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L’EUROPA DELLE REGIONI

Incontri Auditorium B7Partecipano: José Manuel Durão Barroso, Presidente Commissione Europea; Roberto Formigoni, Presidente della Regione Lombardia. Introduce Mario Mauro, Capogruppo del Popolo della Libertà al Parlamento Europeo. Modera Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

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Trascrizione dell'evento

GIORGIO VITTADINI:
Buongiorno. Siamo all’incontro politico più importante del Meeting, dal titolo L’Europa delle Regioni, con la presenza di José Manuel Durão Barroso, Presidente della Commissione Europea, Roberto Formigoni presidente della Regione Lombardia, Mario Mauro, Capogruppo del Popolo della Libertà al Parlamento Europeo. L’Europa è per noi un punto di riferimento stabile, da prima della riforma dell’Unione Europea, fin da quando Formigoni andò al Parlamento Europeo, per tutti gli anni della sua Vicepresidenza, e poi per la presenza di Mario Mauro. Per noi è sempre stata fondamentale, l’abbiamo sempre sentita come l’Europa dei popoli, come una dimensione in cui vivere più profondamente la nostra idealità, il nostro cristianesimo, come un retaggio storico che ritornava più importante e corrispondente al nostro desiderio, piuttosto che un nazionalismo che divideva. Per noi, l’Europa è il ritorno all’ideale di universalismo, di pace tra i popoli che ha nell’Unione Europea la dimensione di abbraccio a tutto il mondo. Da questo punto di vista, parto da un tema di attualità. Leggevo stamattina sui quotidiani che è stato diffuso il sondaggio di primavera della Commissione, che rileva che il 49% del popolo comunitario ritiene che far parte dell’Unione Europea sia una buona cosa per il proprio Paese. Qualche anno fa, la percentuale era superiore al 58%. In contrapposizione a questo, c’è il desiderio di un’azione europea che cresca: qualche anno fa era del 21%, oggi è del 26%. C’è un desiderio da parte dei cittadini dell’Unione Europea verso questo, certe volte sembra che ci sia una incompleta percezione dell’Europa che va verso questa dimensione.
La prima domanda che faccio ai nostri tre interlocutori è: che cos’è l’Unione Europea, che cosa intendiamo per Unione Europea, qual è la dimensione ideale, la direzione che vogliamo prendere? La domanda sul futuro, in questo caso, non è una domanda utopica ma una domanda di molti, non solo nostra. La seconda domanda è quella cui fa riferimento il titolo: Europa delle Regioni, perché? Il Trattato di Lisbona ha ridefinito l’Unione Europea: definisce, infatti, una responsabilizzazione politica delle Regioni. Anche questo è qualcosa che a noi sta molto a cuore, perché possediamo un’idea di Stati federalisti che non umilino le identità locali. L’esperienza, a noi molto cara, della Presidenza Formigoni alla Regione Lombardia, mostra che, in una Regione dell’Unione Europea, si possono ottenere risultati superiori a quelli di uno Stato. Si può sperimentare la vicinanza ai cittadini, una possibilità di buon governo, un rapporto tra la politica, il territorio e le realtà sociali particolarmente confacenti. Sappiamo che ci può essere il rischio di un separatismo che, invece di superare i nazionalismi, ne crea di più piccoli. Tante piccole nazioni separate. Allora, il rapporto tra Stati è qualcosa di particolare attualità, pensando al tema del federalismo: non possiamo pensare - in una nazione come l’Italia, ma anche in nazioni come la Spagna o la Gran Bretagna - che sia al di fuori della definizione d’Europa. Terzo ed ultimo aspetto: la sussidiarietà. Noi ci siamo battuti in questi anni perché il rapporto con lo Stato sia un rapporto sussidiario. Cosa vuole dire? Vuole dire che nell’azione politica le realtà sociali, i costruttori di opere, siano tenuti presenti. Cosa vuole dire spostare la soggettività politica da Roma o Madrid, a Bruxelles? C’è una possibilità di interlocuzione con questa grande realtà di ventisette Paesi? Si può non essere soffocati dalla burocrazia ma costruire un’Europa che abbia a che fare con movimenti, associazioni, realtà, cooperative, piccole imprese? Queste sono le tre domande, evidentemente orientative, che poniamo ai nostri interlocutori. Innanzitutto la parola a Mario Mauro.

MARIO MAURO:
Buonasera a tutti. Quella del professor Vittadini è stata una significativa introduzione, quelli del presidente Formigoni e del presidente Barroso saranno mirabili interventi. Il mio è un breve preambolo, praticamente l’unico preambolo europeo in cui verranno citate le radici cristiane. Non a caso, parto dalla testimonianza che ha portato, all’inizio del Meeting, la Presidente della Repubblica d’Irlanda. L’Europa serve - eccome, se serve - perché quel corto circuito mediatico che tanto ci mette in difficoltà rispetto alla memoria storica del nostro tempo, ci ha fatto già dimenticare che solo qualche anno fa, in Irlanda, si sparava, si uccideva. E la Presidente della Repubblica Irlandese ci ha ricordato che è solo grazie alla mediazione delle Istituzioni europee che Gran Bretagna e Irlanda hanno potuto dare l’aiuto necessario a chi era coinvolto, nel Nord dell’Irlanda, in quella complessa trattativa per garantire la pace. È un successo dell’Europa. C’è anche l’altra faccia della medaglia: dove l’Europa non è intervenuta in tempo, per esempio nei Balcani, abbiamo assistito ad osceni massacri. Laddove ha potuto porre rimedio, è cominciato un percorso che ha ridato pace e sicurezza anche ad un’area dei Balcani sempre più vasta. Il problema non è schierarsi a favore della retorica europeista e pensare che tutto il bene venga esclusivamente dalle Istituzioni europee: è importante non banalizzare la nostra storia. Quanto ci è servita, questa pace! Quanto ci è servito un processo di sviluppo che ci ha reso, non solo nei primi cinquant’anni ma anche negli ultimi dieci, persone che possono guardare con tranquillità al proprio presente!
