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PONTI O MURI. IL FUTURO DELL’EUROPA

Incontri Sala Illumia B1
Partecipano: Angelino Alfano, Ministro dell’Interno; Thomas de Maizière, Ministro Federale dell’Interno tedesco. Introduce Federico Fubini, Vicedirettore de Il Corriere della Sera.

Trascrizione dell'evento

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Trascrizione dell'evento

FEDERICO FUBINI:
Buonasera. Grazie di essere qua. Grazie ai Ministri dell’Interno di Germania e Italia, ci faranno il privilegio di discutere pubblicamente questa sera al Meeting di Rimini dei temi che l’opinione pubblica in Europa stanno seguendo con la massima attenzione oramai da anni. Alla mia sinistra, Thomas de Maizière, grazie di essere venuto. E Angelino Alfano, Ministro dell’Interno italiano, grazie Alfano. Alfano e de Maizière hanno una tale consuetudine di lavoro, si conoscono talmente bene, che abbiamo pensato che non valesse la pena di fargli fare due discorsi ma di farli dialogare pubblicamente davanti a voi, davanti a tutti noi, per avere un’idea anche del tono e dello spirito delle discussioni in Europa. Si dice sempre che in Europa non funziona molto bene e devo dire che purtroppo ne abbiamo alcuni indizi nella vicenda dei migranti e dei rifugiati. Un articolo del New York Times, apparso forse una settimana fa, ha delle cifre impressionanti che vorrei portare all’attenzione dei due Ministri: la Grecia, un Paese che da anni vive per ottime ragioni sotto le condizioni molto stringenti dell’Europa (o la Grecia fa alcune cose o non avrà sostegno finanziario), aveva avuto anche degli impegni da parte degli altri Paesi europei, per quanto riguarda i rifugiati. Oggi in Grecia dimorano circa 57 mila rifugiati nei campi, a Salonicco e in altri luoghi: i Governi europei avevano dato ai greci rassicurazioni che interessano anche noi italiani sulle cosiddette relocations, sui trasferimenti, sulla condivisione degli oneri fra tutti i Paesi europei. Bene, queste relocations, questi trasferimenti hanno riguardato solo una minima frazione delle persone che vivono in Grecia e, per la verità, anche in Italia. Del personale di supporto (traduttori, specialisti del diritto d’asilo) che era stato promesso al Governo greco, ne sarà arrivato forse l’1% o il 2%. Vorrei chiedere, partendo dal Ministro de Maizière, a che punto siamo con il programma delle relocations, della distribuzione dei migranti e dei rifugiati che avrebbe dovuto essere un pilastro della politica europea sulle immigrazioni. E poi, la stessa domanda ad Alfano.

THOMAS DE MAIZIÈRE:
Innanzitutto desidero ringraziare il Ministro Alfano e l’organizzazione per questo invito. Ho sentito parlare molto di questa situazione: sappiamo che ci sono tutta una serie di persone interessate e che ci sia così tanto interesse mi rende davvero felice. E devo dire che ci sono molte questioni di cui parlare. Il tema dei migranti può essere visto da due diversi punti di vista, con la ragione e con il cuore. Io sono un cristiano evangelico: se ascoltiamo la storia del buon samaritano, ci rendiamo conto della ricchezza che abbiamo in Europa. Quindi, il nostro cuore deve gioire della possibilità di accogliere così tanti immigrati. Se invece guardiamo la cosa solo dal punto di vista dell’interesse della Germania e dell’Italia, ecco che essa assume un aspetto diverso. I migranti non sono più così benvenuti, perché costano, costano denaro. E in un certo senso dividono la società e creano delle situazioni di confronto anche tra gli europei. Dobbiamo trovare quindi quello che è il giusto mix di ragione e di cuore, a livello politico: da una parte, la nostra responsabilità a livello umano, dall’altra, quello che l’Europa in effetti può sopportare. E questo equilibrio tra la ragione e il cuore, o meglio, tra gli interessi e il credo, non è facile. Il Ministro Alfano e io e i nostri colleghi austriaco, francese, ecc., dobbiamo cercare di sedare le tensioni. E dobbiamo cercare di trovare un equilibrio, perché laddove prendiamo una decisione che soddisfa una parte, la controparte invece ci critica. Ora, per quanto riguarda la questione delle relocations, della ridistribuzione, possiamo dire che, in un certo senso, in base all’accordo di Dublino si prevede che la Spagna, l’Italia e la Grecia si facciano tutte carico in egual modo di questo dovere. E chi arriva in Germania viene inviato nuovamente verso l’Italia. L’Italia invece dice: “Noi ci troviamo nel sud dell’Europa: chi arriva con mezzi illegali dal Mediterraneo, arriva nel nostro Paese e la situazione diventa veramente difficile per noi. L’Europa non può lasciarci soli in questa situazione, abbiamo bisogno della solidarietà dell’Europa”. Su questo abbiamo discusso molto a lungo: ci sono state discussioni anche tra l’Italia e la Germania, in entrambi i sensi. Ma ora abbiamo smesso di litigare, non ci sono più differenze. E abbiamo preso una decisione lo scorso autunno: tutti i Paesi europei devono partecipare, attraverso la relocation, alla condivisione delle difficoltà che incontrano l’Italia e la Grecia nell’accogliere gli immigranti. Però questo, come diceva il nostro moderatore, non si è ancora verificato. E’ vero: non è avvenuto, se non in minima parte, in Grecia, e ancora meno in Italia. Noi tedeschi chiediamo, in effetti, la vostra comprensione, perché abbiamo già accolto moltissimi migranti ed è stato difficilissimo. Quindi, per quanto riguarda la relocation dall’Italia, non abbiamo potuto fare tutto quello che ci si aspettava. Però, naturalmente abbiamo un dovere di solidarietà: abbiamo preso un impegno. Il Ministro Alfano ed io ne abbiamo parlato: da settembre, noi ci impegniamo ad accogliere diverse centinaia di migranti con lo schema della relocation in Germania. E spero proprio che possa essere un buon esempio che verrà seguito da altri Paesi europei.

FEDERICO FUBINI:
Stiamo iniziando la nostra conversazione decisamente con una notizia, e una notizia anche molto interessante: l’apertura della Germania ad accettare un onere di ridistribuzione dei migranti, anche dall’Italia. Ministro Alfano, cosa ne pensa? Qual è il suo punto di vista?

