il successo di questo unico Paese in Sudafrica, una splendida esperienza. Abbiamo visto un'unità del tutto simile, e i primi successi ottenuti nell'Irlanda del Nord. Ma vediamo anche divisioni e vediamo l'emergere di due stati altrove, ad esempio nell'ex Jugoslavia, come nel sottocontinente indiano, o a Cipro, che si stanno muovendo verso una soluzione federale all'interno di un unico paese.
Noi è questa la strada che abbiamo scelto, almeno all'inizio, ci siamo rifiutati di dividere il paese. È un po' come la storia della vera madre del Re Salomone, la madre che non voleva vedere il proprio bambino diviso in due, lacerato, e tuttavia abbiamo visto che è impossibile raggiungere questo obbiettivo, è molto difficile avere un solo paese per entrambi, Israeliani e Palestinesi, e pertanto non ci sono altre soluzioni se non l'esistenza di due paesi: l'uno che viva a fianco dell'altro in pace. Per quanto difficile sia questa divisione, a volte occorre dividere il paese, per risparmiare il bambino, per risparmiare e avere un futuro migliore. Ma avere due stati l'uno accanto all'altro significa porre fine all'occupazione dell’uno nei confronti dell'altro, occorre porre fine ai nuovi insediamenti che si accaparrano continuamente territori. Il piano di divisione delle Nazioni Unite, del 1947, dava ai Palestinesi il 44% del territorio della Palestina. Dopo trentadue anni, con ulteriore occupazione da parte di Israele, siamo arrivati solo al 22% del territorio della Palestina e oggi, con l'attività dei coloni e dei nuovi insediamenti e la costruzione delle barriere di sicurezza, delle zone di sicurezza, delle strade di sicurezza, Israele sta parlando di concederci soltanto il 50% della striscia di Gaza della Cisgiordania e questo significa solo l'11% del territorio storico della Palestina.
Noi vogliamo la terra per la pace, noi vogliamo due Stati, uno a fianco dell'altro, in pace, sicurezza, sullo stesso piano di uguaglianza. Noi vogliamo che questi due Stati siano vitali, vogliamo vivere in pace, insieme, e vogliamo risolvere il problema dei profughi. Il presidente Bush, nel 2002, ha riconosciuto che non ci può essere altra soluzione, a meno che questa non si basi sull'esistenza di due Stati, con una Palestina autonoma, indipendente, libera e sovrana, ponendo fine all'occupazione israeliana, iniziata nel '67, riconoscendo il diritto di Israele a vivere in pace, ad esistere e ad essere Stato sovrano e costruendo una vita per entrambi questi paesi con sicurezza. Ebbene, questo è un obbiettivo che noi riconosciamo. È un obbiettivo che l'Europa riconosce, e che l'Italia, nell'incontro di Venezia del 1980, con l'Unione europea riconosce, e da allora l'Europa ha fatto del proprio meglio per fare sì che questo obbiettivo venga conseguito.
La soluzione non è impossibile, abbiamo dimostrato, a noi stessi e al mondo, con la firma degli accordi di Oslo, che possiamo sanare le nostre ferite, che possiamo deporre le armi, che possiamo allungare la mano e vivere in pace. Lo dobbiamo fare, non abbiamo alternative, abbiamo anche gli strumenti per farlo. Franco ne ha parlato, c'è una Road Map, riconosciuta da tutta la comunità internazionale. E non dipende solo dagli Stati Uniti, dipende anche dall'Europa, dalla Russia, dalle Nazioni Unite. Questa Road Map prevede un piano estremamente chiaro, inizia con il porre fine alla violenza da parte di entrambe le parti, allo stesso tempo, e prosegue per fasi progressive, fino ad arrivare alla fine di ogni terrorismo, fino ad arrivare alla fine di tutte le attività di insediamento, raggiungendo il ritiro di Israele e il ritorno al tavolo negoziale, con degli osservatori internazionali. Noi saremmo ben lieti se questi osservatori venissero dall'Italia, perché noi abbiamo fiducia nell'Italia, abbiamo fiducia nell'Europa e vorremmo che l'Europa svolgesse un ruolo più significativo. L'Europa ha raggiunto un certo equilibrio, ha determinate responsabilità e per questo auspichiamo un ruolo più significativo, ma l'Europa ha anche sofferto, ha sofferto due guerre mondiali di agonia e l'Europa non consentirà nessun nuovo olocausto. Non consentirà nessuna persecuzione contro alcun popolo, perché l'Europa crede nel diritto dei popoli all'autodeterminazione.