Le mie parole possono apparire contraddittorie in tempo di crisi, ma vorrei ricordare che noi abbiamo reso europei cinque anni fa, in una notte, più di cento milioni di persone. È stato quando abbiamo fatto il famoso allargamento. Forse qualcuno ricorderà che, qualche anno fa, le nostre piazze erano piene di cittadini polacchi. Ora non si vedono più, perché il meccanismo di integrazione europea ha consentito loro un presente e un futuro dignitoso in patria. Diamo per scontata una cosa: l’Europa serve. Qui si innesta una reazione molto curiosa. Ogni giorno io sento dire nel mio Paese che, se tutto va bene, è sicuramente merito del Governo attuale, di quello prossimo o di quello precedente, mentre, quando c’è qualche fregatura in giro, è sicuramente colpa dell’Europa. Sono veramente scomparsi i nazionalismi? No. Anzi, frenano, a qualsiasi livello, il compimento non solo dell’Europa unita ma del meglio dei nostri progetti. Costruire l’Europa è un lavoro come la tela di Penelope. Questa questione è parimenti importante perché, riprendendo una citazione di Churchill, esiste un rimedio che in pochi anni renderebbe tutta l’Europa libera e felice. Consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, non degli Stati. I popoli, le nazioni europee. Dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa. Quanto si avvicina l’Unione Europea agli Stati Uniti d’Europa, e quanto invece molti restano nel torbido - penso ad esempio, e parlo con la libertà del Parlamentare, a quelle famiglie politiche che vorrebbero confondere l’espressione Unione Europea con l’espressione Unione delle Repubbliche Sovietiche Europee, vale a dire un modello di omologazione culturale che annichilisce quell’Europa delle differenze che è la caratteristica prima che si sposa con la sussidiarietà e con il bene della gente.
Se ci fosse competenza comunitaria, non su tutto lo scibile umano, come qualcuno vorrebbe, ma su alcune questioni essenziali, tutti quanti intravvederemmo grandi benefici, e al tempo stesso ci interrogheremmo con grande decisione sull’utilità degli Stati. Tutti quanti diciamo da tempo che vogliamo una politica degli esteri europea. Quanto ci serve, questo! Pensate alla divisione tragica sul tema dell’Iraq! Pensate alla divisione e alle indecisioni altrettanto tragiche sul tema dei Balcani. Se avessimo una politica degli esteri europea e se - come chiedono tanti Governi, soprattutto il nostro - avessimo una politica dell’immigrazione europea, che senso avrebbe per gli Stati sostenere il controllo dei confini? Le questioni non sono semplici e non possono essere banalizzate con una battuta. Sono questioni legate alla nostra vita, perché nessuno può immaginare che Malta, così piccola, o l’Italia, con migliaia di chilometri di coste, possano avere da sole la chiave per risolvere il problema di un flusso epocale di immigrazione che viene dal Sud del mondo. Ma se ci siamo assunti l’onere di prenderci in carico cento milioni di persone che erano il nostro Est, abbiamo uguale responsabilità verso il Sud e, quindi, dobbiamo dare sostegno agli Stati che a Sud sono la frontiera dell’Europa. Questo è il reale punto interrogativo. Se non avremo la capacità di capire quali siano strategicamente i luoghi in cui l’Europa si deve impegnare, renderemo meno attrattiva l’Europa e meno interessante anche il nostro futuro. Quanto abbiamo criticato la Germania per la titubanza nel sostenere la Grecia durante la crisi? Qualcuno, però, dovrebbe spiegare a un signore tedesco, magari operaio, che va in pensione a sessantasette anni col 52% dell’ultimo stipendio, perché avrebbe dovuto esprimere solidarietà a un altro signore, magari greco, che va in pensione a cinquantacinque anni col 98% dell’ultimo stipendio. Dire armonizzare non significa avere uno slogan che pretende di omologare tutto, ma vuole dire competere insieme, cercando di trovare la soluzione migliore ai nostri problemi.
Cosa ci stanno a fare le Regioni? Perché nella retorica europeista c’era anche un’Europa dei popoli e delle Regioni. Anche qui, faccio un esempio chiaro: i giovani in Europa, quelli con meno di venticinque anni, sono poco più di settanta milioni di persone. La Turchia, che ha settanta milioni di abitanti, o il Marocco, che ne ha ottanta, hanno da soli più della metà dei giovani dell’intera Unione Europea. Allora, se analizziamo i dati degli Stati, ci accorgiamo che anche gli indici di demografia, che sicuramente mettono in concorrenza spietata un Paese come la Francia e uno come l’Italia, un Paese come la Svezia e uno come la Spagna - Italia e Spagna hanno bassi indici di natalità -, se riletti attraverso gli indici delle Regioni, danno cifre diverse. L’indice della Lombardia o quello della Catalogna non sono né quello dell’Italia né quello della Spagna. Parlare di federalismo e di sussidiarietà in astratto, senza capire quali possano essere gli strumenti da mettere a disposizione del popolo per conseguire i giusti obiettivi, ci porta fuori dal seminato. Abbiamo bisogno di considerare che in realtà tutto questo, tutto ciò di cui parliamo, è a disposizione per compiere un intento ancora più grande. Le istituzioni sono garanti dei tentativi che noi cittadini facciamo per rispondere ai nostri bisogni, non sono padrone della nostra vita. Devono essere capaci di guardare ciò che accade nella nostra società per sostenerlo. Ed è per questo che l’Europa dei popoli e delle Regioni, che hanno come collante la nazione e come prospettiva il progetto politico europeo, è un’opportunità straordinaria per risolvere una quota significativa dei nostri problemi.