ANGELINO ALFANO:
Grazie, innanzitutto, dott. Fubini, del lavoro che lei farà questa sera, di coordinare questo nostro dialogo e grazie a tutto il popolo del Meeting, che ancora una volta - io sono qui da un paio d’ore, ho girato tra gli stand - dimostra quella straordinaria passione che porta migliaia di militanti a sostenere una organizzazione durante l’estate che non ha eguali nel nostro Paese. Io voglio essere molto sintetico e chiaro: oggi noi siamo chiamati a scegliere se vogliamo lasciare l’Europa o cambiare l’Europa. Tutto si riduce, ormai, nel dibattito europeo, a queste due posizioni. E anche nel dibattito nazionale, tutto si riduce a queste due posizioni: chi vuole lasciare l’Europa e chi vuole cambiarla. Ecco, io dico subito che sono tra quelli che non vorrà mai lasciare questa Europa, mai! Ne faccio una questione, non di nostalgia, per i temi del liceo o per quelli di quando ero ancora più ragazzino, alle scuole medie, e i professori mi dicevano di scrivere del sogno europeo, no. Faccio un altro tipo di discorso, ed è questo: io sono nato nel 1970, e ho conosciuto solo la pace ed il benessere. Mio papà è nato nel 1936 ed ha 80 anni, ha conosciuto da bambino la Seconda Guerra Mondiale. Mio nonno, che non ho conosciuto, il padre di mio padre, ha conosciuto le Guerre Mondiali. E il padre di mio nonno ha conosciuto le guerre e i moti, e così su su, nella notte dei tempi: solo guerre. Da quando è finita la Seconda Guerra Mondiale e c’è l’Europa, c’è la pace. Da quando c’è l’Europa, è arrivato il benessere. La pace e il benessere hanno un sinonimo: quel sinonimo è Europa. Noi non possiamo rinunciare all’Europa pensando di non rinunciare contemporaneamente alla pace e al benessere perché, da quando c’è l’Europa, noi abbiamo avuto pace e prosperità, questa è la verità! Vuol dire che tutto va bene? Vuole dire che la desideriamo esattamente come l’abbiamo oggi davanti ai nostri occhi? No, noi la vogliamo cambiare. Ma nessuno, penso, ragionevolmente può pensare di lasciare l’Europa, quell’Europa che a noi ha regalato pace e il benessere. Io non ho nessun merito di questa pace, perché qualcuno è morto per regalarla alla mia generazione. Io non ho nessun merito del benessere che ci è stato tramandato dai nostri padri che hanno combattuto le guerre e si sono tanto sacrificati avendo conosciuto la povertà. Ho però un altro dovere: quello di impegnarmi al massimo per difenderla, questa libertà. Perché tutto quello che accade attorno a noi ci dice e ci spiega che quella libertà non è data per sempre, e che se noi ogni giorno non daremo alla nostra generazione, come missione, quella di difendere la pace e la libertà, arriverà un giorno in cui noi rimpiangeremo tutti quei momenti in cui avremmo dovuto e potuto difendere la nostra pace, la nostra libertà, e non l’abbiamo difesa, perché la davamo per scontata. Ecco, per me l’Europa è esattamente questo e l’Europa è esattamente ciò che noi dobbiamo migliorare e cambiare, volendola difendere, sapendo che qualcuno ce l’ha regalata con i sacrifici di una vita e spesso di una morte. E se mi è possibile dire un’altra cosa, caro Fubini, io le dico che noi abbiamo un compito anche di fronte a questa integrazione europea, e cioè quello di stabilire se vogliamo fare dell’Europa, come oggi, una casa comune oppure un condominio litigioso. La relocation è l’equa distribuzione, in sostanza, cioè affermare l’idea che se tu arrivi a Lampedusa, non lo fai perché vuoi arrivare in Italia ma perché vuoi arrivare a Lampedusa. E dunque, a quel punto devi essere redistribuito, se sei profugo, in tutta Europa. L’Europa si fonda su due principi che camminano assieme: la responsabilità e la solidarietà. La responsabilità, praticamente vuole dire che ognuno che arriva in Italia lo dobbiamo registrare, perché è responsabilità italiana dare un’identità a chi arriva, prendere l’impronta digitale, capire di chi si tratta, essere certi della sua identità: questa è la nostra responsabilità. Al tempo stesso, meritiamo solidarietà, perché se arrivano dal Mediterraneo dei disperati che vogliono entrare in Europa, allora la risposta dell’Europa non può che essere la risposta solidale di chi dice: “Io riconosco che quella è una frontiera europea e dunque, su quella frontiera, il valico, il transito avviene per entrare in Europa, e questo significa un ricollocamento equo, una equa distribuzione dei profughi che arrivano in Italia su tutta la dimensione europea, in modo tale che in tutti i Paesi europei vengano accolti questi profughi”. La notizia che ha dato il collega Thomas de Maizière, che io ringrazio di cuore di essere qui perché è un gesto di amicizia nei confronti del Meeting e dell’amicizia tra i popoli, è una notizia molto importante, perché se la Germania fa partire il meccanismo di ricollocamento, nessuno in Europa potrà sottrarsi.
E sapete perché? Perché oltre ogni demagogia, la verità storica è che nell’anno 2015 la Germania ha accolto oltre un milione di profughi, e se la Germania, oltre i profughi che sono entrati lì, prende anche quelli che derivano dalla equa distribuzione europea, sarebbe irresponsabile che qualunque altro Paese europeo si sottraesse a quei doveri cui invece non si sottrae la Germania che ne ha presi più di un milione. E permettetemi un’ultima considerazione sulla Germania: le cose si fanno per avere i voti ma anche e soprattutto perché ci si vuol mettere dal lato giusto della storia. La Cancelliera Angela Merkel ha corso il rischio di perdere i voti, ma si è messa, sui profughi, dal lato giusto della storia: ha agito da vera leader, statista europea, e credo che alla presenza del suo Ministro dell’Interno sia doveroso da parte nostra riconoscere ad Angela Merkel che ha avuto il rango, le dimensioni e, permettetemi, le spalle larghe per reggere quell’enorme flusso che ha posto poi la Germania dalla parte giusta della storia, cioè dalla parte di chi si rifiuta di far morire le persone, accoglie e che poi deve dimostrare anche, come io spero che sapremo dimostrare a livello europeo, di avere la forza e la capacità di rimpatriare gli irregolari, ma solo dopo avere salvato i profughi.

