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LE CITTÀ NON POSSONO MORIRE

Incontri Salone Intesa Sanpaolo B3
Partecipano: Moncef Ben Moussa, Direttore del Museo del Bardo, Tunisia; Staffan De Mistura, Inviato speciale del Segretario Generale ONU per la Siria; Gultan Kisanak, Sindaco di Diyarbakir, Turchia; Dario Nardella, Sindaco di Firenze; Giusi Nicolini, Sindaco di Lampedusa e Linosa. Introduce Andrea Simoncini, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze.

Trascrizione dell'evento

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Trascrizione dell'evento

ANDREA SIMONCINI:
Buonasera, benvenuti a questo incontro del Meeting. Il titolo di questo incontro “Le città non possono morire” non è nostro, non è un titolo dei pur abilissimi titolisti del Meeting, il titolo è di Giorgio La Pira (e tra l’altro colgo l’occasione per ricordare che l’anno prossimo saranno 40 anni dalla morte di questo padre della nostra Repubblica, uno di quelli che il Presidente Mattarella ci ha ricordato nel suo discorso introduttivo e tra l’altro l’anno prossimo ricorrerà il trentesimo anniversario anche dell’avvio della sua causa di beatificazione. E’ il sindaco che per tutti a Firenze è “il sindaco santo”). Giorgio La Pira non può certo essere annoverato tra i fondatori del Meeting, per la ragione che muore tre anni prima della prima edizione del 1980, ma tra i fondatori c’è Vittorio Citterich, che è famoso giornalista, uno dei fondatori del settimanale “Il Sabato”, che era uno dei più stretti collaboratori di La Pira e andando a cercare nel programma della prima edizione del Meeting, cioè il primo Meeting nel 1980 (36 anni fa, molti dei presenti non erano nati), c’era un incontro intitolato così: “Europa, Italia, Mediterraneo: un contributo per la pace”, partecipavano un partigiano dell’indipendenza algerina, un docente dell’Università di Tunisi, un giornalista israeliano e a moderare Giovanni Giovannoni, il Direttore del Centro Cultura di Firenze, un altro strettissimo collaboratore di Giorgio La Pira. Dunque, se da un lato La Pira non è tra i fondatori del Meeting, quella di oggi non è però una mera citazione di prammatica o una citazione casuale: c’è un legame molto più profondo tra questa manifestazione, che ha come scopo l’incontro e l’amicizia tra i popoli, e il pensiero e l’azione politica di quest’uomo. La conferenza di oggi è una di quelle occasioni privilegiate in cui questo legame profondo riemerge con grande evidenza. Come nasce questo titolo per La Pira? La Pira realizza un gesto assolutamente visionario: il 2 ottobre del 1955, in un contesto di ancora fortissima tensione, piena Guerra Fredda - da appena tre anni è finita la guerra di Corea - convoca tutti i sindaci delle capitali del mondo e lo scopo è unire le città per la pace tra le nazioni. La Pira era stato l’anno prima a una riunione della Croce Rossa Internazionale e in questa riunione si erano affrontati i problemi connessi alle conseguenze della guerra: era rimasto sconvolto dalla testimonianza dei sindaci di Hiroshima e Nagasaki. Per la prima volta nella storia si era manifestata una possibilità che intere città potessero essere distrutte, azzerate dalla follia della guerra. Torna a Firenze e propone un gesto che segnerà la storia: convoca tutti i sindaci delle capitali del mondo e propone a questi sindaci un patto per l’unione e per la pace. Soprattutto sull’onda della riflessione che ha fatto il Presidente Mattarella nell’apertura, a me sembra che quel gesto di La Pira avesse due elementi di genio. La prima genialità: il cuore, il destino del mondo, l’anima della società sono e saranno sempre più le città; il futuro dell’uomo si giocherà nelle città, nei paesi, nei comuni, nei quartieri, in quelle formazioni sociali urbane dove l’uomo vive quotidianamente. E questo perché? Perché la città è lo spazio creativo e vitale della persona, è l’ambiente in cui l’io cresce e cresce incontrando dei tu; la città è la proiezione pubblica della casa dove ognuno è nato e dove ha imparato a relazionarsi, la città è la casa comune. La grande espressione di Aldo Moro, che proprio ieri il Presidente Mattarella ha richiamato con forza nel suo discorso e che La Pira non casualmente userà alla Costituente, dice: “Si comprende benissimo che fra i membri di una stessa cittadina, di una stessa casa comune, debba esistere un vincolo organico di fraternità, di amicizia. A tutti si fa chiaro, infatti, che in una città ci deve essere un posto per tutti, un posto per pregare -- la Chiesa e il tempio -, un posto per mare - la casa -, un posto per lavorare - l’officina -, un posto per pensare - la scuola -, un posto per guarire - l’ospedale. In questo quadro cittadino, perciò, i problemi politici, economici, sociali, tecnici, culturali e religiosi della nostra epoca prendono un’impostazione elementare ed umana, appaiono quali sono, cioè problemi che non possono più essere lasciati insoluti”. A me pare geniale questa intuizione di La Pira, che nel ’55 fotografa qualcosa i cui dati sono arrivati soltanto nel 2015: nel 2015 per la prima volta nel mondo la popolazione urbana, cioè la popolazione che vive nelle città, è diventata più della popolazione che vive fuori dalle città. L’intuizione di La Pira che il futuro del mondo, del suo sviluppo, della sua economia, della sua cultura, sarebbe stato non tanto negli Stati, non tanto nelle Organizzazioni Internazionali, non tanto negli Organismi globali, ma il cuore sarebbero state le città, si è avverata. Ed era talmente convinto di questo che da Sottosegretario e da attivo membro dell’attività politica nazionale rinuncia e torna a fare il Sindaco della sua città, il Sindaco di Firenze. Ma vengo al secondo punto, ed è questo che introduce l’incontro di questa sera. La seconda intuizione anticipatrice di La Pira è questa: queste città - cioè questo cuore della fioritura dell’uomo, questo luogo in cui l’io incontra il tu, può crescere, impara la diversità, la cultura, la storia - stanno correndo un rischio mortale, oggi rischiano di morire. Di qui il titolo dell’incontro di Firenze, di qui il titolo del Meeting di oggi, che è proprio un grido: le città non possono morire. Il rischio mortale che temeva La Pira era l’uso della bomba atomica in una nuova guerra mondiale, ma oggi - certo forse c’è la Nord Corea che ogni tanto questa preoccupazione ancora la suscita - non è tanto questo rischio. Qui, la seconda intuizione è su questo secondo giudizio su cui vogliamo lavorare nell’incontro di oggi, perché vorremmo cercare di capire quali sono i nuovi rischi, quali sono i nuovi nemici mortali e, correlativamente, quali sono le nuove possibilità. Chi sono questi nuovi nemici della città, da dove vengono, cosa vogliono attaccare e perché? Vogliamo aiutarci a comprendere, ma soprattutto vogliamo capire qual è la forza di queste aggregazioni, cosa - nonostante tutto - tenga insieme, cosa faccia fiorire, quali strade si aprano. Per rispondere a queste domande, che innervano la struttura stessa del Meeting dall’inizio a oggi, abbiamo invitato degli ospiti che sono veramente del tutto eccezionali e che invito a ringraziare adesso tutti assieme. Grazie perché, come avrò modo di dire presentandoli, ognuno veramente è impegnato in prima linea, in maniera eccezionale, su questi temi, ognuno ha trovato modo, sottraendosi a impegni gravosissimi, affrontando grosse difficoltà, di venire qui a incontrarci, a incontrare tutte le persone che partecipano questa sera e che parteciperanno nei prossimi giorni. Abbiamo dato questo applauso agli ospiti qui sul palco, ma anche a chi è in collegamento come Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa. Tornando al tema, dunque, le città non possono morire e oggi hanno nuovi attacchi: non è tanto la bomba nucleare, il rischio della guerra nucleare globale, qual è allora l’attacco che vediamo di più e che ci terrorizza di più? La parola stessa lo anticipa: è l’attacco terroristico. Io ringrazio della sua presenza tra noi il Professor Moncef Ben Moussa, che è il Direttore del Museo Nazionale del Bardo di Tunisi dal Novembre 2013.