Ho detto prima che avreste ascoltato un preambolo in cui - caso più unico che raro - sarebbero state citate le radici cristiane dell’Europa. Cosa c’entra questo con l’Europa delle Regioni? In Italia è stata data una falsa notizia, da tutti i giornali, da tutti i media: l’Europa contro il crocifisso. La Corte che ha pronunciato quella sentenza non è un’istituzione dell’Europa unita. L’istituzione presieduta dal Presidente Barroso dice, cito testualmente: “Le leggi nazionali sui simboli religiosi negli edifici pubblici rientrano nelle competenze dell’ordinamento giuridico interno”. Sostanzialmente, sono una competenza nazionale. Può apparire poca cosa, ma attenzione: ci siamo messi insieme con un motto, “uniti nella diversità”, che è tutto. Se la Francia ha un’idea della propria identità che passa attraverso il modello della laicità statuale, perché non può convivere con un Paese come l’Italia o con un Paese come la Spagna, dove c’è il portato storico di una grande tradizione? Perché non può convivere con Paesi dove addirittura questa tradizione è la forma anche religiosa e statuale? Pensate ad esempio alla Gran Bretagna, dove il Capo dello Stato è anche Capo della Chiesa. Vorrei che tutti ricordassimo un piccolo particolare: proviamo per una volta a ragionare per assurdo sul tema Europa. Se veramente quella sentenza venisse confermata - cioè se dovessimo rimuovere il simbolo religioso dalle aule italiane - e se questa avesse valore cogente per tutti i Paesi dell’Unione Europea e per tutti quelli del Consiglio d’Europa, cosa dovremmo fare con la bandiera della Finlandia, che reca una bella croce blu in campo bianco? Che cosa dovremmo fare con la bandiera della Svezia? Che cosa dovremmo fare con la bandiera della Slovacchia? Cosa dovremmo fare con la bandiera della Grecia? O con quella di Malta? Cosa dovremmo fare con la laicissima bandiera del Regno Unito, che di croci ne ha addirittura due? Senza parlare di quella della Norvegia, che in Europa ancora non è entrata, della Georgia, della Scozia, della Svizzera? Attenzione: visto che c’è in corso d’opera una richiesta da parte di un importante Stato dell’area euro-mediterranea di far parte dell’Europa, la Turchia, chi glielo dice che devono rimuovere la mezza luna dalla loro bandiera? Quindi, attenzione quando pensiamo che le istituzioni europee siano grandi conclavi fatte per prendere decisioni inefficaci! Una per una, quelle decisioni rispecchiano esattamente il percorso che ci ha garantito sessant’anni di pace, sessant’anni di sviluppo senza precedenti. Non ci accontentiamo di questo: vogliamo molto di più. E per volere molto di più, vogliamo proseguire questo cammino con la nostra faccia. Vi ringrazio.

ROBERTO FORMIGONI:
L’elemento da cui dobbiamo partire è quello che ricordava Giorgio Vittadini in apertura, quando dava le cifre del calo della fiducia dei cittadini nella nostra Europa e ricordava che, oggi, meno della metà delle persone hanno un atteggiamento positivo, di attesa, di speranza nei confronti delle istituzioni europee. La differenza tra me e Mario Mauro è questa: io sono stato Vicepresidente del Parlamento Europeo negli anni delle grandi speranze, Mario Mauro ha dovuto fare i conti con le delusioni. Ma l’atteggiamento che ha manifestato oggi Mario Mauro, dice che non abbiamo perso la speranza e che di fronte alle difficoltà reagiamo con quello che Mario ha testimoniato. Grazie, Mario. La difficoltà che abbiamo oggi da affrontare è quella di un popolo europeo che rischia di non credere più, o di non credere più a sufficienza, in quell’Europa che è una delle poche carte che ci sono rimaste a disposizione. Se confrontiamo gli indici, ad esempio, della produttività di tutti i Paesi europei con quelli delle altre aree mondiali, ci rendiamo conto che la storia rischia di mettere da parte i nostri Paesi. Il fatto che il prodotto interno lordo della Cina abbia superato ufficialmente quello del Giappone, con il lampeggiatore di sinistra fuori per superare gli Stati Uniti, dice in maniera molto forte che le vie della crescita economica mondiale attraversano oggi latitudini e longitudini diverse da quelle del mare che unisce, e che separa, l’Europa e gli Stati Uniti d’America.
Occorre rafforzare le ragioni della speranza nei confronti dell’Europa, e ritrovare un possibile punto di partenza che ci permetta di ricreare la fiducia e di tornare a fare essere l’Europa un elemento propulsore del nostro progresso complessivo. Da dove ripartire? L’Europa non può che ripartire, più di qualunque altro soggetto, dalla propria storia, dalle proprie radici, dalle proprie origini, dal proprio fondamento. La visione e il progetto di Europa da cui sono partiti i padri fondatori, è veramente qualche cosa di attuale. La parola che sintetizza il progetto di sintesi degli Adenauer e degli Schumann e dei De Gasperi è certamente popolo, quella dimensione popolare e quella radice culturale e metodologica della sussidiarietà che noi tanto spesso citiamo, non per capriccio ma per considerazione realistica della realtà. Da questo punto di vista, l’Europa ha veramente le carte in regola, nel senso che i documenti fondativi dell’Europa sono tra i primissimi a parlare di sussidiarietà. Ne parla il Trattato di Maastricht, che nel suo Preambolo evoca il carattere suppletivo e ausiliario dell’intervento pubblico nella regolamentazione delle relazioni tra le persone e le istituzioni. Ne parla Jacques Delors, che nel 1991, presentando quel Trattato, diceva che la sussidiarietà non è solo la limitazione dell’intervento di un’autorità superiore su una persona o una comunità in grado di agire da sola, ma è anche l’obbligo per tale autorità di fornire i mezzi per cui persone e comunità possano raggiungere i loro scopi. Citava la sussidiarietà verticale e citava la sussidiarietà orizzontale. Così come di sussidiarietà parla il Trattato di Lisbona, in anni più recenti: la ratifica definitiva è del 2009. Mi rivolgo al presidente Barroso, ringraziandolo della sua presenza qui e del fatto che egli abbia accettato di confrontarsi con noi su questi temi: la strada fondamentale dell’Europa per riscattare se stessa, è legata innanzitutto alla capacità di recuperare fino in fondo la dimensione della sussidiarietà, figlia della dimensione che il Meeting chiama cuore, cioè “la natura che ci spinge a desiderare cose grandi”. La sussidiarietà è figlia di questa antropologia positiva di chi ha fiducia nella persona, nella sua capacità di liberare la propria creatività sociale.