FEDERICO FUBINI:
C’è una mostra, a chi non l’avesse vista consiglio caldamente di visitarla, qui al Meeting, sui migranti, che smentisce molti dei luoghi comuni, delle paure sul terrorismo, sull’estremismo. Fa vedere che anche i migranti, quelli che arrivano senza documenti, possono integrarsi nelle nostre società. Però vorrei approfittare del privilegio di avere i due Ministri per chiedere e andare nel vivo di questo tema. In Germania, avete passato negli ultimi mesi una legge che stabilisce un percorso di integrazione (apprendimento della lingua, vocational training, apprendimento dei mestieri) ed è anche un percorso con delle potenziali penalità per chi non accetta di seguirlo, con incentivi, incoraggiamenti e strumenti di integrazione. Questo è un tema che non fa i titoli dei nostri giornali, perché è la vita quotidiana della migrazione, ma è molto importante per le comunità locali, per esempio. Ed è un tema molto attuale anche in Italia: noi abbiamo oramai centinaia di migliaia di persone che sono arrivate dal mare, che non parlano la lingua, che molto spesso non leggono e non scrivono, non hanno dei mestieri. E non abbiamo veri strumenti per integrarli, per obbligarli, per esempio, a imparare l’italiano, a imparare un mestiere. Dunque, vorrei chiedere al Ministro de Maizière - e so che il Ministro Alfano è molto sensibile su questi temi - se può darci anche lui il suo punto di vista su quello che in Italia si sta facendo e si potrà fare in futuro, perché oggi noi abbiamo centinaia di comunità locali con persone che vivono là senza fare nulla, sostanzialmente, in attesa che le loro procedure seguano il corso burocratico. E questo è un problema. Ministro.

THOMAS DE MAIZIÈRE:
Innanzitutto desidero ringraziare il Ministro Alfano per le gentili parole che ha rivolto al mio Paese e alla Cancelliera Angela Merkel. Noi possiamo soltanto rispondere sullo stesso tono. Il Ministro Alfano ha detto che l’Europa è importante perché ha garantito la pace, e questo è vero, ma voglio aggiungere una cosa. Ci sono altri motivi, altre ragioni d’essere per l’Europa, non possiamo risolvere da soli il problema dell’immigrazione, nessun Paese può risolverlo da solo, non si può combattere il terrorismo da soli, non si può pensare di agire in modo individualistico, né l’Italia né la Germania, e non possiamo garantire la sicurezza dei nostri confini se non lo facciamo insieme. La decisione della Brexit costituisce in un certo senso un’opportunità per noi, per imparare a fare un’Europa migliore, in modo che nei nostri Paesi si possa in qualche modo garantire una vita migliore. E ora, per quanto riguarda l’integrazione, questa è una tematica che rientra nel livello decisionale nazionale, non è un tema strettamente europeo. E per la prima volta nella storia in Germania abbiamo un legge sull’integrazione. Di che cosa si tratta? A chi si rivolge? Non a tutti coloro che arrivano in Germania. Se a tutti dovessimo dire: “Vogliamo che vi integriate, abbiate un lavoro”, questo avrebbe naturalmente un grosso effetto anche negativo. Noi desideriamo integrare coloro che hanno delle prospettive rimanendo in Germania e che quindi, in un certo senso, hanno bisogno proprio di protezione in Europa. Si tratta di quelle persone che fuggono dalle guerre e non di quelle che stanno soltanto cercando uno stile di vita migliore. Questo è un aspetto molto importante e rende in un certo senso anche gli Stati nazionali europei più sicuri, ma per quei migranti che rimangono nel nostro Paese per diversi anni non ci sono altre alternative che non l’integrazione. O non faranno nulla oppure devono comunque integrarsi, altrimenti rimangono davvero inermi e inerti, e naturalmente questo non può che dare vita, sulla base dei pochi sussidi che possono ricevere, ad una situazione di insoddisfazione, insicurezza, radicalizzazione e ad un rifiuto da parte della popolazione tedesca di fronte a queste persone che per non fare nulla ricevono denaro.
Quindi, è anche nell’interesse della società tedesca che quei migranti che hanno una prospettiva di rimanere nel Paese vengano integrati nella società, per cui offriamo corsi di lingua tedesca, anzi, li obblighiamo a partecipare a questi corsi per apprendere la lingua. Vogliamo comunque dare loro la possibilità di lavorare, quindi insegniamo loro non soltanto la lingua ma anche le tradizioni, la cultura del nostro Paese, le leggi del nostro Paese, perché vogliamo offrire un qualche cosa che il migrante però deve accogliere, fare proprio. Quindi, se offriamo protezione, possiamo per contro pretendere che queste persone si integrino nella nostra società, quindi che la legge abbia il prevalere su qualsiasi altra forma, che queste persone quindi lavorino e vogliano lavorare. Ed è questo che vogliamo fare noi con questa legge sull’integrazione, che naturalmente ha un costo elevato ma riteniamo che costi comunque meno di quello che costerebbe non fare nulla, perché ci sarebbero costi sociali elevatissimi, molto più elevati dei costi legati a queste misure mirate all’integrazione. E’ un’esperienza che abbiamo fatto in anni e anni di immigrazione verso il nostro Paese, per esempio dalla Turchia. Senza la lingua, l’integrazione è impossibile. Noi siamo andati tutti a scuola e a tutti noi è piaciuto, ma naturalmente dovevamo avere degli insegnanti capaci di insistere sul fatto che noi dovevamo apprendere, imparare. L’essere umano è così, e per questo coloro che non partecipano a questi corsi obbligatori ricevono sussidi inferiori, minori: si tratta di un do ut des. Coloro che non hanno bisogno di protezione devono lasciare il Paese, mentre coloro che hanno bisogno di protezione debbono poter essere integrati, parlare la nostra lingua, lavorare e quindi evitare qualsiasi forma di radicalizzazione. Poi saranno loro a decidere in un futuro se ritornare nel proprio Paese oppure no, e questo secondo noi, in Germania, è il modo migliore di procedere.

FEDERICO FUBINI:
Ministro, molto interessante, potremmo dire che questa in realtà è un’applicazione ai rifugiati del welfare moderno, che è un welfare condizionale ed è un do un des, come è stato detto. Lei cosa pensa, per esempio, di introdurre delle penalità, ridurre la diaria o togliere la diaria, a quei richiedenti asilo che ci sono in Italia, che non accettassero di fare corsi di italiano o corsi di formazione professionali durante il lungo periodo in cui le loro situazioni vengono processate dall’amministrazione?