È proprio per questo che vorrei, davanti a voi, in questa sala, vorrei ribadire che noi palestinesi, e l’Autorità Palestinese, ci impegniamo a favore di una pace giusta e duratura; ci impegniamo all'attuazione della Road Map, ci impegniamo a raggiungere un cessate il fuoco, ci impegniamo a por fine alla violenza, accettiamo l'invio di osservatori internazionali e vorremmo ritornare al tavolo negoziale, al più presto.
Noi ci impegniamo a creare una democrazia che consenta ai nostri cristiani, ai nostri musulmani di vivere insieme ai vicini ebrei, e vogliamo sviluppare una società della tolleranza, vogliamo che Betlemme e Gerusalemme siano accessibili a tutti i pellegrini del mondo. Vorremmo una nuova opportunità di costruire le nostre istituzioni, di tenere libere elezioni. Diamo il benvenuto alla promessa fatta da Franco Frattini, a nome dell'Europa, di stare al nostro fianco, di appoggiarci, di poter ritornare alla pace.
Io tornerò in Palestina portando con me queste parole calorose, porterò con me questa presenza e questa promessa di pace che tutti avete formulato oggi. Grazie.

Roberto Fontolan: Grazie signor Ministro, ed ora prego il Ministro degli Esteri dello Stato d'Israele, Silvan Shalom di prendere la parola. Grazie signor Ministro e benvenuto ancora una volta.

Silvan Shalom: Grazie, desidero ringraziare il Ministro Berardi di San Marino e gli organizzatori del Meeting per la loro calorosa ospitalità e per averci permesso di essere qui, a discutere di quelli che sono gli urgenti bisogni del Medio Oriente. Desidero ancora ringraziare il mio caro amico Franco Frattini, per il suo invito e per i suoi sforzi che hanno consentito la mia partecipazione. Franco è sempre stato un amico di Israele e un amico della pace. E sono lieto di poterti di nuovo incontrare Franco e poter continuare a profondere insieme uno sforzo, per raggiungere la pace nella nostra regione. Sono certo che non potremo trovare un accordo su tutti i punti, ciò nondimeno è importante stabilire una piattaforma di fiducia, istituire una struttura di dialogo che consenta di affrontare quelle che sono le reciproche preoccupazioni e quelli che sono i nostri bisogni, in modo da fare sì che a trarne vantaggio siano i nostri cittadini.
È un grande piacere poter partecipare a questo Meeting; le preoccupazioni condivise da tutti i partecipanti, qui, per il futuro del mondo, per il benessere del Medio Oriente, sono per me motivo di grande forza e incoraggiamento. Venendo qui a Rimini so che sono tra amici. Vedo molti giovani in questo Auditorium, il che mi dà speranza per il futuro. Con queste giovani generazioni noi possiamo nutrire speranza per un futuro migliore, in Europa e in Medio Oriente. Franco, ancora una volta, grazie per l'invito.
I legami fra tanti milioni di europei con la Terrasanta creano un vincolo speciale fra di noi. La visita di Sua Santità Giovanni Paolo II in Israele, nell'anno 2000, per molti cittadini di Israele è stato uno dei momenti più significativi nella nostra storia nazionale. La visita del Santo Padre in Israele, la visita in Terrasanta, è stata una visita di pace, una visita di speranza, una visita per il futuro, per le tre religioni monoteiste, per i cristiani, gli ebrei e i musulmani. Israele è orgoglioso della propria storia, è orgoglioso di aver mantenuto la libertà di fede per tutte le religioni, e continuiamo a garantire la sicurezza e santità dei siti religiosi per tutte le fedi, in Terrasanta.