Tutti noi abbiamo ancora negli occhi le scene tragiche dell’attacco del 2015 e a lui vorrei chiedere: tra i nuovi nemici, il nemico più terribile e insinuante è questo del terrorismo, ma è un terrorismo che attacca prevalentemente e preferenzialmente quasi i luoghi di cultura, penso a Palmira, penso all’omicidio terribile del direttore degli scavi di Palmira, cosa ha tratto lui dall’esperienza tragica di questo attacco e che ruolo gioca un’istituzione culturale cittadina ma di dimensione nazionale come il museo che dirige, in questa guerra contro il terrore? Grazie.

MONCEF BEN MOUSSA:
Grazie. Grazie a voi tutti. Buonasera. Le città non possono morire ed era vero cinquant’anni fa o sessant’anni fa, ma ancora oggi e forse oggi ancora di più è vero, perché non c’è una bomba che possiamo vedere o un aereo pronto a lanciarla, ma c’è un’altra bomba invisibile, che possiamo aspettarci perché la possiamo intuire dal comportamento di qualcuno e questa bomba è l’ignoranza, l’ignoranza della cultura, l’ignoranza della storia, l’ignoranza del ruolo della storia nella costruzione della personalità di tutti i popoli. Per questo le città non possono morire e non devono morire, perché al fondamento di ogni città c’è un fatto culturale. Le città sono sempre state l’organo vitale delle civiltà e se oggi alcune città sono minacciate o altre sono già ferite, sto pensando a tante città in Siria o in Medio Oriente, a Tunisi, alla piccola città del Bardo, a Parigi, Nizza, Bruxelles, se oggi queste città sono ferite è perché la nostra civiltà è stata in qualche parte resa fragile, cedendo ad un pensiero che è stato già condannato a metà del XX secolo: l’estremismo. Oggi, a distanza di meno di un secolo, pagine di storia contemporanea raccontano la guerra fatta all’estremismo e al razzismo, che tendeva a sterminare i popoli, cioè le civiltà, le culture umane. Le città sono sempre stati luoghi di attrazione e di incontro, sono sempre stati un crocevia di culture, perché le città costituiscono il modello concreto di tolleranza e di condivisione di valori umani. In esse, infatti, si esprime nel modo migliore la dimensione universale dei valori umani, la pluralità culturale e l’unicità della nostra civiltà odierna. Forse siamo popoli vari, forse siamo popoli con culture varie, ma siamo alla fine l’umanità, a prescindere da quello che pensiamo come atteggiamento o pensiero religioso, a prescindere da dove veniamo e di che colore abbiamo: siamo sempre l’umanità, il nostro sangue ha lo stesso colore. Ma questa civiltà, come ho già detto, è stata resa fragile da un pensiero pericoloso, al quale non sembra aver trovato rimedio efficace nemmeno la guerra, quella del XX secolo, che sembrava aver risolto il problema. Nell’euforia della vittoria, dopo tanti bombardamenti, si dimenticava il prezzo pagato dall’umanità, il bilancio doloroso. Oggi la guerra è tutt’altra, è diversa ed è ancora in corso e vediamo il dramma dei popoli nelle immagini continue, nella sensibilità inefficace di alcuni di noi. Possiamo disprezzare qualche cosa, possiamo cambiare canale, come ho sentito dire ieri, possiamo non guardare il telegiornale, possiamo essere sensibili, ma non possiamo fare nulla. Quindi nella sensibilità inefficace di alcuni di noi, ma soprattutto nell’insensibilità pericolosa dei poteri, vediamo questa guerra continuare. Sono immagini che fanno pensare al fatto che più passi si fanno nel progresso della civiltà del nostro tempo, più si perdono i legami con i valori umani universali e più si manifestano atteggiamenti ostili al pluralismo culturale che ancora una volta esprimono le città, ed è proprio per questo che le città devono essere protette per non morire. Ma le città non muoiono perché vengono attaccate, perché vengono bombardate. La storia ci ha insegnato che alcune città sono state rase al suolo e poi sono state ricostruite; le città decadono, poi muoiono quando si ammalano le loro anime e le anime delle città sono le istituzioni, costruttrici di ambiti culturali vari, aperti, tolleranti, che non esibiscono il visto di non ingresso, non proibiscono i movimenti dei popoli, a prescindere dalle loro confessioni religiose, dalle loro origini. Le anime delle città risiedono anche nell’atteggiamento sociale delle loro componenti. Le persone nascono, crescono, poi muoiono, spariscono, si estinguono, le anime delle città sono eterne, perché sono basate sui valori, sui principi, sulla cultura. La guerra è il pericolo che minaccia l’umanità; la guerra al terrorismo, a questo pericolo che minaccia l’umanità, quindi all’estremismo, non la stanno facendo alcuni Paesi, ma la sta facendo l’umanità intera, partendo proprio dalle città. Chi si sente nel campo dell’umanità si trova in fronti di guerra continua. Chi è cosciente che si tratta di una minaccia dell’umanità, si sente anche coinvolto in questa guerra, si trova quindi in fronti di guerra continua per proteggere le sue anime.