ANGELINO ALFANO:
Io sono dell’idea che abbiamo davanti una grande sfida, una sfida dalla quale dipenderà il futuro della integrazione europea. Noi dobbiamo stabilire se vivere l’integrazione europea come il passato di un’illusione o come il futuro di una speranza. Se la vogliamo vivere come il passato di un’illusione, dobbiamo chiuderci nelle nostre paure legittime e dire che ciascuno di noi da solo è più forte, più forte del terrorismo che ci minaccia, più forte della fame che fa fuggire dall’Africa centinaia di migliaia di persone, più forte della paura delle guerre che fanno scappare bambini con le loro mamme per tentare di salvarsi. Io sono tra quelli che vuole declinare la parola Europa come il futuro di una speranza e non come il passato di un’illusione. Il dossier di cui qui ci occupiamo è esattamente centrale, perché per anni ci siamo illusi, diciamolo senza ipocrisia, che il mercato e la moneta facessero i popolo europeo, che la moneta unica, il mercato, l’abbassamento delle frontiere, tutto ciò che gli scambi commerciali hanno consentito avrebbero poi creato il popolo europeo. Non è stato così. Il mercato e la moneta non sono stati capaci di fare un popolo, perché un popolo è qualcosa di più profondo, il popolo nasce da un destino comune, da un idem sentire, senza necessariamente individuare un nemico, perché non sempre serve un nemico per individuare un destino comune. Oggi ho letto una bellissima intervista di don Carrón sul Corriere delle Sera dove diceva che noi, anche come cristiani, non abbiamo bisogno di un nemico, men che meno dell’Islam. Io ne faccio un problema anche pragmatico, se mi permettete da Ministro dell’interno. Abbiamo in Italia 1.600.000 mussulmani, li consideriamo tutti fiancheggiatori dei terroristi? Li regaliamo alla simpatia del califfo e del califfato? No! Occorre fare un ragionamento completamente diverso ed è uno sforzo che noi stiamo facendo: al Viminale, per esempio, ho riunito i leader di tutte le comunità mussulmane, delle associazioni islamiche, e ho detto con chiarezza: “Il nostro è un Paese nel quale la libertà di preghiera è riconosciuta dalla Costituzione”. Badate bene, riconosciuta, non concessa, riconosciuta, che vuol dire che viene prima degli ordinamenti giuridici, perché ciascun uomo ha pregato il proprio Dio senza bisogno che lo Stato oppure l’ordinamento giuridico glielo riconoscesse. Il nostro ordinamento costituzionale democratico riconosce la libertà di preghiera e quello che ho detto alle comunità mussulmane italiane è stato: “Io non prego il vostro Dio, non abbiamo la stessa religione, ma sono Ministro degli Interni di un Paese che riconosce la libertà di preghiera, però ci dobbiamo intendere. Primo: basta gli imam fai da te, non è possibile che ciascuno si formi anche a culture o formazioni radicali fuori dall’Italia, e poi venga in Italia a fare predicazione violenta, perché noi riconosciamo la libertà di culto e di preghiera ma guai ad inneggiare all’odio, alla violenza spesso antisemita. Ed è la ragione per la quale con la mia penna da Ministro ho espulso nove imam, perché un conto è pregare e un conto inneggiare all’odio e alla violenza. Quindi, primo, basta agli imam fai da te. Secondo: le prediche in italiano. Terzo: tracciabilità assoluta delle forme di finanziamento dei luoghi di culto e delle moschee. Tutto questo, non per una imposizione di legge ma per un accordo con le comunità mussulmane e islamiche.
Credo che questa sia la strada da seguire, perché oggi anche questa è una forma di lavoro, di dialogo. E al tempo stesso è il rafforzamento di una identità che nel nostro Paese è fatta di santi, di chiese, di luoghi a forte identità cristiana, in un Paese che ha nel proprio territorio fisico la presenza del Papa. Una identità che si apre al dialogo è esattamente una chiave per la sicurezza del nostro Paese. Lo dico senza falsa modestia, noi incrociamo le dita, preghiamo, lavoriamo tutti i giorni e sappiamo che il nostro mondo non contempla il rischio zero, non esiste il rischio zero, ma fin qui è stato un Paese sicuro, forse perché abbiamo scelto il seme giusto da seminare e da piantare. Voglio dirlo proprio in un luogo di cultura come questo. Amici, noi oggi, come Italia e come Europa, siamo chiamati ad una scelta decisiva, siamo chiamati a scegliere che seme piantare, se pianteremo il seme della intolleranza raccoglieremo non troppo lontano da qui il frutto della violenza, se pianteremo il seme della tolleranza e dell’accoglienza, fondato sul dialogo e sulla identità, raccoglieremo il frutto della sicurezza nel nostro Paese. Sta a noi scegliere il seme da piantare e dobbiamo avere la forza di piantare il seme giusto per raccogliere il frutto giusto.
Chiedo a Fubini due minuti in più, perché vengo da una esperienza umana che mi ha molto segnato e vorrei raccontarvela. Credo che ciascuno di noi sia cambiato e formato dalle esperienze della vita e anche dagli incontri, dalle circostanze che la vita gli pone innanzi. Io sono nato esattamente dove l’Europa finisce e comincia l’Africa, perché sono nato non solo in Sicilia ma nell’estremo sud della Sicilia, ad Agrigento, nella cui provincia c’è Lampedusa. Lampedusa, per tutti i ragazzini di Agrigento quale sono stato io alla metà degli anni Ottanta, era ed è l’isola delle vacanze: prendi il traghetto da Porto Empedocle la sera, alle undici o a mezzanotte, e ti svegli all’alba alla spiaggia dei Conigli. Arrivi lì con il mare caraibico, l’acqua cristallina, il sole africano. All’epoca ci andavo con la Vespa e con l’allora fidanzata, che attualmente è mia moglie, quindi sono stato abbastanza costante nel percorso e mi posso permettere di raccontarlo nel tempo. Andavo lì a divertirmi, era il posto più bello del mondo, l’idea di una vacanza magica, l’idea della gioia, della felicità, dei tuoi sedici, diciassette anni in uno dei mari più belli del mondo, un mare della tua provincia, il posto dove tutti agognavano passare le vacanze. Ti abbronzavi con il sole africano e tornavi che sembravi più bello anche se eri brutto, un posto fantastico. Quel posto per me ha cambiato luce una mattina di ottobre del 2013 in cui sono andato lì non più con la Vespa, non più con la mia fidanzata e neanche in costume, sono andato con l’abito scuro da Ministro dell’Interno e sono entrato nel freddo hangar dell’aeroporto di Lampedusa dove erano distese per terra trecento salme. C’erano per terra trecento morti, c’erano trecento sacchi e dentro ciascun sacco c’era il corpo di un uomo o di una donna, per essere sinceri fino in fondo, dentro il sacco ce ne erano due perché c’era una bambina abbracciata al corpo della mamma, due corpi dentro un sacco.
Non auguro a nessuno di vedere quello che ho visto io, penso sia davvero difficile vedere nella vita trecento corpi per terra. Quando ho visto in quel luogo che per me fino a quel momento era stato il posto più bello del mondo, quando ho visto quei trecento corpi per terra, consapevole dei miei limiti, ho comunque giurato a me stesso che avrei fatto tutto quello che era nelle mie possibilità, da Ministro degli Interni e da cittadino italiano, per impedire che qualcun altro vedesse quello che stavo vedendo io. Da quel giorno ho avviato una mia personale riconversione rispetto a questo argomento e ho semplicemente incominciato a girare l’Europa dicendo a tutti, da Ministro degli Interni italiano, che quella frontiera va difesa dall’Europa, perché la frontiera di Lampedusa non è una frontiera italiana ma europea, che quei posti, il presidio di quella frontiera devono essere sostenuti da tutta l’Europa perché è una frontiera europea, che i profughi devono essere redistribuiti in tutta Europa. Questo mi si può chiedere di fare e questo sto già facendo. Ma nessuno mi può chiedere che di fronte ad una mamma, ad un ragazzo, ad un bambino, alla sua mamma o al suo papà che stanno annegando in mare, io faccia mancare il soccorso, che dica “non soccorreteli, facciamoli morire”: questo a me non può chiederlo nessuno perché siamo un grande Paese: prima li salviamo, quando li abbiamo portati a terra chiediamo a loro: tu sei un profugo o sei un irregolare? Se è un profugo, lo accogliamo, se è un’irregolare lo espelliamo. Questo è un grande continente di civiltà e se mi permettete questo è il seme che noi dobbiamo piantare, sperando di raccogliere tolleranza e sicurezza piuttosto che odio e violenza. Grazie.