Presidente Barroso, se l’Europa è stata fondamentale per riconoscere nei suoi Trattati la sussidiarietà, oggi l’Europa deve porsi l’obiettivo di far ripartire un movimento concreto di persone, di società civile, di istituzioni, che traduca fino in fondo la sussidiarietà in tutta la sua portata. Sappiamo che questo progetto trova di fronte a sé degli ostacoli. Dal momento che siamo abituati a chiamare le cose con il loro nome, diciamo che spesso sono proprio gli Stati nazionali a dare della sussidiarietà una interpretazione ridotta, riduttiva, a parlarne in termini difensivi, a usare il termine sussidiarietà contro la stessa Commissione, per dire che di certe cose se ne occupano loro, noi, gli Stati. Se l’Europa rinuncia alle sue radici, alla sua dimensione religiosa, alla sua dimensione umanistica, al suo fondamento sussidiario, non sta più in piedi. Per questo, la nostra alleanza è preferibilmente con la Commissione: Regioni, Commissione e popolo per vincere le resistenze degli Stati nazionali, quando queste si manifestino. La presenza del Presidente Barroso ci serve anche per stimolarlo. Per stimolare lui, per stimolare le istituzioni che lui rappresenta, a voler recuperare fino in fondo le declinazioni e le traduzioni della sussidiarietà nell’azione che vuole sviluppare: la centralità della persona, l’educazione, la conoscenza, la libertà religiosa, una vera libertà di scelta che si giochi nella dimensione economica, nella sanità, nel welfare, nell’educazione.
Vorrei recuperare un’altra dimensione costitutiva dell’identità europea: la dimensione della famiglia. Anche sul tema della famiglia esistono oggi, all’interno dell’Unione, posizioni diverse. Ma noi facciamo parte di quella grande famiglia dei Partiti Popolari Europei, per cui la famiglia è quella formata da un uomo e una donna che si mettono insieme per generare figli e per affermare il loro diritto ad educarli. Abbiamo bisogno che l’azione delle istituzioni europee, l’azione della Commissione, siano al fianco delle nostre politiche. L’anno scorso ho annunciato una scelta importante che Regione Lombardia voleva compiere. Erano i primi mesi, complicati, della crisi economica. Avevamo appena chiuso un grande accordo con lo Stato sul tema degli ammortizzatori sociali. Io annunciavo in quei giorni: Regione Lombardia si impegnava a introdurre, nelle forme di aiuto e di sostegno ai lavoratori espulsi temporaneamente dal processo del lavoro, un sussidio economico legato al quoziente famigliare. Avremmo tentato per la prima volta di introdurre il quoziente famigliare in una misura stabile, permanente come quella degli ammortizzatori sociali. Oggi, sono lieto di annunciare qui a voi che Regione Lombardia ha potuto tenere fede a questo impegno: da noi, gli ammortizzatori sociali sono legati al quoziente famigliare. È in queste politiche, Presidente Barroso, che, una volta di più, abbiamo bisogno dell’amicizia, della complicità della Commissione. Molti Fondi che noi utilizziamo - tra gli altri, quelli per gli ammortizzatori sociali che stiamo utilizzando in Italia - sono di derivazione europea. Abbiamo bisogno che le norme che regolamentano l’utilizzo di questi Fondi facciano esplicito riferimento all’impostazione sussidiaria, per facilitare l’azione di quelle Regioni o di quegli Stati che si muovono in questa direzione.
Sussidiarietà, dunque, ruolo delle Regioni. Anche qui, il discorso si muove in molte direzioni. Il dibattito sul ruolo delle Regioni in Europa ha assunto in questi ultimi anni un’accelerazione attorno al tema della multi-level governante, una governance multilivello delle istituzioni europee. La discussione su temi come la devoluzione, il federalismo, la modifica progressiva del quadro degli equilibri, in Europa ha cominciato a riconoscere il peso importante, crescente, che i Governi regionali più forti possono svolgere in questa direzione. In Europa, le Regioni più importanti hanno trovato un interlocutore significativo nella Commissione, un interlocutore capace di riconoscere il peso e le possibilità positive legate all’azione delle Regioni. Questo è ciò che sta capitando anche nel mondo. Il ruolo delle Regioni non è un’invenzione fatta a tavolino da qualche teorico: alle Regioni è affidato un compito grande in molte parti del mondo. Basti pensare che lo stesso sviluppo impetuoso della Cina è partito, un paio di decenni fa, quando il Governo comunista cinese decise di scommettere su alcune Regioni, sulle zone economiche speciali volute da Deng Xiaoping. La Cina non sarebbe quel gigante dell’economia che è oggi, se non avesse riconosciuto poteri particolari - una sorta di federalismo alla cinese - alla Regione di Shangai, alla Regione di Shenzhen, alla Regione di Pechino. Oggi, dunque, dobbiamo riconoscere che la stessa tematica dello sviluppo economico può avere nel protagonismo delle Regioni un ruolo straordinariamente importante. Ma, una volta di più, abbiamo bisogno che questo ruolo e questo compito possano essere riconosciuti istituzionalmente a livello europeo, altrimenti tra di noi ci sarà costantemente la difficoltà, la penalizzazione supplementare del dovere ogni volta fare a pugni per permettere che venga riconosciuto qualche cosa che stiamo svolgendo.
Per esempio, deve essere riconosciuto il ruolo straordinariamente importante che le Regioni possono svolgere nel campo delle relazioni internazionali. Determinante, nel sistema di rafforzamento dei sistemi territoriali, è la capacità di stringere alleanze internazionali, di mettersi in rete con altri sistemi, di attivare confronti e realizzare collaborazioni virtuose. Anche perché i confini geografici sono sempre meno corrispondenti alla realtà dei distretti produttivi, che sono sempre più sovra territoriali, meno corrispondenti alla dimensione dei sistemi di educazione e di alta formazione, che hanno bisogno della mobilità delle informazioni e delle persone per diminuire le distanze tra culture. Corrispondono sempre meno alle esigenze del mondo della ricerca che, grazie alla potenza dei mezzi di comunicazione, ha come ambito di confronto l’intero pianeta, di mondi e culture diverse che sono immersi in un contesto di sempre più ampia integrazione. La capacità di creare reti è la vera discriminante tra l’immobilità e lo sviluppo: reti spesso immateriali, attraverso le quali si mettono in circolazione conoscenze, informazioni, esperienze e culture, reti fisiche di movimento di merci ma soprattutto di persone.