Quale credente io sono certo che le tre religioni monoteistiche abbiano una missione, che è quella di raggiungere la pace, di garantire la comprensione fra tutti i popoli. C'è così tanto che ci unisce e in modo particolare la nostra fede, la nostra fede in quella che è la santità della vita umana. Io sono convinto, pertanto, che le religioni possano e debbano essere una forza che portino al bene, nella nostra regione e nel mondo. Coloro che usano le religioni per portare avanti un ordine del giorno politico, di distruzione, sono i nemici di tutti noi e non fanno che produrre sofferenza; là dove, invece, dovrebbero esserci speranza e opportunità per tutti. La mia preghiera è che questo dibattito, che si tiene qui a Rimini, possa inviare un messaggio di genuina fratellanza, di vera comprensione fra popoli, che possano aiutarci a portare la pace, a garantire la sicurezza e a garantire il benessere dei nostri popoli e della nostra regione.
I cittadini dell'Europa, naturalmente gli italiani, che hanno avviato questo dibattito sul futuro del Medio Oriente, hanno fatto una cosa giusta. In Israele vediamo l'Italia e l'Europa, come nostri interlocutori naturali. Noi condividiamo una storia culturale e intellettuale comune e condividiamo valori comuni, abbiamo molti punti in comune. Condividiamo gli stessi valori di democrazia, lo stato di diritto, parità di diritti e condividiamo con l'Europa anche obbiettivi comuni di pace, sicurezza, di opportunità economica e sviluppo; esistono inoltre vastissimi scambi commerciali e rapporti economici. Israele è l'unica democrazia nella regione medio-orientale e l'Europa ha così tanto in comune che ci sono anche coloro che credono che Israele debba unirsi all'Unione europea.
Da quando sono stato nominato Ministro ho cercato di rafforzare il legame fra Israele e l'Europa. Periodicamente incontro i leader europei, parlo loro, anche regolarmente al telefono. Esiste un momento in questa fase attuale che è di grande rilevanza, e questi sforzi vengono portati avanti anche a livello governativo. Sono stati firmati degli accordi fra Israele e l'Europa e stiamo portando avanti un dialogo strategico. Una delegazione europea è in questo momento in Israele, e proprio mentre stiamo discutendo, questa delegazione discute proprio dell'adesione di Israele a quello che è il programma degli stati vicini all'Europa.
Al contempo, però, al livello pubblico, i nostri rapporti, invece, soffrono. I nemici di Israele stanno cercando di minare quelli che sono i rapporti fra l'Unione europea e Israele. Di grande preoccupazione per noi è l'emergere di sentimenti antisemiti in Europa. Questa ondata di antisemitismo, negli ultimi quattro anni, è la più forte, tra fenomeni simili, a cui abbiamo assistito, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo questa ondata che sta diventando sempre più forte, ci sono gli attacchi; stereotipi e pregiudizi stanno facendosi strada all'interno di quello che è il dialogo dell'opinione pubblica. L'antisemitismo è un pericolo molto forte nei confronti degli ebrei e nei confronti delle loro comunità, in tutto il mondo, e inoltre conduce all'ostilità nei confronti dello Stato di Israele. Il che mette in pericolo i nostri sforzi diplomatici che vogliono arrivare a pace e sicurezza per i nostri cittadini. Israele s'impegna a fare tutto quanto in suo potere per combattere contro questi nemici. Abbiamo bisogno del vostro aiuto. Che vivano a Parigi, a Gerusalemme o Stoccolma o ancora a Istanbul, noi vogliamo che gli ebrei possano condurre normalmente le proprie vite senza paura di attacchi verbali o fisici, ma aggiungerei qualcos'altro.
Questa ondata di ostilità nei confronti degli ebrei e nei confronti dei loro diritti fondamentali in quanto individui e anche nei confronti della loro nazione, questa ondata non rappresenta una sfida solo per Israele e il mondo ebraico, ma è una sfida pesante per la comunità internazionale nel suo complesso. Se gli ebrei non possono pregare in sinagoga, senza paura, le società europee sono anch'esse in pericolo. Nei miei incontri con i responsabili dell'Unione europea io ho suggerito la creazione di un comitato interministeriale Israele-Unione europea, per combattere l'antisemitismo, il razzismo e il terrorismo. Questi fenomeni sono tutti correlati e si autoalimentano reciprocamente; è fondamentale, pertanto, che questi fenomeni siano affrontati insieme. Io sono convinto che la stragrande maggioranza dei cittadini europei condivida quello che è il nostro rifiuto nei confronti dell'antisemitismo. Nelle mie conversazioni con i Ministri degli Esteri, con i Primi Ministri, con i Presidenti Capi di Stato e di Governo di tutto il continente, ho potuto riscontrare che c'è una forte volontà di aiutarci. In effetti, molti governi europei, fra cui la Francia, l'Italia e altri, hanno adottato iniziative concrete per poter affrontare questo problema.