FEDERICO FUBINI:
Grazie, Ministro. Ministro de Mazière, Angelino Alfano ha detto una cosa molto interessante, il seme della tolleranza porta a far crescere la sicurezza. Ora in Germania è in corso in queste settimane una discussione molto articolata, anche con i Ministri dell’Interno di un certo numero di länder, sulla misura di questa tolleranza, per esempio in che misura si può accettare che alcune donne vestano il burka, dunque non siano riconoscibili nel volto né nel corpo: è la famosa discussione iniziata a Cannes sui burkini. Su queste misure dell’identificazione religiosa delle persone, lei è intervenuto e ho l’impressione che abbia cercato di trovare un punto di equilibrio tra le spinte diverse che ci sono nella sua coalizione: ce ne può parlare un attimo, ci può spiegare il tipo di discussione in corso?

THOMAS DE MAIZIÈRE:
Innanzitutto la tolleranza è fondamentale per la libertà, ma la Germania nella sua storia ha imparato che c’è un limite alla tolleranza e per questo noi diciamo “nessuna tolleranza all’intolleranza”, perché anche la tolleranza deve avere un proprio limite per non scadere nell’intolleranza. La tolleranza è diversa dall’ingenuità e questo limite per esempio si traduce nel rispetto delle nostre leggi, per quanto riguarda il burka. Posso farvi un esempio: oggi ci troviamo ad affrontare una situazione in cui tra gli immigrati ci sono delle ragazzine di 12, 14 anni, e il fatto che per esempio queste ragazzine possono essere viste come donne che possono essere date in sposa è accettabile per certe culture ma non per noi. Qui finisce la nostra tolleranza, per noi una donna deve raggiungere l’età matura
e decidere se si vuole sposare o meno. Noi tutti credo siamo contrari al burka, la nostra società si basa sul fatto che le persone mostrino il proprio volto, che ci si possa riconoscere, che ci si presenti con il proprio nome. Perché ci diamo la mano destra quando ci incontriamo? Perché quella è la mano che in passato serviva per tenere un’arma, e quindi dare la mano destra significa rinunciare a utilizzare un’arma, significa pace. Guardarsi negli occhi è un canale di comunicazione, inoltre il burka va contro tutto quello che a mio parere costituisce il ruolo della donna: quindi noi, dal punto di vista sociale, siamo contrari al burka, però, per quanto riguarda altri aspetti, io sono un giurista, e quindi mi chiedo se deve essere respinto e vietato tutto quello che non ci piace. Abbiamo visto per esempio che in Francia è stato emesso un divieto all’utilizzo del burka ma il burka viene utilizzato ugualmente, la differenza è se si tratta di una donna moglie di un diplomatico o cittadina di un Paese in cui si porta il burka, o se si tratta comunque di una persona che vuole vivere in Germania perché, per esempio, un poliziotto non riesce a riconoscere una donna che porta il burka, che nasconde il volto.
Abbiamo dunque trovato un compromesso: abbiamo una posizione politico-sociale che va contro coloro che portano il burka, e questo è il primo punto. Secondo punto, sulla base della nostra Costituzione non possiamo, non vogliamo vietare in assoluto l’uso del burka ma, terzo punto, laddove è necessario mostrare il proprio volto per il funzionamento della nostra società e delle nostre leggi, allora noi pretendiamo che non ci sia il burka nelle scuole, negli asili, nelle università, negli uffici pubblici, durante le manifestazioni, né se si copre una carica pubblica di giudice, di insegnante, di poliziotto. E questo mi sembra un ottimo compromesso tra il nostro rifiuto sociale, per così dire, e la posizione delle donne per le quali comunque il burka ha un valore molto importante. Tra l’altro, chi indossa il burka non vede bene, questo può essere pericoloso. Per esempio, può non accorgersi dei segnali della polizia per la strada. In qualità di insegnante, di rappresentante di un Paese democratico devo poter mostrare il viso, però non possiamo vietare in assoluto il burka, e questo è un momento di grande prova della nostra tolleranza. Mi pare che abbiamo raggiunto un po’ un compromesso tra la tolleranza e le regole chiare di cui abbiamo bisogno per la democrazia.

FEDERICO FUBINI:
Grazie, Ministro, credo che ci sia molta discussione in Italia riguardo a in che misura seguire o non seguire il modello tedesco. Credo che su questi argomenti avremmo molto da imparare e molto da beneficiare nel seguire attentamente quello che sta succedendo in Germania, però abbiamo iniziato parlando di Europa e sicuramente la redistribuzione dei migranti è stato un pilastro della risposta europea. Direi che l’altro pilastro, che forse fino adesso ha funzionato meglio, è controverso ma ha funzionato fino ad oggi, è stato l’accordo con la Turchia. Denaro, molto denaro, sei miliardi e una serie di condizioni reciproche, e il flusso dalla Turchia si è sostanzialmente interrotto. Chiederò a tutti e due i Ministri lo stato di salute di questo accordo perché mi permetto di sospettare che sia in cattiva salute. Se non ricordo male, il primo ottobre è la data prevista per avviare i viaggi senza visto dei cittadini turchi, a condizione che la Turchia per esempio cambi le sue leggi sul terrorismo, nel senso dei diritti umani che chiede l’Europa. L’impressione generale è che i rapporti con il Presidente e il Governo turco siano sempre peggiori, che questo accordo possa saltare riportando l’Europa in una situazione di emergenza. Mi sbaglio, Ministro Alfano, sono troppo pessimista? La stessa domanda per il Ministro de Mazière.

