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Suonare oltre la morte, lettere di amicizia. L'intervista integrale a Jonah LynchPubblichiamo l'intervista integrale a J. Lynch, l'autore del libro "Aspettare insieme. Carteggio tra amici" presentato al Meeting il 26 agosto«Caro Jonah, ma le stelle si possono raggiungere?». Sono domande come questa a segnare l’amicizia tra David Gritz, ragazzo ebreo rimasto ucciso in un attentato nel 2002 a Gerusalemme, e Jonah Lynch, vicerettore della Fraternità Sacerdotale di San Carlo Borromeo, raccolte nel libro “Aspettare insieme. Carteggio tra amici” (Marietti 1820, pag. 160, 14 €), che sarà presentato oggi alle 15.00 in Sala A2.
«Ci siamo incontrati in modo quasi fortuito – racconta Jonah –. Io ero nel sottoscala dello studentato a suonare, i primi giorni di università a Montréal. David arriva, con un violino, e si mette a suonare con noi senza dire nulla. La sera stessa, tornando da un concerto, discutevamo della bellezza e di Dio. Io, cresciuto nella campagna, non avevo mai trovato una persona con cui parlare di queste cose. Ci siamo ritrovati con le stesse domande, fin da subito». In quel primo periodo l’incontro con Jonh Zucchi, professore incontrato in un corso di Etica, ha significato per te una svolta nel modo di vedere la religione. Sì. Io sono nato in una famiglia cattolica, David no (la mamma era cattolica non praticante, il padre ebreo). Dopo aver letto “I fratelli Karamazov” sono andato in giro da tutti – dal parroco, dal monaco di clausura, dall’amico – a chiedere come risolvere il probblema del male, dell’esistenza di Dio davanti al dolore degli innocenti. Io non sapevo trovare nessuno che sapesse rispondere a questa domanda. Mi pareva sempre di più che chi aveva fede fosse stupido. Avevo l’impressione che fosse vissuta come una “pezza” sul problema della vita. L’incontro con John è stato veramente la prima volta in cui ho visto una persona seriamente impegnata con la fede, e con una posizione di forte intelligenza. Anche per David è stato un incontro importante? Certamente. Anzi devo sottolineare il fatto che è merito suo se ho conosciuto John. Io infatti, quella sera, alla lezione, ero stanco e volevo andare a casa. Invece David ha insistito perché ci fermassimo. Voleva assolutamente chiedergli che cosa intendesse dire con certe frasi, come «la moralità non è una regola ma l’espressione dell’appartenenza». Quando John ha visto i nostri volti, soprattutto quello di David che aveva questa domanda stampata in fronte, si è illuminato e ha detto: «devo conoscere questi ragazzi». Allora senz’altro questo incontro è stato molto utile per David che frequentava la scuola di comunità (momento settimanale di lettura e discussione dei testi di don Giussani, ndr) una volta sì e una volta no. Lui non voleva sempre venire perché ci trovavamo il venerdì sera quando usciva con gli amici. Leggendo nel libro le vostre vicende, colpisce una specie di irrequietezza, come una insoddisfazione positiva, una inquietudine, per cui passate dall’America a Parigi, da Roma a Gerusalemme, cambiate facoltà e amici. Che cosa vi metteva continuamente in movimento? In parte questo fatto dipende dalle nostre famiglie. David ha madre croata e padre americano. Ha sempre girato molto, fin dall’infanzia. Io sono nato in Irlanda, sono cresciuto nell’Oregon e ho studiato in Canada… Eravamo già viaggiatori in un certo senso. Il nostro ideale nei primi anni era proprio quello del viaggio. Ci sentivamo non appartenenti a un luogo, ma un po’ cittadini del mondo. Nelle nostre conversazioni lui insisteva sul fatto del viaggio, io insistevo sul fatto della meta, ma in realtà le posizioni si fondevano. Ovunque andavate, le questioni aperte restavano quelle. Come se tutta la terra non bastasse. Scorrendo le vostre lettere, ci si accorge che tu, dopo l’incontro col cristianesimo e l’entrata in seminario, diventi via via più certo e pacificato, seppur sempre alla ricerca; David invece alterna momenti di illuminazione a momenti di buio. È avvenuto così? Quelle lettere possono sembrare certe, ma si può anche cogliere un certo irrigidimento in me, che è indice di una posizione non ancora matura, una posizione in parte imparata sui libri. La vera certezza, che mi è cresciuta negli anni, sta in quello che ho scritto nell’introduzione, che è molto più vero di quanto c’è scritto nelle lettere, perché è più umile. Io credo fermamente nella resurrezione dalla morte, ma lo dico ora con un accento un po’ diverso, più aperto al fatto che i tempi non sono miei. C’è un punto in cui contesti a David il fatto che la vostra amicizia non riesca ad arrivare al punto. «Ci perdiamo in questioni marginali – gli dici – e la vera questione finisce col sembrare violenta». Quando parlavo di questioni marginali mi riferivo alla questione dell’esistenza dello stato di Israele, un argomento su cui litigavamo spesso. Però in fondo non è questo il punto, è un punto, perché non ci si lascia o ci si abbraccia in base a questo. Mi amareggiava il fatto di perderci a litigare per ore su queste questioni quando il vero punto che stava al fondo, e sul quale potevamo anche andare insieme, non veniva afrontato. Quando ti metti a discutere per vincere più che per imparare la verità, ti aggrappi a tutti gli argomenti possibili ma non fai un passo in avanti. Allora la cosa più imporante andava persa. Il vero scoglio era la divinità o meno di Gesù. Spazio fondamentale nel libro è dato alla musica. Il vostro suonare insieme, i tanti suggerimenti di musica classica che vi davate. Perché è stata