La mia piccola esperienza in questo grande Paese come l’Italia, ricco delle sue culture e della sua storia, che è quella dell’umanità, mi ha permesso di osservare come in nessun altro Paese del mondo le città resistono, combattono in nome di valori umani e credo perché sono città di un Paese di cultura ricchissima; lo fanno tutte, tutte le città italiane, Rimini e le altre città, Firenze, Torino, Sestri Levante, Lampedusa, lo fanno insieme senza eccezioni. Un omaggio personale vorrei fare e dedicare alle persone, ai responsabili istituzionali di quelle città che ho appena citato e vorrei farlo ancora: la città di Firenze col sindaco e amico Nardella qui presente, la città di Torino, di Lampedusa, di Assisi e di Sestri Levante che ho visto impegnate in modo decisivo nella grande battaglia, ma non hanno mai detto che sono in guerra, però sono di fronte ad una guerra e stanno facendo questa guerra in prima fila, a favore della cultura, dei valori umani e del progresso economico e sociale dei popoli in difficoltà, costituendo in tal modo ponti per favorire la tolleranza e il dialogo. Credo che sia proprio questa la vera guerra all’estremismo e non quella portata avanti con missili e bombe che fanno sempre più vittime, ma generano anche più ostilità e terrorismo. Forse stamattina o poco fa, ho sentito che uno dei compiti di un sindaco è alzarsi la mattina e pensare ai problemi della sua città, senza aspettare gli altri. Vi devo fare, però, anche una confessione: qui ho accanto a me il sindaco di Firenze, ma anche un altro complice di un lavoro straordinario fatto dalla città di Firenze e dalla città di Tunisi, il professor Mustafa. Insieme hanno sottoscritto in silenzio, senza fare troppa propaganda, un progetto straordinario. Dopo la Costituzione tunisina, dopo questa acquisizione storica in Tunisia, hanno trovato il modo di proteggere le città, il modo di farle funzionare e progredire. Queste quindi sono città militanti, altre città stanno invece soffrendo, le loro anime sono bersagliate. Ho appena sentito il nome delle città di Mosul, di Atra, di Aleppo, di Mabian, di Mogadiscio, di Petra. Esse hanno visto nascere tutt’intorno un contesto di avversità, di conflitti culturali e anche di ignoranza, di traffico illecito di tutto: armi, stupefacenti, persone, prostituzione, opere d’arte. Un mondo ostile all’umanità benché di apparenza religiosa, anche se con le religioni non ha niente a che vedere. Grazie per avermi seguito.

ANDREA SIMONCINI:
Ringrazio di cuore il direttore Ben Moussa, anche perché, oltre a portarci questa sua testimonianza personale, ha colto immediatamente uno dei grandi temi su cui la parte propositiva di questo incontro si gioca: la cultura e il valore della bellezza è ciò che mette da parte le armi ed è ciò che pone la base fondamentale perché l’uno riconosca l’altro. Adesso la seconda ospite che vi introduco ci fa come cambiare punto di osservazione. Sto per introdurvi, e la ringrazio davvero di cuore per la sua presenza, che non è stato semplice per lei poter realizzare, è Madame Gultan Kisanak, sindaca di Diyarbakir in Turchia. Madame Kisanak è una esponente della parte curda della Turchia. La sua città ha avuto una vita politica che è un po’ un’immagine, uno specchio delle difficoltà che una donna e chi è impegnato in un’attività politica in certe zone del mondo possono avere. Madame Kisanak è stata in prigione per due anni per le attività di propaganda politica che ha fatto, quando è stato possibile esercitare liberamente l’attività politica si è presentata alle elezioni ed è diventata membro dell’Assemblea Nazionale e poi, un po’ come La Pira, è tornata a fare il sindaco della sua città. Dal 2014 è stata eletta come sindaco di Diyarbakir, che è una città di circa 2 milioni di abitanti nel Sud-Est della Turchia, nella zona curda, quindi non solo ha il problema di una città curda all’interno della Turchia, ma ha anche il problema della vicina Siria (considerate che la città di Diyarbakir ospita circa 300.00 profughi siriani, cioè il doppio di quelli che dovrebbe ospitare tutta l’Italia). E allora, cosa non fa morire una città e cosa non fa morire le città vicine? Come si può vivere l’altro grande attacco, che è quello dell’immigrazione, della globalizzazione?

GULTAN KISANAK:
Innanzitutto vorrei ringraziarvi e salutarvi. Ringrazio per questa bella organizzazione, per tutti coloro che si sono profusi per questa organizzazione, sicuramente è una cosa di cui abbiamo molto bisogno. È bene conoscerci e cercare di creare un futuro migliore per tutti e noi e quindi abbiamo bisogno di questo tipo di riunioni. Sono già due giorni che sono presente al Meeting, ascolto idee, belle cose e di questo vi sono grata, quindi grazie davvero per questa ottima organizzazione e per averci permesso di essere qui insieme. Ebbene, le città certamente non devono morire, non possono morire, grazie alle città le persone, l’umanità porta avanti tutti i valori che abbiamo accumulato in questi millenni, e che altrimenti andrebbero persi. Tutte queste città adesso sono ancora in vita; città con la loro storia, la loro cultura, i loro valori, i loro credo, le loro fedi, sono qui presenti e si devono preparare per il futuro. Insomma, quello che io vorrei dirvi, quello che vorrei prendere come argomento, sono in realtà quattro città perché non voglio parlarvi solo di Diyarbakir, penso che non sia giusto parlare solo della mia città. Ci sono persone o città che sono esposte al terrorismo dell’Isis in particolare e permettetemi di raccontare anche la loro storia. Abbiamo tutta una storia di amicizia con loro: Sinjar, conoscete la città, sapete quali sono stati gli attacchi terroristici a Sinjar e quelle persone, proprio per poter sopravvivere, hanno dovuto lasciare la loro città, coloro che non sono riusciti a scappare via, le donne, i bambini, sono stati uccisi. I curdi yazidi sono di fronte a un vero genocidio. Anche le Nazioni Unite stanno accettando la richiesta di riconoscimento di questo genocidio. E noi come Diyarbakir abbiamo aperto le nostre porte agli abitanti yazidi, 330.000 persone, li abbiamo accolti qui nella nostra città, abbiamo condiviso quello che abbiamo, abbiamo creato un campo di accoglienza con tutte le nostre varie associazioni, le ONG, abbiamo cercato di trovare soluzioni, di far guarire le loro ferite e abbiamo utilizzato un campo che appartiene al nostro Comune creando lì un luogo per loro. E siamo felici, onorati di poter condividere con loro quello che abbiamo, perché quello che hanno subito non è stato solo contro di loro, è stato un attacco contro tutte le persone, contro tutte le donne. Avete ben saputo cosa hanno subito 5000 donne yazidi e quindi noi, come donne, vogliamo assolutamente aprire le braccia a queste persone, abbiamo aperto loro i nostri cuori e abbiamo cercato di guarirle. Kobanê: anche lì gli attacchi terroristici dell’Isis, anche lì è stato tremendo, 300.000 persone sono venute proprio da quel posto e anche