Al contempo, ancora altro resta da fare. Esiste realmente la necessità di azioni concrete ed immediate, in modo particolare nel campo dell'istruzione delle generazioni più giovani; abbiamo inoltre bisogno di cambiare i termini del dibattito su Israele. Israele e gli ebrei vengono prontamente incolpati di qualsiasi problema, all'interno di questo processo di pace e questo è terribile, ed è fonte di vera preoccupazione. Questa ondata di antisemitismo e di incitazione all'antisemitismo, presente oggi nel mondo arabo, sta diventando un problema strategico, avvelena il dibattito pubblico su Israele, nel mondo arabo e anche in Europa.
Spetta ai leader morali e politici di qualsiasi società, senza aspettative, guidare i popoli allontanandoli da queste culture, misculture di fede, evitando queste ondate di antisemitismo contro Israele e gli ebrei, che chiudono gli occhi e le menti alla possibilità della pace, per sostituirla con una cultura di tolleranza. Servono espressioni concrete di collaborazione, serve uno scambio che va costruito, all'interno dei mezzi di comunicazione e con i governi; l'istruzione, la scienza, il mondo economico, devono essere utilizzati per rafforzare il messaggio di tolleranza e di aspettativa.
Noi non possiamo limitarci a smantellare le infrastrutture del terrore, dobbiamo altresì costruire un'infrastruttura di pace. Nei miei innumerevoli incontri con i leader arabi trasmetto sempre un messaggio, nel senso che è nell'interesse della nostra regione normalizzare i rapporti, porre fine a queste ondate di antisemitismo dei mezzi di informazione contro Israele, e lo faccio sulla scena internazionale, nelle sedi internazionali e all'interno delle Nazioni Unite; dovremmo, invece, concentrarci nella costruzione di un ambiente che respinga l'antisemitismo e che dia reale potere a coloro che vogliono la pace. Io spero che quando si riunirà di nuovo il Meeting sarà stato possibile aver fatto passi avanti, reali, verso il raggiungimento dell'obbiettivo della pace e della tolleranza.
Abbiamo la possibilità di farlo. La risposta internazionale al terrore e agli attacchi terroristici dell' 11 settembre, insieme alla guerra condotta dagli Stati Uniti in Iraq, all'interno della quale anche l'Italia ha svolto un ruolo importante e incoraggiante, hanno avviato il Medio Oriente sulla strada di un grande cambiamento. L'ambiente strategico, nella nostra regione, è diverso oggi, rispetto a quello che era un anno fa, laddove il terrore, nel Medio Oriente, era tollerato e persino compreso e appoggiato, ora esiste un consenso internazionale, una mobilitazione internazionale contro questo terrore. Dal punto tattico il terrorismo ha ancora un fortissimo impatto, ma dal punto di vista strategico è ormai in una fase di guerra difensiva.
Adesso abbiamo la possibilità di cambiare la regione, di cambiarla in meglio. L'inizio del cambiamento comincia a essere visibile; in regioni dove sarebbe stato impensabile - ad esempio la Libia -, si comincia a parlare di ammodernamento, di riforme, sempre più spesso. Queste possibilità devono essere colte appieno. Con le enormi difficoltà che le società si trovano a dover affrontare in tutto il Medio Oriente e che, forse, poco hanno a che vedere con il conflitto arabo-israeliano, è chiaro, a tutti noi, che la pace fra Israele e i suoi vicini potrà contribuire a rendere la regione medio-orientale un luogo migliore per tutti i popoli che vi abitano. Voglio assicurarvi di una cosa: lo Stato di Israele cerca di vivere in pace con tutti i suoi vicini.