così importante? Per noi la musica è stato il modo per parlare aldilà delle parole. Il modo in cui ci mettevamo in contatto assieme con il mistero che cercavamo, senza nominarlo. Ci indicavamo certi brani e “li guardavamo assieme”. Più che parlarne – perché a volte non si riusciva a dire che cosa ci fosse di così spettacolare – capivamo: «Ecco, è questo», si sente che è questo. Non so dire che cosa, ma era lì: l’evento, la bellezza, la rivelazione. Condividere questi momenti era una delle cose più care tra noi. Questo avveniva anche suonando: c’erano momenti in cui non solo guardavamo al bello, ma lo facevamo insieme. Quando nella conversazione arrivavamo a punti irrisolvibili o talmente complicati che ci infangavamo dentro le parole, la musica era come una liberazione, un modo per dire tutto quello che non riuscivamo più a dire. Parlavate spesso di letteratura, filosofia, arte: visto che siamo al Meeting, che cosa c’entra la cultura con la fede? In ogni ambito cercavamo la stessa cosa. La nostra domanda principale era sempre lì, informava ogni aspetto della vita. Certi brani, certi autori, erano come sassolini bianchi nella foresta nera in cui si poteva dire «qui è passato qualcuno». Possibili strade da percorrere, non senza intellettualismi e riduzioni varie. In una lettera David parla di aver conosciuto gli altri sacerdoti della Fraternità San Carlo. In che occasione è avvenuto? Io e David abbiamo vissuto insieme un solo anno, il primo di università a Montréal, poi lui è tornato a Parig e quindi cercavamo il più possibile di vederci, perché conversare al telefono non va bene. Facevamo sempre per iscritto o vedendoci di persona. Quando l’ho invitato a Roma siamo andati a trovare don Massimo (Camisasca, rettore della Fraternità, ndr) che era in una casa di campagna, perché glielo volevo presentare. Si sono capiti subito e subito è nato un rapporto di particolare affetto tra loro. È stata l’occasione perché vedesse la vita che facevo. Poi è venuto un’altra volta, l’anno dopo. Come hai accettato la notizia della morte del tuo migliore amico? Nel momento stesso in cui ho ricevuto la telefonata, immediatamente, senza riflettere, ho pensato: «Lui sa la verità». Il giorno prima non avrei saputo dire così, e invece mi sono trovato ad avere fede. Poi sono andato a casa di John Zucchi, ho chiamato don Massimo e lui mi ha detto questa frase: «Non c’è più un muro tra di voi». In quel momento non ho capito ma oggi è un’esperienza concreta di che cosa vuol dire la comunione dei santi. Il fatto che possiamo pregare i santi, che ci ascoltano, che c’è un rapporto ancora possibile, io lo sperimento. La distanza che c’era tra noi, fatta di filosofie e di idee, oggi non c’è più. Adesso so che lui vede, più di me, e vivo con questo mistero nell’attesa di vedere anch’io completamente. Nell’introduzione hai scritto: «Per me la morte di David è legata al disastro di Israele, alla distruzione del tempio e all’idolatria, all’amore difficile e violento di un Dio che permette al popolo di sperimentare le conseguenze delle proprie scelte». Che cosa significa? Sarà mai possibile la pace per il popolo di Dio? L’anno scorso al Meeting ho curato la mostra su Geremia. Quando, durante l’estate, sono andato in Terra santa, tutti i temi della mostra si erano concretizzati in modo molto forte in me. Geremia dice al popolo: «Se non vi convertite Dio distruggerà la città». Non lo fa solo per castigare, ma per richiamare il popolo a sé. In modo molto drammatico, ma ultimamente per amore. Del tempio di Gerusalemme oggi rimane soltanto quel muro che per me è il luogo più drammatico e commovente della città, ancor più del luogo in cui David è morto. Penso che lui abbia in qualche modo partecipato di questa storia dolorosa. Ma in questa frase c’è anche il mio giudizio politico sulla situazione. Israele ora sta tradendo di nuovo Dio, sta cercando di ottenere la propria sicurezza a discapito della giustizia. È sempre lo stesso errore, l’idolotria: il tentativo di vivere senza Dio. Per me il fatto che molti ebrei abbiano preso spunto dalla Shoah per rinnegare Dio è una grande ferita. È la prima volta che avviene così. In passato la distruzione era stata un’occasione per dire: «Abbiamo peccato, torniamo da te, o Dio». Vedo un legame un po’ misterioso tra la drammatica storia di Israele e la storia di David. Lui è tornata a Gerusalemme perché amava le sue radici ebraiche ma anche perché voleva la pace – studiava infatti in una facoltà di studi interreligiosi tra musulmani, ebrei e cristiani. Puoi raccontare l’episodio della lettura dei Salmi con i suoi genitori e don Massimo nel luogo dove è stato ucciso David? I Salmi sono l’unica preghiera prescritta tutti i giorni per i sacerdoti. Prima di essere il libro delle Ore dei cristiani era il libro delle Ore degli ebrei. In 150 salmi è racchiuso in modo impressionante chi è l’uomo, chi è Dio, cosa vuol dire tradire e cosa vuol dire amare. Sono come la Divina Commedia: racchiudono tutto il popolo. Quindi la frequentazione dei Salmi per noi cristiani ci fa sempre più immergere dentro la nostra storia, che va indietro fino ad Abramo. Per gli ebrei invece hanno un significato in parte diverso dal punto di vista religioso (perché per loro non sono la prefigurazione di Cristo), ma identico dal punto di vista umano. Pregare i Salmi con i genitori di David allora è stato un modo concreto per essere uniti anche facendo la stessa cosa, con due letture diverse, ma legate. Lorenzo Margiotta martedì 26 agosto 2008
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