loro hanno vissuto una tragedia enorme e per poter sopravvivere, per non essere uccisi, sono fuggiti e sono arrivati da noi. Anche lì abbiamo dovuto cercare di proteggere le libertà, le libertà delle donne: il fatto che potessero essere vendute come schiave, le ha spinte a fuggire e noi, come città di Diyarbakir, abbiamo deciso di aprire le porte anche a loro, di condividere quello che abbiamo, di invitarle alla nostra tavola e abbiamo messo a loro disposizione tutto quello che abbiamo nella nostra città. Ma purtroppo nel 2014 in Iraq e in Siria gli attacchi terroristici si sono moltiplicati ed è vero che li abbiamo aiutati, ma poi nel 2015 abbiamo iniziato noi a subire un po’ le stesse cose, la stessa tragedia: il governo turco ha messo fine alle trattative, al dialogo, alla ricerca di soluzione con i curdi e ha cominciato a trovare nelle nostre città un bersaglio. Nella nostra città c’è una fortezza, ci sono delle mura che hanno 8000 anni e ci sono resti di tutte le civiltà cristiane, ebraiche e armene, ci sono veramente tantissime cose culturali e purtroppo tutti questi resti sono stati bersaglio di devastazione. 40.000 persone hanno dovuto abbandonare le loro case, hanno dovuto abbandonare il loro quartiere e noi li abbiamo protetti, abbiamo cercato di dar loro quello di cui avevano bisogno. A due ore da Diyarbakir c’è un’altra cittadina curda, Şırnak. Anche lì 400.000 persone hanno dovuto abbandonare le loro case, il loro focolare e purtroppo la maggior parte delle loro case sono state distrutte; adesso Şırnak è praticamente rasa al suolo e 60 o 70.000 persone che vivevano a Şırnak adesso si trovano sotto le tende. Ebbene, queste storie di Şırnak, di Kobanê, di Diyarbakir ci mostrano che le città sono bersaglio di guerre, che tutti coloro che non accettano il pluralismo combattono le città, che i gruppi più radicalizzati le prendono come bersaglio e che il nostro compito è di far sì che le città sopravvivano, che si possano riedificare, ricostruire, che ci sia una struttura pluralista che possa proteggere tutte le religioni. Questo noi vogliamo, iniziare questo tipo di processo. Noi abbiamo fatto di tutto per andare in questo senso, abbiamo fatto molto anche per ricreare Kobanê, abbiamo dato il nostro sostegno, so che molti altri l’hanno fatto e bisogna fare la stessa cosa per Sinjar, per tutte quelle case che sono state distrutte. Purtroppo le città curde distrutte in Turchia non sono a conoscenza del mondo. Ma anche lì è sempre l’umanità che soffre, sono le case, è la vita stessa che è stata presa a bersaglio. E voglio dirlo qua in modo chiaro: noi, nonostante tutto, non abbiamo perso la speranza. Noi vogliamo mobilitarci contro il terrorismo, contro questo radicalismo in modo pluralista, contro tutti gli stati non democratici e noi combatteremo per questo, vogliamo essere delle città libere che possano dare riparo a tutte le culture, perché si possa vivere insieme in armonia. È vero, forse ci sono degli interessi fra uno Stato e l’altro, forse ci sono degli errori sui quali si chiude un occhio, però le città sono amiche e noi lo abbiamo visto, abbiamo avuto l’amicizia di molte città del mondo e vogliamo aprire la via a questo. Voglio ricordare La Pira anche a questa città e so che sono stati loro a mostrarci la via: le città sono luoghi di amicizia, di pace, penso che possiamo percorrere questa via insieme e il futuro ci aspetta con la libertà. Vi voglio salutare a nome di tutti i curdi, a nome di tutte le identità, di tutti i credi perché, sono sicura, vogliamo che ci sia una vita per tutti, insieme, in armonia. Grazie.

ANDREA SIMONCINI:
Certe volte è veramente fastidioso il lavoro di chi deve introdurre e deve tagliare i tempi di questo applauso che sicuramente sarebbe stato ancora più lungo e penso non solo per esprimere il grazie per le cose che sono state dette, per questo “nonostante tutto”, ma direi grazie per quello che fa, per il ruolo che svolge, per l’impegno che tutti i giorni mette nel realizzare in quei posti, in quelle condizioni, un ambiente in cui nonostante tutto pluralismo, dialogo, possibilità di costruire continuino. Noi dobbiamo a persone così tutto questo. Adesso la ringrazio ancora. Idealmente, da una donna sindaco in una condizione difficilissima come abbiamo ascoltato, il testimone passa ad un’altra donna sindaco, in questo caso italiana, è il sindaco di Lampedusa e Linosa, Giuseppina Maria Nicolini, che dopo un trascorso di naturalista, impegnata nella conservazione della natura, è arrivata a essere anche la direttrice della riserva naturale di Lampedusa. Poi dal 2012 comincia questa avventura di sindaco dell’isola che proprio visivamente - lo dicevamo introducendo uno di questi incontri che l’Italia è idealmente quasi un braccio proteso - è il polpastrello più estremo di questa nostra mano tesa. Fino a ieri avevamo la certezza di poterla avere qui e poi proprio per quel suo lavoro di sindaco, non ha potuto lasciare l’isola perché c’è stato un problema interno della città che l’ha trattenuta lì e quindi non può essere tra noi. L’unica cosa che dico per presentarla è questa: quando Papa Francesco è andato a fare la storica visita a Lampedusa, ha voluto un solo rappresentante delle istituzioni pubbliche accanto a sé ed era Giusi Nicolini. Abbiamo ascoltato la testimonianza di Diyarbakir, una città che sposta questi flussi di immigrazione: Lampedusa è un po’ il simbolo nel mondo di questo. Io volevo chiedere, anche sulla scorta di osservazioni che ho letto di recente: innanzitutto, come una città non muore di immigrazione (tutti siamo in qualche maniera presi da questo terrore)? E soprattutto cosa tutti abbiamo come nostra responsabilità, cosa possiamo imparare dall’esperienza di un’isola e di una città come quella che lei guida come istituzione comunale?

GIUSI NICOLINI:
Intanto grazie. Saluto tutti, mi spiace molto non essere lì presente perché sento che mi avrebbe anche fatto bene avverto veramente un’atmosfera, un clima, grandiosi li dentro. Come una città non muore? Lampedusa forse non può essere definita una città per le dimensioni, sono soltanto 20 chilometri quadrati con una popolazione inferiore ai 6000 abitanti che vive di pesca ma soprattutto di turismo. Negli ultimi 20 anni il turismo è sempre cresciuto e oggi è diventato la principale attività economica trainante. Ora, probabilmente un posto come Lampedusa, se è vero che l’immigrazione, gli sbarchi sono un’invasione, dovrebbe già essere morto da un pezzo. In realtà Lampedusa in questo ventennio ha salvato la vita a 250.000, 300.000 persone, che qui non si sono fermate ovviamente, non si sono fermate perché questa non è la loro meta e perché Lampedusa è veramente un frammento di roccia, un frammento di roccia in mezzo al Mediterraneo, ma sono tutte passate da qui, sono rinate, hanno riacquistato una vita qui. Quello che oggi mi piacerebbe che si sapesse di Lampedusa è che non è morta, perché quella che molti chiamano invasione, non c’è mai stata.