L’esperienza di Regione Lombardia in questi anni si è dimostrata un’esperienza straordinariamente positiva, che ha trovato il consenso e il sostegno di tante altre Regioni in Europa e nel mondo. Cito, in Europa, l’esperienza dei Quattro Motori e del Club delle Regioni, che Barroso conosce molto bene. Ma gli voglio anche accennare un’esperienza che abbiamo compiuto a livello mondiale, e nella quale vorremmo che la Commissione giocasse un ruolo: nel dicembre scorso, abbiamo convocato a Milano il primo World Regions Forum, il Forum delle quindici Regioni mondiali più dinamiche dal punto di vista economico, della formazione e delle conoscenze. Hanno accettato di fare rete con noi Governi regionali come quelli di Baviera e Baden Württemberg, di Madrid, di San Pietroburgo, della California, del Massachusetts, dell’Illinois, del Quebec, del Nuevo Leòn, di San Paolo, del Gauteng in Sudafrica, di Shangai, di Singapore e del New South Wales in Australia. Ecco perché possiamo tornare oggi a dire, dopo vent’anni, Europa delle Regioni: le Regioni in questi anni sono cresciute e hanno dimostrato di saper offrire ai loro cittadini più dinamici, più capaci di assumersi responsabilità, occasioni di crescita e di sviluppo per se stessi.
Vorrei concludere con due proposte che avanzo all’amico Barroso, in questo caso più al politico che all’autorità istituzionale. Mi rivolgo soprattutto al politico perché queste proposte, per essere accettate, necessitano del coraggio del politico più che dell’attenzione spasmodica ai Regolamenti dell’alta autorità istituzionale. Mi rivolgo, più che al Presidente Barroso, all’amico Josè Manuel, anche lui della famiglia dei Popolari Europei, perché getti il cuore oltre l’ostacolo, perché sia nostro alleato e nostro complice su due partite. La prima: la partita che stiamo giocando in Italia. Ne abbiamo parlato ieri con alcuni Presidenti di Regione: la partita del federalismo e del federalismo fiscale. Vogliamo costruire in Italia un fisco non gestito centralisticamente ma affidato agli Enti più prossimi alle esigenze del territorio. E’ un’esigenza che abbiamo in Italia così come è un’esigenza che abbiamo in Europa. Pensate a cosa vorrebbe dire, in termini di sviluppo, un federalismo giocato su scala europea: la possibilità per le Regioni più avanzate di fare reti di eccellenza e di poter poi aiutare, a partire da queste, le Regioni più in difficoltà, le Regioni che hanno bisogno di solidarietà e di coesione sociale. Josè Manuel, dacci una mano a costruire questo federalismo su dimensione europea!
Vorrei introdurre la seconda proposta con un’osservazione curiosa che ci ha fatto riflettere: se andiamo sul nostro computer a digitare la parola subsidiarity, che cosa capita? Per lo meno nel più diffuso sistema di scrittura elettronica che è Microsoft Word, la parola subsidiarity non viene accettata, il correttore automatico sottolinea la parola come se fosse un errore, come se avessimo sbagliato a scrivere qualche lettera. Il termine sussidiarietà, che sta alle radici, al fondamento delle istituzioni europee, non compare in ben ottantacinque dizionari mondiali. Siamo ancora dei pionieri, noi che crediamo nella sussidiarietà: dobbiamo assumere il coraggio dell’innovazione dei pionieri, perché è il mondo che ha bisogno di questa sussidiarietà. E allora, Presidente Barroso, anzi, Josè Manuel, la proposta che ti avanzo è che la tua Commissione, o tu personalmente, costituisca un Osservatorio Europeo sulla Sussidiarietà, sulla sussidiarietà verticale e soprattutto su quella orizzontale, perché membri che provengano dagli Stati e membri che provengano dalle Regioni possano aiutarsi a sorvegliare, incoraggiare, incrementare il cammino della sussidiarietà nei nostri Paesi e nelle nostre Regioni. La nostra società ne ha bisogno, la nostra Europa ne ha bisogno. Ritorniamo con coraggio all’Europa dei popoli e delle Regioni, costruiamo insieme questo cammino di sussidiarietà, per una crescita complessiva delle nostre genti. Grazie, Josè Manuel.

JOSÉ MANUEL DURÃO BARROSO:
Signori e signore, prima di tutto vorrei ringraziare per l’invito a partecipare a questo Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini. Ringrazio anche il mio amico Mario Mauro, che non si è dato pace finché non mi ha convinto a venire a Rimini quest’anno. Gliene sono veramente grato. Solo al vedere il numero impressionante di gente che si riunisce qui, mi sento profondamente onorato ed emozionato. È un vero piacere essere presente al Meeting, perché questa iniziativa importante è sempre più vincente e portata avanti da voi, dalla società civile, da migliaia di volontari, che hanno fatto di Rimini quello che oggi è il Festival del Meeting estivo più grande al mondo. Non posso che compiacermi del vostro straordinario impegno: con la vostra dedizione, le vostre iniziative, la vostra energia, rappresentate un’importante novità delle nostre democrazie, in cui i movimenti della società civile stanno diventando una forza culturale e sociale di importanza sempre maggiore. In questa sede si discute di questioni di importanza cruciale per l’Europa e per il mondo intero, con il contributo di relatori internazionali, sugli argomenti più vari; in questa atmosfera calda, festosa ed artistica, persone di cultura e fede religiosa diversa si riuniscono per imparare le une dalle altre. Particolarmente straordinario è il numero di giovani per i quali Rimini è un appuntamento da non perdere, un segno molto incoraggiante della loro serietà morale e della loro volontà di impegnarsi. La società, nel suo insieme, può solo trarre beneficio da tanto entusiasmo.
E adesso, mi perdonerete, passo all’inglese. Prometto che la prossima volta farò tutto il discorso in italiano, magari meno lungo di questa volta. Il tema del Meeting di quest’anno mi ricorda la creazione della nostra grande Europa comune. I padri fondatori di questa opera, grandi uomini come Robert Schumann o Alcide De Gasperi, dopo la Seconda Guerra Mondiale non hanno dato retta alla risposta razionale di diffidenza e di sospetto verso l’altro, hanno dato retta al loro cuore. Dentro i loro cuori, si sono resi conto che il circolo di violenza e odio doveva essere spezzato. Quello che desideravano non era solo una grande cosa: era una cosa sorprendente, audace, unica nella storia del mondo. L’unione sempre più stretta che hanno lanciato tra i popoli dell’Europa ha dimostrato, ormai da più di mezzo secolo, che la pace e la cooperazione sono possibili anche tra nemici di lunga data: e sempre di più stanno emergendo legami stretti, non solo tra gli europei ma anche con i popoli di altre Regioni del mondo. C’è grande interesse, nel mondo, per il nostro sistema unico di cooperazione sovranazionale, basato sulla condivisione di valori e obiettivi. C’è grande speranza che questo possa servire come modello esemplare per la pace e l’integrazione regionale, anche in altri luoghi del mondo. La pace che abbiamo ottenuto attraverso il processo di integrazione europea, è più che una semplice coesistenza pacifica. È basata sullo Stato di diritto, sui principi di solidarietà, sussidiarietà, libertà, giustizia e democrazia. Senza ignorare le sue attuali difficoltà - e ci sono tante difficoltà, nell’Europa di oggi - l’Europa sta vivendo l’ordine sociale, economico e politico più giusto e migliore che abbiamo mai conosciuto. La guerra, nella nostra Unione Europea, è diventata non solo impensabile ma praticamente impossibile: e questo è quello che i fondatori si erano augurati dal profondo dei loro cuori.