Dalla sua indipendenza, cinquantasei anni fa, Israele si è sviluppato, nonostante la guerra e l'ostilità che lo hanno circondato, e si è sviluppato fino a diventare un Paese moderno, prospero, un Paese democratico di più di sei milioni di abitanti. Per noi la pace è un valore in quanto tale, è al centro delle nostre preghiere, al centro del linguaggio che noi utilizziamo. Io mi chiamo Shalom e Shalom vuol dire pace. La nostra storia è chiara, laddove c'è un vero interlocutore di pace, la pace è stata siglata e Israele era pronto a stringergli la mano. Questo è stato vero col Presidente Sadat, Presidente dell'Egitto. Egli si è recato a Gerusalemme, nel 1977, e questo è accaduto anche con Re Hussein di Giordania, è stato firmato un trattato di pace con la Giordania, nel '94 e lo stesso accade oggi.
Israele è pronto a concludere questa pace con tutti i suoi vicini, con la Siria, il Libano e la Palestina. E voglio dire che siamo pronti a fare una pace vera, non una pace della quale possono parlare solo i giornali, ma una pace che porti realmente fine alla violenza e all'ostilità e che introduca a cambiamenti reali per i cittadini della nostra regione. Una pace che garantisca che i popoli di qualsiasi nazionalità e di qualsiasi confessione religiosa possano vivere nel nostro Paese, senza temere alcuna persecuzione. In questo periodo, l’anno scorso, il Governo israeliano, accettava proprio la Road Map e il piano di pace che la Road Map comprendeva. Siamo pronti a tener fede ai nostri impegni.
A mio giudizio la Road Map è l'unico piano operativo realizzabile che consenta di giungere ad un accordo negoziato del conflitto. Tutta la Comunità internazionale, sotto la guida degli Stati Uniti e dell'Unione europea, è disposta a contribuire ad attuare l'ordine del giorno della Road Map, con le riforme della Palestina e con misure antiterrorismo, perché questa è l'unica strada. Si riconosce, nella Road Map, l'unica strada che possa condurre a veri negoziati fra le parti, che dovranno poi addivenire alla pace, e dovrà portare altresì al raggiungimento dei legittimi obbiettivi di entrambe le parti.
Noi siamo pronti a riprendere immediatamente i negoziati. Abbiamo deciso di venire qui con un messaggio di pace. Prima che iniziasse questo dibattito, vorrei comunque farvi sapere che, anche se ci saranno pochi eventi a dimostrarlo, il Governo palestinese di Abu Ala sta celebrando, proprio in questa settimana, il suo primo anno di insediamento. È stato un anno però di mancanza di azione e non sono state assunte le responsabilità del caso, non è stato un anno di leadership e di cambiamento. Vorrei che sapeste che, per un anno intero, il Primo Ministro Abu Ala non ha voluto incontrare la sua controparte israeliana, il Primo Ministro Sharon. Naturalmente, si potrebbe sostenere che la colpa debba ricadere su Israele, ma in tutta onestà, cari amici, arriva il momento in cui non c'è più spazio per le scuse e i pretesti, e arriva il momento in cui occorre passare all'azione, il momento della leadership, ed è arrivato questo momento.
Il popolo palestinese deve assumersi le proprie responsabilità, per quello che deve essere il proprio destino, il popolo palestinese deve costruire, non accusare. Yasser Arafat è ancora al potere e continua, nonostante il suo coinvolgimento diretto nelle attività terroristiche, a godere del prestigio che gli viene dalla legittimazione internazionale e, fino a quando la situazione rimarrà questa, il cambiamento è fortemente improbabile. Tuttavia, abbiamo bisogno di una nuova leadership; a Gaza e a Ramallah assistiamo, ogni giorno, alle richieste nei confronti di nuova leadership. Il motivo per cui insisto con fermezza, sulla necessità di un cambiamento nella leadership, è che sono convinto che il modo migliore per superare questa impasse è il dialogo e il contatto con i nostri vicini palestinesi. L'assumere posizioni unilaterali non fa parte della nostra strategia, è un imperativo che ci è stato imposto, perché manca una leadership responsabile dall'altra parte. Sarebbe di gran lunga preferibile poter arrivare a negoziati, ad accordi, alla loro attuazione, ad accordi che implichino impegni reciproci. Nella Fase Uno della Road Map si invita l'Autorità Palestinese a introdurre riforme, la si invita ad intervenire con fermezza contro il terrorismo, e questo non è un caso. È assolutamente necessario riformare la Palestina, una riforma che porterà un Governo responsabile ad introdurre lo Stato di diritto, a smantellare le milizie, le organizzazioni del terrore, a porre fine all'antisemitismo, a porre fine all'incitamento all'odio nelle scuole e nei mezzi di informazione. Nessuno può mettere in dubbio l'importanza cardinale di questi elementi, rispetto alla possibilità di raggiungere la pace.