Il lavoro che abbiamo fatto io e l’amministrazione comunale, insieme alla guardia costiera, alla guardia di finanza ed alle istituzioni, è stato di portare aiuto e sollievo alle persone arrivate che hanno affrontato un viaggio in condizioni disumane, e non solo quello sul barcone, ma anche quello dal loro Paese fino alla Libia, durante il quale hanno subito torture, stupri, trapianti di organi. Oggi qui a Lampedusa neppure ci si accorge che c’è stato uno sbarco, perché in banchina tutti si danno da fare, facendo quel di più che è giusto fare in queste situazioni, anche portando il tè in banchina, aiutando a sorreggere le persone che non si reggono in piedi. Io sono orgogliosa non tanto del senso di umanità che caratterizza i miei concittadini, perché quello credo che sia normale, sono orgogliosa di quello che siamo riusciti a fare quanto a sistema di accoglienza del nostro Paese.
Vi ringrazio tutti, un abbraccio.

ANDREA SIMONCINI:
Ringrazio a nome di tutti il sindaco Nicolini di Lampedusa, il collegamento non è stato dei migliori ma si è capito il messaggio, il senso. È il grande messaggio di responsabilità condivisa, e questo mi pare un grande patrimonio per tutti che viene da questa isola così piccola, come ci è stato detto. Quello che posso dire è che comunque la rinvitiamo in un’altra occasione, speriamo che non capiti un’altra emergenza, la invitiamo sicuramente qui al Meeting, perché sono convinto che quell’aria che c’è e si respira è proprio quel desiderio di impegnarsi per il bene comune e questo penso che sia il punto di legame con Lampedusa. Grazie ancora per questo collegamento. Allora, procediamo in questa nostra carrellata un po’ sulle orme di questa idea iniziale di La Pira. Il quarto nostro ospite, come si dice sempre in queste situazioni, non ha bisogno di presentazioni, e qui il ringraziamento in tutti i casi è stato non formale, basta leggere le prime pagine dei giornali di oggi per capire che il ringraziamento all’ambasciatore Staffan De Mistura, attualmente inviato speciale per la Siria del Segretario Generale delle Nazioni Unite, dal luglio 2014, non è formale, perché lo abbiamo colto in un momento delicatissimo, densissimo della sua attività diplomatica. L’ambasciatore Staffan De Mistura ha un curriculum prestigiosissimo all’interno delle organizzazioni internazionali, e tante volte è stato in prima linea coinvolto per incarichi altamente delicati e difficili in situazioni politiche umanitarie, in Libano, in Iraq, in Afghanistan. Adesso svolge un ruolo fondamentale in questa area, che è forse l’area più calda del mondo in questo momento, che è la Siria, e tra l’altro proprio in questi giorni, in queste ore, è al centro di una iniziativa fortissima, si è reso protagonista della sospensione di una riunione comune con le altre parti coinvolte in questo dialogo diplomatico, proprio per sottolineare la necessità di una tregua su Aleppo di almeno 40 ore. Noi ovviamente sosteniamo con tutto il cuore questo sforzo dell’ambasciatore De Mistura, e a lui la domanda si impone: ma veramente le città non muoiono? Perché certe volte guardando le immagini che abbiamo visto anche prima, che ci ha proiettato il sindaco, e pensando alla carissima Aleppo, ma davvero le città non muoiono? Oppure, il suo punto di vista, cosa vede, e se c’è una rinascita, se qualcuno resiste e qualcosa rifiorisce, da dove tutto questo può rinascere? Grazie ambasciatore.

STAFFAN DE MISTURA:
Sono davvero felice di essere qui oggi, è la terza volta che vengo al Meeting. Vedete, io, quando ero bambino, volevo fare il pompiere, poi volevo fare il medico, poi mio padre mi ha convinto che, parlando varie lingue, perché non fare il medico delle nazioni quando sono ammalate? Ma anche i medici hanno bisogno di ricaricare le batterie, di sentire delle vibrazioni positive, di sentire che quando le cose sono difficili si deve e si può andare avanti. Grazie. E quindi sono venuto qui, non solo per spiegare ma anche per respirare, e vi ringrazio. Quindi rispondo alla domanda: cos’hanno in comune per esempio Juba, Dubrovnik, Beirut e oggi Aleppo, cos’hanno in comune? Innanzitutto sono città nelle quali ho operato, ho lavorato durante le 19 missioni che ho fatto per conto dell’ONU, sono città che hanno rischiato di morire, oggi è il caso di Aleppo, ma sono state più forti, più forti della violenza, dell’orrore che in quel momento sembrava irrefrenabile. L’assedio di Dubrovnik, la città di Juba che era assediata e affamata, Beirut che era distrutta da otto anni di orrore di guerra. L’esempio più bello è quello di Juba, dove, grazie a Madre Teresa, riuscimmo a rompere l’assedio con un aereo nonostante ci fosse la contraerea. Da allora Juba, che non è perfetta, anche oggi ci sono delle tensioni gravi, non è stata più assediata. Dubrovnik, dove per 42 giorni ci siamo lavati con la birra perché non c’era altro dentro gli alberghi che erano stati abbandonati, e lavarsi con la birra è piuttosto incollante, però è meglio di niente, e alla fine sapete, quando ci fu quel bombardamento atroce, tipico della furia violenta di quando chi assedia dice “ma io devo farcela, io devo piegarli”, la città fu bombardata per 9 ore, e dopo il bombardamento fumava dappertutto, ma quattro giorni dopo, con coloro che erano rimasti vivi e che sapevano ancora suonare uno strumento musicale, facemmo un concerto in mezzo alla piazza di Dubrovnik, e chi aveva bombardato era ancora lì, sulla montagna. Il messaggio qual era? Potete bombardare quanto volete, dove volete, per quante ore volete, ma la nostra volontà di non cedere, la nostra cultura, la nostra civiltà, l’attaccamento ai nostri valori non li potrete mai bombardare. Andate a Dubrovnik oggi, guardate com’è vibrante la città. Io non sono mai più tornato, conto un giorno di tornare, sono cittadino onorario, ma mi è rimasta quella immagine e vorrei rivedere quanto straordinaria è stata questa città. Oggi tocca ad Aleppo. Simbolo dell’orrore di questa interminabile guerra di 5 anni, delle contraddizioni stesse di questa guerra, simbolo di una città meravigliosa, chi non l’ha visitata mi dispiace tanto, perché io l’ho vista prima ed era una città particolarmente emblematica, lo è tutt’ora, ma in termini ottici, moschee, chiese, tutte le religioni del Medioriente dalle più antiche a quelle più recenti erano lì, e coabitavano, erano insieme con una bellezza straordinaria anche nell’architettura. Ebbene oggi, chi parla laggiù sono bombe-barile, sono razzi, sono bombole di gas. Quella è l’opposizione, barrel bombs sono il Governo, cloro, bombe di