ANGELINO ALFANO:
Lo schema dell’accordo con la Turchia descrive lo stato del mondo di oggi, anche qui senza ipocrisie. Il tema della pressione derivante dai flussi migratori è la nuova arma della geopolitica moderna. Chi è in grado di esercitare sui Governi l’arma della pressione migratoria ha un’arma in più dal punto di vista del negoziato diplomatico più o meno garbato, più o meno raffinato. E se dobbiamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo dire che la Turchia ha in mano questa arma. Perché? Perché l’uso dei profughi come tema elettorale nei singoli Paesi fa sì che enormi spostamenti di migranti possano determinare il cambiamento dei flussi di voto e la nascita o la caduta dei Governi. Questa è la drammatica realtà nella quale ci troviamo. La Germania e l’Europa hanno fatto un accordo con la Turchia che serve esattamente a far si che la Turchia non apra i cancelli, avendo al di qua dei cancelli virtuali delle proprie frontiere milioni di profughi. Le dirò, caro Fubini, che secondo me lo schema dell’accordo con la Turchia, l’Europa lo dovrebbe replicare con la Libia, perché se noi abbiamo il 90% e più dei migranti che arrivano in Italia, dalla Libia, questa cosa la possiamo risolvere solo se con la Libia facciamo un accordo. E dobbiamo anche essere molto netti e chiari nell’esprimere i giudizi sulla storia recente. Noi abbiamo il problema dei migranti in Italia perché stiamo pagando il costo di un lavoro incompiuto della comunità internazionale, che prima ha ritenuto di mandare al camposanto Gheddafi - certamente qui nessuno è sostenitore di quel regime - e poi non ha completato il lavoro. E quella instabilità libica noi la stiamo pagando in termini di flussi migratori perché, se la comunità internazionale avesse completato il lavoro per il quale si era candidata come liberatrice della Libia, mandando al camposanto Gheddafi, oggi noi non avremmo questo tema dei profughi. Quindi, stiamo pagando un conto a un lavoro incompiuto della comunità internazionale che crediamo che a questo punto debba agire a livello internazionale, come sta facendo per sradicare anche le cellule ISIS, oppure qualche franchising dell’ISIS presente in Libia.
Contemporaneamente, noi crediamo che l’Europa debba agire per fare un accordo sul modello di quello della Turchia, con un governo libico che speriamo possa dare stabilità alla Libia. Tornando alla sua domanda, il tema del rapporto con la Turchia a questo punto diventa un tema di accordo diplomatico a livello più alto, cioè a livello europeo. Noi dobbiamo sapere che in Turchia non si può scherzare sui diritti umani ma al tempo stesso dobbiamo sapere che se salta questo accordo con la Turchia, sappiamo dove si comincia col tema dei profughi e non sappiamo dove si finisce. Anche perché in quel caso si riaprirebbe la cosiddetta rotta balcanica, ed è bene che tutti ricordiamo che la rotta balcanica è la più ambita dai foreign fighters, i combattenti stranieri, è l’antica rotta dei contrabbandieri ed è una rotta che ha sempre rappresentato un pericolo per l’Europa.
Per la mia esperienza personale, voglio concludere questo paragrafo dicendo: andiamo cauti a fare saltare l’accordo con la Turchia, siamo pragmatici e concreti perché la Libia bis, dal punto di vista dei profughi, io non l’auguro a nessuno. L’altra questione riguarda il tema della rotta balcanica, cioè il tema della sicurezza: anche qui in termini molto pragmatici, noi abbiamo avuto un problema, magari adesso non tutti lo ricordano. Ma all’inizio del 2015 c’è stato uno strano flusso di navi grandi, che venivano comprate dai trafficanti di esseri umani con pochi soldi, venivano riempite di migranti - non 200 o 300 ma migliaia di migranti -, partivano dalla Turchia in direzione Puglia, venivano abbandonate a 8, 10 nodi di velocità a un po’ di miglia dalla Puglia, e i trafficanti andavano via, gli scafisti andavano via. Mettevano il pilota automatico, lo orientavano nella direzione della Puglia e andavano via. Io andai - erano i giorni successivi a Charlie Hebdo, lo ricordo ancora - a parlare con il Governo turco, chiesi un maggiore presidio dei porti della Turchia per impedire che partissero quelle navi che ovviamente non erano gestite dal Governo turco -, chiesi un di più di collaborazione, avendo le nostri fonti antiterrorismo e l’intelligence la notizia che in quei porti ancora si stavano raggruppando persone che sarebbero salite su quelle navi. Quel flusso di navi si è fermato. Quindi, abbiamo avuto anche un’esperienza di collaborazione positiva.
E poi, permettetemi un’ultima considerazione: visto che ho parlato della Libia, del flusso dei migranti e del paragone con la Turchia, io ho seguito con attenzione l’intervento di un grande italiano che è il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in apertura di questo Meeting. Ho seguito il resoconto dei giornali, ho letto sulle agenzie di stampa tutte le sue dichiarazioni e ho visto tante considerazioni di buon senso, cose serie, concrete, razionali, ragionate e di buon senso. L’indomani ho letto sui giornali di una aggressione colossale che è stata rivolta al Presidente della Repubblica per aver detto delle cose di assoluto buonsenso qui al Meeting di Rimini e ho fatto una considerazione che vi riconsegno con amicizia: guai a quel Paese in cui il buon senso diventa rivoluzionario, guai a quel Paese in cui il buon senso sembra una cosa vintage, una cosa da consegnare al passato perché non è più utile al tempo moderno. Ecco, io, vedendo quelle aggressioni, quegli attacchi al Presidente della Repubblica per le cose di buon senso dette qui, ho pensato: speriamo che l’Italia non consideri il buon senso rivoluzionario, perché se considererà rivoluzionario il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per avere detto cose di buon senso, allora l’Italia sarà un Paese sull’orlo del baratro. Ecco, mi auguro che così non sia e che quel buon senso che ha espresso il presidente Mattarella qui sia il senso comune di tutti coloro i quali vedono con concretezza e qualche ideale ciò che si sta verificando in Italia e nel mondo.

FEDERICO FUBINI:
Il ministro Alfano ha sollevato la questione Turchia ma anche un possibile accordo con la Libia che, naturalmente, potrebbe costare molti miliardi. E’ possibile, auspicabile, ci sono le risorse?