La Comunità internazionale può svolgere un ruolo fondamentale nel promuovere e attuare questo ordine del giorno. È stata la Comunità internazionale che ha elaborato la Road Map e ha incluso determinati requisiti nella prima fase. La Comunità internazionale non deve desistere da queste richieste; nel contempo Israele non rimarrà con le mani in mano, noi continueremo attivamente a percorrere qualsiasi strada che consenta di rafforzare la sicurezza del nostro popolo e la prospettiva di pace. Il piano di ritiro di Israele è conseguenza diretta dell'incapacità della leadership palestinese di collaborare con noi, per l'attuazione della Road Map. A causa dei continui attacchi terroristici, e in assenza di una controparte palestinese responsabile, Israele sta pensando di ritirarsi dalla Striscia di Gaza, al fine di aumentare la sicurezza e di istituire una piattaforma più promettente, per il ritorno al tavolo negoziale. Questo piano di ritiro offre, alla controparte palestinese, la possibilità di farsi carico delle proprie responsabilità, responsabilità per quello che sarà il proprio destino, per quelle che saranno le proprie vite, piuttosto che limitarsi ad accusare semplicemente.
La Comunità internazionale può contribuire realmente al successo di questa iniziativa, a vantaggio di tutte le parti interessate. Israele è in contatto costante con la Comunità dei Donatori e con la Banca Mondiale, in uno sforzo congiunto di ricostruire l'economia palestinese e di gettare le basi per un futuro più forte per entrambe le parti.
In questo contesto consentitemi di dire alcune parole sulla situazione dei prigionieri; ho sentito il Ministro Shaath, ho sentito la sua richiesta, richiesta di rilascio dei prigionieri. Possiamo rilasciare degli assassini? Assassini che hanno ucciso più di un migliaio di cittadini israeliani innocenti? Che hanno ucciso bambini sugli autobus, donne nei bar, cittadini comuni nelle strade? Ecco perché dobbiamo proteggere il nostro popolo, ecco perché stiamo costruendo il nostro muro di sicurezza. Questi sono gli accordi che sono stati menzionati.
Gli accordi di Oslo hanno creato l'Autorità Palestinese, hanno consentito il ritorno ai Territori, purtroppo però, questi accordi di Oslo hanno comportato il fenomeno dei kamikaze, fenomeno che era sconosciuto fino ad allora. Il muro è un'opera difensiva, è un'opera non violenta, dà una risposta provvisoria all'ondata del terrore palestinese, ondata che ha fatto cadere più di mille vittime israeliane e ha ferito decine di migliaia di israeliani, li ha ridotti sulla sedia a rotelle, ha creato orfani, ha creato vedove, ha provocato il dolore delle famiglie. Ma, cosa più importante, là dove il muro può sempre essere smantellato, le vite umane che sono cadute, a causa del terrore, non possono ritornare. Negli ultimi dodici mesi abbiamo visto che, laddove viene costruita una barriera di sicurezza, diminuiva in modo significativo il numero di attacchi da parte di kamikaze. Israele completerà questa barriera di sicurezza per proteggere il proprio popolo, per proteggerlo dagli estremisti; nel farlo continuerà ad utilizzare e a garantire l'equilibrio fra la sicurezza dei nostri cittadini e quello che è il benessere dei nostri vicini palestinesi. La barriera di sicurezza non è il problema vero, è solo una risposta al problema, che è quello della violenza continua palestinese e il rifiuto dell'Autorità Palestinese di intervenire, per prevenire questo terrore. La soluzione non sta nelle Nazioni Unite, la soluzione sta a Gaza e a Ramallah, non al Tribunale dell’Aia, né alle Nazioni Unite di New York.