cloro, razzi, cecchini, colpi di mortaio, questi sono i rumori che si sentono nella città attualmente. E gli occhi, li avete visti, gli occhi di Ombran, l’altro ieri, quel bambino che con il suo silenzio dignitoso ci diceva: ma non capisco, cosa ho fatto di male? Perché deve continuare così? Io sono solo per caso in questo quartiere, mica è colpa mia? Per questo, e soprattutto per questo, come dicevi giustamente, due giorni fa, in una riunione cui c’erano 28 Paesi tutti coinvolti, tutti con la capacità di influenzare quel conflitto, ho battuto i pugni sul tavolo, diplomaticamente ma li ho battuti, e ho detto “signori, cosa serve questa riunione, non è arrivato un solo convoglio, Ombran e lì che ci ricorda i fatti, e i fatti sono una tregua di 48 ore. O questa, o è inutile che ci parliamo”. La Russia quel pomeriggio, io feci l’appello alla mattina, ha risposto di sì. E ho detto “questa è una ottima decisione, ora la parola passa al Governo e all’opposizione”, le tregue si fanno tra le varie parti, e stiamo spingendo in quella direzione, dopo di che il mio augurio e la volontà è che i primi convogli possano partire durante quelle 48 ore di ogni settimana. Almeno uno spiraglio. Il tempo preme chiaramente perché la città è da giorni, soprattutto la parte est, che è assediata. Ora, mi domanderete: “Ma una pausa, cosa fa in un conflitto del genere?” Bene, vi posso garantire, a parte il fatto che le vie del Signore sono tante, che le pause, come ho visto in passato, hanno potuto se non altro salvare tante vite, dare un momento di respiro a chi è in una spirale continua, e, a volte, rompere quella spirale, per dare una possibilità, a chi si sente portato solo in una spirale di guerra, per dire “un momento, forse possiamo negoziare, qui non sta vincendo nessuno, chi sta morendo sono solo i Siriani”. Per questo questa pausa è importante. Concludo nel dire che, Aleppo, le città, sono un po’ come le nostre vite, cari amici. Quando le cose sono difficili, quando siamo in difficoltà, noi abbiamo bisogno della fede, e della fede in noi stessi, ma soprattutto abbiamo bisogno di sentire la fiducia degli altri, la sensazione che non siamo un caso impossibile, non siamo da abbandonare perché siamo un caso disperato che ogni giorno torna per 5 anni a dire “ma questa è una guerra impossibile”, no. Aleppo e simbolicamente tutta la Siria merita che noi diciamo: “No, noi siamo con voi”. C’è un vecchio motto che ho sempre seguito, perché mi aiuta a superare i momenti inevitabili di frustrazione, che dice: “Hai provato? Hai provato duramente? Ci hai provato a fare qualcosa, a fare la differenza e hai fallito? Bene, riprova di nuovo, e fallisci meglio, e fallisci ancora, e riprova ancora, e non mollare”. Ed è quello di cui abbiamo bisogno. Grazie.

ANDREA SIMONCINI:
Penso che ci siano dei momenti, in questa particola manifestazione che è il Meeting di Rimini, in cui si sente che seppur per un pezzettino, per un millimetro, per un’occasione breve come un battito di ciglia, però passa un po’ la storia, e sicuramente questo intervento dell’ambasciatore De Mistura, con questo sforzo che in queste ore può determinare lo spazio, come noi ci auspichiamo, la apertura di uno spazio umanitario su Aleppo, ci fa sentire di essere in uno di quei momenti. Io mi sento di ringraziare ancora l’ambasciatore per la sua presenza e per questo sforzo eccezionale, per questo non cedere e questa insistenza. Allora arriviamo alla chiusura ideale di questo nostro percorso. E la chiusura è con chi, oggi, siede sulla sedia molto scottante del sindaco La Pira. Da quella sedia La Pira aveva lanciato questa idea che le città non possono morire, dell’unità e del pluralismo, come abbiamo sentito, questo desiderio invincibile, per riprendere il motto che ascoltavamo prima, questo desiderio invincibile di positività. L’ultimo nostro ospite è il sindaco di Firenze, l’attuale sindaco di Firenze, Dario Nardella.
In realtà, questo è un aspetto al quale tengo particolarmente, il sindaco Nardella non è soltanto un ospite di questo incontro, perché come avrete modo di vedere anche tra un attimo, questo nostro incontro, anche come è emerso da alcune relazioni, è stato possibile attraverso una collaborazione che si è realizzata tra l’Amministrazione comunale di Firenze e il Meeting. Questo mi sembra un punto di novità importante, mi sembra nella linea di quello che sia il presidente Napolitano sia il presidente Mattarella hanno ribadito in queste due eccezionali occasioni, che il Meeting di Rimini sta sempre più diventando un’occasione, una grande risorsa, un patrimonio per il bene comune, e quindi anche per le istituzioni italiane, di qualunque colore, di qualunque bandiera, di qualunque orientamento politico. Ma chi vuole creare spazi di bene comune qui al Meeting troverà comunque un punto di collaborazione, troverà una possibilità di essere aiutati e una possibilità di amplificazione di quello che si fa. E questo è un po’ quello che è successo in questo incontro, perché in realtà l’incontro odi oggi nasce avviato e facilitato da un evento che c’è stato a Firenze, e del quale abbiamo adesso una presentazione che invito tutti a guardare. La domanda è molto semplice: questa eredità che ha acquisito di questo sogno, di questo impegno del sindaco La Pira, oggi quante chance ha? iuc

DARIO NARDELLA:
Tante quante ne aveva ieri, almeno. Grazie innanzitutto a tutti voi e un grazie speciale per l’attenzione che avete dato e che date qui al Meeting alla mia città, e soprattutto a questi temi che sono quanto mai attuali e legati alla vita quotidiana di ciascuno di noi. Questo video breve ha raccontato questi tre giorni che abbiamo dedicato proprio all’eredità di La Pira, di cui parlavi tu Andrea, ovvero questo tentativo di chiedersi e di chiedere quale ruolo possono avere le città nel mondo. Questa domanda drammaticamente posta a tutte le istituzioni internazionali allora, subito dopo la seconda guerra mondiale e in piena guerra fredda, La Pira la fece a un centinaio di sindaci provenienti da tutte le città del mondo, molte capitali. Fu un incontro straordinario, un incontro nel quale ad esempio il Cardinale di Firenze abbracciò il Segretario del Partito Comunista del Soviet di Mosca, che era praticamente l’autorità più importante di quella che era la città simbolo del fronte avversario dell’occidente, dunque in ipotesi anche del blocco cristiano. Ma fu solo uno degli episodi di quel periodo. Ecco, io credo che Firenze abbia oggi lo stesso compito che aveva allora, ovviamente un compito che va assolto in un contesto