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Medio Oriente: «Le comunità cristiane rischiano di scomparire»

La presentazione di #StandTogether all'Ambasciata spagnola presso la Santa Sede. C'era anche il Patriarca siro-cattolico Ignace Youssef III Younan. «Abbiamo bisogno di interventi dalla famiglia delle Nazioni»

È sempre una bella esperienza parlare con Sua Beatitudine Ignace Youssef III Younan, Patriarca siro-cattolico di Antiochia. Il sorriso e l’amabilità non nascondono un pensiero lucido e deciso sulla situazione gravissima dei cristiani in Medio Oriente, soprattutto in Irak, Siria. Cristiani che fuggono dalla persecuzioni dei fondamentalisti e dalla guerre. Cristiani, cattolici, che non riescono neanche a trovare una nuova casa in Libano, perché nel paese non c’è una legge per i rifugiati.
Ieri sera, nella sede dell'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, in occasione della campagna mediatica #StandTogether, il Patriarca si è intrattenuto con i giornalisti.

La prima questione da affrontare è come far sì che i cristiani non debbano fuggire dalla loro terra.
Si deve creare un ambiante accogliente e pacifico perché possano tornare. Sono fuggiti perché sono minacciati, perseguitati e non hanno più niente. Il problema essenziale per l’ Occidente allora è evitare l’opportunismo. Ogni paese va a cercare trattative commerciali, e va evitato, e poi va evitato il paternalismo.

Certo la regione ha molte “malattie”, ma è più un problema politico internazionale o i popoli stessi, i cristiani, potrebbero prendere in mano il loro destino?
In Medio Oriente questo è praticamente impossibile. Basti pensare alla guerra in Libano: i cristiani erano in numero simile agli islamici, eppure è stata una catastrofe per tutti ma specialmente i cristiani perché non potevano trovare una soluzione. E negli altri paesi è impossibile, perché i cristiani sono piccole minoranze. Come ad esempio in Egitto. I Copti sono solo 10 milioni su 80, e per loro è difficilissimo avere un deputato. Sono le moschee che dirigono le elezioni. Allora noi possiamo solo cercare di vivere in pace, ma abbiamo bisogno di interventi dalla famiglia delle nazioni, per dire a certi popoli: vivete nel XXI secolo, non nel VII. E ci vuole una politica unica di fronte alla questione.

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