Quello che noi tutti vogliamo, e che loro già volevano, è che questa conquista diventi perenne. Per molti giovani europei, presenti qui oggi, che sono nati in democrazie pacifiche, questo è dato per scontato: vivere in pace, vivere nella democrazia e nella libertà fa parte dell’ordine naturale delle cose. Esattamente come lo è per questi giovani viaggiare in giro per l’Europa, attraversando confini, studiare all’estero e fare amicizia su Internet. Fa parte ormai della vostra cultura e del vostro quotidiano. Sapete molto bene, però, che non è sempre stato così, in Europa. Solo fino a pochi anni fa, gli europei dovevano combattere per la libertà e la democrazia: pensate alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna negli anni ’70, all’Europa Centro Orientale, fino alla fine degli anni ’80 e fino agli inizi degli anni ’90. La guerra è stata possibile sull’altra sponda dell’Adriatico, nell’ex Jugoslavia. Come ha appena ricordato Mario Mauro a proposito del discorso della Presidente dell’Irlanda, recentemente ci sono stati conflitti anche nell’Unione Europea. L’Unione Europea ha contribuito a risolvere il conflitto storico dell’Irlanda. In questo modo, noi europei abbiamo combattuto per il meglio, abbiamo combattuto per il cambiamento e ce l’abbiamo fatta. Proprio perché la battaglia per la pace, la libertà e la democrazia non è mai una battaglia vinta per sempre, abbiamo bisogno dell’Unione Europea. La pace tra i popoli dell’Europa è stata, e sempre sarà, il principale fondamento del progetto comune europeo.
Detto ciò, l’Europa di oggi deve affrontare nuove e differenti criticità. L’Europa si trova in una crisi che non è solo economica e finanziaria, è anche una crisi di valori. Per uscire da questa crisi, è necessario utilizzare la nostra dignità umana e metterla al centro dei nostri sforzi. La lezione che deve essere imparata è che né il mercato né lo Stato, da soli, possono fornire le risposte alle criticità di oggi. Abbiamo bisogno della gente, abbiamo bisogno di voi, di tutte le forze della società, con le rispettive energia, creatività e talento. La crisi economico-finanziaria, la peggiore degli ultimi ottant’anni, ha scosso tutta l’Europa e tutto il mondo. Ha distrutto milioni di posti di lavoro ed ha messo moltissime persone a rischio di povertà e di emarginazione sociale. In questo modo, la nostra preoccupazione più urgente è uscire dalla crisi: per avere successo, gli europei devono lavorare insieme, ancora di più oggi che nel passato. La crisi ha dimostrato quanto interdipendenti siano le economie d’Europa. Ha dimostrato che la crisi di uno Stato membro può facilmente coinvolgere tutti, non solo nella zona dell’euro ma in tutta l’Unione Europea, e anche nei mercati mondiali. La crisi, poi, rappresenta un forte richiamo e un monito a noi europei. Se in questo mondo globalizzato vogliamo conservare i nostri valori e la nostra economia sociale di mercato, il nostro modello di libertà e solidarietà, allora l’integrazione europea deve andare avanti. Ogni Stato e ogni Regione dovranno comprendere che fanno parte di un’unione economica e politica, e agire di conseguenza. Così, le istituzioni europee devono giocare in toto il loro ruolo in Europa e sulla scena globale.
Le nostre reazioni alla crisi sono state molto forti e molto chiare, però siamo solo all’inizio: per affrontare definitivamente la crisi, dovremo seguire cinque linee d’azione principali. Abbiamo bisogno di consolidamento fiscale e di finanze pubbliche sane. Abbiamo bisogno di migliorare la governance economica nell’Unione Europea. Dobbiamo investire nella concorrenzialità e in una crescita che sia inclusiva e sostenibile, tramite la strategia che abbiamo chiamato Europa 2020. Dobbiamo costruire mercati finanziari responsabili e stabili, e poi, a livello globale, dobbiamo continuare a spingere per impegni forti e chiari nel quadro del G8 e del G20. In primo luogo, il consolidamento. L’alto livello di debito nell’Unione Europea deve essere visto all’interno di un contesto. Alla fine del 2008 e all’inizio di questa crisi, l’Europa ha dovuto andare avanti veloce, per salvare le sue banche ed iniettare incentivi fiscali enormi all’interno delle sue economie. Queste misure, però, potevano durare solo per un periodo limitato: a lungo termine, non ci può essere crescita sostenibile senza finanze pubbliche davvero sane. Non possiamo continuare a spendere quello che non abbiamo, e poi lasciare il conto da pagare alle giovani generazioni. Il consolidamento è la prima condizione per ripristinare la fiducia dei consumatori, degli investitori e per porre le basi per una nuova crescita sostenibile.
In secondo luogo, per quanto riguarda la governance economica dobbiamo rafforzare il patto di crescita di stabilità, come la Commissione si è prefissa di fare nelle sue proposte di giugno. Ci serve un sistema di sorveglianza più completo, che si occupi anche degli squilibri macroeconomici e dei problemi di concorrenzialità negli Stati membri. Porteremo i programmi di riforma e di pianificazione fiscale nazionale, che andranno riallineati, e serviranno anche una serie di incentivi più intelligenti, più robusti, più automatici per gli Stati membri, per far rispettare le regole del Patto europeo di stabilità e di crescita. Il consolidamento e la governance economica servono ad un unico scopo: creare crescita e occupazione. Però, questo non basta. La crescita è la chiave, ma non basta, perché i programmi di austerità non basteranno a creare nuovi posti di lavoro. Non c’è contraddizione tra una maggiore disciplina fiscale e la crescita economica, fintanto che questa disciplina sia sostenuta da riforme strutturali necessarie che abbiano come obiettivo la crescita.