diverso ma dove, se ci pensiamo, i temi, il filo conduttore, rimane lo stesso. A cosa mi riferisco? Mi riferisco proprio a quello di cui avete parlato voi fino ad ora, ovvero le città. Pensiamoci bene: le città, allora come oggi, e come in tutto l’arco della storia dell’umanità, sono state il luogo dell’evoluzione dell’umanità; e allora come oggi sono da un lato le destinatarie dei drammi più pervasivi. Abbiamo parlato dell’immigrazione, del terrorismo; potremmo parlare del cambiamento climatico, delle povertà, dell’eguaglianza. Ma allo stesso tempo sono i luoghi dove puoi trovare le soluzioni a quei drammi. Come tu hai ricordato a proposito di Giorgio la Pira, le città sono i primi spazi di libertà, nei quali si muove l’uomo, e nei quali l’uomo può, in modo creativo, trovare le soluzioni. Perché? Perché queste soluzioni non partono da concetti ideologici o astratti; partono dalla verità e dalla concretezza della vita dell’uomo, e della vita dell’uomo non come singolo ma nella comunità. Per questo io credo che non abbiamo meno speranza di allora, anzi, vorrei osare e dire che oggi, in un’epoca in cui tutto sembra remare contro le nostre aspettative, i nostri auspici di pace, di sviluppo, di fratellanza, abbiamo più speranze, perché abbiamo un mondo globale nel quale più rapidamente possiamo creare connessioni, alleanze, fronti. In questo caso le città sono davvero, secondo me, le protagoniste della nuova globalizzazione. Ieri, in questo bell’incontro, che ho seguito da lontano, del Presidente della Repubblica, qui al Meeting, Mattarella in un passaggio ha detto che è una pericolosa illusione rifugiarsi nella dimensione nazionale, sperando così velleitariamente di difendersi dal mondo globalizzato. I nazionalismi che influenzano le politiche nazionali e l’idea che gli Stati Nazione siano sufficienti a se stessi non bastano più. Le ragioni delle cancellerie nazionali spesso confliggono con quelle che sono le vere tendenze che la globalizzazione chiede per risolvere i drammi che ci attraversano: le persecuzioni, il terrorismo. E in questo le città sono e saranno il punto di riferimento per la comunità internazionale. Giorgio La Pira, tra le tante frasi che ci ha lasciato, ci ricorda anche che le città superano con la loro storia millenaria - Diyarbakir ha 6000, 7000 anni di storia, Firenze sembra piccolissima al confronto, perché abbiamo soltanto 2000 anni di storia - i confini della storia delle nazioni: “I regni passano, le città restano”. E giustamente, come ha ricordato qui il Direttore del Bardo, perché restano le città? Perché sono le loro anime a rimanere, a rinnovarsi, a trasformarsi, attraverso l’evoluzione delle loro comunità. E anche quando vengono distrutte, vengono ricostruite, così come Tunisi sorge sui resti di Cartagine, o tantissime altre città. Allora questa funzione, questa missione, oggi - questa è la domanda che ci poniamo - come possiamo recuperarla? Io credo che possiamo recuperarla lavorando, impegnandoci, perché i sindaci e le città del mondo possano il più possibile riconoscersi in un destino comune, ed esercitare questa forza con l’aiuto delle popolazioni; chiedendo alla comunità internazionale di essere riconosciuti come protagonisti. Io ho avuto la fortuna, il privilegio vorrei dire, di partecipare nel luglio dell’anno scorso all’incontro che Papa Francesco ha voluto organizzare con 70 sindaci provenienti da tutto il mondo sulla sua enciclica, Laudato sì, sul tema del cambiamento climatico. E lì ho compreso quale fosse il potenziale delle città. Il Papa non ha chiamato i Capi di Stato a parlare dell’inquinamento e di come si può vincere la grande sfida drammatica del cambiamento climatico, non ha chiamato i Ministri dell’Ambiente, non ha chiamato gli scienziati, ha chiamato idealmente le città, attraverso i 70 sindaci che ha invitato, cosa che si ripeterà quest’anno a novembre, perché, su invito del sindaco di Madrid, ancora una volta Papa Francesco ha chiamato i sindaci per parlare dell’accoglienza. Ecco, mi piacerebbe che oltre al Papa anche le istituzioni laiche, le comunità internazionali chiamassero i sindaci; non per riconoscere un ruolo in termini di immagine, ma per riconoscere la funzione che le città, proprio in ragione della loro storia, della loro forza, della loro energia, di quello spazio di libertà e di creatività che possono esprimere, in ragione della esperienza che ogni giorno vivono, qualunque sia la loro grandezza, che si chiamino Lampedusa o Mogadiscio o Dacca o New York, sono in grado di offrire. In questo i sindaci, io credo, possono fare molto. In che modo? Utilizzando anzitutto la cultura, un altro tema di cui si parla. Perché? Perché la cultura è il vero antidoto all’ignoranza, e dunque la cultura, riprendendo il bellissimo titolo che ha scelto il Meeting quest’anno, la cultura è il tu per definizione. La cultura porta ciascuno di noi a incuriosirci e a spingerci a conoscere l’altro. Per definizione, la cultura è il confronto, è lo studio, è la conoscenza, dunque è il prendere atto di qualcosa che è oltre il semplice io, oltre noi stessi; e in questo le città sono luoghi di confronto, sono luoghi di convivenza. Pensiamoci. E anche quando parliamo di guerra, non sono mai le città a muovere le guerre: le città le subiscono e guerre; e quando le subiscono, continuano a vivere giorno dopo giorno. I sindaci, quando si alzano la mattina - soprattutto nelle città ovviamente, non voglio dire più sfortunate ma che hanno condizioni sicuramente più difficili della mia - non aspettano un vertice dell’ONU o il vertice dei Capi di Stato e di Governo di Bruxelles, la mattina si alzano e hanno una comunità da portare avanti; e insieme ai loro cittadini devono portare avanti la loro città, anche se sono attraversati dai drammi. In questo senso vivono l’urgenza della vita della comunità, e l’urgenza della vita della comunità ti porta a sperimentare concretamente dei modelli, degli strumenti di convivenza. Noi, ad esempio, abbiamo promosso a Firenze, sulla scia di La Pira, progetti di dialogo interreligioso, lanciando il progetto di una scuola internazionale per il dialogo interreligioso insieme al nostro Cardinale, all’Imam, e al Rabbino. Abbiamo sottoscritto con l’Imam di Firenze un patto per la cittadinanza, affinché le moschee siano luoghi aperti e non esclusivi, luoghi di culto ma anche luoghi nei quali si possa scoprire una convivenza. E anche attraverso la cultura abbiamo trovato delle connessioni che non avremmo mai immaginato con le città del Mediterraneo, ad esempio. Con il Museo del Bardo