THOMAS DE MAIZIÈRE:
Vorrei dire alcune parole proprio sull’accordo con la Turchia, però prima vorrei spiegare quello che è poi un metodo. Prima dell’accordo, c’era soltanto un'unica possibilità di decidere o comunque di arrivare in Europa, attraverso gli scafisti e null’altro. Gli affari andavano bene per gli scafisti perché non c’erano altre possibilità, e allora abbiamo deciso di fare un accordo con la Turchia per porre fine a questa situazione. Abbiamo detto: chi arriva in Europa in modo illegale, chi arriva per esempio in Grecia, non deve poter poi procedere in Europa. Questa potrebbe essere vista come una politica disumana, una politica del rifiuto, ma c’è poi una seconda parte dell’accordo: per chi tenta di arrivare legalmente in Europa, si valuterà la possibilità di rimanere in base al concetto della persona che necessita protezione. Ecco, questo è un modo ragionevole di procedere, un modo umano di procedere. Dato che la Turchia riceve in cambio del denaro, ci si potrebbe chiedere perché: il motivo è che la Turchia ha accolto da due a tre milioni di immigrati, di profughi, e quindi questo denaro viene dato alla Turchia non come parte di un bilancio generale, per finanziare quelle che sono le volontà del Presidente, ma è dedicato proprio a progetti specifici che riguardano i rifugiati, i profughi arrivati in Turchia, per dare loro una sistemazione, una casa. In questo modo possiamo garantire che questi profughi ricevano un’accoglienza adeguata e che non continui il flusso migratorio verso l’Europa. Ecco perché è un accordo giusto, indipendentemente da quello che può essere il nostro giudizio sulla situazione politica attuale in Turchia. Una parte di questo accordo riguarda la questione del viaggio senza visto: qui, naturalmente, ci sono degli obblighi per la Turchia ma anche per l’Europa. Se questi obblighi non vengono rispettati dalla Turchia, naturalmente non verrà concessa la possibilità di immigrazione senza visto verso l’Europa.

FEDERICO FUBINI:
Il Presidente Erdogan ha detto molto chiaramente che non accetta alcune condizioni, soprattutto sul terreno dei diritti umani, nella lotta al terrorismo, che richiede la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi che vengono in Europa. E poiché la liberalizzazione dei visti è una delle condizioni che la Turchia ha chiesto per rendere vitale ed effettivo l’accordo sui migranti, chiedo al Ministro se questo vuol dire che l’accordo è morto.

THOMAS DE MAIZIÈRE:
No.

FEDERICO FUBINI:
Perché no?

THOMAS DE MAIZIÈRE:
Io non sono d’accordo, perché comunque si tratta di portare avanti una trattativa con Erdogan, e in effetti in agosto abbiamo avuto modo di discutere ulteriormente sulla questione della liberalizzazione dei visti, ci sono stati dei negoziati e siamo arrivati già a uno sviluppo ormai avanzato di questi negoziati. E poi c’è un altro aspetto da prendere in considerazione: anche la Turchia non ha alcun interesse a vedere centinaia di migliaia di profughi dall’Afghanistan, dal Pakistan, dalla Siria arrivare in Europa attraverso la Turchia, perché molti rimangono poi lì. Se le coste della Turchia, che sono meta turistica, dovessero finire nelle mani degli scafisti, dei profughi o comunque degli immigrati illegali, questo non sarebbe un affare per la Turchia, per cui ci sono ottimi motivi che anche la Turchia voglia portare avanti questo accordo. Il Ministro Alfano ha parlato anche della Libia e dell’accordo con essa: è un aspetto su cui sono d’accordo, però l’accordo con la Libia sarebbe più complicato di quello con la Turchia, perché la Libia è un Paese complicato, con un Governo difficile e debole. Quindi, il metodo è sicuramente giusto, chiunque si trova a viaggiare sul Mediterraneo e si trova in pericolo deve essere salvato: è un diritto umano, fa parte del diritto internazionale. Però questo non dà il diritto poi di rimanere in Europa, quindi è importante utilizzare questo tipo di accordi per far sì che anche chi è stato salvato possa poi essere nuovamente mandato in Libia, comunque in una situazione che deve essere più sicura di quella attuale. E coloro che non hanno in effetti bisogno di protezione vanno espulsi, rimandati nei loro Paesi. Chi invece ha effettivamente bisogno di protezione deve poter rimanere in Europa e diventare parte della società europea, trovando la protezione di cui ha bisogno. È questo il metodo giusto, tuttavia, per quanto riguarda la Libia, è molto più complicato che per la Turchia.
Un’ultima osservazione: l’Italia lavora a questo tema della Libia, la Germania invece ha lavorato molto sul tema della Turchia, e questo per motivi storici. Ma questo tipo di compito è più un compito europeo, di politica estera europea: la Germania non può portare avanti da sola i negoziati con la Turchia, così come l’Italia non può portare avanti da sola i negoziati con la Libia, per cui qualche settimana fa è stato presentato un documento strategico per quanto riguardava la possibilità di portare avanti una politica comune per i Paesi del Nordafrica, che fosse una politica però europea, perché il Paese non può andare avanti in modo individuale. E questo è il presupposto fondamentale da cui partire.

FEDERICO FUBINI:
Stiamo veramente chiudendo: siamo alla fine, come giornalista economico non riesco a impedirmi di chiedere ad entrambi, rapidamente, se pensano che questa proposta italiana che richiede molti soldi sia percorribile: ci sono le risorse, dove le possiamo trovare? E poi due parole per chiudere per entrambi. Purtroppo siamo con i tempi un po’ stretti, ma penso che sia veramente il cuore della discussione dei prossimi anni ed è importante sentire la vostra opinione. Ministro.