La road map per questa politica, per una vera opera di trasformazione, è la nostra strategia Europa 2020. Si tratta della strategia dell’Unione Europea per il futuro, che però comincia oggi. Un programma che si concentra sulle riforme strutturali e, in particolare, su tre obiettivi: una crescita forte, una crescita sostenibile, una crescita inclusiva. Quando dico crescita intelligente, intendo una crescita che promuova l’innovazione, che investa nei giovani e nell’Europa digitale. Quando dico crescita sostenibile, intendo che dobbiamo discostarci dalle risorse tradizionali per cercare di avere energie con meno carbonio, anche nei trasporti, e diventare più efficienti nell’utilizzo delle energie. I nostri obiettivi per l’energia ed il clima ci faranno risparmiare sessanta miliardi di euro, aumentando la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e creando almeno tre milioni di posti di lavoro verdi entro il 2020. Crescita inclusiva significa salvaguardare il modello sociale europeo. Gli sforzi non possono essere fatti sulle spalle dei più poveri. Stiamo stabilendo una nuova Agenda per tutto ciò che riguarda le capacità e i posti di lavoro, andando ad aumentare gli sforzi per l’apprendimento e intensificando la nostra lotta contro la povertà e l’emarginazione sociale.
Nella strategia Europa 2020, l’Unione Europea si è impegnata a raggiungere obiettivi concreti ed ambiziosi entro il 2020, soprattutto per l’occupazione, la ricerca e lo sviluppo, l’innovazione, i cambiamenti climatici e le energie, l’istruzione e l’inclusione sociale. La crescita reale deriverà dall’affrontare la spesa pubblica all’interno di una politica di bilancio solida, in questi settori che sono strategici per la crescita futura. La crescita reale deriverà da un utilizzo migliore del nostro mercato interno. E sono particolarmente grato per l’importante relazione preparata dall’ex Commissario italiano Mario Monti, su come completare e consolidare il Mercato Unico Europeo. Ho poi parlato dei mercati finanziari e del livello mondiale. Abbiamo tutti bisogno di mercati, di servizi finanziari forti e sani, che siano al servizio dell’economia reale, al servizio dei cittadini, e non viceversa. È assolutamente giusto ed equo che i mercati finanziari partecipino al non facile sforzo di uscire dalla crisi e che paghino la loro parte. La crisi, in fin dei conti, è cominciata proprio dal settore delle finanze, e i contribuenti hanno già pagato un prezzo molto salato per salvare le banche in Europa. Per garantire che questo non si verifichi un’altra volta, le nostre economie hanno bisogno di una migliore supervisione, di una migliore normativa, in Europa e nel mondo.
Alla Commissione, stiamo lavorando per garantire che regole nuove e migliori vengano messe in piedi entro il 2011, o appena dopo. Una supervisione finanziaria più rigorosa di tutti i prodotti finanziari: hedge funds, private equity, requisiti di capitale, derivati, vendite allo scoperto. E tutto quello che riguarda le agenzie di rating, i depositi e la tutela degli investitori. Non si tratta di una vendetta contro le istituzioni finanziarie di credito: vogliamo mercati aperti, vogliamo concorrenza equa, responsabile e trasparente. Ho parlato della crisi di valori, all’inizio. Abbiamo il dovere morale di riportare condotte più etiche nei mercati finanziari, abbiamo bisogno di nuove normative, fondamentali per evitare nuove bolle. Sulla scena internazionale, il G20 ha dimostrato essere il Forum principale per la cooperazione economica globale. È chiaro che l’Unione Europea è alla guida, quando si tratta di spingere avanti la riforma del settore finanziario, il consolidamento fiscale e la crescita economica sostenibile.
Ho detto prima che, affinché i nostri sforzi e la nostra strategia 2020 abbiano successo, abbiamo bisogno della partecipazione piena ed attiva di tutti i settori e di tutti gli attori partecipanti: società civile, parti sociali, autorità locali e regionali. Ognuno ha il proprio ruolo da svolgere. Le Regioni dell’Europa sono al centro di questi grossi sforzi, sia per creare nuovi posti di lavoro più sostenibili, sia per investire nelle tecnologie, sia per lottare contro i cambiamenti climatici. Ecco perché la politica di coesione europea aiuta le nostre Regioni ad investire negli obiettivi della strategia Europa 2020. Negli ultimi tre anni, novantatre miliardi di euro, ovvero il 27% di tutti i finanziamenti della UE, sono stati stanziati per Progetti che riguardano l’investimento a favore dei posti di lavoro e della crescita in Europa. Alla luce della crisi economica, altri sei miliardi di euro sono stati messi a disposizione in anticipo, affinché le Regioni europee potessero lanciare progetti, anche quando i Fondi Pubblici sono limitati. Gli interventi per la politica regionale sono stati integrati strettamente con i Piani di ripresa nazionale, soprattutto nei Paesi dove i Fondi Strutturali Europei hanno un impatto macroeconomico davvero forte. Questi Piani esistono anche a livello regionale, ad esempio in Lombardia. Il nostro obiettivo è ovviamente consentire alle Regioni di reagire rapidamente e con efficacia alla nuova situazione che si è scatenata dopo l’attuale crisi.
Un’ottima illustrazione del ruolo importante che le Regioni svolgono per costruire un’Europa migliore per le generazioni future, è il Patto dei Sindaci. Rimini è uno dei milleottocento Comuni, città e paesi che hanno firmato questo Patto. Si sono impegnati ad andare oltre gli obiettivi europei di politica energetica, in vista delle riduzioni di emissione di CO2. Di conseguenza, i Governi Locali sono diventati attori attivi nell’attuazione delle politiche energetiche sostenibili: tramite lo sforzo combinato del Patto dei Sindaci e dei rispettivi segnatari, si stima che centotrentadue miliardi di emissioni di CO2 saranno risparmiate ogni anno. Si tratta dell’equivalente di settantotto miliardi di auto sulle strade europee, saranno risparmiate le emissioni annuali totali di ventidue centrali a carbone. Vorrei che le autorità locali e regionali ampliassero i loro parternariati innovativi, come questo Patto dei sindaci, ad altri settori. Questo aiuterebbe molto l’Europa a tradurre le sue ambizioni in realtà, a concretizzarle, a prendere in considerazione anche le diversità enormi che il nostro continente conosce, e le situazioni che vi sono presenti.