abbiamo un progetto con gli Uffizi per lavorare insieme sulla promozione della cultura che accomuna i nostri popoli. Con la Tunisia, come ha accennato prima il Direttore, ci siamo messi al lavoro e abbiamo avuto l’onore, insieme all’università di Firenze e di Siena, di scrivere, insieme alle istituzioni tunisine, e qui c’è un esponente illustre della storia della costituzionalizzazione, Ben Moussa, il nuovo ordinamento degli enti locali in Tunisia, perché in Tunisia non c’è una storia, un’esperienza di democrazia dei Comuni. E come città di Firenze abbiamo portato la nostra esperienza. E così a ottobre saremo in Marocco, nella città di Fez, per aprire un piccolo dipartimento della Facoltà di Architettura della nostra Università, dove i ragazzi e le ragazze marocchini potranno studiare, nella loro città, nel loro Paese, senza sentirsi costretti dall’urgenza di abbandonare il loro Paese per cercare un futuro altrove. Dunque lo sviluppo non si può misurare solo in termini meramente economici, parte anzi proprio dall’incontro tra esperienze e progetti legati alla cultura. In questo le città sono protagoniste, sono dei punti di riferimento. Per questo io penso che il Meeting, per come è nato, per i principi su cui si poggia, per i valori che respira, che vive, in ogni edizione, attraverso i vari incontri, può accendere dei riflettori, come ha già fatto, sul ruolo e sul lavoro delle città; e sarebbe bello che a partire da quest’anno, anzi dalla prossima edizione, ogni anno sindaci di diverse città possano ritrovarsi, per confrontarsi, discutere insieme, soprattutto avanzare proposte, soluzioni. Perché la verità parte dall’esperienza dell’uomo, e l’esperienza dell’uomo trova un momento di massima libertà, e di massima creatività nella dimensione comune della città, piccola o grande che sia, e i sindaci sono in qualche modo dei portatori di questa esperienza. Io credo che, attraverso l’esperienza del Meeting, noi possiamo sollecitare la comunità internazionale ad ascoltare le voci dei cittadini attraverso i loro sindaci, le voci di Diyarbakir come quelle di Kobanê, le voci di Tunisi come quelle di Dacca, o di Mogadiscio. Perché soltanto così noi potremo riportare la politica ad una dimensione dell’uomo, dell’esperienza concreta, altrimenti rischiamo di essere destinatari inconsapevoli di decisioni che vengono assunte come in laboratori sulla base di presupposti astratti, che non partono dall’esperienza del territorio, che non partono dalla verità dell’incontro tra gli uomini, tra le culture, tra le religioni, dunque anche tra le città. Sarebbe bello che il Meeting abbracciasse questa idea, e forse avremo più attenzione dalla politica mondiale internazionale; perché soltanto così noi possiamo portare una soluzione. Giorgio La Pira aveva visto bene: quello che era il rischio della bomba atomica oggi si chiama terrorismo, si chiama violenza, e non a caso i terroristi colpiscono le vite umane e la cultura, i simboli della cultura: Palmira, piuttosto che il Bardo, o, come è successo nel 1993, la mafia scelse gli Uffizi per colpire al cuore l’Italia, e minacciare il Paese. Ecco, se noi uniamo questi valori, la cultura, l’incontro, le città, le comunità, possiamo chiedere alla comunità politica internazionale che si assuma davvero la propria responsabilità, incontrando le città e le comunità. Questo sarebbe molto bello, e sono sicuro che il Meeting potrebbe svilupparlo, perché è nelle sue corde, come abbiamo visto anche nell’incontro di oggi. Con il vostro aiuto, con l’attenzione di tante persone, del popolo del Meeting, ma direi dell’opinione pubblica internazionale, i sindaci, soprattutto nei confini, i sindaci che vivono il dramma che abbiamo visto oggi, possono trovare grande entusiasmo, grande spinta, energia. Hanno bisogno di voi, i sindaci, perché non c’è niente di più forte che il sorriso e l’incoraggiamento di un cittadino per il proprio sindaco, ma non solo del proprio cittadino, dei cittadini del mondo, e i sindaci sono dalla parte delle comunità di tutto il mondo, perché vivono con i loro cittadini quello che succede giorno per giorno. Questa è la nostra speranza, e io credo che sia questo il messaggio che Giorgio La Pira oggi ci lascia, con il suo lavoro e con la sua testimonianza di sindaco di una grande città.

ANDREA SIMONCINI:
Ringrazio a nome di tutti il sindaco Nardella, che ha chiuso questo suo intervento con una proposta, e penso che il Meeting sarà felicissimo di poter contribuire a questo progetto, sarà felicissimo di poter creare le basi perché ci sia questo incontro; e se questa cosa può diventare, come anch’io mi auspico, stabile, potrebbe diventare veramente un’occasione sulla quale costruire relazioni e aumentare l’impatto che una manifestazione come questa ha nel mondo. Chiudo velocemente tornando al nostro punto di partenza, che è questa famosa proposta di La Pira, questo famoso incontro. In quella sede, in quell’anno, in realtà non in quella edizione ma in un’edizione successiva, La Pira invita un grande filosofo del momento, Martin Buber. Buber è un grande filosofo ebraico, ed è legatissimo al nostro titolo perché in uno dei suoi libri più importanti, che si intitola In principio era la relazione, ha proprio messo a fuoco l’idea della relazione “io tu”, il nostro tema. La Pira voleva a tutti i costi che anche Martin Buber partecipasse a questa riunione, lui non poteva ma manda una lettera che mi sembra sia un po’ il condensato di questo appello all’impegno non delle grandi istituzioni, non di chi è distante, ma all’impegno di ognuno di noi. Dice Buber: “La storia moderna pretende di insegnarci che la pace è possibile solo se i Governi arrivano ad un’intesa, dopodiché i popoli li seguono. Noi pensiamo differentemente. In un’ora quale questa, in cui è finito ciò che chiamiamo storia moderna, e dove speriamo che qualcosa che non ha ancora un nome cominci, in questo momento è necessario prima di tutto che gli uomini di buona volontà si parlino, come solo loro sanno fare. Con tale espressione evangelica io intendo coloro che in questo momento caotico vedono in comune la realtà della situazione umana, e tendono in comune verso un consorzio comune umano, che si aiutino a guardare, a desiderare, a parlare veramente, che si ascoltino veramente, e allora i popoli li seguiranno e i Governi seguiranno i popoli. Questo è il momento”. E io, con questa, mi pare, eccezionalmente utile frase di Martin Buber, chiudo questo incontro ringraziando i nostri relatori e a distanza il sindaco Nicolini, ringraziando tutti voi che avete partecipato.