ANGELINO ALFANO:
Io voglio ribadire, forse forzando un po’ perché lo dico per la seconda o terza volta, una cosa nella quale credo profondamente: o l’Europa capisce chiaramente che sul tema della risposta ai profughi si gioca un pezzo del proprio destino, oppure non avrà un futuro, perché noi siamo il continente della libertà, il continente dei diritti, il continente politico della democrazia, della pace e del benessere che per la prima volta si trova a fronteggiare contemporaneamente una crisi economica che in alcuni Paesi, e purtroppo tra questi l’Italia, anche se ne stiamo venendo fuori, è durata quanto le due Guerre Mondiali. Pensate un po’, quanto ci vuole dal 2008 al 2015, e quanto sono durate le due Guerre Mondiali: una crisi economica che è durata quanto le due Guerre e, dall’altro lato, il più grande flusso di profughi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Europa ha di fronte quindi non solo la sfida economica ma quest’altra sfida: o è capace di sorreggere se stessa dando una risposta, oppure non avrà più un futuro perché sarà un continente che non è in grado di gestire una seria organizzazione che prevede una forte cooperazione con i Paesi africani per impedire le partenze, ma anche una forte applicazione di un principio di reciprocità con quei Paesi. Un continente che non si dimostra forte perché noi, come Europa, spendiamo tanti soldi nella cooperazione internazionale e dobbiamo dire ai Paesi africani: io ti do i soldi per la cooperazione internazionale, però tu mi aiuti a non fare partire i migranti dalle tue lande, dalle tue contrade, dalle tue sponde. Noi ti diamo un contributo economico, noi ti aiutiamo a fare sì che il tuo Paese possa migliorare, ma tu aiuti me.
Punto numero due: un continente che non è in grado di fare un minimo di redistribuzione dei profughi, è un continente che non ha la consapevolezza della drammatica realtà del momento. Punto numero tre: un continente che non è in grado poi di realizzare i rimpatri: tu sei profugo e noi ti accogliamo e redistribuiamo i profughi in tutta Europa. Tu, non profugo, sei irregolare sul continente europeo, ci dispiace, siamo accoglienti ma non possiamo accogliere tutti, dobbiamo rimpatriarti. Queste tre cose hanno un costo economico e un costo politico. Il costo politico è l’individuazione e l’esercizio di una leadership: occorre cioè che qualcuno sappia che quando si parla con l’Europa si parla con un interlocutore unico che risponde di ventisette Paesi, o ventotto a seconda di come andranno i negoziati con il Regno Unito. Tutto questo si chiama futuro, perché questo è il tema del futuro. Io non so se lo abbiamo notato, ma ci rendiamo conto che il tema delle frontiere è diventato il tema più moderno della politica attuale? Il tema che sembra più antico, quello delle frontiere, è diventato il tema della campagna elettorale di Trump e di tutte le campagne elettorali europee. E pensate ai corsi e ricorsi storici: ancora una volta, per i destini del mondo è diventato centrale il Mediterraneo. Ancora una volta, che si tratti del Medio Oriente, che si tratti della guerra in Siria, della stabilizzazione della Libia, del flusso dei migranti, del contrasto al terrorismo internazionale, del traffico di esseri umani, degli arresti degli scafisti, si torna al Mediterraneo. Allora io voglio sognare un Mediterraneo come lo sognava Giorgio La Pira, e cioè come la prosecuzione di Tiberiade: un mare piccolo, un lago, dove ancora una volta giochiamo i destini del mondo, i destini di pace, di sicurezza e di libertà. Starà all’Europa scegliere se quel destino e quella sfida la vuole giocare da protagonista oppure sottomettendosi a un’idea di declino e di soccombenza culturale che probabilmente è l’anticamera di una fine che noi non auguriamo, perché sappiamo che il mondo intero ha bisogno di un’Europa capace al tempo stesso di dirsi sicura e accogliente. E un’Europa che saprà dirsi solamente accogliente forse farà paura a tutti, perché non siamo più in grado di accogliere tutti, un’Europa che punterà solo sulla sicurezza, senza puntare sull’accoglienza sarà un’Europa che avrà smarrito i propri ideali storici e i propri ideali originari: identità. Questo noi chiediamo all’Europa, chiediamo ancora una volta di confermare che l’Europa ha radici giudaico-cristiane e che, una volta affermata questa identità greco e giudaico-cristiana, ci si possa aprire al dialogo con tutti, con rigore, con severità, senza provocazioni, con un grande cuore e con una mente memore del passato, che è in grado di progettare il futuro. Non è un sogno, è la ragionevole speranza di leader come quelli che oggi si sono riuniti a Ventotene, che penso stiano facendo un bel servizio all’Europa perché un’Europa che perde, che abbandona la dimensione della speranza del futuro e del sogno è una dimensione che tradisce esattamente il futuro, non nostro ma dei nostri figli, che esattamente rappresentano quelli per cui penso che tanti di noi abbiano deciso di impegnarsi in politica e nelle istituzioni.

THOMAS DE MAIZIÈRE:
Devo dire, innanzitutto per quanto riguarda la questione legata ai costi, che ci è stato chiesto se in effetti ci sono i fondi per fare tutto questo. La mia risposta è questa: per ora noi stiamo spendendo quasi il doppio, se non il triplo, di quello che dovremmo spendere in questo modo, con dei successi che posso definire mediocri, e paghiamo per tutta una serie di procedure che sono estremamente costose in Europa per quanto riguarda i migranti. Di questo approfittano gli scafisti, quindi è arrivato il momento di decidere di ridurre questi costi, vale a dire cercare di portare avanti una collaborazione strategica, un aiuto strategico a quei Paesi in cui ci sono davvero dei problemi, da cui provengono quei migranti che hanno davvero bisogno di protezione e per i quali poi si può pensare alla relocation. Gli altri devono lasciare l’Europa: pensiamo per esempio a quei Paesi che si trovano in un territorio di confine: con questi Paesi dobbiamo cercare di concludere i nostri accordi e tutto questo ci costerà molto meno di quello che stiamo pagando ora. Un’osservazione ora per quanto riguarda l’Europa: io sono in una posizione più fortunata rispetto a quella del Ministro degli Interni perché mi occupo anche di sport. Ci sono stati i Giochi Olimpici a Rio e la Germania è molto brava in alcune discipline sportive, per esempio per quanto riguarda il canottaggio. In una canoa siedono quattro grandi atleti insieme, ciascuno è un individuo, ciascuno si allena per conto suo, ciascuno è forte, ma il successo ce l’hanno solo quando sono tutti e quattro insieme, quando remano tutti insieme, prestando attenzione l’uno all’altro. Solo facendo così possono procedere veloci. E noi in Europa siamo riusciti negli ultimi anni a fare dei passi avanti nello stesso modo. Abbiamo tutti remato con forza, ma non sempre con lo stesso ritmo, e questo non porta a buoni risultati per nessuno dei nostri Paesi, lo abbiamo imparato a nostre spese. E così l’Europa può prendere esempio da queste squadre sportive di atleti che lavorano insieme e tradurre il tutto a livello europeo, agendo per un obiettivo comune, muovendosi in un’unica direzione: solo così l’Europa può raggiungere i propri obiettivi e far fronte a questa grandissima sfida epocale dei migranti, facendo conto, o meglio, rispettando quelle che sono le nostre responsabilità a livello umano, ma tutelando anche l’interesse dei nostri cittadini. E l’Italia e la Germania possono sicuramente essere d’esempio, avendo trovato una strada comune. Lo diciamo in modo ufficiale in questa occasione: abbiamo deciso di intraprendere la stessa strada.

FEDERICO FUBINI:
Grazie infinite davvero ai Ministri che ci hanno aiutato a capire tante cose, grazie a tutti voi che ci avete ascoltato, spero che sia stato interessante, per me sicuramente lo è stato. Grazie soprattutto all’organizzazione del Meeting e ai moltissimi volontari che, ho scoperto oggi, lavorano in maniera perfetta per rendere questo evento possibile. Vi auguro una buona serata e buon appetito, a questo punto.