La guerra contro il terrorismo, naturalmente, non è soltanto una preoccupazione locale. Ci sono terroristi che agiscono sul piano internazionale e uccidono perfino i politici, e sono i nemici di ciascuno di noi, sono i nemici di tutto ciò che stiamo cercando di costruire: comprensione, partnership, pace, prosperità e la promessa di un domani migliore. Dobbiamo continuare la nostra guerra contro le organizzazioni terroristiche, le dichiarazioni e gli atti di condanna non sono sufficienti, abbiamo bisogno di passi concreti e proattivi, per poter tagliare tutti i canali di finanziamento a questi gruppi, ogni canale di supporto morale a questi terroristi.
Ciascun paese deve e può svolgere un ruolo all'interno di questa guerra; questo è vero anche per i palestinesi, come per qualsiasi altro paese. I palestinesi possono alzarsi e contrastare la Jihad, possono alzarsi per difendere i diritti dei palestinesi, proprio come ci si può alzare per difendere i diritti degli israeliani, per opporsi ad Al Quaeda, e opporsi ad Al Quaeda vuol dire combattere per la democrazia, la pace e la libertà nel mondo.
Cari amici, i punti che ho evidenziato credo siano fondamentali per il successo del nostro sforzo di pace. Nessuna iniziativa di pace può sopravvivere se il terrorismo continua ad avere la meglio. I terroristi devono essere combattuti se vogliamo che la pace sia possibile, ma come ho detto precedentemente, non è abbastanza smantellare le infrastrutture del terrore, dobbiamo, insieme, costruire una infrastruttura della pace. Cari amici, ciascuno di noi può svolgere il proprio ruolo in questa costruzione, leaders e semplici cittadini allo stesso modo, dobbiamo lavorare attivamente, per promuovere la comprensione e la cooperazione, l'accettazione e il dialogo in modo che quello che è lo splendido potenziale dell'uomo, per una vera pace, possa trovare piena soddisfazione. Israele, da parte sua, è determinato a fare tutto ciò che è in suo potere per promuovere questo obbiettivo, cercando sempre di garantire, ovviamente, la sicurezza dei propri cittadini, contro coloro che vorrebbero far loro del male.
È mia speranza che, insieme con una controparte responsabile palestinese, si possano compiere reali passi avanti verso la pace e la sicurezza; pace e sicurezza che sono necessarie per il prossimo futuro.
Abbiamo bisogno di tutto l'aiuto che ci potete dare per poter portare un barlume di speranza ai popoli del Medio Oriente. Grazie.

Roberto Fontolan: Grazie. La parola al Ministro Frattini.

Franco Frattini: Sì, abbiamo pochissimi minuti. Avevamo in qualche modo concordato che, al seguito di queste due presentazioni che voi avete ascoltato, io avrei chiesto - e lo faccio - due brevi riflessioni integrative, sia al Ministro Nabil Shaath, sia al Ministro Shalom.
Credo che il Ministro Nabil Shaath voglia intervenire; siamo molto avanti con l'orario, ma i temi sono troppo importanti per non integrarli come il Ministro Shaath riterrà.

Nabil Shaath: Non sono venuto qui per dare vita a una polemica, pensavo di venire qui per lavorare a favore della pace. La logica non è quella di salvare solo il mio popolo, la logica della pace è quella di salvare il mio popolo e altri popoli allo stesso tempo. Due popoli vincono soltanto se fanno la pace, se un popolo viene sconfitto non c'è pace.
Non sono venuto per fare un conto delle vittime, perché credo che ogni palestinese caduto e ogni israeliano caduto siano una perdita, per ciascuno dei nostri popoli. Mi spiace veramente che mille israeliani - come ha detto il Ministro Shalom - siano caduti a causa di questi scontri. Ma io credo che avrebbe dovuto esprimere il proprio rammarico anche per i 4000 palestinesi che sono stati uccisi, e il 60% di queste 4000 vittime erano bambini.