E’ questa, per me, la sussidiarietà viva, che funziona: colgo la sfida che mi è stata lanciata dall’On. Formigoni, Presidente della Lombardia e Professore di Sussidiarietà. Non dovremmo dimenticare che oggi la parola sussidiarietà è una parola del gergo europeo, un burocratese. Ecco perché la Microsoft non ha ancora accettato questa parola nel suo correttore, perché sono scettici nei confronti di ciò che è europeo. È stata, questa parola, caratteristica precipua della Dottrina Cattolica per moltissimi anni. Se riflettiamo a quello che significa la parola sussidiarietà, andiamo a vedere le fonti, le origini. La Chiesa cattolica la definisce come una comunità di ordine superiore che aiuta e non ostacola la comunità di ordine inferiore. In questo modo, la gente, e le organizzazioni vicine alla gente, potranno contribuire al bene comune. Questo approccio sta al cuore di come la UE e le sue istituzioni funzionano. È assolutamente sancita nel Trattato di Lisbona, che rende più che mai chiaro che le voci di tutte le parti della società dovranno essere ascoltate quando l’UE decide come gestire le sfide che abbiamo davanti. I Parlamenti nazionali hanno avuto un ruolo maggiore, e in questo modo anche l’ente che rappresenta le nostre Regioni ed Enti Locali, il Comitato delle Regioni.
L’Europa, questa splendida costruzione che ha garantito pace, ricchezza e stabilità per generazioni di europei, non è solamente europea, non è solo Bruxelles. L’Europa è anche Rimini. Questa è l’idea della responsabilità comune per l’Europa di cui parlava Mario Mauro. Nelle istituzioni europee, o al Parlamento europeo, tutti dobbiamo fare la nostra parte di lavoro, però, a livello nazionale, regionale, ci sono i leader europei: non possiamo riversare tutta la responsabilità su Bruxelles e Strasburgo, dobbiamo accettare questa responsabilità, a tutti i livelli della nostra società. Ed è questo il modo in cui dobbiamo comprendere ed interpretare la sussidiarietà, non limitativo ma responsabile, che la considera come un comportamento finalizzato al nostro bene comune. Un bene comune in Europa potrà svilupparsi solo con una Unione Europea più forte, in grado di tutelare e difendere gli interessi di tutti gli europei nel mondo. L’Europa, però, non è e non può essere qualcosa che viene imposto dall’alto. Deve essere costruita e rafforzata dal basso, dalle nostre Regioni, dalle nostre città, da ognuno di voi. Concludo questo mio discorso, incoraggiando tutti voi a cogliere le opportunità fornite dalle precedenti generazioni: vi invito a dare il vostro personale contributo all’Europa. Fate sì che la vostra esperienza a Rimini vi ispiri a costruire comunità e Regioni forti. Solo cosi, potremo dire con forza e fiducia che stiamo costruendo un’Europa forte, aperta, prospera e ricca, piena di opportunità per tutti, fiera del suo retaggio, della sua eredità e dei suoi valori. Un’Europa che sia in grado di difendere i propri valori sulla scena mondiale. Grazie di cuore per la vostra attenzione.

GIORGIO VITTADINI:
C’è stata molta economia, come hanno detto i giornali, in questo Meeting, perché a noi interessa molto il benessere della gente, è qualcosa di connesso al desiderio: abbiamo fatto la mostra, abbiamo invitato personaggi importanti. Ma, come abbiamo sentito oggi, c’è stata anche grande politica. Perché “quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi”, il cuore, ci fa vivere nell’oggi, essendo parte di un processo più grande della nostra vita. Come abbiamo sentito, siamo parte di una lunga storia, dell’Europa. Chi si ricorda un po’ di storia, sa che il tema dell’unità dell’Europa, della collaborazione tra i popoli, è intimamente connesso con la fede cristiana. La Chiesa, a partire dalla caduta dell’Impero Romano, ha sempre cercato di ricostruire un’unità politica dove si potesse vivere una pace, un desiderio, uno sviluppo. L’incontro di oggi, come diceva il Presidente Barroso, ci fa sentire all’interno di questo processo. Non si può vivere la vita senza sentire questo come un grande contributo a ricostruire l’unità, perché, come ci ha detto Mario Mauro, questa unità è condizione necessaria per la libertà religiosa, intesa come possibilità per tutti di vivere la propria fede e come possibilità che questa fede incida sulla vita economica, sociale, politica. Senza questa unità, non è possibile vivere questo.
L’anno prossimo sarà il Meeting dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Oggi però abbiamo sentito che questa cosa, che è importantissima, può essere vissuta contro la libertà religiosa, la libertà della persona, la fede, nella misura in cui è vissuta con quel nazionalismo che, se da una parte ha portato alle guerre, dall’altro lato ha umiliato le comunità locali di cui Formigoni ha parlato. Si può parlare dell’Unità d’Italia in termini retorici, per riaffermare qualcosa che ha umiliato le comunità locali, la sussidiarietà dal basso e l’unità in generale. Parlando di unità politica dell’Europa, vogliamo difendere innanzitutto la possibilità che l’io possa desiderare. L’io desidera se ha movimenti, associazioni che, come ci ha detto Barroso, sono fondamentali per l’Europa. Non è semplice e facile sentirlo dire: se lo dice lui, è una garanzia ed un programma. Nello stesso tempo, vogliamo essere uniti con gli altri popoli perché, se crediamo all’Unità d’Italia, la consideriamo un punto parziale e non finale, come un punto di partenza per questa unità più grande. Questo è un grande impegno politico, quel contributo alla politica su cui è nato il Meeting 31 anni fa, quando un gruppo di famiglie riminesi ha pensato che vivere la propria esperienza come possibilità di costruire un mondo migliore, con una unità come questa. Grazie.


(Trascrizione non rivista dai relatori)