Dobbiamo porre fine a queste morti, dobbiamo porre fine all'occupazione, dobbiamo dare il via al nostro cammino, lungo la strada della pace, e non lo si fa scegliendo il proprio nemico. Non è che noi negoziamo con noi stessi, negoziamo con altre controparti. Noi non abbiamo diritto di decidere se il Primo Ministro Sharon sia il legittimo rappresentante di Israele, e gli israeliani non hanno diritto di decidere chi debba essere il nostro leader. Noi eleggiamo il nostro leader democraticamente e la mano in pace che ha firmato gli accordi di Oslo è stata la mano di Arafat, insieme alla mano di Isaac Rabin. Vorrei dire che dobbiamo smettere di scegliere i nostri rappresentanti reciprocamente, dobbiamo smettere di continuare ad accusare la controparte; dobbiamo cominciare da noi stessi.
Due terzi del popolo israeliano e due terzi del popolo palestinese vogliono la pace e non c'è altra risposta se non la pace, ed è questo senso della storia dei due popoli, è poter vedere quello che è il vostro senso della storia, qui, che mi dà speranza per una pace. Grazie.

Silvan Shalom: Israele vuole la pace, non meno di altri paesi al mondo. Lo abbiamo dimostrato in passato, per la pace siamo disposti a fare rinunce dolorose. Il Ministro Frattini parlava del diritto ad esistere di Israele. Credete, che adesso, nel ventunesimo secolo, l'unico paese del mondo che cerca di esistere è quello di Israele? E questo diritto viene ancora messo in discussione? È così normale per ciascun paese vivere in pace, in sicurezza; e c'è un solo Paese, in tutto il mondo, che è colpito da questa minaccia, la minaccia che proviene dall'esterno, minaccia che lo vuole distruggere. Noi vogliamo la pace - come ho detto prima - vogliamo la pace del mondo.
La parola pace viene utilizzata da noi in tantissime sfaccettature. La pace è una legge, quando utilizziamo il termine legge vuol dire pace, quando diciamo “Goodbye”, “Arrivederci” vuol dire pace. Pace è il nome di battesimo, pace è il cognome, pace, secondo la Bibbia, è il nome di Dio. Voglio che sappiate che vogliamo porre fine al terrorismo e alla violenza, ma noi abbiamo sofferto negli ultimi tre anni e mezzo, abbiamo subito più di ventimila attacchi terroristici - lo ripeto, più di ventimila attacchi terroristici -, attacchi perpetrati dai terroristi che agiscono in nome di Dio e uccidono bambini, donne, anziani. Tutti noi dobbiamo condannare questi terroristi e vorremmo sentire la leadership palestinese rivolgersi a questi terroristi per chiedere loro di smettere questa attività. Noi non abbiamo mai inviato alcun kamikaze ad uccidere civili innocenti palestinesi. Ma ci sono stati moltissimi kamikaze palestinesi che sono venuti nelle nostre città per uccidere innocenti, civili.
Noi stiamo cercando qualsiasi strada per raggiungere la pace. E voglio veramente utilizzare questa sede per invitare i palestinesi a ritornare al tavolo negoziale, ancora una volta, affinché i negoziati possano riprendere, voglio invitarli a riprendere il dibattito di pace per poter porre fine alla tragedia della nostra regione.
Facciamo pace. Grazie.

Franco Frattini: Cari amici, credo che le ultime parole di Nabil Shaath e di Silvan Shalom ci dimostrino quanto sia stato importante - pur nella differenza di vedute su alcuni punti - l’approccio da tenere, perché entrambi gli attori protagonisti di questa coraggiosa sfida della pace ci hanno detto: “Noi siamo pronti alla pace, la vogliamo, siamo pronti a riprendere i negoziati, a lavorare concretamente, perché questo risultato si raggiunga”.
Lasciatemi concludere con soltanto un pensiero. Ogni minuto in più che noi perdiamo in questa strada verso la pace è un minuto in cui ci sono persone che stanno soffrendo fortemente. Si dice comunemente che la speranza non muore mai; le persone purtroppo muoiono. Il nostro impegno è far sì che non muoia la speranza, ma che in Medio Oriente non muoia più nessuno e si faccia la pace davvero. Grazie.

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sabato 29 agosto 2009







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